I poteri occulti che minano la democrazia (di Claudio Lombardi)

“In realtà, più che i mafiosi stessi o i politici corrotti, sono gli onnipotenti servizi i protagonisti dell’ultima stagione di narrazione della mafia. Sono i depositari di una verità che, ovviamente, non si saprà mai perché i mafiosi si pentono, crollano, parlano, i politici si spaventano, i banchieri vengono ammazzati, ma la baracca la tengono in piedi loro, i Servizi.

Che non sono deviati, o infedeli, o corrotti. Sono lo Stato, la sua continuità, la sua memoria. Della mafia i servizi sanno tutto, naturalmente. Soprattutto quanto sia ingenuo o pericoloso pensare di distruggere questo patrimonio dello Stato italiano e i servizi che rende. Qualcuno davvero vorrebbe l’Italia senza l’ordine sociale che assicura al Sud, i voti che convoglia, i soldi che fa circolare, l’economia che alimenta, i favori che offre, le magnifiche cerimonie religiose che organizza?

Da tutte le storie recenti balza agli occhi quanto siano bene organizzati, competenti e attrezzati. Sono sui luoghi dei delitti e delle stragi prima di tutti, incaricandosi di controllare che niente sia fuori posto; hanno un ufficio stampa (si chiama “Falange armata”) che prontamente rivendica delitti e stragi; un sistema efficace di intelligence per depistare (“corvi”, anonimi, minacce); possiedono una notevole attrezzatura (telefonini clonati, appartamenti civetta, automobili, aerei, centralini telefonici, sedi); stipendiano confidenti sia nella mafia sia nello Stato, dispongono di grandi budget, entrano ed escono dalle prigioni come e quando vogliono. Ricattano, naturalmente. Ma chi non lo farebbe al posto loro?”

Questa lunga citazione dal libro “Il vile agguato” di Enrico Deaglio (Feltrinelli, 2012) dedicato alla ricostruzione dell’omicidio di Paolo Borsellino e della sua scorta rappresenta una magistrale descrizione di una faccia che assume la gestione del potere in Italia. Diciamo che è la faccia che guarda verso lo Stato e le sue innumerevoli diramazioni e che ha come oggetto il controllo delle risorse pubbliche vera base economica del blocco sociale che tiene in pugno il nostro Paese e che solo in minima parte è stato intaccato dalla crisi del berlusconismo.

Diciamo anche che è una faccia nascosta, impresentabile, indifendibile, ma molto reale. È l’esatto contrario delle istituzioni democratiche e della legalità costituzionale somigliando, piuttosto, all’antico regime feudale nel quale il potere era nelle mani di chi aveva la forza e non era soggetto ad alcuna legge. Una faccia che interagisce col potere legale e democratico manovrando, infiltrando, lusingando, ricattando e se non funziona nulla di tutto ciò, come ultima risorsa, uccidendo.

Ma c’è un’altra faccia di un altro potere, quello economico-finanziario presente dappertutto nel mondo e che, anch’esso, rispetta e segue le leggi della forza e non la forza delle leggi. In Italia questa faccia è rappresentata dal capitalismo delle famiglie e dei gruppi di potere della finanza. Se vogliamo un esempio di questo mondo prendiamo la vicenda Fonsai-Ligresti nella quale, con l’assenso di Mediobanca (crocevia della finanza italiana non a caso fondata sul “vangelo” dettato da Enrico Cuccia secondo il quale “le azioni non si contano, ma si pesano”) che ha sempre sostenuto Salvatore Ligresti è stato possibile realizzare il saccheggio di un’azienda florida. Ridotta al fallimento di fatto (consumato all’inizio dell’estate ed interamente pagato dai piccoli azionisti con l’azzeramento del valore delle loro azioni) e senza che i Ligresti pagassero per le loro responsabilità. Adesso si spera, come in tante vicende italiane, nell’azione della magistratura che sta indagando. Questa faccia del capitalismo italiano non genera ricchezza, ma se ne appropria, l’assorbe e la distrugge. Però è potente grazie alla fitta rete di complicità che è capace di costruire attorno a sé (con, ovviamente, i politici in prima fila).

