Il reddito di cittadinanza alla prova dei fatti

Parte il reddito di cittadinanza : dove andrà  a finire? E’ chiaro, nell’inferno dei Centri per l’Impiego!

Oggi i cittadini possono presentare la domanda per il reddito di cittadinanza presso le poste, i Caf o tramite internet, e attendere poi la risposta dell’Inps entro (presumibilmente in questa prima fase) il 15 aprile (poi dovrà essere entro cinque giorni) e nel caso di accettazione (dopo controllo dell’Isee e dei requisiti) vedersi accreditare entro i primi di maggio sulla Post-Card i soldi da spendere.

Tutto facile e tutto semplice, peccato che le ombre sono ancora moltissime sulla norma simbolo del governo a cominciare dalla partenza senza che il Decreto Legge 4/2019 sia diventato legge e quindi con la possibilità di qualche modifica (per esempio si prevedono regole più complesse per gli extracomunitari e verso le coppie separate), mentre è ancora più complessa la situazione dell’assunzione come co.co.co dei Navigator, figura determinante per assistere i beneficiari presso i Centri per l’impiego sia per la ricerca del lavoro che per l’accesso ai corsi formativi (quali? dove? Non si sa).  Insomma si parte, ma la macchina amministrativa ancora non c’è.

Il reddito di cittadinanza è un provvedimento troppo ambizioso e quindi eccessivamente complesso. Si vuole, di fatto,  con un solo strumento risolvere più questioni di enorme impatto quale la povertà, il lavoro, il reddito e l’assistenza, troppe cose insieme che avrebbero bisogno di soluzioni diverse e anche di diversi approcci. Poi ci sono anche troppi enti coinvolti, Anpal-Cpi ,Inps, Poste, Comuni per non parlare dei Caf , una miscela esplosiva in un Paese burocraticamente incasinato, che non potrà che rendere il processo maggiormente  lento e confuso, con competenze che si rincorrono e si accavallano e scambi di dati che produrranno per lo più tempi lenti e risposte inesatte.

“Abolire la povertà” è un sogno e un grande obiettivo che presuppone strumenti semplici e regole chiare che il Rei sembrava in tutta la sua difficoltà aver assolto, certo l’importo poteva essere troppo basso e la platea dei beneficiari troppo esigua ma si poteva ragionare su questa base invece di creare un “mostro” che non ha se non in partenza importi più alti e una platea più ampia.

Prendiamo ad esempio  l’importo simbolo del reddito di cittadinanza,  i 780 euro al mese. È un importo che è bene ricordare si compone di due distinte somme:  i 500 euro quale integrazione reddituale per un single con un reddito pari a 0 (zero) e 280 euro di contributo nel caso in cui la stessa persona debba pagare l’affitto di casa.  Mi chiedo: come si può pagare un affitto avendo reddito zero? E se così fosse non è passibile di controllo dell’Agenzia Entrate? Non è forse un cittadino che magari svolge lavoro in nero?  E se fosse così gli conviene ……scoprirsi? Non dimentichiamo che la normativa del Rdc prevede tutta una serie di pesanti sanzioni.  Ovviamente nel caso di reddito Isee invece pari ad esempio 2500 euro l’integrazione reddituale scende (6000-2500 = 3500 pari 291,66 euro mese) e via dicendo, quindi possiamo affermare che la misura standard e bandiera del reddito di cittadinanza è effettivamente piuttosto alta.

Ma quanti lo richiederanno? Il provvedimento richiede delle dichiarazioni piuttosto complesse come la compilazione della DSU che contiene  molte indicazioni sui redditi e sulle residenze dei familiari ed è necessaria l’assistenza  dei Caf per la corretta compilazione. Come già detto, inoltre, le sanzioni sono piuttosto elevate  qualora le informazioni fornite si dimostrino “inesatte e/o false”. Non dimentichiamo poi che  tutti i soggetti del nucleo familiare del richiedente il Rdc dovranno attivarsi per la ricerca di un lavoro, partecipare a colloqui, come indicato dal Patto per il Lavoro che dovrà essere firmato una volta ottenuto il diritto all’importo.

Insomma si sono messi insieme sostegno ai poveri e politiche attive del lavoro, senza averne però i mezzi e gli strumenti, senza capire cosa faranno i famosi “navigator” e quali saranno  le loro competenze e le loro capacità, senza rendersi conto che spesso manca la materia prima: le offerte di lavoro! Le aziende è presumibile che andranno presso i CPI oppure li ignoreranno del tutto? Le aziende storicamente non si sono mai fidate dei Centri per l’impiego , li hanno sempre visti come Enti inutili e carrozzoni burocratici  e non capiamo perché dovranno farlo ora, in fondo il risultato da cui si parte è scoraggiante, solo il 3% trova lavoro in Italia grazie ai CPI! Sarà possibile senza una programmazione seria e senza investimenti corposi invertire la rotta dei Cpi? La paura è che il reddito di cittadinanza seppur riuscirà a superare i troppi ostacoli “brucerà” nell’inferno dei Centri per l’impiego, da dove molti si sono già scottati e altri definitivamente perduti!

Alessandro Latini

Working poor: lavoratori a rischio povertà

Di povertà si parla molto, ma nel presupposto che la cura più efficace sia il lavoro. E invece anche lavorando si può diventare poveri. Nei giorni scorsi Eurostat ha diffuso uno studio sulla In-work poverty in EU relativo al 2016 cioè sui lavoratori maggiori di 18 anni di età a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. Ebbene l’Italia si colloca al quinto posto per numero di lavoratori poveri dopo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il dato è l’11,7% degli occupati. In un solo anno. Quanti saranno in futuro? Cresceranno o diminuiranno? E quanti di loro diventeranno pensionati poveri?

Milioni di persone povere o a rischio di diventarlo che crescono nel corso degli anni rappresentano un problema sociale che può diventare ingestibile e causa di enormi tensioni oltre che di drammi umani. Secondo Censis Confcooperative c’è il rischio che nei prossimi trent’anni i poveri crescano di sei milioni di persone. Che poi sarebbero i giovani di oggi. Le cause sono quelle ben conosciute del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, della discontinuità contributiva causata dal precariato e delle retribuzioni troppo basse. Inevitabile che ciò si ripercuota sulla pensione futura. Di fronte a questa realtà poco possono fare la nuova indennità di disoccupazione (la Naspi), il Reddito di inclusione attiva già in vigore da quest’anno e anche un ipotetico reddito di cittadinanza. A meno che quest’ultimo non diventi il sostituto di un vero reddito da lavoro, uno stipendio di Stato.

Il problema è che le retribuzioni in Italia sono generalmente basse. Quelli dei nuovi impieghi in modo particolare. Così è normale considerare il livello dei mille euro al mese come un traguardo più che rispettabile per un giovane quando è noto che può, forse, esserlo in una provincia del Mezzogiorno, ma non certo in una città del Centro-Nord. E poi mille euro al mese per quanto tempo? La questione delle basse retribuzioni ha una sua specificità tutta italiana. È noto infatti che le retribuzioni italiane sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. Se poi si prende in esame anche l’aspetto dei servizi, da quelli di pubblica utilità al welfare, il confronto penalizza ancor più il nostro Paese.

