Il mistero del M5S

Un mistero aleggia sull’Italia, quello del M5S. Cosa è veramente questa formazione politica? Chi ne possiede le chiavi? Quante facce ha? C’è quella pubblica fatta del consenso di milioni di persone; c’è quella più ristretta basata sul collegamento in rete di 100 mila (o più?) militanti digitali; c’è quella dei gruppi locali che si incontrano fisicamente, ma che non sono inseriti in un’organizzazione di tipo tradizionale e, quindi, non discende da loro la legittimazione democratica degli incarichi e delle decisioni politiche. D’altra parte è finita pochi mesi l’era del Non statuto che stabiliva la natura proprietaria del M5S, marchio registrato di proprietà di Beppe Grillo. Figuriamoci cosa potevano contare i militanti…

Il M5S fin dall’inizio è stato la sua rete. I suoi capi, Grillo e Casaleggio, hanno teorizzato ed esaltato una democrazia diretta che si realizza su internet. Hanno teorizzato, cioè, l’immediatezza che chiude il circuito informazione – formazione di un’opinione – espressione di un voto, che inizia e finisce davanti allo schermo di un computer. Se questa è stata l’idea di base ovvio che diventasse centrale il ruolo della struttura che gestisce la rete e che, ovviamente, la controlla. Diversi scandali e, da ultimo, quello che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica hanno mostrato l’estrema facilità di falsificare le informazioni, di impossessarsi dei dati e di manipolarli. Il ruolo di chi gestisce i server è quindi decisivo perché la realtà su internet non esiste di per sé, ma va sempre preparata e poi mostrata e può, quindi, anche essere inventata.

Per anni Grillo nei suoi spettacoli-comizi ha preparato il terreno per il suo movimento sbeffeggiando, denigrando e minando le verità ufficiali. Per ogni cosa lui dimostrava che bastava fare una ricerca in rete e si scopriva la verità alternativa non condizionata dagli interessi economici. Il M5S così è nato ed è cresciuto: una guida illuminata che rivelava al popolo ciò che le élite volevano tenergli nascosto per poterlo sfruttare meglio.

Le condizioni perché funzionasse questo schema erano che la Guida non dipendesse da nessuno, che avesse l’ultima parola su ogni scelta del Movimento che doveva appartenergli perché lui lo garantisse dagli attacchi esterni, che disponesse della struttura tecnica di controllo per gestire il tutto. In nome della democrazia diretta futura veniva nel presente rifiutata la vecchia politica e tutte le pratiche, le regole, i metodi che le appartenevano. Rifiuto che si estendeva alle istituzioni e alla democrazia rappresentativa giudicate come pure illusioni ed ipocrisie.

Gli undici milioni di voti presi dal M5S alle ultime elezioni non smentiscono questo impianto di base e nemmeno l’allontanamento di Beppe Grillo modifica nulla dello schema originario. Il M5S continua a basarsi su un ordinamento interno che assegna tutto il potere a vertici ristretti, sia ufficiali che oscurati, ma entrambi sostanzialmente non legittimati con metodo democratico. È l’unico partito dotato di un Capo politico che decide la linea e dal quale discendono tutte le cariche rilevanti a partire dai capigruppo di Camera e Senato. Una struttura autoritaria che non rientrerebbe nella regola di cui all’art. 49 della Costituzione che richiede ai partiti un ordinamento interno democratico.

Tuttavia nemmeno il Capo politico rappresenta l’ultima istanza del potere all’interno del M5S. Esiste una struttura alla quale questo è intimamente legato che è ancora più incontrollabile e inaccessibile: l’Associazione Rousseau. Il nuovo statuto del M5S approvato poco prima delle elezioni stabilisce all’articolo 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione M5s si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti… saranno quelli di cui alla cd. ‘Piattaforma Rousseau’”. Alla quale, inoltre, tutti gli eletti in Parlamento dovranno obbligatoriamente versare un contributo mensile.

Una strana associazione con soli quattro iscritti e nella quale uno, Davide Casaleggio, assomma tutte le cariche di responsabilità. In pratica un’associazione che somiglia ad una società privata alla quale il primo partito italiano è legato giuridicamente, economicamente e tecnologicamente senza alcun potere di controllare il suo operato. Un legame che si può modificare soltanto cambiando lo Statuto, ma per farlo servono una procedura complicatissima e una maggioranza irraggiungibile. E in ogni caso “la verifica dell’abilitazione al voto e il conteggio dei voti – dice lo Statuto – sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della Piattaforma Rousseau”. Capito?