È logico che questo intreccio di poteri costituisca un ostacolo formidabile per l’esistenza della democrazia; ed è logico che sia una delle cause determinanti dell’arretratezza italiana e della crisi finanziaria dello Stato. Lo scopo essenziale di questo sistema di potere è il duplice controllo delle risorse pubbliche e di quelle private. Decidere a chi prelevare le tasse e a chi redistribuire le risorse pubbliche significa avere in mano la metà del Pil italiano e un potere reale su tutti coloro che devono pagare e che devono ricevere. Per questo nelle vicende siciliane di mafia (ma la stessa cosa vale nelle altre regioni alle quali si estende la penetrazione dei capitali mafiosi) il controllo del territorio si accompagna sempre al controllo delle risorse pubbliche che vi vengono immesse. Di qui la conquista dei partiti e delle istituzioni, ma, soprattutto, il patto con i settori dello Stato e delle forze politiche che garantiscono la continuità di quel potere. Il controllo delle risorse private si realizza attraverso il sistema creditizio in primo luogo. Quante volte abbiamo letto di crediti incagliati cioè non più esigibili, ma concessi senza garanzie a personaggi che non li dovevano ricevere? Ecco una maniera semplice di trasformare il risparmio privato in guadagni illegali. Un’altra sono le manovre di Borsa. Per esempio comprando a debito una S.p.A. facendolo ripagare dalla società acquisita dalla quale si preleveranno (grazie al controllo) guadagni elevatissimi (è stato il caso dei Ligresti, ma anche della conquista di Telecom avvenuta col favore e pilotata dal governo).

In un precedente articolo si erano toccati due problemi della democrazia: il potere del denaro e l’informazione. Possiamo aggiungere il terzo e il quarto problema: il sistema di potere che controlla le istituzioni e le risorse pubbliche e l’intreccio che si realizza con il controllo dei capitali privati.

Sono quattro formidabili ostacoli al pieno dispiegarsi delle potenzialità della democrazia perché ognuno di essi si traduce nell’affermazione di minoranze dedite solo alla conservazione del potere e capaci di utilizzare tutti gli strumenti della libertà per limitarla e soffocarla.

Per ognuno di questi ostacoli un ruolo centrale lo ha la politica perché spetta ad essa dettare le regole, controllare che siano rispettate, prelevare e distribuire le risorse, decidere gli obiettivi di interesse pubblico e verificare che i risultati attesi siano raggiunti. Per questo il rinnovamento della politica è così difficile e la strada si cosparge di rischi e di pericoli.

Borsellino fu ucciso perché, probabilmente, aveva scoperto il patto che legava le diverse facce del potere e fu ucciso, come si documenta nel libro di Deaglio, con l’evidente regia dei servizi segreti cioè degli apparati dello Stato che detengono il monopolio della forza e che la usano senza alcun controllo.

La lezione per noi oggi è tenere a mente sempre che questo patto esiste e che c’è uno stretto legame fra debito pubblico, stato degli apparati pubblici e dei servizi da un lato e, dall’altro, arretratezza, inefficienza, degrado. E che su tutto si eleva una cultura che giustifica e alimenta questo stato di cose esaltando il disinteresse del cittadino verso i beni pubblici e la rincorsa dell’interesse individuale a scapito di tutto il resto.

Non sarà facile sovvertire quest’ordine imposto contro la democrazia, ma ci si deve riuscire altrimenti ogni manovra per raddrizzare la finanza pubblica e ogni tentativo di stare in Europa e, magari, di costituire un’Europa federale è destinato a fallire.

Claudio Lombardi   

La Repubblica democratica: un patrimonio comune, un obiettivo da raggiungere (di Claudio Lombardi)

Nel giorno del compleanno della Repubblica dobbiamo essere consapevoli che questa casa comune che gli italiani hanno costruito è un patrimonio che ci appartiene e che è infinitamente meglio di quello che c’era prima – il regime fascista – e prima ancora – la monarchia. Dobbiamo essere consapevoli che l’architettura che è stata disegnata da chi ha fondato la Repubblica e ha scritto la Costituzione è ancora un quadro di riferimento valido fatto di principi e di indicazioni programmatiche vivi e attuali. Dobbiamo metterci bene in testa che i guai dell’Italia non derivano da un’impostazione sbagliata della nostra Costituzione, ma da scelte politiche che hanno deviato dal disegno costituzionale e da comportamenti di singoli e di gruppi ripetuti nel tempo e tollerati (o premiati) che sono diventati cultura di governo e cultura civile di massa.

