Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Cosa nasce dalla rabbia? (di Lorenzo Aiello)

uso politico della rabbiaNel De Oratore Cicerone scrive “La storia è vera testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”. Avere una buona conoscenza della storia e degli eventi passati permette (almeno in teoria) di comprendere meglio il quadro storico che uno vive in quel momento. Con questa premessa vorrei fare una piccola analisi del contesto storico/politico nel quale ci troviamo e confrontarlo con altri periodi storici per cercare di farne notare delle somiglianze che forse a molti sfuggono.

Innanzitutto sugli italiani. Reduci dal vecchio motto latino “mors tua vita mea”, noi italiani l’abbiamo spesso trasformato nel meno cruento “fatta la legge trovato l’inganno”. Pare, infatti, una legge non scritta la nostra proverbiale insofferenza alle regole. Senza generalizzare basta andare a leggersi i numeri sui reati di corruzione, abuso d’ufficio, peculato e simili sostenuti da una robusta cronaca quotidiana di processi e arresti per vedere che effettivamente abbiamo un serio problema con la legalità.

Siamo anche sensibili (come altri popoli del resto) e ci appassioniamo a forti personalità carismatiche che si propongono invariabilmente come la salvezza e l’unico rimedio per i problemi del paese. Nel nostro passato ci sono vari esempi di cicli che iniziano sempre nello stesso modo. Io non ero che un piccolo bambino all’epoca, ma molti di quelli che leggeranno questo articolo sicuramente ricorderanno meglio di me la stagione 1992-1994, quella di Tangentopoli e Mani Pulite. Si scoprì la profonda corruzione della classe politica e qualcuno si propose come la guida di cui l’Italia aveva bisogno.

discesa in campo berlusconiNel 1994, nel famoso discorso della sua discesa in campo, Berlusconi così si presentava:

  • “Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare”;
  •  “La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica”;
  • ” I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi”;
  •  “Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi”.

Tutte frasi contro una classe politica vecchia, corrotta e ormai inutile che andava completamente cambiata (chissà perché mi risuona nelle orecchie un più recente “Mandiamoli tutti a casa”?). Risultato? Vent’anni di berlusconismo.

Vogliamo andare più lontano nel tempo? Bene, siamo nel 1919-1922: crisi economica, disoccupazione, insoddisfazione e rabbia, un grave indebolimento delle istituzioni. Puntuale arriva il salvatore di turno: Benito Mussolini. Venti anni di fascismo, guerra e disastro totale per l’Italia.

demagogia m5sVeniamo alla situazione di oggi. Cosa ci troviamo ora in Italia? Insofferenza popolare verso le istituzioni, una classe politica vecchia e corrotta, con gli stessi personaggi che sono lì da anni a farsi gli affari loro. E, in questo contesto, arriva una nuova forza politica che si pone in netto contrasto con il passato, proponendosi come l’unica valida alternativa al marciume ed è guidata da un leader decisamente carismatico.

Nessun parallelismo e nessuna insinuazione sul Movimento 5 Stelle, questo voglio sia chiaro a coloro che leggono! Però è strano che cambiano i tempi, ma date certe condizioni la reazione è sempre molto simile. Sembra che ciclicamente in Italia ci sia bisogno di una netta rottura con il passato, di fare terra bruciata con quanto c’è stato fino a quel momento per lasciare spazio al personaggio carismatico di turno che promette cambiamenti radicali. E questo perché i sistemi politici non riescono ad autoriformarsi e la classe dirigente che si forma dalle rotture generate dai movimenti che vogliono fare piazza pulita del vecchio si rivela, prima o poi, peggiore di quelle precedenti (un po’ come i maiali nel racconto di Orwell “Animal Farm”). Insomma cosa ci aspetta nel futuro? Qualunque cosa sia, non resta che augurarsi che sia costruttivo e non mosso solo dalla rabbia.

Lorenzo Aiello

Grillo e l’opportunismo della Rete

Per il semiologo Jost l’uso del web è un’illusione democratica. Comoda al populismo. Perché rifiutando i media,  che lo inseguono comunque, il M5s ottiene il suo scopo: visibilità. Senza l’ansia del confronto. Intervista di Gea Scancarello per www.lettera43.it

grilloAll’America piace, la Germania lo detesta. Jp Morgan lo studia, la Bce lo teme. Chi può lo intervista, gli altri ne scrivono. Di solito, molto bene o molto male: Beppe Grillo non consente mezze misure.

Il successo del Movimento 5 stelle ha spiazzato l’Italia, che attende l’esercito dei grillini alla prova del parlamento. Ma ha anche scatenato l’orda dei commentatori internazionali, che all’ex comico diventato capopopolo hanno dedicato paginate di analisi ed editoriali. Stregati dalle piazze piene e dai talk show disertati: questa sì una rivoluzione dopo decenni di teleapparizioni di Silvio Berlusconi, identificato in mezzo mondo – nella migliore delle ipotesi – come il tycoon dei media.

I SEMIOLOGI CONTRO. Il passaggio dalla tivù a Twitter, però, non convince tutti. Anche fuori dall’Italia. François Jost, semiologo, collega di Umberto Eco, docente alla Sorbona di Parigi e direttore del Laboratoire communication information médias (Laboratorio di comunicazione, informazione e media) della più celebre università francese, sulla democrazia informatica storce il naso. Perché, spiega a Lettera43.it, «riproduce dinamiche di potere, e alimenta la differenza tra chi sta in alto e chi sta in basso». Facendo credere però che le cose funzioni all’esatto contrario. «Per questo Grillo non mi convince affatto. Mi spaventa anzi. Perché ravviso in lui tutte le caratteristiche più pericolose del populismo».

D: Quali?

R: In primo luogo la pretesa di potere essere in contatto con le persone in modo diretto, senza alcuna mediazione.

D: Non è così che funziona Internet?

R. In realtà quella dell’immediatezza è un’illusione che si vende alla gente. Si sposta in modo intelligente il focus della comunicazione politica: non è una prerogativa solo di Beppe Grillo, in Francia lo aveva fatto già Jean Luc Melénchon, che pure è un uomo di sinistra.