La crescita del Pil che è finalmente arrivata non sembra aver modificato questa situazione. E nemmeno l’aumento dell’occupazione che pure c’è stato. Tuttavia il problema grava sulle mansioni meno qualificate perché, di contro, c’è domanda per lavoratori specializzati e tecnici che il sistema dell’istruzione non prepara in numero sufficiente (e che non sono intercettati e indirizzati dai servizi per il lavoro). Sicuramente non si tratta solo delle conseguenze della crisi, ma di un mutamento epocale che è composto da più elementi. La globalizzazione ha spinto lontano dall’Italia le produzioni a minor valore aggiunto determinando una tensione nei rapporti di forza tra le componenti sociali e una contrazione generale delle retribuzioni nei livelli bassi e medi. Mentre le mansioni dirigenziali, i professionisti e i tecnici ai più alti livelli nonché gli imprenditori attivi sui mercati globali hanno goduto di una redistribuzione della ricchezza a loro favore. È significativo che da molti anni le notizie sui guadagni dei top manager e di chi manovra le leve della finanza vengono accolte con fatalismo e rassegnazione.

In Italia abbiamo poi avuto una tappa speciale in questo processo di redistribuzione: il passaggio dalla lira all’euro. In quegli anni un grande economista, Marcello De Cecco, intravide subito lo spostamento di ricchezza a favore di chi fissava i prezzi e a danno di chi poteva solo pagarli. Così si esprimeva in un’intervista del 2011.

“Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.” E ancora: “Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille”.

Eppure i dati di Bankitalia sui bilanci delle famiglie (anno 2016) mostrano un incremento medio significativo del reddito. Il problema è che sempre più va a beneficio degli anziani, del Nord e delle città e sempre meno ai giovani, alla provincia e al Sud. E non basta a scongiurare il rischio povertà che grava su una elevata percentuale delle famiglie. In particolare si tratta di quelle con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Aumentano anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Infatti nel 2016 il 5% deteneva il 30% della ricchezza complessiva mentre al 30% delle famiglie più povere andava invece l’1% della ricchezza.

Se dietro ai dati si considera la vita reale delle persone non si può dire loro di rassegnarsi perché l’incertezza è il segno di quest’epoca. E nemmeno che nel lungo periodo migliorando i sostegni sociali, la formazione e le politiche attive del lavoro tutto andrà, forse, meglio. Il voto del 4 marzo racconta anche di un’esigenza di essere presi sul serio che molti elettori hanno voluto manifestare votando i partiti che non dicevano loro di stare buoni e tranquilli, ma li invitavano a prendere una posizione netta. È rimasto penalizzato il Pd che non è riuscito a trasmettere il senso della sua serietà. Eppure il primo a superare i vincoli del rigore era stato il governo Renzi con la restituzione fiscale degli 80 euro, la defiscalizzazione delle assunzioni, i nuovi ammortizzatori sociali, il reddito di inclusione. Chi avrebbe potuto fare di più in quegli anni?

Claudio Lombardi

Povertà e Rapporto Oxfam: un metodo fuorviante

Che la profezia marxiana sulla progressiva e ineluttabile concentrazione del capitale nelle mani di pochi si stia avverando? Devono averlo pensato in molti, ieri, leggendo i resoconti sul consueto rapporto anti-Davos di Oxfam, significativamente intitolato “Un’economia per il 99 per cento”. La “notizia”, quest’anno, è che nelle mani di otto sole persone si troverebbe altrettanta ricchezza che in quelle di altri 3,75 miliardi individui, ossia la metà più povera dell’umanità. Tutta colpa del neoliberismo, ca va sans dire.

poveri del mondoSe davvero il livello di concentrazione della ricchezza fosse questo, sarebbe stupefacente non vedere gli eserciti dei miliardi di poveri dare l’assedio alle ville stralussuose di un pugno di privilegiati. Fortunatamente, le cose non stanno esattamente in questi termini. Oxfam, infatti, usa una metodologia ardita, che porta a conclusioni davvero bizzarre. Il principale limite del lavoro sta nello strumento scelto per misurare la ricchezza: da un lato la lista dei miliardari della rivista Forbes, dall’altro il Global Wealth Report di Credit Suisse. Entrambi guardano alla “ricchezza netta“, cioè alla differenza tra attività (case, liquidità, azioni e obbligazioni, eccetera) e passività (mutui e altri debiti). E’ un indicatore importante sotto molti profili, ma non necessariamente è una buona misura del patrimonio dei singoli individui. I debiti finanziari, in particolare, non andrebbero confrontati col capitale accumulato, ma col valore attuale netto dei redditi futuri (con cui il debito stesso verrà ripagato). Operazione, ovviamente, impossibile. Ignorare questo aspetto, però, comporta degli autentici paradossi.

disuguaglianza ricchi e poveriQualche esempio: secondo i dati di Credit Suisse ripresi da Oxfam, il numero di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari negli Stati Uniti (85 milioni) sarebbe appena più basso di Russia e Brasile (entrambi attorno ai 102 milioni), dove il reddito pro capite è meno della metà. La percentuale di adulti con patrimonio negativo (cioè indebitati) in nord America e in Europa (rispettivamente 9 e 10 per cento) è uguale a quella africana e nettamente superiore a quella cinese (6 per cento). Gli europei che, pur avendo una ricchezza netta positiva, appartengono al quintile più povero (7 per cento) sono gli stessi dell’America Latina e surclassano i cinesi (1 per cento). Gli adulti europei appartenenti al quintile più basso della popolazione mondiale (101 milioni) superano sia i cinesi (72,4 milioni) sia i latinoamericani (69,9 milioni). Secondo questa metrica, il paese coi poveri più poveri (perché hanno una ricchezza netta pericolosamente sbilanciata in campo negativo) è tenetevi forte la Danimarca, dove il 10 per cento più ricco della popolazione avrebbe in mano addirittura il 73,7 per cento della ricchezza netta, contro il 56,6 per cento della Gran Bretagna.

La ragione per cui, in questa peculiare classifica, la neoliberista Londra batte la welfarista Copenaghen sul terreno dell’equità è la stessa per la quale nel 2016 i “super paperoni” che detengono la stessa ricchezza netta della metà più povera della popolazione mondiale sono solo 8, contro i 62 del 2015. Come spiega Credit Suisse, semplicemente, molti, anche nel mondo in via di sviluppo, stanno iniziando a contrarre debiti. Il fatto che individui relativamente poveri facciano un mutuo per comprare casa o avviare un’attività, però, non è un indice di impoverimento, ma un segno di fiducia nel futuro e nella propria stessa capacità di ripagare il dovuto.

globalizzazioneSimmetricamente, Oxfam passa disinvoltamente a seconda dei casi e addirittura a seconda dei Paesi dalla povertà alla diseguaglianza. Povertà e diseguaglianze sono entrambe questioni serie, ma concettualmente molto diverse: una nazione in cui nessuno possiede nulla è povera ma non diseguale; una in cui 1’1 per cento della popolazione è miliardario, e il restante 99 per cento “solo” milionario, è diseguale ma non povera. Ovviamente, nel mondo reale, le due cose si incrociano, ma vanno tenute ben distinte, anche perché non necessariamente le politiche adeguate per curare l’una sono anche adatte per affrontare l’altra.