Molto si è parlato dell’illegalità come fenomeno orizzontale e come disvalore riconosciuto e condiviso degli italiani, una sorta di minimo comune denominatore. Chiunque può, con la sua esperienza di vita, dire se si tratta di verità o di invenzione, ma la realtà di una presenza diffusa e massiccia di veri  e propri sottosistemi di potere paralleli e intrecciati con quello dello Stato è un fatto che non si può contestare. Creati e sostenuti da chi? Politici, membri di apparati pubblici, affaristi e criminalità organizzata. In pratica una classe dirigente occulta, ma molto potente e feroce che non ha esitato anche in combutta con stati stranieri ad eseguire, coprire ed organizzare stragi, assassinii, ruberie.

Forse all’inizio si è trattato dell’appoggio delle mafie per raccogliere voti, poi ci si è aggiunta la guerra fredda che ha messo la democrazia sotto ricatto perché qualsiasi evoluzione sgradita al blocco di appartenenza si è tradotta in una reazione feroce e occulta. È stato così che al potere formale si è sovrapposto un potere parallelo al di fuori di ogni controllo. Intere regioni sono cadute nelle mani del blocco di potere politico-affaristico-mafioso finalizzato allo sfruttamento violento di ogni risorsa pubblica e privata. Il male che è stato fatto non si misura solo con gli assassinii e con le stragi, ma, con la distruzione delle ricchezze nazionali, con la condanna all’arretratezza dell’intero Meridione e con una deformazione clientelare e corrotta di ogni aspetto della vita pubblica e dell’economia che ha lasciato il segno nell’intero Paese come le vicende attualissime del presidente della Lombardia Formigoni a libro paga di un intrallazzatore di affari in sanità (Daccò) dimostra. Sarebbe interessante calcolare quanti soldi sono stati dilapidati in questo sistema di potere contrastato e conosciuto solo per alcuni squarci di verità grazie all’opera della Magistratura e ad un’opposizione politica e sociale che ha sopportato repressioni durissime.

Questa doppiezza del potere con le sue apparenze e con la sua effettività nascosta e protetta da apparati criminali sia pubblici (come i tristemente famosi servizi segreti deviati) e dalle mafie ha disarticolato il sistema democratico.

Certo, non tutto è stato storia criminale, ma i progressi nella costruzione di un Paese migliore sono stati il frutto di lotte epocali della parte più pulita degli italiani sia al vertice che alla base.

La lista dei caduti è lunga e va dall’umile bracciante ucciso a Portella Delle Ginestre dalle mitragliatrici del bandito Giuliano al soldo di una parte dello Stato, ad Enrico Mattei, ad Aldo Moro, a Falcone e Borsellino, a Guido Rossa, a Marco Biagi. La lista è troppo lunga e arriva fino ai nostri giorni passando per pagine vergognose e indegne di un regime democratico come è quella dell’aggressione di polizia alla scuola Diaz a Genova nel 2001.

Tutto ciò ci dice che la strada per dire che abbiamo costruito un regime democratico è ancora lunga e che non mai stato facile farlo né lo è adesso né lo sarà da adesso in poi.

Ecco perché non c’è ingegneria costituzionale in grado di farlo di per sé e di tener testa a questa combinazione micidiale di poteri occulti e reali, formali e sostanziali fondati sul consenso di un elettorato sottoposto a ricatti, a pressioni, spaventato con le stragi e con la severità della legge verso i più deboli o blandito con il clientelismo, la corruzione e con il permesso di violare la legalità.

Per questo suona male che in questi tempi di crisi un Parlamento delegittimato perché incapace di formare una maggioranza politica e di approvare una legge elettorale di minima decenza si metta a scrivere grandi riforme della Costituzione.

Già è successo con la legge costituzionale che vieta l’indebitamento dello Stato, una legge giudicata da molti stolta e ottusa e da altri perfettamente inutile. Ora si fa il bis con norme approssimative che cambiano ben poco di sostanziale, ma che aprono la strada ad un cambio di forma di governo spingendo ancora di più verso quella personalizzazione della politica che ha già fatto troppi danni.