D. Qual è la strategia?

R. L’idea è semplice: si rifiuta la mediazione nel dialogo con il pubblico e si respingono i media. Ma è una finzione: perché in realtà si forniscono loro immagini che saranno riprese ed enfatizzate da stampa e tivù.

D. Per esempio quali?

R. Uno dei tratti del populismo è la ricerca della piazza, il contatto con la folla negli spazi aperti. Ogni volta che Grillo organizza un meeting in mezzo alla gente, sa benissimo che le televisioni accorreranno a filmarlo e a raccontarlo.fans

D.  I giornalisti informano.

R. Certo. Ma il bombardamento delle immagini sancisce la dittatura del visibile.

D. Ovvero?

R. Quello che importa è ciò che si vede: il bagno di folla, la piazza piena, la vicinanza al capo. Le parole non contano più. In questo senso, Grillo ha dimostrato di avere veramente capito il funzionamento della televisione.

D. Lo ha detto anche Umberto Eco.

R. Eco ha ragione. La regola fondamentale della televisione odierna è che non conta spiegare, bensì apparire. E Grillo è un maestro nel farlo, pilotando il modo in cui sceglie di apparire. In questo senso, quindi, è falso che la tivù non serva al politico. Piuttosto, il segreto del politico è fare finta che non serva.

D. Per sembrare diverso?

R. Perché ci sono due cose che la gente non manda giù: i giornalisti e la politica.

D. In Italia vanno a braccetto sotto la definizione di Casta.

R. I cittadini si pensano malamente rappresentati e si sentono lontani da entrambi. Dunque chi, come Beppe Grillo, si dichiara un non politico, finge di ignorare i media e afferma di parlare direttamente alla gente ottiene il miglior risultato possibile.

D. Intanto non risponde alle domande dei giornalisti.

R. Esatto: non spiega. Ma gode del moltiplicarsi dell’immagine. Se i media si rifiutassero di dargli visibilità, il suo giochetto non funzionerebbe: sparirebbe o dovrebbe accettare la tivù.

D. Non si possono incolpare i media: Grillo oggi fa audience.

R. Vero. Infatti il punto non sono gli altri, ma lui: è Grillo che sulla televisione fa un discorso politicamente ipocrita.

D. Il Movimento 5Stelle, però, si muove su Internet: lì è nato e lì si alimenta.

R.  Pensare che tutto quello che si nasce su Internet sia democratico è un errore. Twitter, per esempio, non è affatto uno strumento democratico.malati di internet1

D. Come no?

R. Twitter riproduce e aumenta le differenze tra l’alto e il basso della società, tra chi produce e chi fruisce, tra il capo e il sottoposto.

D. In che modo?

R. È una questione di status. Twitter si basa sulla riconoscibilità: ha molti follower colui che già ha una reputazione. E la reputazione, in moltissimi casi, si crea su altri media che non sono Twitter. A partire dalla televisione.

D. L’illusione democratica in realtà è un circolo vizioso?

R. Credo che il successo di massa di Twitter in questo momento sia legato alla televisione e ai giornali: se gli altri media non parlassero dei social network, questi sarebbero meno importanti. Il che mi fa dubitare che un politico possa muoversi solo usando Internet…

D. Eppure esistono grosse comunità nate e cresciute unicamente sulla rete. Il movimento di Beppe Grillo è uno di questi.

R. Al momento, la televisione è ancora uno strumento  molto più legittimante di Twitter.

potere internetD. In che senso legittimante?

R.  Non tutti i cittadini hanno Internet o usano i social network: pensare di usare solo il web implica tagliare fuori parte della popolazione. Magari appellandosi allo stereotipo della gente vera.

D. Cioè?

R. Altro fenomeno tipico del populismo. Si preferisce Internet o la piazza perché si dice che lì ci sono le persone reali, quelle vere, simili a te, mentre la televisione è artefatta.

D. Però è vero.

R. No. Anche i reality televisivi sono pieni di gente vera, per usare l’espressione populista entrata nel linguaggio politico. Ma è davvero un concetto di cui diffidare, perché è un modo di escludere parte della società a beneficio di un’altra parte: quella presentata come vera.

D. Insomma, si spacca il popolo in due?

R. Da Platone in poi, la pretesa di avere la verità e di essere i soli a detenerla, conduce ai regimi totalitari.

Sussurri e grida: il duplice conservatorismo (di Claudio Lombardi)

Perché il M5S non indice un bel referendum online per decidere se appoggiare un governo che attui gli otto punti del programma del PD? Questa è la domanda semplice semplice che fa oggi Curzio Maltese su Repubblica. Già è strano che questa domanda debba essere fatta perché da un movimento che fa della regola “uno vale uno” il suo cardine e che evoca un luminoso avvenire di democrazia digitale non ci si aspetterebbe nient’altro che la coerente applicazione della più ampia e permanente consultazione di tutti su tutte le decisioni.m5s 2

La domanda su come funzioni realmente il M5S e sul perché ci sia una clamorosa contraddizione fra ciò che si vuole far credere di essere (la liberazione del cittadino da ogni sudditanza ai partiti) e la verità dei comportamenti (l’assoluta sudditanza a Grillo e Casaleggio e allo staff da questi diretto) ne porta con sé anche altre.

Ai partiti si rinfaccia che siano composti da persone che vivono di politica e che siano retti da apparati. E gli apparati esprimono una naturale propensione alla conservazione e alla chiusura verso chi sta fuori.

D’altra parte esiste anche una, forse altrettanto naturale, propensione di buona parte dei popoli a prendere come riferimento figure carismatiche. Partendo da aspettative deluse, passando per la fiducia in alcune persone assunte come guida, si arriva a porle su un gradino più alto e a considerare ogni critica come una minaccia. Da qui al fanatismo il passo è breve.

