I miei dubbi sulla revisione costituzionale (di Walter Tocci)

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.ossessione riforme istituzionali

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

“Se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l’esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell’ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell’amministrazione statale. La burocrazia, l’inefficienza e l’incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent’anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

italiano arrabbiatoIl malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell’amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall’agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l’esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l’alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all’esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l’articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell’intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l’Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante – per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall’utilità dell’amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.  rappresentazione mediatica

C’è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un’amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all’alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell’amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell’ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l’anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l’innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.

Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva – meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l’uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall’esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l’alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L’uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l’Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.leader al comando

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un’altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell’ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l’obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell’establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

chiacchiere sulla CostituzioneD’altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell’eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull’articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c’è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione.

Discorso all’assemblea dei senatori Pd del 28 maggio 2013 (Tratto da http://waltertocci.blogspot.it)

Legge elettorale: tante chiacchiere e il nulla (di Gloria Monaco)

Certo che discutere oggi di legge elettorale con tutto quello che sta accadendo sembra quasi anacronistico e rischia soltanto di dare l’immagine di una “classe dirigente” occupata più a “mantenere lo status quo” che ad operare per il bene della comunità. Eppure le regole che permettono ai cittadini di esprimersi in libere elezioni dovrebbero essere fondamentali per la buona salute della nostra democrazia.

Inizialmente avevo pensato di proporvi delle schede sintetiche sulle quali riflettere assieme poi mi sono resa conto che “l’offerta” delle varie proposte di legge all’esame del Parlamento è talmente variegata che sintetizzarla sarebbe stato impossibile e comunque estremamente “forzato”. Ho deciso quindi di “andare a ruota libera” e tradurre in articolo le molte chiacchierate che da umile “studiosa” della materia ho fatto in questo periodo.

Una breve premessa: il 30 settembre 2011 – solo l’anno passato non un secolo – il Comitato promotore dei referendum per i collegi uninominali presieduto dal Prof. Andrea Morrone, consegnava all’ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione (il Palazzaccio per intenderci) più di 1.200.000 firme di cittadini che chiedevano l’abrogazione del “Porcellum”. Un’impresa non da poco considerati i tempi di raccolta (poco più di un mese), e l’assoluto silenzio che aleggiava attorno alla “auspicata” riforma della legge ma per la quale l’impegno non si è mai tradotto in azione. Purtroppo a febbraio di quest’anno la Corte Costituzionale, per motivi che appaiono più di opportunità politica che di merito vero e proprio, ha dichiarato i quesiti inammissibili (impossibile far rivivere una norma abrogata da una legge successiva) e vanificato l’unico sforzo vero di arrivare al cambiamento.

E così si arriva all’appello del presidente Napolitano alla riforma ed al “rinnovato” impegno dei partiti sul tema. Solo che anziché andare nella direzione indicata dai cittadini, o da una logica di semplicità (basterebbe una leggina di un articolo che abrogasse il porcellum e ripristinasse il mattarellum in modo da superare anche le obiezioni di costituzionalità) i costituzionalisti e non, di tutti gli schieramenti si sono lanciati nell’immaginare nuove ipotesi di lavoro, dando più che altro l’impressione di voler arrivare ad una riforma che “mantenga nelle mani della dirigenza la scelta dei parlamentari”… perché, diciamolo, fa gran comodo avere degli eletti che rispondono al segretario o al capobastone che li ha voluti in lista e fatti eleggere, che non al popolo sovrano che adopera criteri di scelta diversi.

Ipotesi: Ed ecco tramontare l’ipotesi di un proporzionale puro col voto di preferenza (unica, almeno in questo caso nel rispetto dei referendum vinti negli anni ’90 e che hanno contribuito all’introduzione del sistema maggioritario), anche perché difficilmente alcuni tra i 950 eletti si sarebbero visti riconfermare nell’incarico. Ed ecco che anche l’idea del collegio uninominale dà fastidio perché “radica” troppo l’eletto al territorio che rappresenta, allenta la fedeltà al leader ed aumenta quella nei confronti dei rappresentati. Per non parlare di sbarramenti, diritto di tribuna, premi di maggioranza, al partito piuttosto che non alla coalizione, tutto nell’assoluta consapevolezza che – se come appare dai sondaggi l’astensione o il non voto che potrebbe arrivare al 55% rappresenterebbe il vero vincitore della prossima consultazione – PDL, UDC, SEL, IDV, PD, Lega ecc. si troverebbero a rappresentare si è no 1/3 degli aventi diritto (passatemi la semplificazione)con la conseguente certificazione della “morte della politica” e l’apertura ad un Monti-bis.