La logica dice che questa costruzione complessa ha un solo significato: il M5S è un partito controllato da una struttura aziendale esterna priva di qualsivoglia legittimazione democratica. Perché? Per fare soldi? Grazie al contributo mensile già citato nelle casse dell’Associazione Rousseau arriveranno oltre 100 mila euro al mese, più di 1,2 milioni l’anno. Inoltre ci saranno le donazioni dei volontari. Tutti soldi che verranno gestiti come in una qualunque azienda privata cioè autonomamente senza alcun tipo di controllo. Pochi per essere questo l’obiettivo finale della costituzione di un movimento politico. A meno che non si preveda che le attività di Casaleggio e dell’Associazione non possano espandersi proprio grazie al potere conquistato dal M5S per provare a realizzare le visioni del suo fondatore e del suo erede.

D’altra parte, come scrivono tre ricercatori nel volume “M5s – Come cambia il partito di Grillo” (il Mulino) curato da Piergiorgio Corbetta: “La piattaforma Rousseau offre più che altro una vetrina per le iniziative legislative dei parlamentari pentastellati, a cui segue un disordinato elenco di commenti generalmente di bassa qualità e largamente ignoranti. Il risultato è che il contributo degli iscritti all’attività parlamentare tramite la piattaforma online è prossimo allo zero”. Anche la votazione online dei candidati attraverso le varie comunarie, parlamentarie ecc., si deve scontrare con i poteri del vertice di ripulire le liste a monte e a valle della selezione, oltre alla facoltà di indicare direttamente i candidati come è avvenuto per tutti i collegi dell’uninominale. Non sembrano queste le premesse per il trionfo della democrazia diretta digitale di cui fantastica Casaleggio.

Gli italiani delusi dai partiti tradizionali hanno dato la maggioranza relativa dei voti a questa strana creatura. Sicuramente gli italiani non hanno capito che questo è il M5S e, se lo hanno capito, non gliene importa un bel nulla perché ciò che conta per molti di quelli che votano 5 stelle è riconoscersi in qualcuno che esprime la rabbia e la indirizza verso un nemico da battere. Non sarebbe certo la prima volta che una folla chiede ai suoi capi di indicargli un nemico contro cui scagliarsi.

Il mistero del M5S non è un mistero, ma un progetto fortunato che nemmeno i suoi ideatori pensavano di realizzare. Ora visibilmente non sanno dove andare. Di Maio manda messaggi a sinistra e poi a destra alla ricerca di una sponda. Ha proclamato che la terza Repubblica sarà quella dei cittadini, ma non è in grado di dire altro perché nelle società complesse la politica è messa di fronte a scelte complicate che l’appello ai cittadini non semplifica. D’altra parte la prima battaglia del M5S in questa legislatura è di nuovo quella dei vitalizi e dei costi della politica. Che li tagliassero così si vedrà meglio che non sanno che fare del loro potere. Sanno che lo vogliono e per questo si impossessano di tutte le poltrone disponibili, ma non sanno per fare che. Finiranno gestiti da un soggetto forte della politica che si legherà a loro per usarli

Claudio Lombardi

Grillo e l’opportunismo della Rete

Per il semiologo Jost l’uso del web è un’illusione democratica. Comoda al populismo. Perché rifiutando i media,  che lo inseguono comunque, il M5s ottiene il suo scopo: visibilità. Senza l’ansia del confronto. Intervista di Gea Scancarello per www.lettera43.it

grilloAll’America piace, la Germania lo detesta. Jp Morgan lo studia, la Bce lo teme. Chi può lo intervista, gli altri ne scrivono. Di solito, molto bene o molto male: Beppe Grillo non consente mezze misure.

Il successo del Movimento 5 stelle ha spiazzato l’Italia, che attende l’esercito dei grillini alla prova del parlamento. Ma ha anche scatenato l’orda dei commentatori internazionali, che all’ex comico diventato capopopolo hanno dedicato paginate di analisi ed editoriali. Stregati dalle piazze piene e dai talk show disertati: questa sì una rivoluzione dopo decenni di teleapparizioni di Silvio Berlusconi, identificato in mezzo mondo – nella migliore delle ipotesi – come il tycoon dei media.

I SEMIOLOGI CONTRO. Il passaggio dalla tivù a Twitter, però, non convince tutti. Anche fuori dall’Italia. François Jost, semiologo, collega di Umberto Eco, docente alla Sorbona di Parigi e direttore del Laboratoire communication information médias (Laboratorio di comunicazione, informazione e media) della più celebre università francese, sulla democrazia informatica storce il naso. Perché, spiega a Lettera43.it, «riproduce dinamiche di potere, e alimenta la differenza tra chi sta in alto e chi sta in basso». Facendo credere però che le cose funzioni all’esatto contrario. «Per questo Grillo non mi convince affatto. Mi spaventa anzi. Perché ravviso in lui tutte le caratteristiche più pericolose del populismo».

D: Quali?