Nell’ansia di lanciare numeri sconvolgenti (otto individui contro 3,75 miliardi), rimangono in ombra gli enormi progressi compiuti nell’epoca della globalizzazione. Tra il 1990 e il 2010, la quota di persone in condizioni di povertà estrema, a livello globale, è crollata dal 43 al 21 per cento. Anche la diseguaglianza si è significativamente ridotta: uno studio di Tomas Hellebrandt e Paolo Mauro ha mostrato che, tra il 2003 e il 2013, l’indice di Gini a livello globale è calato sistematicamente, e continuerà a farlo. La stessa distribuzione dei redditi a livello globale messa a disposizione assieme a moltissimi altri dati da Max Roser sul suo sito OurWorldinData.org evidenzia una progressiva crescita del ceto medio.

La diseguaglianza non si crea a tavolino

La diseguaglianza è invece spesso cresciuta a livello nazionale (Italia inclusa) e questo interroga sia il nostro modello di sviluppo sia l’efficacia delle nostre politiche. Ma non autorizza a chiudere gli occhi di fronte a un benessere maggiore e più diffuso che mai nella storia dell’umanità. La selettività di Oxfam è funzionale, più che a una descrizione o comprensione dei fenomeni, a una narrazione nella quale tutto cambia (in peggio) tranne il capro espiatorio: il neoliberismo. Si legge nel rapporto: “Un’economia umana combatte il modo in cui la globalizzazione è stata usata per consolidare i principi neoliberisti che mettono i paesi l’uno contro l’altro nella corsa al ribasso su fisco e salari”. Come se l’economia globale fosse una gigantesca quanto cinica partita a Risiko, e come se il mondo non fosse enormemente più complesso della dickensiana favola di Natale.

Carlo Stagnaro tratto da http://www.brunoleoni.it

La crisi Usa che non si vede

In questi anni i mezzi di informazione ci hanno dato l’idea che mentre gli Stati Uniti dove è nata la crisi ripartivano l’Europa rimaneva nel pantano. La stampa anglofona definisce l’Unione Europea come un sistema non riformabile e considera il nostro welfare insostenibile. Si pensi a Wolfgang Münchau che afferma tutti i giorni che l’euro imploderà domani, sostiene che il sistema pensionistico tedesco collasserà e considera la Francia una Germania dell’Est dei nostri giorni, salvo poi dover ammettere che probabilmente Parigi ha beneficiato dell’euro almeno quanto Berlino. Federico Rampini che da molti anni vive dall’altra parte dell’Oceano afferma che per gli americani l’Europa è una grande repubblica di Weimar, incapace di guarire dai suoi mali. Eppure non sono così sicuro che da un lato vi sia l’America che corre e dall’altro l’Europa che sprofonda. La crisi Usa c’è, ma non si vede. E’ una crisi di città e non di sistema.

crisi Flint UsaDi recente l’Internazionale ha tradotto in italiano un articolo del Time dedicato a Flint, piccolo centro del Michigan alle prese con una drammatica crisi sanitaria. Flint, fondata nel 1908, è nota perché è stata la cittadina in cui è nata la General Motors. Negli anni settanta contava circa 30.000 abitanti, contro i 20.000 attuali. Dal 2011 ben quattro commissari straordinari si sono alternati alla guida della città. Le famiglie più agiate sono andate via, la popolazione della città oggi è a maggioranza afroamericana ed il reddito medio è pari alla metà di quello del Michigan.

Nel 2011 la vicina Detroit, oltre 4 milioni di abitanti, anche lei con una storia legata all’automobile ed anche lei in declino demografico, ha dichiarato default ed ha stralciato 8 dei suoi 20 miliardi di debiti. Oltre a tagliare i servizi pubblici e le pensioni degli ex dipendenti comunali, Detroit ha “ritariffato” i servizi dell’acquedotto di sua proprietà. Il commissario straordinario di Flint ha deciso che la città si sarebbe sganciata dal sistema idrico di Detroit e che Flint avrebbe costruito un suo acquedotto che però non sarà in funzione prima del 2019. E’ stato poi stabilito che Flint nel breve e medio periodo si sarebbe rifornita d’acqua dall’omonimo fiume che l’attraversa la città, scelta discutibile per un centro con una storia industriale.

Detroit abbandonataUn fortunato romanzo di un autore emergente, Philippe Meyer, si intitola Ruggine americana, è ambientato all’inizio del millennio e racconta il declino economico e demografico di una vallata che è stata un tempo un’area industriale: chi può scappa via, chi non può fronteggia non solo problemi economici ma anche problemi sanitari tra cui la depressione. Nel caso di Flint la ruggine non è solo la metafora di una terra che non si è adeguata ai tempi, ma è anche una sostanza che abbonda nell’acqua che esce dai rubinetti. Il già citato articolo racconta che nonostante i molti pareri negativi, che tra l’altro erano anche superflui perché tutti sanno che non è normale che l’acqua abbia odore e colore, per circa due anni è stato detto ai cittadini di evitare di farsi condizionare da allarmi infondati, eppure 87 persone sono state infettate e 10 sono morte.

ruggine americanaUna parte dell’America è profondamente colpita da un declino industriale cominciato molto prima del collasso di Lehman Brothers nel 2008. Nel complesso gli Stati Uniti hanno retto l’urto delle delocalizzazioni verso la Cina ed altri paesi asiatici perché la vecchia base industriale è stata sostituita da una nuova fatta di aziende che negli USA non producono ma conservano le attività ad elevato valore aggiunto; oggetti simbolo di questa nuova base industriale sono gli i-phone e i-pad della Apple che sono prodotti in fabbriche asiatiche, ma sono progettati e commercializzati in uffici americani. Nel libro La nuova geografia del lavoro Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, racconta che il declino dei tradizionali settori industriali e l’emergere di nuove produzioni ad alto contenuto tecnologico o comunque ad elevato valore aggiunto ha modificato la geografia economica degli Stati Uniti. Da tali dinamiche hanno tratto vantaggio l’area di Seattle, dove ha sede la Microsoft, la Sylicon Valley in California e New York, città del distretto finanziario. Parallelamente altre aree urbane hanno affrontato un inesorabile declino. Alle “Valley” dell’innovazione tecnologica si contrappongono le “Valley” della ruggine.

dollari e disparitàDice Moretti che dagli anni ottanta negli Stati Uniti si è verificata una “grande divergenza” sia in termini di disparità di reddito e di patrimonio (quella di cui si interessano Piketty, Atkinson e Stiglitz) ma anche in termini geografici. Se in Europa infiamma il dibattito sulle divergenze tra la Germania e le sue sorelle minori da un lato ed i paesi mediterranei dall’altro, negli USA la divergenza si misura tra le contee, e può benissimo accadere che in tre ore d’automobile vi siano un cimitero industriale ed un distretto tecnologico. Le disparità geografiche negli Stati Uniti forse sono più graffianti che in Europa, tuttavia sono meno visibili e meno al centro del dibattito politico sia perché si registrano tra contee e non tra Stati, sia perché si registrano in un contesto che a differenza dell’Unione Europea ha concluso la sua fase costituente.