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica dotato di poteri analoghi a quello francese appare l’ennesimo sviamento dalla sostanza dei problemi fosse solo perché gli italiani non cercano un condottiero, ma onestà, verità, trasparenza e serietà.

La sostanza dei problemi è che l’Italia deve ancora completare la costruzione di uno Stato unitario fondato su un patto sociale e su una religione civile che faccia di ogni cittadino un protagonista consapevole e attivo, dotato di poteri e di responsabilità, di diritti e di doveri.

Riuscirci è l’augurio migliore che si possa fare alla nostra Repubblica e a noi stessi.

Claudio Lombardi

Intercettazioni: ciò che interessa ai cittadini e il comodo bavaglio (di Alessandro Cossu)

Ci risiamo. Ogni qual volta le intercettazioni riguardino da vicino il mondo della politica o esponenti ad esso prossimi, riparte la guerra contro il loro uso, al grido di “buttiamo via i soldi”, “cose penalmente irrilevanti”, “la macchina del fango”, e così via.

Questi carissimi benpensanti, che si nascondo anche dietro i microfoni di network televisivi e radiofonici in cui si definiscono “indipendenti” e “amanti della sola giustizia”, sostengono però un mare di banalità e molte volte vere e proprie falsificazioni. Tra tutti questi, mi ha particolarmente colpito l’uscita di Massimo D’Alema, indignato da “questa valanga di intercettazioni che di penalmente rilevante non hanno nulla”. Che tempismo, mister Max, e chissà perché questa uscita solo ora.

Partiamo anzitutto con il valore economico delle intercettazioni. In effetti, secondo i dati forniti da Eurispes, l’incremento delle intercettazioni negli ultimi 7 anni è stato notevole: se nell’anno 2001 i telefoni intercettati erano 32.000 circa, nel 2002 sono diventati 45.000, nel 2003 quasi 78.000, nel 2004 quasi 93.000, nel 2005 oltre 107.000, con un ulteriore incremento nell’ultimo biennio sino a giungere al numero di 112.623 nell’anno 2007.

La spesa complessiva nel periodo 2001/2007 è stata di € 1.600.000.000 e ha raggiunto la somma di € 224.000.000 nel 2007, pari a poco meno del 3% del Bilancio del Ministero della Giustizia.

I costi delle indagini variano in relazione alle tariffe praticate dalle società private che si occupano della materiale attività di intercettazione, non avendo lo Stato strutture adeguate, in assenza di una normativa destinata a calmierare e unificare questo ricco “mercato”. In secondo luogo, potrebbe accadere che il costo apparentemente notevole di una singola inchiesta, potrebbe essere ampiamente coperto se non addirittura superato dal denaro recuperato attraverso le successive fasi processuali. Nel caso delle intercettazioni che hanno riguardato Antonveneta, la spesa di circa € 7.900.000,00 è stata “surclassata” dalle restituzioni e dai risarcimenti di coloro che hanno patteggiato la pena, giunti ad oggi ad un importo vicino ad € 350.000.000,00.

O, ancora, i risultati di una inchiesta condotta  a Firenze su di una azienda locale, permetteranno da soli di coprire il costo dell’intero anno di lavoro.

Al di là poi della copertura economica, lascio a voi immaginare come si potrebbero mandare avanti indagini in settori come la criminalità organizzata, il terrorismo, o la corruzione senza poter fare ricorso alle intercettazioni. Anche qui, i miei cari benpensanti hanno risposto dicendo: “così gli investigatori ricominceranno a fare il lavoro di indagine vero”. Come a dire che sebbene io possa utilizzare un aereo per andare da Roma a New York debba andarci con una barca a vela. Così ricomincio a viaggiare come una volta. E chissà perché poi, molti di questi stessi sostenitori non rinuncino alla loro bella auto blu a favore di una bicicletta, così potrebbero ricominciare a pedalare.