La mia proposta: Il quadro è desolante eppure continuo ad essere dell’idea che solo un maggioritario a collegi uninominali, con primarie obbligatorie per legge ed eventuale doppio turno, in modo da garantire massima  rappresentatività, possa essere il sistema che riporti la politica al servizio dei cittadini nell’interesse della collettività. Le primarie eviterebbero il moltiplicarsi delle candidature interne ad uno stesso partito o ad una stessa coalizione; il collegio implicherebbe che tu eletto risponda a me elettore in ogni fase del tuo mandato; il doppio turno, che forze concorrenti possano superare la volontà di pesarsi nell’ottica del bene comune.

Il dibattito in Parlamento: Ovviamente come dimostrano le innumerevoli proposte all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato, questo mio auspicio appare oggi irrealizzabile. Il Sen. Calderoli, lo stesso autore della legge attuale che lui stesso definì una “porcata”, proprio in queste ore si è fatto carico (ma qualcuno glielo ha chiesto? No perché davvero queste sono le cose da sapere!) di trovare un accordo su un testo che diventi l’unica base di lavoro per il Parlamento. E’ così che proprio poco fa si è cominciato a parlare di “modello spagnolo” estremamente “italianizzato”…. Collegi plurinominali, con liste ovviamente bloccate (però sono più corte…. Come se cambiasse qualcosa nella capacità di un segretario di imporre un proprio uomo!), premio di maggioranza al 12% a chi supera il 40% (sottraendo quindi seggi dal totale) al partito o alla coalizione lo si deciderà… Insomma gran confusione e ancora un nulla di fatto con le elezioni che si avvicinano e la pessima sensazione che alla fine, forse, il male minore sia proprio la “porcata” alla quale ci hanno costretti.

Se alla fine la “montagna partorirà il topolino” e l’ennesima legge vergogna sarò ancora una volta pronta a raccogliere firme e a lasciare che siano i cittadini ad esprimersi!

Gloria Monaco

Referendum e legge elettorale: non recriminare, ma rimettersi al lavoro (di Claudio Lombardi)

Con la sentenza della Corte Costituzionale del 12 gennaio che ritiene inammissibili i referendum abrogativi della legge elettorale del dicembre 2005 si chiude una fase della battaglia del movimento contro una normativa antidemocratica e anticostituzionale che rappresenta una vergogna per un Paese civile.

La storia delle leggi elettorali e dei referendum inizia venti anni fa quando un voto popolare cancellò le preferenze plurime e lasciò all’elettore un’unica preferenza. Era iniziato un processo di fuoriuscita dal proporzionale puro e dal “mercato” delle preferenze sul quale si era costruita la rappresentanza politica nell’Italia repubblicana. Infatti, il referendum Segni del 1991 era espressione di un ampio movimento di opinione pubblica favorevole ad una semplificazione del quadro politico per indurre una maggiore stabilità delle maggioranze sottraendo l’assoluto arbitrio della scelta ai partiti e facendo esprimere gli elettori direttamente sulla scelta dei governi.

La legge del 1993 detta Mattarellum tentò di tradurre questa spinta in un sistema elettorale misto maggioritario-proporzionale, ma fu da subito avvertita come una tappa intermedia fra il vecchio proporzionale e un sistema diverso che, però, non si sapeva quale dovesse essere non essendoci pareri unanimi fra i partiti e gli esperti che alimentavano il dibattito pubblico e la ricerca teorica.

La legge del dicembre 2005 (l’attuale Porcellum) nacque da un patto fra Berlusconi e la Lega e rispondeva all’esigenza di garantirsi una rappresentanza del tutto sottratta al potere di scelta degli elettori che veniva attribuito ai vertici dei partiti grazie al sistema delle liste bloccate. Non solo, veniva introdotto, per la prima volta nella storia repubblicana, un premio di maggioranza che scattava non per lo schieramento che avesse raggiunto la maggioranza assoluta (50%+1), ma per la semplice maggioranza relativa (25%+1 nel caso di 4 concorrenti per esempio). Si trattava di una norma chiaramente anticostituzionale (nella sostanza se non nella forma) perché introduceva una sorta di conquista del potere assoluto a favore di una minoranza.

Le elezioni del 2006 si svolsero con questa legge elettorale. Ciò che è strano è che la maggioranza uscita dalle urne (il “famoso” governo dell’Unione guidato da Prodi), per quanto precaria e incerta, non agì con determinazione per cancellare questo obbrobrio come ci si sarebbe aspettato dando così l’idea che lo strapotere dei vertici dei partiti non dispiacesse ad alcuna delle forze politiche di maggior peso.