Fonti americane stimano un’aspettativa di vita di 78-79 anni negli Stati Uniti, molti paesi europei fanno meglio. Scrive l’economista Tony Atkinson che non si capisce perché l’aspettativa di vita non sia contemplata tra gli indicatori di performance dei paesi. Tra le altre cose l’aspettativa di vita degli Stati Uniti è il risultato di una media tra contee che si attestano sui livelli dei paesi europei, e contee con un’aspettativa di 67 o 68 anni, più bassa anche rispetto a quella di diversi paesi non annoverati tra le nazioni sviluppate. cibo spazzaturaLascia assai perplesso il fatto che molti economisti liberisti tra cui il già citato Moretti affermino che tali divergenze siano frutto di abitudini alimentari, del fumo e dell’alcool e non di un sistema sanitario privato, che pur corretto con costosissimi programmi pubblici, non riesce a garantire una sanità di qualità per tutti o di comportamenti scellerati come quelli di Flint. Stiglitz afferma che ormai l’aspettativa di vita è in calo anche tra i bianchi poveri.

Altra storia che fa riflettere è quella di Ferguson, piccolo centro del Missouri che rispetto agli anni settanta ha perso un terzo dei suoi abitanti. Questa cittadina di 20.000 abitanti è divenuta luogo simbolo mondiale delle disparità, della segregazione e della protesta sociale, dopo che Michael Brown un giovane afroamericano è stato ucciso da un poliziotto. A Ferguson, a maggioranza afroamericana, il sindaco e quasi tutti i poliziotti sono bianchi. Il reddito medio è bassissimo, molti sono costretti a vivere con 700 dollari al mese e qualcuno finisce in galera per una multa non pagata, salvo poi scoprire, quando lo scarcerano, che la multa è lievitata per interessi e sanzioni nel periodo in cui è stato in prigione. disordini FergusonFerguson come Flint è l’America che è rimasta indietro. Tra le altre cose il fatto che negli Stati Uniti si parli una sola lingua e “la grande divergenza” si manifesti tra contee e non tra Stati implica che la povertà si scarica sull’immigrazione più che in Europa. Questo è un bene per chi può migrare, ma un problema per chi non può farlo e per le tante “valli desolate”.

Vicende come le ricorrenti crisi fiscali della California, paradossalmente uno degli Stati più ricchi degli USA e il default di diverse città e di Puerto Rico fanno ritenere che di fatto anche negli Stati Uniti vi siano situazioni analoghe a quella greca.

Infine ci ricorda Raghuram Rajan, economista indiano che per molti anni ha lavorato negli USA, che le crisi sempre più ricorrenti hanno comportato almeno negli ultimi quindici anni l’allungamento del periodo di tempo che serve agli Stati Uniti dopo uno shock per ritornare ai livelli di occupazione pre-crisi. Ci ricordano invece Stglitz e altri economisti che le continue crisi hanno fortemente ridotto le prospettive pensionistiche di molti americani, paradossalmente gli americani nati negli anni cinquanta e sessanta che sembravano essere la generazione che più di tutte ha avuto dalla vita rischiano una vecchiaia di povertà, inoltre dal 2007 è molto cresciuto l’indebitamento delle famiglie meno abbienti, che spesso per soddisfare i più essenziali bisogni si indebitano a tassi spropositati per esempio con il credito al consumo o fuori dai circuiti tradizionali.

confronto Usa EuropaLa conclusione è che è vero che gli Stati Uniti sono ripartiti più velocemente dell’Europa, ma probabilmente la crisi ha morso anche dall’altra parte dell’Atlantico, i suoi costi sono solo stati distribuiti in modo diverso che in Europa. Ciò ha per esempio comportato che negli Stati Uniti vi siano più PIL e meno aspettativa di vita che in Europa. Rimane l’amarezza perché un’area euro con un governo e con un piano di investimento in ricerca e sviluppo che faccia nascere qualche colosso dell’innovazione potrebbe essere un esempio per molte nazioni e non rischierebbe di essere il fanalino di coda in un mondo che va velocissimo.

Salvatore Sinagra

Una legge di stabilità di sinistra

In molti commenti critici della legge di stabilità 2016 è come fosse sparito il ricordo della situazione in cui l’economia globale si trovò dopo la crisi devastante del 2008 e il ricordo delle criticità che in quella crisi avevano investito il nostro paese, sull’orlo di un default catastrofico. Criticità certamente in comune con tutti i paesi del mondo occidentale ma che in Italia si sommavano alle criticità tipiche del nostro paese e che erano il frutto e l’eredità dei malgoverni precedenti (soprattutto anni 80 e ventennio berlusconiano).

critiche a RenziE manca completamente nelle critiche che si leggono ogni termine di paragone con quelle politiche anticrisi che per 8 anni in Europa sono state ispirate da una rigida austerity e che per certi versi hanno aggravato la situazione.

Se si avesse questa consapevolezza e si ragionasse scevri da ogni bisogno di posizionamento politico (e questo vale soprattutto dentro il PD) si capirebbe che quanto messo in campo dal governo Renzi nel 2015 e nel 2016 ha davvero dello straordinario.

Mi soffermo su un punto che mi ha fatto notare Guido Lay il quale, in un suo post su facebook, giustamente scrive: “i governi Monti e Letta, sostenuti da Bersani, avevano scaricato ben 16 miliardi di euro di aumento dell’IVA sul 2015. Oggi quegli aumenti di fatto sono evitati con finanziamento in deficit. E finanziare la ripresa della economia in deficit è quello che ha fatto Obama negli Usa, è una politica keynesiana e di sinistra contro l’austerità. Fosse stata fatta negli anni precedenti oggi staremmo messi meglio”.

E mi fa specie che chi fa della lotta all’austerità il suo cavallo di battaglia (ma solo a parole) oggi critichi e non veda la sostanziale svolta impressa dal governo Renzi, svolta che è possibile anche grazie ai nuovi equilibri politici in Europa, equilibri che sono cambiati soprattutto dopo il successo del PD alle elezioni europee, vista la catastrofe degli altri Partiti socialisti (e bisogna dire per completare il quadro che è anche a questi nuovi equilibri dovuti alla vittoria del PD che Draghi si è potuto divincolare dalla ortodossia della Deutsche Bank).

misure finanziariaQuesta è la verità. Poi si può discutere delle singole misure. Ma avendo sempre questa consapevolezza.