Anche questo porta ad una conservazione perché ostacola una più ampia crescita di coscienza critica e lo sviluppo di un dialogo democratico senza ostacoli o minacce. Intendiamoci, si tratta di una parte che agisce così, ma è una parte che, di solito, è molto determinata e aggressiva perché, appunto, è mossa non da ragionamenti, bensì dalla fede in qualcosa che appare indiscutibile.fans

L’urlo grillino del “tutti a casa” è esattamente il rifiuto di ragionare e l’espressione di una fiducia irrazionale in una virtù suprema dei cittadini che si condensa nell’urlo liberatorio e che viene contraddetta da subito con l’autoritarismo della gestione del movimento. L’invocazione di Grillo dei calci nel sedere per gli eletti che non seguono le direttive del M5S mentre queste direttive non vengono fuori da discussioni democratiche, ma vengono enunciate da due capi investiti dall’acclamazione del “popolo” grillino si traduce nell’intolleranza per una partecipazione fondata sulle regole universali della democrazia. Sicuramente chi ha votato M5S e chi ci sta dentro o chi è stato eletto non corrisponde in tutto a questa descrizione, ma è questo OGGI l’aspetto prevalente.

Diverso il caso del consenso a Berlusconi. Anche qui si parte da aspettative deluse, ma si arriva ad abbracciare una ideologia di liberazione da ogni sudditanza alle regole in favore di una più concreta sudditanza alle personalità che occupano i posti di potere. Da questi discendono favori, concessioni e soluzioni ai problemi personali in forza dei quali si acquisiscono vantaggi sugli altri. Per questo l’adesione è innanzitutto all’ideologia del “facciamo come ci pare” e per questo la persona che la incarna da venti anni è libero di fare lui per primo quel che gli pare e non si accetta che nessun’altra autorità gli ponga dei limiti. Tutto diverso dal M5S, ma anche in questo caso si esprime una fiducia acritica nel capo carismatico che blocca ogni evoluzione. E all’inizio anche il berlusconismo si manifestò come un urlo liberatorio.

L’effetto del duplice conservatorismo è quindi una duplice intolleranza all’invasione di una partecipazione organizzata e responsabile fondata sulla crescita di una solida cultura democratica.cooperazione

La vera partecipazione dei cittadini è un’altra cosa e non può svolgersi se non nell’assoluto rispetto di regole e principi di libertà e di democrazia. Ciò significa in primo luogo responsabilità, trasparenza e assenza di fanatismo. Significa anche rispetto delle istituzioni e ricerca di un circolarità fra queste e i cittadini organizzati. Un esempio semplice è quello del bilancio partecipato strumento conosciuto e praticato da molti anni in diversi comuni, ma che non ha avuto alcun successo. Ci sono altri esempi di strumenti di partecipazione molto efficaci, ma che suscitano poco entusiasmo e hanno poco seguito e nei quali i partiti progressisti per primi non hanno creduto (ecco il conservatorismo degli apparati!) preferendo la comoda via degli accordi di vertice che porta alla formazione di burocrazie e di gruppi di potere che sfruttano la politica. Da qui dovrebbe partire una riflessione seria e la ricerca di nuove strade per uscire da una crisi che è innanzitutto crisi del governo della collettività cioè crisi della politica alla quale ancora nessuno è riuscito a dare una risposta convincente.

Claudio Lombardi

La libertà di “fare tutti quello che ci pare”: fine di un regime fondato sull’illegalità (di Claudio Lombardi)

Ciò che colpisce nei primi commenti alla sentenza che ha sancito, per la prima volta con una condanna reale, i reati commessi da Silvio Berlusconi è lo spirito di fazione nemico dell’interesse collettivo e dello Stato.

È comprensibile che il condannato parli di avvertimento mafioso, di fine della democrazia sfoderando tutto il repertorio di accuse contro la magistratura a cui ci ha abituato nei 18 anni del suo dominio sulla scena politica. È comprensibile e previsto perché questa è stata sempre l’arma di Berlusconi: aggredire e urlare più forte per distogliere l’attenzione dalle questioni vere, dai fatti; dire cose anche assurde sapendo che il consenso di tanti aveva motivazioni irrazionali e del tutto contrarie al rispetto della legalità e dell’interesse collettivo. E questa è anche la lettura più ovvia delle reazioni dei suoi giornali e dei suoi seguaci. Si va dalla posizione più “morbida” di un Giuliano Ferrara che invoca una presunta vulnerabilità dell’imprenditore di successo “costretto”, per difendersi dai suoi nemici, a fondare un partito, all’aggressione scatenata dei giornalisti più inseriti nel sistema e nella cultura berlusconiani. Esemplari fra tante possono essere le parole di Barbara Saltamartini che dagli schermi TV se la prendeva ieri, a sentenza appena pronunciata, con “una parte della magistratura che ancora non si piega alla volontà popolare”.

Ecco qui rappresentata in una sola frase la rivoluzione culturale del berlusconismo fase estrema del sistema clientelare, tangentista e colluso con le mafie della Prima Repubblica.

La volontà popolare incarnata in un capo, registrata dai sondaggi, alimentata dal bombardamento delle TV commerciali, santificata dal voto della maggioranza nella prima fase e di una minoranza trasformata in maggioranza con una legge truffa nella seconda fase del quasi ventennio berlusconiano. La volontà popolare che si fa Stato al di sopra della Costituzione e delle leggi.

Che questa fosse l’essenza del sistema lo si è visto con le tante leggi ad personam e con l’uso a fini privati degli apparati e delle istituzioni dello Stato.

È stata creata una realtà virtuale che è ancora adesso l’anima di tutti i commenti: la magistratura compie atti politici tesi a colpire il politico Silvio Berlusconi e si serve di processi per reati inventati.

Che le cose non stessero così era evidente alla parte più attenta dell’opinione pubblica, ma anche alla parte che continuava a votare Forza Italia o Pdl. L’unica differenza è che questa seconda parte si identificava con le vicissitudini del Berlusconi malfattore perché ci vedeva riflessa la propria concezione dello Stato e della cosa pubblica: una mangiatoia a disposizione del più furbo e del più forte. Oppure una profonda insoddisfazione maturata in decenni di distacco e di estraneità alimentata da una classe politica oligarchica e clientelare.

Ci vorranno anni e anni per valutare e riparare i danni profondi del berlusconismo. L’enorme diffusione della corruzione, la penetrazione delle mafie nel cuore del tessuto economico, l’arrembaggio vergognoso alle risorse pubbliche (fra le cause principali della crisi della finanza pubblica), il culto dell’illegalità. Questi i connotati che identificano la situazione italiana di oggi e che affondano le radici nella svolta berlusconiana che issato sulle proprie bandiere comportamenti che prima venivano nascosti fra i segreti del potere. Ciò che era indicibile è diventata sfrontata rivendicazione di impunità perché il valore costitutivo del berlusconismo, la norma-madre della costituzione materiale che si è costruita è che il perseguimento dell’interesse privato non può trovare limiti in nessuna legalità, ma solo nella forza di altri interessi privati.