Come tutti sapete, il nuovo tentativo di imbavagliare l’informazione, franato più volte sotto la spinta popolare, è il risultato delle intercettazioni su uno degli uomini meno noti ai più, ma presente e pesante lì dove conta, Bisignani. Le trascrizioni delle intercettazioni che lo riguardano, anche lì dove non ci siano risvolti penalmente rilevanti, credo però siano fondamentali per l’opinione pubblica, per tutti noi. Come avremmo potuto avere una fotografia più nitida dello spessore culturale e gestionale di un uomo come l’ex Direttore Generale della Rai Mauro Masi? O dei movimenti intorno al servizio pubblico per fare di tutto per far scendere gli ascolti della Rai a favore del suo diretto concorrente? O capire ancora, al di là delle belle dichiarazioni di facciata, degli amorevoli scambi di opinioni sui diversi componenti della maggioranza? Della reale tenuta politica di una maggioranza parlamentare raccogliticcia?

E’ anche se tutto questo non avesse rilevanza penale (visto che saranno poi i Tribunali veri a dircelo ufficialmente), fa emergere un sistema in cui “eminenze grigie”, come si sarebbe detto una volta, possono permettersi di dettare una linea politica o una strategia di azione a organi dello Stato. Penalmente rilevante no, ma stomachevole e ributtante si, non credete? E senza neanche bisogno di ricordare gli aggettivi e le espressioni utilizzate durante queste conversazioni.

Non voglio certo sostenere che sia giusto mettere in piazza i fatti di tutti, ma ricordiamoci sempre che stiamo parlando di personaggi pubblici, e che, come tali, non possono non vedere ristretta la loro sfera privata. Vale la pena ricordare che in molti luoghi del mondo è bastato molto meno per far sparire dai parlamenti e dalla politica personaggi anche di primissimo piano. Da noi no,  tutti uniti in coro a dire che “lo scandalo non è nei comportamenti tenuti, piuttosto nella pubblicazione di intercettazioni che di penalmente rilevante non hanno nulla”. Gli stessi che poi vi ricorrono in quantità industriali per eliminare un concorrente sgradito al gruppo di riferimento.

Credete davvero, voi signori, che in una epoca come questa una leggina bavaglio servirà davvero a salvarvi dai vostri comportamenti? O forse varrebbe la pena che per una volta vi convinceste che i cittadini sono molto meglio e meno facilmente raggirabili di quanto voi pensiate?

Alessandro Cossu

Una vera grande riforma: i cittadini padroni di casa della Repubblica (di Claudio Lombardi)

Ancora notizie che fanno riflettere. Un signore privo di qualunque titolo per intervenire in faccende istituzionali e di area governativa si rivela essere lo snodo concordemente riconosciuto da autorevolissimi esponenti politici , dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza nonché dei vertici di aziende pubbliche (Rai, Eni) per decisioni importanti che sembra pilotare secondo logiche di potere che vanno ben oltre la modestia della sua persona.

Ciò che si sa finora dell’inchiesta su Bisignani fa intravedere elementi di una gestione parallela dello Stato e delle istituzioni che si svolge all’ombra di quella legittima e che mira ad interferire con le procedure e le decisioni che in quest’ambito vengono prese.

Lungi dallo scandalizzarsi ecco che Berlusconi, Presidente del Consiglio, e il suo fido Ministro della giustizia nonché pseudo segretario del PdL, si lanciano in attacchi ai magistrati colpevoli di aver scoperto questa trama che è stata definita dagli stessi PM un sistema criminale che agisce con modalità proprie delle associazioni di tipo terroristico e mafioso.

Senza preoccuparsi di apparire sostenitori del potere occulto gestito da quel “sistema criminale” emettono già la loro sentenza. Trattasi di “fatti irrilevanti” per scoprire i quali si sono spesi troppi soldi e, quindi – ecco la proposta del Governo – è urgente cancellare o limitare i mezzi di indagine che consentono di scoprire simili reati.

Con tutta evidenza si tratta di una dichiarazione di sostegno esplicito ai poteri occulti che tramano contro lo Stato democratico. Per aiutarli si cancellano strumenti di indagine sulla criminalità e si sabota il lavoro della magistratura. Ora si capisce ancora meglio il motivo per il quale il capo del Governo conduce da anni una sua personale guerra ai magistrati. Non si tratta solo di sfuggire alle sue responsabilità e ai reati di cui sembra proprio responsabile, ma anche di coprire la costruzione di un potere parallelo a quello legittimo che usa i mezzi dello Stato e gli strumenti istituzionali per sovvertire la democrazia. Ecco perché tanto accanimento sordo ad ogni ragionevolezza.