E se la componente più rilevante dei 27 miliardi (nella speranza che siano 30) della manovra è quella che riguarda l’eliminazione della clausola di salvaguardia dell’aumento dell’IVA bisogna però rimarcare il fatto che per il secondo anno consecutivo si interviene per rendere più competitive le nostre imprese.

E questo nella consapevolezza che la vera battaglia contro la povertà si vince se aumenta il lavoro.

Ed il lavoro aumenta se gli imprenditori investono e riprendono a fare il proprio mestiere di creatori di ricchezza (a meno che qualcuno non pensi ad una nazionalizzazione delle imprese, alla abolizione del mercato e ai piani quinquennali di sovietica memoria).

E le leggi di stabilità 2015 e 2016 puntano su questo attraverso molti strumenti, dalla decontribuzione per i nuovi assunti (prorogata anche nel 2016 con importi dimezzati per evitare di drogare troppo il mercato del lavoro) agli interventi sulla componente lavoro dell’Irap, a quelli decisi sull’IRES (forse già nel 2016, sicuramente nel 2017), alla abolizione dell’IMU sugli imbullonati (in questo strano paese si paga l’IMU per grandi macchinari imbullonati a terra come se fossero una casa), all’abolizione dell’IMU agricola, all’aumento degli ammortamenti fino al 140% per gli investimenti delle aziende (eccettuati gli immobili).

uscita dalla crisiSe i maggiori indicatori macroeconomici (con buona pace di Fassina) sono tutti positivi e se ormai è consolidata l’opinione che il nostro paese ha imboccato la via della uscita dal tunnel della crisi è evidente che un governo serio debba tentare di sostenere questo trend concentrando risorse ed interventi al fine di dare agli imprenditori che creano lavoro e reddito una cassettina degli attrezzi che li accompagni rafforzando i venti della ripresa (ancora non sufficientemente forte).

E credo che tutti siamo d’accordo nel ritenere che qualsiasi robusto potenziamento del welfare ed un suo ammodernamento sarà possibile solo con una ripresa sostenuta.

Se tutto questo è vero trovo inutilmente simbolica la polemica sulla eliminazione dell’IMU per tutti, una manovra che costa 3,5 miliardi sui complessivi 27 miliardi e che non è certo la “cifra” che definisce la legge di stabilità del 2016 anche se essa riguarda circa l’80% delle famiglie italiane (non dimenticandoci che nelle grandi città, quelle dove in primavera si va al voto, l’IMU e la Tasi incidono non poco sul bilancio di una famiglia).

I ricchi ed i super ricchi non possiedono soltanto la prima casa dove vivono ma hanno sicuramente una grande varietà di patrimoni immobiliari sui quali continueranno a pagare salatamente IMU e Tasi (garantendo quella progressività che per una tassa rigida è difficile da stabilire).

interrogativi manovra governoCosì come inutile e specioso è accusare il governo di non voler fare la lotta alla evasione fiscale soltanto perché è stato alzato il limite dei pagamenti in contante da 1000 a 3000 euro, un limite che non ha avuto nessun ruolo positivo e che è stato aggirato in maniera tranquilla dagli evasori veri ed ha provocato rotture di coglioni alle persone per bene che invece sono rispettose delle leggi.

E su questo faccio mie le parole di Luigi Marattin, giovane consigliere economico di Palazzo Chigi. Scrive Marattin: “a me interessa un paese in cui l’evasone fiscale si combatte nei fatti e non con i facilissimamente aggirati ed aggirabili simboli. Mi interessa che in un anno sia stata approvata una legge sull’autoriciclaggio, reintrodotto il falso in bilancio, abolito il segreto bancario, firmato accordi per la prima volta nella storia con Svizzera, Liechtestein e Vaticano per scovare gli evasori, adottate riforme come lo split payment per combattere l’evasione IVA, realizzata la delega fiscale che cambia ed informatizza il rapporto tra fisco e contribuente, cambiato i vertici di Equitalia. E mi interessa soprattutto che tutte queste cose abbiano prodotto i maggiori risultati in epoca recente in termini di recupero della evasione fiscale. E siamo solo all’inizio.”

cambiamentoMa la legge di stabilità non è solo IVA, diminuzione delle tasse ed interventi per creare lavoro.

E’ anche tante altre cose. E’ anche gli interventi di 450 milioni sulla “terra dei fuochi” e gli ulteriori interventi previsti per il rilancio dell’ILVA, l’aumento che ha portato da 600 milioni a 1400 milioni di euro il fondo contro la povertà minorile, e poi i fondi per assumere personale ai beni culturali come da impegno preso dopo le vicende di Pompei e del Colosseo.

E finalmente si interviene nel mondo delle Partite Iva che erano state trascurate e per un certo verso maltrattate l’anno scorso con un errore che Renzi riconobbe impegnandosi a modificare tutto nella legge di stabilità del 2016. E si interviene in tanti modi. Innanzitutto, guardando ai giovani, le imposte saranno scontate al 5% per le start up per i primi cinque anni di attività. Si corregge poi l’errore dell’anno scorso sul regime forfettario (con l’aliquota al 15%) puntando ad elevare le attuali soglie di ricavi – differenziate per attività – con un incremento di 10mila euro per tutti che diventa di 15mila euro per i professionisti (in questo caso la soglia salirebbe a 30mila euro.

A conclusione di questo excursus si può allora affermare che questa legge di stabilità targata Renzi-Padoan non è in nulla simile alle leggi lacrime e sangue degli anni che abbiamo alle spalle.

E’ una legge che prova a ridare fiducia agli italiani. E’ una legge pienamente di sinistra, non ho dubbi.

Enzo Puro tratto da http://manrico.social/blog/item/102-una-legge-di-stabilita-di-sinistra.html

 

Dalla crisi greca una ripartenza per l’Europa

La crisi del debito greco così come i segnali che arrivano da Inghilterra, Spagna e Polonia danno un chiaro avvertimento: l’Unione deve cambiare e rilanciare il suo progetto, altrimenti sarà consegnata alla storia come un esperimento fallito.

“When in trouble, go big”, dicono gli americani: quando sei nei guai, rilancia. La situazione attuale è il risultato del mancato completamento dell’Unione, perciò per svoltare non serve meno Europa, ma un’Europa migliore, più forte e più solidale. Per questo la crisi greca va governata ricercando con forza una soluzione condivisa perché le conseguenze di un eventuale default di Atene riguardano tutti gli Stati membri, nessuno escluso.