Con il berlusconismo siamo tornati indietro all’hobbesiano homo homini lupus. Secondo Thomas Hobbes  nello stato di natura ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri. Ognuno vede nel prossimo un nemico. Una perenne conflittualità interna nel quale non esiste il torto o la ragione che solo la legge può distinguere, ma solo il diritto di ciascuno su ogni cosa.

Il berlusconismo ha applicato questo principio alla convivenza civile minando così la stabilità delle istituzioni e distorcendo la cultura civile e civica degli italiani con una rivoluzione dall’alto che ha mostrato loro, elevandolo ad esempio da imitare,  il peggio che una classe dirigente possa rappresentare.

È condivisibile che Berlusconi abbia, come scrivono i magistrati, una naturale propensione a delinquere. Prima della sentenza ce ne eravamo accorti tutti. Ma i delinquenti ci sono sempre stati in questo  mondo e Berlusconi è sicuramente uno fra i tanti. Ciò che non è tollerabile è che i suoi comportamenti delinquenziali siano diventati l’etica pubblica dell’Italia per lunghi anni e che lo Stato sia stato piegato senza adeguata resistenza delle classi dirigenti e degli italiani tutti ai suoi interessi e a quelli di migliaia di persone che hanno prosperato nella sua ombra prendendo d’assalto i poteri e le risorse pubblici. E, meno che mai è ammissibile, che milioni di italiani si siano lanciati nell’avventura del berlusconismo offrendo la loro complicità nella speranza di partecipare al gran banchetto del “facciamo tutti quello che ci pare”.

Claudio Lombardi

Europeizzare la politica – stralci da un discorso di Giorgio Napolitano

“Il punto cruciale è che in un continente interconnesso come non mai – dall’economia al diritto – la politica è rimasta nazionale. Ed è questo un fattore fondamentale di crisi della costruzione europea, e nello stesso tempo di crisi della politica……

Le vicende convulse che per effetto della crisi si stanno da un biennio succedendo nell’Eurozona spingono con inaudita forza oggettiva in una direzione ineludibile : quella di un’integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli stati unitisi prima nella Comunità e poi nell’Unione. Sono infatti insorti e divenuti evidenti limiti e contraddizioni superabili solo attraverso un pieno e coerente compimento politico del progetto europeo nato sessanta anni orsono.

Questa direzione di marcia, questo balzo in avanti incontra ostacoli e resistenze molto forti : ma sta crescendo la coscienza di come sarebbe catastrofica per l’Europa la scelta opposta, un tornare indietro, un regredire dal cammino compiuto nel corso di un sessantennio.

Quel che voglio dire, in estrema sintesi, è che sono esplosi i problemi lasciati nello sfondo e non affrontati dopo la nascita dell’Euro ……………. Il trasferimento alle istituzioni comunitarie delle sovranità nazionali in quel settore cruciale, e alla neo-istituita Banca Centrale Europea della gestione effettiva della politica monetaria, avrebbe dovuto essere rapidamente coronato da passi decisi sulla via della definizione e della rigorosa osservanza di regole e discipline condivise in materia di politiche di bilancio; e sulla via di un efficace governo dell’economia, per garantire avvicinamento e convergenza – anziché squilibri crescenti – tra i processi di sviluppo dei paesi della zona Euro.

Ma ciò comportava il superamento di riluttanze e rigidità manifestatesi ad esempio nel confronto svoltosi, tra il 2002 e il 2003, in seno alla Convenzione incaricata di elaborare un progetto di Trattato costituzionale.

Quelle chiusure, ribadite nel Trattato di Lisbona sottoscritto il 13 dicembre 2007, hanno fatto sì che l’Unione europea si trovasse poco dopo impreparata a fare i conti con l’impatto della crisi finanziaria globale.

Non si è andati finora al di là di un disegno di Unione di bilancio e di Unione bancaria ; e decidendo come si è deciso, si è dato in molti casi alle opinioni pubbliche il senso di costrizioni da subire con sacrificio di procedure democratiche, e in assenza di ogni possibilità di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini, di consapevole riscontro nell’opinione pubblica più larga.

Il profondo disorientamento che ne è scaturito, il diffondersi – anche attraverso movimenti politico-elettorali di stampo populista – di posizioni di rigetto dell’Euro e dell’integrazione europea, il radicarsi – tra gli investitori e gli operatori di mercato su scala globale – della sfiducia nella sostenibilità della moneta unica e della stessa Unione, possono superarsi perseguendo decisamente, e non solo a parole, la prospettiva di una Unione politica europea di natura federale.

E questa prospettiva deve nascere da un ampio moto di partecipazione e da un processo di trasformazione della politica.

Si sollevano ora polemicamente, da qualche parte, riserve e contrarietà su ulteriori cessioni di sovranità nazionale a favore dell’Unione, come se il processo di integrazione non fosse stato basato fin dalla sua nascita sul principio – vedi art. 11 della Costituzione italiana – di una libera autolimitazione della propria sovranità da parte degli Stati nazionali.

La necessità di delegare funzioni sempre più significative, già proprie della sovranità nazionale, alle istituzioni dell’Unione succedute a quelle della Comunità, si è fatta cogente e ineludibile ; il vero problema è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell’Unione.

L’asse del potere di decisione si è spostato, dalle istituzioni comunitarie sovranazionali – Commissione e Parlamento – verso i capi di governo, verso il Consiglio europeo e il suo nucleo più forte. Ne ha sofferto anche il ruolo dei Parlamenti nazionali. Ma quale può essere la risposta, la via d’uscita?

Il passaggio, per la democrazia, dalla dimensione nazionale a una dimensione sovranazionale, costituisce una prova ardua, come già lo fu il passaggio dalle piccole città-Stato agli Stati nazionali. Sul piano istituzionale e politico, l’Unione federale si nutrirebbe di solidarietà, di sussidiarietà – in una corretta, non subdola accezione del termine – di confronto e cooperazione tra istituzioni sovranazionali, nazionali, regionali e locali, fatto salvo il potere decisionale supremo riservato alle istanze europee nella definizione e nell’attuazione dell’interesse comune.