Problema Napoli. Situazione nota in tutti i suoi aspetti ormai, necessita di un grande sforzo per preparare un sistema diverso di gestione dei rifiuti da realizzare però mentre i rifiuti continuano ad essere prodotti e devono essere smaltiti. Il nuovo sindaco ha le idee chiare e l’appoggio di una parte dei napoletani. Ma è evidente che senza l’aiuto del Governo nazionale non si riuscirà a fare le due cose insieme in un contesto, tra l’altro, profondamente inquinato dalla criminalità camorristica collusa da sempre con una parte della politica.

Lo ha detto chiaramente il Presidente della Repubblica che occorreva un decreto legge che consentisse di trasferire i rifiuti in altre regioni in modo da guadagnare il tempo necessario a far partire il nuovo sistema.

Ma il Governo non lo fa. La Lega dice di no per far vedere che non ha perso la sua identità dopo tanti anni passati nelle stanze del potere e lo fa mostrando la faccia feroce di fronte ad una città in ginocchio che ha solo bisogno di essere aiutata.

Berlusconi è felice che si avveri la sua profezia: “ i napoletani si pentiranno moltissimo” di aver eletto De Magistris e ci si mette d’impegno per assecondarla. Ognuno conduce il suo gioco e fa i suoi interessi sulla pelle degli italiani. Sì perché questa è gente che ha il potere e che dirige le istituzioni. La loro missione dovrebbe essere risolvere i problemi costruendo il futuro del Paese e, invece, si fa gli affari suoi e rivendica pure il suo diritto di farseli in santa pace e di non essere disturbata dalla legge.

Intanto non la crisi economica globale, ma l’incapacità di gestire una delle economie più importanti del pianeta e i mezzi che lo Stato ne trae per svolgere i suoi compiti, costringerà gli italiani a pagare un conto salatissimo con la manovra finanziaria che sta scrivendo Tremonti.

Il quadro è molto brutto e ci colpisce come cittadini perché sentiamo che le forze politiche alle quali è stato dato con il voto il potere di governare non sono degne di fiducia e di stima. Sentiamo che il nostro Governo è delegittimato e inquinato da gentaglia che siede ai vertici e nel sottobosco e che somiglia sempre più, nei gesti, nelle azioni e nelle parole, a quei boss mafiosi e a quei golpisti che abbiamo visto in decine di film e fiction televisive. Questa, però, è realtà e pone tutti noi di fronte all’angosciante evidenza che non basta comportarsi bene e compiere il proprio dovere se poi lo Stato e le istituzioni sono piene di gente di malaffare. Il problema non è limitato al Governo, ma si estende al Parlamento, alle regioni, agli enti locali e a tutto il mondo che dipende dalla politica.

Non sono tutti uguali, ci sono tanti politici onesti e capaci e ci sono formazioni politiche che sono distanti dal metodo mafioso e golpista che domina il panorama politico. Però ancora appaiono deboli ed incerti, ancora non riescono a mobilitare l’opinione pubblica e a farsi seguire. Probabilmente perché non capiscono e non rappresentano la novità di cui si avverte il bisogno.

Il nuovo c’è già però, si afferma nella società civile, si è manifestato nelle elezioni e nei referendum, trova nuove forme organizzative, ma non esprime una sua rappresentanza nelle istituzioni.

Ecco una bella idea per i partiti che vogliono rinnovarsi sul serio: far entrare nelle istituzioni la società che oggi ne è esclusa. Non si tratta di cedere qualche posto, ma di una profonda riforma della politica che dovrebbe toccare i contenuti e raccogliere e potenziare la cultura civica che si sta affermando fra gli italiani. Non si chiede solo a qualche partito di farsi delegare dai cittadini, ma si chiede di costruire un sistema diverso nel quale i cittadini divengano i padroni di casa della Repubblica e, da padroni di casa, caccino i mafiosi, gli affaristi e i golpisti che occupano lo Stato

Claudio Lombardi

Faccendieri all’assalto dello Stato: i partiti che fanno? (di Claudio Lombardi)

“Un sistema criminale” che agisce con le “modalità operative tipiche delle più sofisticate compagini associative di stampo terroristico e mafioso”. Quelli che gestiscono questo sistema vengono definiti “mercanti in nero di notizie e informazioni segretate e riservate”. In questo modo i pubblici ministeri di Napoli, dopo un anno di indagini e dopo aver raccolto tantissimo materiale documentale proprio con quelle intercettazioni che questo Governo voleva rendere impossibili, hanno definito il sistema messo in piedi da Luigi Bisignani.