Soprattutto l’Italia non può permettersi di sottovalutare i rischi: subito dopo il crollo di Atene il mirino della speculazione potrebbe tornare a puntare su di noi e i timori di un rallentamento degli investimenti e di un forte rialzo dello spread sono tutt’altro che remoti. Lo scenario di un Grexit è dunque assolutamente da evitare, soprattutto ora che finalmente si intravedono i segnali della ripresa nel nostro paese.

fallimento troikaMai come in queste ore la Troika ha dimostrato il fallimento delle sue politiche, ancora divise fra l’oltranzismo dell’FMI e la linea più dialogante della BCE -che a sua volta deve vedersela con la forte opposizione del governatore della banca tedesca Weidmann, contrario a prolungare il programma di liquidità di emergenza per le banche greche. E’ la politica dunque l’unica forza che può riuscire a sbrogliare l’intricata matassa.

Una politica dialogante e ispirata, capace di superare gli egoismi degli Stati, di suggerire politiche di bilancio comuni e comuni interventi sulla disoccupazione, di riportare un giusto equilibrio tra conti e welfare, tra disciplina di bilancio e solidarietà.

Il Piano Juncker e il QE voluto da Mario Draghi rappresentano un passo nella direzione giusta, ma abbiamo bisogno di un vero “new deal” europeo, per rilanciare la crescita e affinché economia e sociale vadano finalmente insieme. L’Europa è al punto di svolta. Dobbiamo agire concretamente, ora, per accelerare i processi di coesione e di crescita: il tempo stringe e i tassi di povertà e la diseguaglianza sociale aumentano a dismisura, nazionalismi e populismi sono all’erta e abbiamo già avuto troppe lezioni dalla storia per non capire quanto siano pericolosi per la democrazia. Dobbiamo prendere coscienza una volta per tutte del rischio che sta correndo l’Europa e invertire la rotta, prima che diventi impossibile farlo.

Renato Soru (tratto da una nota pubblicata su Facebook)

Se 6 milioni vi sembran pochi

Dunque l’Istat ha parlato e ci ha detto che un decimo degli italiani è in povertà e che molti altri ci stanno abbastanza vicini. Sono tanti, così tanti da far venire il dubbio che nella statistica siano finiti anche quelli del lavoro nero. Può essere, ma cambia poco perché lavoro nero significa comunque che la povertà sta solo aspettando un futuro prossimo.
Ci staranno anche i tanti giovani precari a meno di mille euro al mese? Anche qui cambia poco perché a quei livelli devi abitare con i genitori o in campagna o in una casa regalata per sopravvivere. Sopravvivere, senza sapere come sarà la tua vita tra dieci anni.
Le statistiche sono indicatori non verità assoluta e spesso non rivelano tutto. Per esempio il futuro dei giovani: precari, sottopagati, fuori tempo con titoli di studio che si sono fatti vecchi e pure se sei ingegnere sei ormai superato da tutti quelli più giovani di te.
Insomma la realtà è, forse, un pò peggio e il rischio è di scivolare in basso.
Che si può fare? Molto. Volendo

Il regresso dell’IMU (di Roberta Carlini)

Intervenendo d’urgenza sulla tassa sulla casa, il governo Letta fa un triplice errore: spostando risorse dai più poveri ai più ricchi, dai più giovani ai più vecchi, dalle periferie al centro. Senza con questo aiutare l’economia. A chi giova?

IMU caseCostosa, inutile e dannosa. La prima manovra economica del governo Letta-Alfano, oltre a consegnare un plateale successo politico a Silvio Berlusconi – che vede la sua bandierina elettorale trasformata in decreto legge, il primo del neonato esecutivo – si colloca al di fuori di qualsiasi logica economica e al centro di un disegno redistributivo preciso: di censo (dai più poveri ai più ricchi), generazionale (dai più giovani ai più vecchi), territoriale (dalla periferia al centro).

Gli effetti redistributivi

Non è ancora chiara la sorte finale dell’Imu, visto che quella di giugno è solo una “sospensione”. Una parte della coalizione che sostiene il governo chiede che a regime l’Imu sparisca del tutto, e anzi che sia restituita anche quella pagata nel 2012; un’altra parte che sia tolta solo sulle prime case. Per comodità, ragioniamo sulla seconda opzione, che costerebbe alle casse pubbliche 4 miliardi di minori entrate. La vulgata vuole che, poiché sono moltissimi gli italiani proprietari di case, ci guadagnino quasi tutti. Ma andiamo a vedere i numeri. Secondo un rapporto sugli Immobili in Italia delle Agenzie del Territorio e delle Entrate, dei 41,5 milioni di contribuenti italiani, il 59% (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. Il che già esclude dal beneficio dei tagli all’Imu più del 40% dei contribuenti italiani: non hanno immobili, dunque sono presumibilmente nella fascia più povera della popolazione. Tra coloro che hanno un immobile come prima casa, poi, non tutti sono tenuti al pagamento dell’Imu, poiché per le fasce più basse di reddito le detrazioni azzerano l’imposta: considerando anche questi ultimi, si viene a scoprire che circa la metà delle famiglie italiane non paga l’Imu (vuoi perché non ha la casa, vuoi perché le detrazioni annullano del tutto l’imposta).

Tra coloro che invece sono tenuti a pagarla, com’è invece la distribuzione del reddito? Secondo i calcoli fatti dagli economisti Bordignon, Pellegrino e Turati, al primo decile della distribuzione ci sono solo il 26,4% di famiglie con Imu “positiva” (cioè tenute al pagamento dell’imposta), e tale percentuale cresce al crescere del reddito fino ad arrivare al 78,7% dell’ultimo decile. Di fatto, più della metà del gettito Imu prima casa viene dai tre scalini più alti della scala della distribuzione, insomma, da coloro che guadagnano di più. (Massimo Bordignon, Simone Pellegrino e Gilberto Turati, “Effetto Imu”, lavoce.info. Si veda anche Bordigon, “Se la felicità è tagliare l’Imu“). Una abolizione pura e semplice dell’Imu prima casa potrebbe sì alleviare il peso fiscale su una parte di famiglie non benestanti, ma di certo avvantaggerebbe in modo più che proporzionale quelle più ricche.

L’effetto redistributivo generazionale è ancora più preoccupante, e smentisce clamorosamente le buone intenzioni dichiarate (o propagandate) in proposito dal governo del relativamente giovane Letta. Come già si era notato qui, sono proprietari di case solo 837.158 contribuenti nella fascia d’età tra i 21 e i 30 anni: costoro sono solo il 3,5% dei proprietari, pur essendo l’11% della popolazione. Dopo i 30, la quota dei proprietari di case sale, ovviamente, con l’età. Dunque, un trasferimento di risorse pubbliche ai proprietari di case può essere giustificato con mille altri motivi, ma non certo con l’argomento pro-giovani; risolvendosi invece in un netto trasferimento di risorse da tutta la collettività ai suoi membri più anziani.disparità

Infine, la distribuzione centro/periferia. Quando a giugno mancheranno i primi due miliardi dell’Imu di quest’anno, saranno i comuni a entrare in crisi. Dopo anni di propaganda federalista, con decisione centralista viene abolito il più importante tributo locale. Non sarebbe stato meglio lasciare ai comuni libertà di scelta sul da farsi?