In questo quadro, una particolare importanza assumerebbe, per il suo potenziale democratico, la componente parlamentare, comprendente insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, che senza sovrapporsi nell’esercizio delle loro distinte funzioni, condividerebbero l’esercizio del potere costituente nell’Unione, concorrerebbero a garantire il rapporto tra elettori ed eletti nel vasto territorio europeo, e collaborerebbero in molteplici campi e modi concreti.

E tuttavia non finisce qui, e cioè sul terreno della possibile e necessaria ulteriore evoluzione istituzionale, il discorso di un’Europa democratica. Quella che manca è una dialettica politica finalmente europea, con le sue sedi, le sue forme di espressione, le sue forze protagoniste.

La politica è rimasta frammentata, chiusa in sempre più asfittici ambiti nazionali, è stata sempre meno capace di guidare le decisioni europee e anche solo di raccontarle.

Si è continuato a far politica in chiave nazionale, secondo visuali sempre più ristrette, ed elettoralistiche di parte, rinunciando a una funzione promotrice di riflessione e di dibattito, anche – si sarebbe detto una volta – pedagogica. E ciò è stato fattore tra i più gravi di ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale.

Si possono e debbono, oggi, apprestare rimedi a questi mali, a queste patologie, e perciò si lavora e si dovrà lavorare – con successo, mi auguro – qui da noi, alla regolamentazione in senso democratico dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, alla revisione del sistema di finanziamento dell’attività politica, al rafforzamento delle normative anti-corruzione. Di ciò abbiamo senza dubbio bisogno.

Nessuna nuova o più vitale democrazia potrà nascere dalla demonizzazione dei partiti, nel deserto dei partiti. Quel che è indispensabile, non solo in Italia ma in Europa, è che si rinnovino.

A tale rinnovamento possono certamente contribuire nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica, se vi si fa ricorso in modo responsabile e trasparente. Né si può restringere l’attenzione ai partiti già in campo, quali si sono definiti storicamente o più di recente ridefiniti, ignorando nuovi movimenti capaci di raccogliere anche sul terreno elettorale delusioni e aspirazioni specie delle più giovani generazioni.

La questione cruciale, decisiva è che in Europa la politica, i suoi attori e le sue guide, i partiti e le leadership, riacquistino quel più alto senso della missione che ne ha fatto in precedenti periodi storici la forza e la grandezza.

Un senso della missione comune che può solo essere la missione di unire l’Europa, di farla vivere e pesare nel mondo nuovo di oggi e di domani.

I partiti debbono impegnarsi – non da soli, certo, ma in prima linea – in una vera e propria controffensiva europeista. E possono farlo solo europeizzandosi. Abbiamo bisogno di partiti realmente europei, ovvero sintonizzati e organizzati su scala europea.

Rischiano, al contrario, la marginalizzazione e l’irrilevanza gruppi e movimenti politici che in qualsiasi paese dell’Unione si rinchiudano in una logica esclusivamente protestataria, preoccupati soltanto di “chiamarsi fuori” dall’assunzione di comuni responsabilità europee.

Ed è precisamente in questo senso che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo.

C’è urgente bisogno di quella che ho chiamato una “controffensiva europeista”. E come si può concepirla e condurla al successo senza un’ampia partecipazione di forze giovani, oggi distanti dalla politica in Italia e non solo in Italia ? Cercate, giovani, ogni varco per far sentire e valere le vostre ragioni, le vostre esigenze e per esprimere – ciascuno secondo le sue libere scelte – idee ricostruttive e rinnovatrici sulla politica”

Capipopolo urlanti, populisti, complottisti, sognatori non servono, basta fare i cittadini (di Claudio Lombardi)

In nome dei cittadini ! Piace a tutti indossare questa veste: parlare per i cittadini, interpretare i loro interessi, indicare la via giusta da seguire. Tutto ciò che può trasmettere l’idea della “purezza” viene utilizzato e la cosa migliore è evitare i contrasti fra interessi diversi, tralasciare di individuare qual’è il terreno comune sul quale questi possono incontrarsi per poter riconoscere un interesse collettivo, mettere da parte ogni ricostruzione della nozione di cittadinanza e la faticosa ricognizione della posizione del cittadino di fronte allo Stato. La cosa migliore è alzare la voce e indirizzare le urla contro un nemico sperando che l’estrema semplificazione mascheri un vuoto di analisi e di proposta.

Un interessante articolo di Curzio Maltese sul Venerdi di Repubblica del 27 gennaio aiuta a mettere a fuoco la questione. L’articolo parte da un’affermazione fatta dal comico-capopolo Beppe Grillo durante la presentazione di un suo libro così come riportata dal “Il Fatto”.

“Il governo Monti sta facendo questo sporco lavoro schifoso di mettere le categorie dei cittadini l’una contro l’altra; per esempio gli evasori contro chi paga le tasse”.

Scrive Curzio Maltese: “ Risulta difficile capire perché non bisognerebbe contrapporre chi paga le tasse a chi non le paga, il che sarebbe un reato, ammesso che interessi a Grillo. È schifoso come contrapporre i derubati ai ladri che, in fondo, sono anche loro una “categoria di cittadini”. I ladri, gli evasori, i corruttori, i mafiosi: tutte categorie di cittadini che avrebbero, forse, diritto a un sindacato se non ci pensassero già le lobbies  parlamentari ed extraparlamentari. È la solita storia. In Italia puoi urlare alla rivoluzione, ma se provi semplicemente a far pagare un po’ più di tasse agli evasori, come nei Paesi civili, i “rivoluzionari” con la barca al molo diventano belve.”

Continua Curzio Maltese. “Il piccolo episodio è significativo di come funziona il populismo all’italiana. Alza la voce contro entità lontane, i poteri forti, la finanza e, naturalmente, l’orrido ceto politico. Ma quando si tratta di condannare il malcostume e l’illegalità di massa allora scatta la reazione feroce”.