Così si arrivò alle elezioni del 2008 che furono stravinte da Berlusconi e furono anche quelle che riempirono il Parlamento di equivoci personaggi imposti da pure logiche di potere. Alcuni di costoro sono passati ben presto alle cronache giudiziarie che ne hanno messo in luce le caratteristiche “prepolitiche” ossia del tutto inclini a farsi gli affari propri. Altri, anzi, altre sono balzate in primo piano per le loro caratteristiche fisiche e per curriculum dove spiccava sempre una scelta diretta da parte del Capo supremo o per attività che non avevano nulla a che fare con la politica, bensì per la cura delle relazioni personali fra uomini e donne.

Un primo tentativo referendario fallì nel 2009 (referendum Guzzetta) perché gli italiani non andarono a votare. Un altro tentativo (iniziativa Passigli e altri) nato nella primavera del 2011 fu abbandonato per dare spazio alla proposta di referendum bocciata dalla Consulta ieri 12 gennaio.

Bisogna solo aggiungere che ogni anno dal 1991 in poi è stato sempre vigoroso il dibattito su quale sistema elettorale sostituire in via definitiva a quello proporzionale. Anche adesso fra i partiti e, all’interno di questi, fra le diverse componenti non vi è unità di vedute e continua in maniera surreale il confronto nel quale vengono tirati in ballo i modelli elettorali più diversi e stravaganti.

Da questo rapido riepilogo si capiscono alcune cose. La prima è l’incapacità della politica, quella che poi deve formulare le leggi e approvarle, di arrivare ad un punto di comune accordo. Le opinioni variano in base alle esigenze del momento di gruppi e componenti che ignorano del tutto la ricerca di un interesse comune ad adottare un sistema elettorale efficace e democratico. L’ignorano nei fatti anche se, a parole, tutti si proclamano interpreti della centralità degli elettori.

In questa confusione i tentativi referendari non riescono a riportare un po’ d’ordine per i limiti intrinseci dello strumento referendario e per la mancanza di una visione lungimirante e concreta.

Se questa ci fosse stata forse sarebbe stato meglio riservare alle aule universitarie e ai convegni le esercitazioni sulla possibilità di reviviscenza delle norme abrogate posta alla base dei referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Bisogna dirlo chiaro: i dubbi c’erano fin dall’inizio, ma i promotori erano sicuri della validità della loro tesi abituati, forse, più ai confronti dottrinari che alle battaglie politiche.

Con simili dubbi, forse, non si doveva promuovere una raccolta di firme che ha illuso gli italiani e attestarsi su una proposta referendaria di minore impatto, ma con maggiori possibilità di riuscita. Consapevoli che le nuove leggi non si scrivono con i referendum e che questi possono tutt’al più creare una situazione che rende indispensabile una nuova legge necessariamente da approvarsi in Parlamento. Diverso è il caso delle scelte nette che non richiedono leggi ulteriori: nucleare sì o no, aborto sì o no, divorzio sì o no. Come tuti sanno inn materia elettorale ciò non è ammesso.

Non aver tenuto conto di ciò e cioè delle reali possibilità dello strumento referendario in materia elettorale ha portato a sprecare un’occasione preziosa ed è inutile adesso prendersela con la Corte che deve decidere il più possibile in maniera “asettica” senza prendere parte altrimenti diventa un organismo politico il che non può essere. Certo le sue sentenze contengono sempre una visione politica, ma non legata alle strategie o alle esigenze di questo o quello schieramento.

È anche inutile adesso prendersela con il Parlamento di nominati che dovrebbe approvare una nuova legge elettorale. Bisogna solo riprendere il lavoro e “semplicemente” convincere decine di milioni di italiani a far sentire la loro voce e a far capire al Parlamento di nominati che i cittadini osserveranno le loro mosse e giudicheranno. Se funzionerà sarà più efficace di un referendum perché farà nascere una nuova cultura civica e una nuova maggioranza politica.

Claudio Lombardi

Un referendum per riprendersi la democrazia (di Roberto Ceccarelli)

“In un momento drammatico come questo, con il Governo italiano commissariato dall’Europa, il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo, capace di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti.
Affidando la nomina dei parlamentari a pochi capipartito, la legge elettorale che chiamiamo “porcellum” li ha separati dai cittadini, facendoli apparire come una casta di privilegiati.
Vogliamo impedire che la “legge porcata” sporchi anche il prossimo Parlamento: lo dicono in troppi da 6 anni, ma il “ porcellum” è ancora lì.
Firmate per consentire al popolo di abrogarla.
Firmate per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali.
Firmate per rafforzare e migliorare il sistema bipolare italiano e assicurare l’alternanza politica, consentendo ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il Paese.”