Non-senso economico

Inoltre, i due effetti redistributivi – quello regressivo a sfavore dei più poveri, e quello dalle periferie al centro – si mostrano amplificati se passiamo alla seconda parte di tutti questi ragionamenti: come sarà sostituito il gettito Imu, visto che il governo si è impegnato a tenere invariati i saldi di bilancio e dunque a non finanziare riduzioni delle imposte con nuovo deficit? Qualche sindaco ha già annunciato che saranno aumentate le addizionali Irpef locali – dunque, l’imposizione si sposterebbe dalla casa al lavoro. In alternativa, i comuni saranno obbligati a tagliare le loro spese, per lo più legate a funzioni sociali e di assistenza, quelle che vanno a beneficio delle fasce più deboli della popolazione: che si troveranno a dover pagare di più per ticket, o contributi a tariffe come quelle degli asili nido, o trasporti, o tante altre spese legate alle funzioni dei comuni. A queste obiezioni si replica che potrebbe essere il governo centrale, con qualche marchingegno, a mettere risorse proprie sulla riduzione dell’Imu: ma anche in questo caso vanno valutati gli effetti redistributivi derivanti dalla scelta di impiegare le poche risorse disponibili in una riduzione dell’imposta sugli immobili invece che – per fare solo qualche esempio – in un piano per il lavoro dei giovani, o nella riduzione delle imposte sui redditi più bassi, o altro.

giovane e crisiCome ha scritto Mario Pianta, con i 4 miliardi del gettito dell’Imu sulla prima casa si possono azzerare le imposte sui redditi per tutti coloro che guadagnano meno di 15.000 euro l’anno. E ci sono molte ragioni per “tassare le case, non il lavoro” (v. intervista a Gilberto Muraro, su Il Bo). Misure nettamente rivolte ai più poveri, oppure al sostegno alle assunzioni dei più giovani, avrebbero inoltre un effetto sull’economia maggiore, sostenendo la domanda interna: cosa che la riduzione o cancellazione dell’Imu fa in misura assai minore. Molti tra i sostenitori della riduzione o abolizione dell’Imu, dicono che in questo modo si avrebbe una spinta alla ripresa economica attraverso il rilancio dell’edilizia (è quel che scrive per esempio Luca Ricolfi su La Stampa del 5 maggio 2013, nell’articolo “Parliamo di tasse senza ideologie”): ignorando però (o fingendo di ignorare) il fatto che le compravendite di case nuove sono ferme non per colpa dell’Imu ma perché le banche non danno più mutui, e che già sul mercato ci sono milioni di metri cubi costruiti e invenduti. Né si può pensare che un forte incentivo all’economia possa arrivare attraverso l’effetto della maggiore liquidità che una parte delle famiglie avrà a giugno: a meno di non immaginare che tutti i proprietari di case corrano a spendere i soldi risparmiati sull’Imu acquistando immediatamente beni, ovviamente italiani.

Roberta Carlini da www.sbilanciamoci.info

Una voce dalla Gran Bretagna contro il neoliberismo

Da un articolo di George Monbiot pubblicato dal Guardian.

“Come il neoliberismo ha cestinato la tua vita, ma ha reso i super-ricchi ancora più ricchi.”

ricchezza1Come devono essere addolorate per noi. Nel 2012, le 100 persone più ricche del mondo sono diventate più ricche di 241 miliardi dollari. Esse ora detengono un valore di 1.900 miliardi dollari: solo un pò meno del PIL del Regno Unito. Ma questo non è certo un caso. Le sorti sempre migliori dei super-ricchi sono il risultato diretto delle politiche dei governi tra cui ne cito solo alcune: la riduzione delle aliquote fiscali per gli alti redditi, il rifiuto dei governi di recuperare una quota decente di ricavi da minerali e terreni, la privatizzazione dei beni pubblici, la liberalizzazione dei salari e la distruzione di contrattazione collettiva.

La politica che ha creato questi “sovrani globali” così ricchi è quella di spremere tutti gli altri. Questo non è ciò che la teoria neoliberista aveva previsto. Friedrich Hayek, Milton Friedman e loro discepoli – sparsi in migliaia di scuole di business, nell’ FMI, nella Banca mondiale, nell’OCSE e presenti in quasi ogni governo – hanno sostenuto che riducendo le imposte dei ricchi, le tutele dei lavoratori e la redistribuzione di ricchezza, tutti sarebbero stati economicamente meglio. Ogni tentativo di ridurre le disuguaglianze avrebbe danneggiato l’efficienza del mercato, impedendo il diffondersi del benessere. Gli apostoli di queste teorie hanno condotto 30 anni di esperimenti globali ed i risultati sono ora il fallimento totale.

Prima di andare avanti, vorrei sottolineare che io non credo che la crescita economica perpetua sia sostenibile o auspicabile. Ma se la crescita è il tuo obiettivo – un obiettivo che  ogni governo sottoscrive – non si poteva fare un pasticcio più grande che quello di liberare i super-ricchi dai vincoli della democrazia.

reagan thatcher1La relazione annuale dello scorso anno da parte della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo avrebbe dovuto essere un necrologio per il modello neoliberista sviluppato da Hayek e Friedman e dei loro discepoli. Essa mostra in modo inequivocabile che le loro politiche hanno creato i risultati opposti a quelli che avevano previsto. Poiché le politiche neoliberiste (tagliare le tasse per i ricchi privatizzando beni dello Stato, deregolamentando il lavoro e riducendo la sicurezza sociale), hanno iniziato a farsi sentire dal 1980 in poi, da quel momento i tassi di crescita hanno cominciato a cadere mentre saliva la disoccupazione.

La notevole crescita nelle nazioni ricche nel corso degli anni 50, ’60 e ’70 è stata resa possibile dalla distruzione della ricchezza e del potere delle élite, a causa della depressione e della seconda guerra mondiale. Il loro declino ha dato al restante 99% una possibilità senza precedenti per chiedere la redistribuzione con la spesa pubblica e la sicurezza sociale, le quali hanno stimolato la domanda.

Il neoliberismo è stato un tentativo di tornare indietro rispetto a questo. Generosamente finanziato da milionari, i suoi sostenitori hanno avuto un incredibile successo politico. Ma economicamente hanno fatto flop.

In tutti i paesi OCSE, l’imposizione fiscale è diventata più regressiva: i ricchi pagano di meno, sono i poveri a pagare di più. Il risultato, secondo i neoliberisti, sarebbe dovuto essere che l’efficienza economica e gli investimenti avrebbero dovuto aumentare, arricchendo tutti. E’ successo il contrario:  le imposte sui ricchi e sulle imprese sono diminuite, si è perciò ridotta, la capacità di spesa sia dello Stato che delle persone più povere ed è caduta la domanda. Il risultato è stato che i tassi di investimento sono diminuiti  al passo con le aspettative di crescita delle imprese.