Conclude l’articolo: “ Non bisogna contrapporre gli uni agli altri, i furbi ai fessi, i ladri ai disonesti. Dobbiamo essere tutti uniti nel combattere questo ceto politico, mandarlo a casa ed eleggerne subito dopo uno anche peggiore, più disonesto e incapace. Come si fece dopo Tangentopoli”.

Si tratta di un’analisi impietosa, ma profondamente vera e non legata soltanto all’attualità perché tocca un nodo cruciale del modo di essere Stato che si è realizzato in Italia e del modo di essere cittadini. Un coacervo di interessi in competizione per accaparrarsi una fetta di risorse e di opportunità alla ricerca del gruppo o del legame personale più forte che possa garantire il risultato. Questo ha fatto la politica per decenni e questo modo di essere ceto dirigente è fotografato nei numeri del debito pubblico cresciuto inesorabilmente dal 40% del 1970 al 126% sul Pil di adesso. È come se, esaurita la spinta della ricostruzione post bellica e del passaggio da economia prevalentemente agricola ad economia industriale, si fosse esaurito anche ogni altro progetto di sviluppo e le classi dirigenti avessero ripiegato sull’utilizzo delle risorse pubbliche per smorzare i contrasti sociali e per assorbire gli svantaggi competitivi emersi in campo internazionale.

Si è creata una situazione basata su equilibri di interessi gestiti dal sistema dei partiti, ma non unificati da un’idea di società e di Stato. Essere cittadino per molti anni ha avuto meno significato che appartenere ad un sindacato, ad un partito o ad un gruppo di interessi coalizzati. Ciò che abbiamo rivisto in questi giorni nelle città italiane con la “rivolta” dei taxi esemplifica bene la scelta che è stata fatta: un servizio di trasporto pubblico, svolto con licenze concesse da autorità pubbliche risulta, di fatto, privatizzato da una categoria che lo ha trasformato in un mercato protetto dove ogni decisione è negata alle autorità pubbliche. Il fatto da tutti accettato che le licenze siano vendute e comprate (a cifre vicine ai 200mila euro) è la clamorosa dimostrazione della sconfitta dello Stato cui non viene più riconosciuto il potere di decidere sui propri atti e di effettuare scelte diverse da quelle gradite alla categoria dei tassisti.

Non si tratta di un caso isolato perché è l’espressione di una delle modalità di comportamento più diffuse che si sono tradotte nelle più svariate richieste di sussidio e di assistenza. Il compito della politica è stato esattamente questo: gestire la raccolta e la distribuzione delle risorse pubbliche in base a calcoli di convenienza mutevoli, ma sempre improntati a una negoziabilità estrema dei diritti e dei doveri, dei poteri e delle responsabilità che sono scomparsi per essere sostituiti dai meri interessi. Per questo l’evasione fiscale si è diffusa ad interi ceti sociali e non è stata contrastata, ma, anzi, incoraggiata; per questo la distribuzione di sussidi di vario tipo è diventata una piaga sociale che ha tacitato le tensioni delle zone più svantaggiate educando le persone a non essere cittadini e a non impegnarsi in un progetto di sviluppo, ma ad essere clienti di questo e di quello; per questo gli aiuti statali alle imprese hanno colmato i vuoti di politiche industriali, energetiche, urbanistiche, territoriali; per questo le rendite di posizione hanno avuto campo libero in ogni ambiente sociale e in ogni settore.

Il disastro viene oggi quantificato nei 2mila miliardi di debito pubblico, ma, in realtà, è di dimensioni maggiori e diverse. Non bastano i numeri a descrivere lo sfascio delle istituzioni ridotte troppo spesso a rifugio di briganti e malfattori, l’assenza di una coscienza civile che faticosamente tanti italiani stanno tentando di ricostruire, la separazione fra cittadini e Stato con intere zone del Paese sotto il controllo della criminalità organizzata, l’asservimento dell’economia alle erogazioni di denaro e di favori dei politici.

Tutto ciò non si misura, ma si constata con l’osservazione dello stato del Paese. Da qui può partire una gigantesca opera di autocoscienza collettiva come ci richiamava a fare il Presidente della Repubblica quando sottolineava pochi mesi fa l’esigenza di dire la verità.

Per questo non servono i capipopolo urlanti, né serve “abbaiare alla luna” puntando il dito contro la speculazione internazionale o contro fantomatici complotti massonici come estrema risorsa per non mettere in discussione noi stessi e per evitare di guardare in faccia la realtà. È comprensibile che le persone desiderino sognare e che ognuno abbia la propria semplice ricetta per risolvere ogni problema o che tanti amino descrivere un mondo fantastico nel quale, finalmente, all’ombra di una nuova società nata miracolosamente da un nuovo modello inventato a tavolino, il 99% possa godersi la felicità avendo isolato e sconfitto l’1% che è causa di tutti i mali.

La realtà, purtroppo, è molto diversa e senza un impegno serio che scavi in profondità per capire le cause e individuare una traccia da seguire con azioni concrete, coerenti e concatenate, non si andrà da nessuna parte e il cambiamento resterà un miraggio. Allora sì che di manovra in manovra finiremo per impoverirci tutti.

Prendere coscienza significa ricollocare la propria posizione rispetto alla collettività e allo Stato perché il primo passo è abbandonare la logica della protezione per gruppi di interessi e per legami personali. I diritti descrivono meglio degli interessi la posizione del cittadino. E questi non possono sussistere separati dai doveri e si completano con i poteri e le responsabilità. Queste sono le basi soggettive per ricostruire una oggettività nuova che metta da parte l’ormai logora competizione corporativa.

Ce la possiamo fare e non abbiamo bisogno di capipopolo urlanti né di sognatori astratti o di esperti in complotti. Abbiamo bisogno di cittadini organizzati che partecipino alla politica e se ne assumano la responsabilità. Ci vorrà molto tempo, ma è l’unico modo per crescere.