R: In primo luogo la pretesa di potere essere in contatto con le persone in modo diretto, senza alcuna mediazione.

D: Non è così che funziona Internet?

R. In realtà quella dell’immediatezza è un’illusione che si vende alla gente. Si sposta in modo intelligente il focus della comunicazione politica: non è una prerogativa solo di Beppe Grillo, in Francia lo aveva fatto già Jean Luc Melénchon, che pure è un uomo di sinistra.

D. Qual è la strategia?

R. L’idea è semplice: si rifiuta la mediazione nel dialogo con il pubblico e si respingono i media. Ma è una finzione: perché in realtà si forniscono loro immagini che saranno riprese ed enfatizzate da stampa e tivù.

D. Per esempio quali?

R. Uno dei tratti del populismo è la ricerca della piazza, il contatto con la folla negli spazi aperti. Ogni volta che Grillo organizza un meeting in mezzo alla gente, sa benissimo che le televisioni accorreranno a filmarlo e a raccontarlo.fans

D.  I giornalisti informano.

R. Certo. Ma il bombardamento delle immagini sancisce la dittatura del visibile.

D. Ovvero?

R. Quello che importa è ciò che si vede: il bagno di folla, la piazza piena, la vicinanza al capo. Le parole non contano più. In questo senso, Grillo ha dimostrato di avere veramente capito il funzionamento della televisione.

D. Lo ha detto anche Umberto Eco.

R. Eco ha ragione. La regola fondamentale della televisione odierna è che non conta spiegare, bensì apparire. E Grillo è un maestro nel farlo, pilotando il modo in cui sceglie di apparire. In questo senso, quindi, è falso che la tivù non serva al politico. Piuttosto, il segreto del politico è fare finta che non serva.

D. Per sembrare diverso?

R. Perché ci sono due cose che la gente non manda giù: i giornalisti e la politica.

D. In Italia vanno a braccetto sotto la definizione di Casta.

R. I cittadini si pensano malamente rappresentati e si sentono lontani da entrambi. Dunque chi, come Beppe Grillo, si dichiara un non politico, finge di ignorare i media e afferma di parlare direttamente alla gente ottiene il miglior risultato possibile.

D. Intanto non risponde alle domande dei giornalisti.

R. Esatto: non spiega. Ma gode del moltiplicarsi dell’immagine. Se i media si rifiutassero di dargli visibilità, il suo giochetto non funzionerebbe: sparirebbe o dovrebbe accettare la tivù.

D. Non si possono incolpare i media: Grillo oggi fa audience.

R. Vero. Infatti il punto non sono gli altri, ma lui: è Grillo che sulla televisione fa un discorso politicamente ipocrita.

D. Il Movimento 5Stelle, però, si muove su Internet: lì è nato e lì si alimenta.

R.  Pensare che tutto quello che si nasce su Internet sia democratico è un errore. Twitter, per esempio, non è affatto uno strumento democratico.malati di internet1

D. Come no?

R. Twitter riproduce e aumenta le differenze tra l’alto e il basso della società, tra chi produce e chi fruisce, tra il capo e il sottoposto.

D. In che modo?

R. È una questione di status. Twitter si basa sulla riconoscibilità: ha molti follower colui che già ha una reputazione. E la reputazione, in moltissimi casi, si crea su altri media che non sono Twitter. A partire dalla televisione.

D. L’illusione democratica in realtà è un circolo vizioso?

R. Credo che il successo di massa di Twitter in questo momento sia legato alla televisione e ai giornali: se gli altri media non parlassero dei social network, questi sarebbero meno importanti. Il che mi fa dubitare che un politico possa muoversi solo usando Internet…

D. Eppure esistono grosse comunità nate e cresciute unicamente sulla rete. Il movimento di Beppe Grillo è uno di questi.

R. Al momento, la televisione è ancora uno strumento  molto più legittimante di Twitter.

potere internetD. In che senso legittimante?

R.  Non tutti i cittadini hanno Internet o usano i social network: pensare di usare solo il web implica tagliare fuori parte della popolazione. Magari appellandosi allo stereotipo della gente vera.

D. Cioè?

R. Altro fenomeno tipico del populismo. Si preferisce Internet o la piazza perché si dice che lì ci sono le persone reali, quelle vere, simili a te, mentre la televisione è artefatta.

D. Però è vero.

R. No. Anche i reality televisivi sono pieni di gente vera, per usare l’espressione populista entrata nel linguaggio politico. Ma è davvero un concetto di cui diffidare, perché è un modo di escludere parte della società a beneficio di un’altra parte: quella presentata come vera.

D. Insomma, si spacca il popolo in due?

R. Da Platone in poi, la pretesa di avere la verità e di essere i soli a detenerla, conduce ai regimi totalitari.