E chi sono gli interlocutori di questo sistema? Generali a capo dei servizi segreti, i vertici del Governo e della Rai, finanzieri, manager delle aziende controllate dallo Stato, i sindaci di importanti città.

Con chi parlano, trattano, decidono? Con colui che adesso definiscono “lobbista”.

E come mai un lobbista che non si capisce per chi si dia da fare viene ascoltato da chi ha in mano apparati delicati  e potenti, da illustri esponenti del Governo, dai vertici di aziende pubbliche e anche dal sindaco di Roma? E non solo viene ascoltato, lo si fa partecipare a decisioni importanti.

Domande semplici alle quali c’è un’unica risposta: il potere che segue vie che non sono quelle della democrazia, ma quelle dei gruppi che si sono impadroniti dello Stato.

Una nuova P si dice, la numero 4; ovvero una nuova associazione segreta come fu la P2 trenta anni fa, con la quale si costruisce un sistema di gestione parallelo del potere da affiancare e sovrapporre a quello istituzionale.

Nel sistema spiccano al primo posto gli esponenti politici che non disdegnano affatto, loro, pseudo rappresentanti della volontà popolare, pseudo uomini delle istituzioni di affidarsi ai servizi del faccendiere di turno non eletto da nessuno, rappresentante di niente, ma accreditato di un’influenza superiore a quella di tutti gli eletti e di tutti i politici. Un’influenza che lo porta ad intervenire in faccende delicate e riservate senza che mai gli si opponga un veto, quello che sgorgherebbe spontaneo da chi dovrebbe avere le mani pulite e la coscienza di essere parte di un sistema democratico non affaristico malavitoso.

Ecco in cosa consiste la volontà popolare tanto spesso invocata da tanti che se la prendono e ci fanno quello che vogliono, pronti a consegnare l’autorità delle istituzioni pubbliche nelle mani di un faccendiere.

In questo momento una domanda viene prima di tutte, perché del resto si occupano, per fortuna, i magistrati, quelli che Berlusconi voleva e vuole a tutti i costi mettere a tacere.

Cosa ci stanno a fare i partiti? Come viene gestito il potere nel nostro Stato democratico?

Veramente anche stavolta è chiaro come la politica si sia ridotta a un mercato nel quale si vende e si compra la volontà dell’elettore. E lo si fa prendendolo in giro come si è visto anche nella sceneggiata di Pontida annunciata come una svolta risolutiva e ridotta ad una presa in giro di chi attendeva una parola chiara anche se mascherato da guerriero celtico. O come si vede ad ogni tornata elettorale quando si promette di tutto all’elettore ben sapendo che quelle promesse non saranno mai mantenute.

Poi, nei fatti, ci si comporta come un gruppo di conquistatori che si dividono il bottino. Ecco l’immagine che viene confermata da questa inchiesta.

In realtà non tutta la politica è così come dimostrano i referendum e le elezioni amministrative e si può solo sperare che cresca questa parte che è forte perché è fatta di partecipazione vera.

Il vento cambia dice uno slogan di queste settimane. Speriamo che porti gente nuova e spazzi via coloro che tradiscono la fiducia dei cittadini, che tramano per distruggere la libertà dei cittadini e la democrazia; quella vera, non quella delle sceneggiate che mettono un cosiddetto capo di fronte al popolo. Lasciamo le sceneggiate ai poveretti disposti a farsi prendere in giro.

La vera democrazia è quella che permette ai cittadini di sapere come viene gestito il potere, che permette la partecipazione alle decisioni e che attribuisce a loro un ruolo di controllo delle politiche pubbliche.

Claudio Lombardi