Claudio Lombardi

Finita l’era Berlusconi ripartiamo dalla partecipazione (di Claudio Lombardi)

“libertà è partecipazione” questo ritornello di una geniale canzone di Giorgio Gaber che risale al 1972 insieme con tutte le strofe che la componevano, vale più di un discorso politico lungo e complesso. Con la prodigiosa sintesi della poesia pronuncia una delle verità più controverse delle democrazie occidentali nate all’insegna della libertà. L’uomo, cioè l’essere umano, al centro della canzone vorrebbe misurare la sua libertà nella natura, nell’esplorazione scientifica, nella creatività artistica e nella democrazia (l’uomo “che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”). Ma non basta dice Gaber perché “la libertà è partecipazione”. Perché dice così? Forse che la libertà non basta? Vediamo.

La crisi che sta scuotendo l’occidente, per unanime opinione, è stata causata, in gran parte, da un’abnorme espansione delle attività finanziarie che si sono svincolate sia dai confini nazionali che dalle attività produttive di beni e servizi. Anche grazie alla globalizzazione e alla crescita dei debiti pubblici degli stati si è creato un intreccio che, moltiplicando gli strumenti finanziari costruiti uno sull’altro, messi in circolazione e acquistati da banche, società finanziarie e investitori privati, sta soffocando le economie nazionali. Perché? Semplice: i soldi stampati dalle banche centrali sono stati dirottati per sostenere il sistema finanziario per impedire un gigantesco crollo dei debiti e dei crediti. Per questo le economie soffrono, i debiti pubblici statali sono aumentati e si è scatenata la corsa ai tagli dei bilanci pubblici. Un disastro. Di chi è la colpa? Secondo il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace di un ”liberismo economico senza regole e senza controlli”, che, trasformato in una ”ideologia”, ha avuto negli ultimi decenni un ”effetto devastante” che mette a rischio la stessa pace mondiale.

E il liberismo muove dall’affermazione che la libertà individuale di agire nell’economia non deve trovare ostacoli nell’intervento degli stati cioè delle autorità pubbliche deputate a garantire il bene comune.

In Italia si sta concludendo una lunga stagione politica inaugurata all’insegna della libertà. I risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti perché la libertà di fare non ha prodotto sviluppo e benessere, ma disordine, frantumazione sociale e abbandono dei beni comuni.

Ma perché aveva (e ha) ragione Gaber? Cos’ha in più la partecipazione rispetto alla pura libertà?

La risposta sta nell’esistenza di una collettività che può chiamarsi stato, regione, comune, Europa, mondo. Questi sono gli ambiti nei quali la libertà di ciascuno si esercita non in uno spazio vuoto o popolato di presenze ostili. La partecipazione richiede la collaborazione, la condivisione di regole e valori e potenzia l’agire individuale perché lo inserisce in un contesto che lo rende più forte grazie ai servizi e all’organizzazione sociale.

In questi giorni in molti stanno riscoprendo il valore della partecipazione e dei beni comuni.

Un solo esempio. Il Presidente della Provincia di Roma, Zingaretti, in un incontro pubblico a Bologna ha ricevuto un grande applauso quando ha invocato la partecipazione dei cittadini ed ha affermato che da loro deve arrivare la valutazione dei servizi pubblici e delle pubbliche amministrazioni.

È uno dei tanti segnali che la domanda di partecipazione è cresciuta molto e che sta (forse) prendendo il posto di quella generica spinta alla libertà di agire che determinò una svolta politica nel 1994 portando al potere il signor Berlusconi.

E però anche qui bisogna dire qualcosa. Invocare la partecipazione è sacrosanto, ma occorre specificare cosa si intende per partecipazione. Se si tratta di quella alle manifestazioni pubbliche, ai cortei e al voto bisogna dire che da tempo ha dimostrato la sua insufficienza a garantire non solo la democrazia, ma anche la produttività sociale cioè la capacità di utilizzare la competenza dei cittadini per migliorare l’organizzazione dei servizi, le politiche pubbliche e la qualità della vita.

Come la deriva populista ha sempre dimostrato una democrazia che si limiti a questo, prima o poi, rischia di essere vittima di condottieri che saltano le “complicazioni istituzionali” e le regole della legalità per mettersi in diretto contatto con la volontà popolare della quale pretendono di esprimere l’essenza. Berlusconi lo ha detto e ha cercato di farlo, per esempio, e vediamo come sta finendo la sua stagione e come siamo messi noi italiani.

No, la partecipazione è cosa più complessa e deve mettere in circolazione la competenza dei cittadini a giudicare degli affari pubblici non limitandosi ad attribuire una delega per la decisione a corpi specializzati di politici di professione.

Gli ingredienti di una buona partecipazione non sono molti: capacità di conoscere, apertura al dialogo, trasparenza delle informazioni, creazione di percorsi decisionali nei quali la partecipazione sia organizzata e in grado di convogliare anche quella spontanea del singolo in un processo collettivo.

Complicato? No, sono pezzi di un modello flessibile che possono essere scomposti e ricomposti per adattarsi alle diverse realtà.

Tutto da inventare? No, qualcosa già esiste. La metodologia della valutazione civica, per esempio, raccoglie molti di questi elementi, ma, forse, l’espressione migliore di questo nuovo modello sta in un piccolo comma di una legge di qualche anno fa. Si tratta del comma 461 della legge n. 244 del 2007. Poco conosciuto e inapplicato andrebbe riscoperto perché contiene gli ingredienti giusti per una partecipazione buona ed efficace. Quali? L’efficacia del servizio messa al centro (quindi produttività sociale perché l’inefficacia è uno spreco); la condivisione delle funzioni di monitoraggio e controllo tra ente locale, associazioni dei cittadini e singoli che vogliano far conoscere il loro giudizio (si stimola la crescita qualitativa delle associazioni e si introduce un diritto di ascolto per il singolo, si crea un circuito virtuoso istituzioni e cittadini); una verifica annuale che mette al centro il giudizio dei cittadini (diventa una verifica delle politiche locali che mette al centro il giudizio dei cittadini). L’essenza del comma 461 sta nel superamento degli sbarramenti e nella trasformazione della politica che inizia dalla dimensione locale ad essere condivisa tra enti pubblici, associazioni e singoli cittadini. Pensato per i servizi pubblici locali può essere preso a riferimento per qualunque ambito pubblico nel quale si producano decisioni su un servizio per la collettività o su un bene comune.