Questo il testo dell’appello di Andrea Morrone e Arturo Parisi per lanciare il referendum con il quale si chiede l’abrogazione dell’attuale legge elettorale.

I quesiti referendari sono stati proposti dal comitato referendario per i collegi uninominali. L’oggetto è la legge per l’elezione dei due rami del Parlamento, conosciuta come “legge Calderoli” che la propose e la sostenne in prima persona da ministro del governo Berlusconi e da lui stesso soprannominata (e da tutti conosciuta) col nome di “porcellum” o di “legge porcata”. Già questo nomignolo basterebbe a capire come fu fatta una legge importante come quella elettorale e a squalificare chi la propose e la sostenne per sottrarre agli elettori ogni possibilità di scelta consegnandola nelle mani dei capi partito.

Nel dettaglio i quesiti referendari propongono: il primo l’abrogazione integrale di tutte le disposizioni di modifica della disciplina elettorale per la Camera e per il Senato introdotte dalla legge n. 270 del 2005; e il secondo un’abrogazione delle singole disposizioni con le quali furono sostituite le leggi per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.

Si tratta delle leggi che raccolsero la volontà popolare espressasi nel referendum del 18 aprile 1993 (il referendum Segni) e che introducevano, al posto della disciplina precedente (di tipo proporzionale), un sistema misto, in base al quale i seggi di Camera e Senato erano assegnati per il 75% mediante l’elezione di candidati in altrettanti collegi uninominali, e per il restante 25% con metodo proporzionale (legge definita il “Mattarellum”, dal nome del deputato Sergio Mattarella, relatore del testo).

Il secondo quesito costituisce una variante del primo ma ha il medesimo obiettivo: nel senso che, con una tecnica abrogativa mirata, disposizione per disposizione, elimina comunque la disciplina introdotta dalla “legge Calderoli” al fine di ripristinare la “legge Mattarella”.

Il risultato, quindi, sarà lo stesso: abrogare in maniera totale la “legge porcata”, eliminando tutti i suoi principali contenuti.

In pratica, attraverso l’abrogazione della “legge Calderoli” o “porcata”, come legge che sostituisce singole disposizioni della disciplina previgente (il c.d. Mattarellum), si vuole produrre la reviviscenza di quest’ultima.

L’effetto di entrambi i quesiti è eliminare, come detto, la “legge porcata” con l’effetto di ripristinare quella precedente che ha il grande merito di aver permesso, per la prima volta nella storia politica dell’Italia, l’alternanza degli schieramenti di governo (nel 1996 e nel 2001). Con l’introduzione dei collegi uninominali si è permesso all’elettore di scegliere direttamente il candidato del proprio territorio; con il mantenimento di una quota proporzionale si è assicurata la rappresentanza anche delle forze politiche minori, anche se limitata da una soglia di sbarramento implicita del 4% di molto superiore a quella attualmente vigente che è pari all’1 o al 2% e che è causa di frammentazione e di ricatti all’interno delle coalizioni.

Il 12 giungo 4 referendum hanno raggiunto il quorum, sono stati gli elettori a dire No alla privatizzazione dell’acqua pubblica, al nuovo programma nucleare e al legittimo impedimento. La vittoria, a distanza di 16 anni dall’ultimo quorum referendario raggiunto, ha riabilitato, l’istituto referendario che sembrava morto e sepolto, ridando ai cittadini il diritto di decidere su temi di grande importanza per la loro vita.

Questo vuol dire che gli italiani sono ancora capaci di appassionarsi alla politica, reagire e tentare di cambiare.

Adesso spetta a noi cogliere questa nuova occasione di espressione della volontà popolare e trasformarla nello spartiacque, tra una fase politica che si sta chiudendo ed una nuova che dovrà essere costituente e riformatrice, per ammodernare lo Stato, ridurre i costi della pubblica amministrazione, della politica, rendere più equo il sistema fiscale e rilanciare la crescita economica.

Bisogna raccogliere 500.000 firme entro il 30 settembre, con tutti i problemi delle campagne referendarie, ma per un’impresa sacrosanta. E’ l’unico modo per cancellare una vergogna nazionale. I partiti non si muoveranno mai da soli. C’è poco tempo, ma  bisogna provarci, non abbiamo alternative, dobbiamo consideralo un dovere nei confronti del futuro del nostro Paese, andando a firmare presso i comuni ed i banchetti in tutta Italia, convincendo tutte le persone che conosciamo ad andare a firmare. Il futuro è nelle nostre mani, dobbiamo riprendercelo, ma dobbiamo fare in fretta, perché c’è poco tempo…..

Roberto Ceccarelli