Questo modello sarebbe anche la migliore prosecuzione della campagna sul bene comune acqua dopo il successo dei referendum. Non si penserà mica che tutto è risolto perchè, allontanati i privati, ora ci pensano gli assessori? No, in questa Italia non basta: ci vuole la partecipazione, l’unica risorsa affinchè la libertà non si riduca, come dice Gaber, all’uomo “che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”.

Claudio Lombardi

Più che elettori cittadini: riflessioni su una proposta indecente (di Annalisa Mandorino)

Poiché il nostro Paese è trattato, a volte, da chi lo governa neanche fosse un fumetto di ultim’ordine, mi permetto un paragone in tema ispirato dall’onorevole Ceroni, alle prese con l’articolo numero 1 della Costituzione italiana. Per chi ama i fumetti, la numero 1 è la leggendaria moneta di Zio Paperone, il suo primo guadagno, il punto di riferimento, quello che dà un senso all’intera sua fortuna: perderla equivarrebbe alla fine della sua ricchezza.

Ebbene, come la numero 1, anche l’articolo 1 della Costituzione italiana non può essere smarrito, è prezioso. La ragione è semplice: esso è punto di riferimento per tutti coloro che appartengono a questo Paese e riempie questa appartenenza di alcuni valori comuni. Due per primi.

Il nostro Paese, da quell’articolo, è fondato sulla dignità del lavoro. Ad alcuni quella parola dà fastidio: vari sono stati i tentativi di sostituirla, per esempio con “libertà”. Ma, anche senza fare riferimento all’abuso della parola “libertà” che è stato fatto negli ultimi anni, non si può non constatare che “lavoro” e “libertà” tendono a essere un’endiadi (un significato unico attraverso due parole), nella misura in cui solo il lavoro garantisce alle persone di essere libere.

Ma l’altro valore proclamato dall’articolo 1, e che qui soprattutto si vuole sottolineare, è questo: il primato, nella Repubblica, è del popolo sovrano, che lo esercita in obbedienza del dettato costituzionale, precisamente “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E la Costituzione prevede che il popolo sovrano, i cittadini depositari del primato della cosa pubblica, esercitino quel primato sì delegandolo, mediante libere e periodiche elezioni, ma non solo perché, come esplicitato dall’articolo 118 ultimo comma, possono esercitarlo anche direttamente, attraverso autonome iniziative, attivandosi come singoli cittadini o come cittadini organizzati, nell’interesse generale.

È per questo che la proposta dell’onorevole Ceroni, balzata sulle prime pagine di tutti i giornali, di modificare l’articolo 1 della Costituzione italiana sostituendo al primato del popolo quello del Parlamento, è una “proposta indecente” per ogni cittadino attivo.

Indecente lo è innanzitutto per il metodo: la Costituzione non è un testo sacro, non è immodificabile, non è immune da spazi di miglioramento, di aggiornamento. Ma certe proposte, per non essere delle sgradevoli boutade, o, peggio, degli espedienti per un’operazione scientifica di distrazione di massa, vanno presentate almeno con dignità, vanno formulate con il rispetto che si addice alla Carta e rese difendibili, evitando che gli stessi che le hanno concepite le derubrichino come intuizioni solitarie e si dichiarino pronti a ritirarle in ogni momento se gli altri della propria parte politica (a proposito: non sarebbe convenuto sentirli prima? Oppure è stato fatto e si è preferito mandare avanti uno per vedere le reazioni?) mostrano di non appoggiarle.

Indecente lo è per il principio che la ispira, per l’organigramma, seppur conflittuale, dei poteri che sottende: il Parlamento e il Governo sarebbero boicottati nella loro iniziativa e nella loro attività da Magistratura e Presidenza della Repubblica. In questo schema di governance del Paese non è previsto che i cittadini giochino alcun ruolo attivo, a malapena ne è riconosciuta  la condizione di elettori, visto che la formulazione proposta fa perdere loro nel testo, dopo averlo fatto nella sostanza con una legge elettorale che opera per cooptazione, persino l’autorità di delegare il proprio potere.

Al contrario, come efficacemente suggerisce Gregorio Arena, se un potere, per non eccedere, deve essere contemperato da un altro potere, sarebbe ora di riconoscere il potere diffuso dei cittadini attivi come limite e contrappeso al potere oligarchico incarnato dall’attuale classe dirigente.

E ancora è una proposta indecente, in concreto, per la sua miopia rispetto al momento storico, alle ragioni di uno Stato sociale ammaccato dalla crisi economica e a cui – come ci indica, a prescindere dall’efficacia della proposta in sé, il dibattito che si sta svolgendo in Gran Bretagna – solo una big society, una società in cui fra le istituzioni e i cittadini viga un principio di sussidiarietà circolare e dinamica, sembra destinata a porre rimedio.

Di questo appunto parla il Manifesto per una rivoluzione civica, che Cittadinanzattiva sta diffondendo in occasione dell’Anno europeo della partecipazione, quando recita che “le amministrazioni devono finalmente comprendere che i cittadini non sono soltanto amministrati portatori di bisogni da soddisfare, ma anche alleati potenziali ricchi di risorse preziose, dalle idee alle competenze, dalle esperienze al tempo; risorse potenzialmente a disposizione della comunità e dell’amministrazione locale, purché quest’ultima abbia non solo l’intelligenza e l’umiltà, ma soprattutto un sistema di comportamenti, regole e responsabilità capace di saperle valorizzare”.

P.S. Nello stesso giorno in cui Ceroni proponeva la modifica dell’articolo 1 della Costituzione, i volontari del Tribunale per i diritti del malato, in occasione della V Giornata europea per i diritti del malato in corso in 20 dei 27 Paesi dell’Unione europea,  hanno iniziato a sottoporre a monitoraggio 70 Pronto soccorso in tutta Italia, con l’obiettivo di indagarne e denunciarne la situazione, in molti casi vicina al collasso. Nel Lazio, in particolare, sono stati monitorati tutti i DEA presenti nel territorio. È soltanto una delle tante iniziative di partecipazione civica, il cui contributo i governanti dovrebbero abituarsi a non ignorare, se vogliono realmente incidere sulla realtà, e i mezzi di comunicazione a rappresentare, se quella realtà vogliono veramente raccontare.

Annalisa Mandorino vicesegretaria di Cittadinanzattiva

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