I neoliberisti hanno anche insistito sul fatto che la disuguaglianza sfrenata dei redditi e i salari flessibili avrebbero ridotto la disoccupazione. Ma in tutto il mondo ricco, sia la disuguaglianza che la disoccupazione sono salite alle stelle. La recente impennata della disoccupazione nei paesi più sviluppati – peggio che in qualsiasi precedente recessione degli ultimi tre decenni – è stata preceduta dal il più basso livello dei salari in percentuale del PIL, dopo la seconda guerra mondiale. La teoria è saltata. Per un’ovvia ragione: i bassi salari deprimono la domanda, che deprime l’occupazione.povertà

In una fase di stagnazione dei salari, le persone cercano di integrare i loro redditi indebitandosi. L’aumento del debito ha alimentato le banche non regolamentate e ha portato alle conseguenze che vediamo. La disuguaglianza è diventata maggiore. Le politiche con cui i governi neoliberali cercano di ridurre i loro deficit e stimolare le loro economie sono controproducenti.

Come ho detto, non voglio esprimere opinioni sulla crescita, se non la convinzione che nessuno, in questo mare di ricchezze, dovrebbe essere povero. Ma fissando interdetto ciò che accade in Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti, mi sembra che l’intera struttura del pensiero neoliberista sia una frode. Le esigenze degli ultra-ricchi sono stati rivestite da una sofisticata teoria economica applicata indipendentemente dal risultato. Il completo fallimento di questo esperimento su scala mondiale rischia purtroppo di ricevere il nulla osta per la sua ripetizione. Ma questo non ha nulla a che fare con l’economia. Ha tutto a che fare con il potere.

Riflessioni sugli USA dopo le elezioni: diseguaglianza e crisi (di Pierluigi Musarò)

Pubblichiamo una sintesi di un articolo di Pierluigi Musarò sulle elezioni presidenziali USA apparso su  www.lib21.org al quale rinviamo per la versione integrale.

Obama è stato rieletto, ma non in mezzo all’entusiasmo che salutò la sua prima, storica, vittoria. L’America che si risveglia dopo la notte delle elezioni assomiglia più a un incubo che a un sogno.  Più del 15% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, 50 milioni di americani. Si tratta della percentuale più alta dal 1993 a oggi. In termini assoluti è il numero maggiore di “poveri” dai tempi della Grande Depressione. Oltre 50 milioni di americani sono inoltre privi di qualsiasi copertura sanitaria. Con il reddito medio di un nucleo familiare che è sceso sotto i 50mila dollari ed è, oggi, il 7% in meno rispetto a 12 anni fa. La strada di Obama è decisamente in salita, se vuole arrivare davvero a contrastare quell’insopportabile disuguaglianza che mina la democrazia.

Mentre Obama e Romney facevano a gara per aggiudicarsi i voti della middle class (da non dimenticare che l’80% degli americani si considerano tali), policy experts ed economisti da premio Nobel come Stiglitz o Krugman hanno denunciato il circolo vizioso tra disuguaglianza e crescita, evidenziando come siano due facce della stessa medaglia. Obama ne è consapevole, ma ha davanti un lungo trend da fronteggiare. E non sarà facile.

Il liberalismo economico che ha preso forma fra gli anni ‘70 e ‘90 del secolo scorso è in crisi, ma non lo è perché ha perso la battaglia delle idee. Lo è perché non ha saputo essere all’altezza dei problemi che ha contribuito a creare, e, soprattutto, non è stato capace di produrre un nuovo modello di coesione sociale, determinando, anzi, una scissione della società che contrappone gli interessi dell’1% a quelli del restante 99%. Se non fosse ancora chiaro come il sogno si trasforma in incubo, basta uno sguardo sulla crescita della povertà negli Stati Uniti: un quadro alquanto drammatico. Più del 15% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Parliamo di 50 milioni di americani. Si tratta della percentuale più alta dal 1993 a oggi. In termini assoluti è il numero maggiore di “poveri” dai tempi della Grande Depressione. Oltre 50 milioni di americani sono inoltre privi di qualsiasi copertura sanitaria. Con il reddito medio di un nucleo familiare che è sceso sotto i 50mila dollari ed è, oggi, il 7% in meno rispetto a 12 anni fa.

C’è poi un altro dato drammatico: lo scarto tra redditi più alti e redditi più bassi che è ai livelli degli anni ‘20 del secolo scorso. Basti pensare che il reddito dell’1% più ricco del paese è cresciuto di quasi 3 volte nell’ultimo trentennio, mentre quello dei 9/10 degli americani non è praticamente aumentato. Non parliamo nemmeno di quello dei super-ricchi al quale hanno contribuito grandemente gli sgravi fiscali. Nel 1950 l’aliquota massima in America era il 91% mentre oggi si aggira sul 35%. Warren Buffett, il terzo uomo più ricco del mondo, spiega che l’anno scorso ha pagato di tasse il 17% del suo reddito, mentre le venti persone che lavorano nel suo ufficio hanno sborsato il 36%.

Le iniquità di oggi sono frutto di un processo che si è dispiegato negli ultimi 30/40 anni, in conseguenza di trasformazioni strutturali dell’economia statunitense e mondiale – che hanno di fatto aumentato il gap tra lavoratori con alti livelli d’istruzione e qualifica professionale e lavoratori generici e non qualificati – ma anche di precise scelte politiche, dai tagli alle tasse sui redditi e capitali alla deregulation del settore finanziario. Tanto da parte dei repubblicani che dei democratici.

Il grido indignato delle  proteste all’insegna del We are the 99 percent si ergeva tra i grattacieli dai vetri opachi per criticare proprio il vuoto lasciato da una politica alternativa che ancora non si manifesta con forza.

L’insostenibile disuguaglianza sta distruggendo il famoso American Dream, il mito dell’ascesa sociale che ognuno di noi associa con questa terra, e che ogni candidato presidente pone al centro della sua narrazione. Sembra che il contratto sociale tra gli ordinary citizens e le élite sia ormai ridotto a brandelli. Se è vero che la Meritocracy corrisponde da secoli alla bandiera degli Stati Uniti è pure vero che, dagli anni ’60, i diversi gruppi di uomini e donne che sono arrivati al potere hanno imparato ad abbracciare la crescente disuguaglianza che li ha portati al top della scala sociale. Proprio la loro ascesa ha accentuato la distanza sociale, generando al contempo una nuova élite.

Se non fosse ancora chiaro, si tenga presente che nel 1970 negli Stati Uniti il reddito al lordo delle tasse di un top manager era circa 30 volte più alto di quello del lavoratore medio, oggi la distanza è pari a 263 volte. Dalla fine degli anni ’70, il reddito al netto delle tasse del quinto più ricco della popolazione è cresciuto cinque volte più velocemente di quello del quinto più povero E il punto dolente è che la crescita delle disuguaglianze ha lasciato totalmente imperturbabili i difensori di questo “capitalismo esclusivo” sotto un profilo ideologico.

Che fare dunque? Se vogliamo salvarci tutti, bisogna Salvare il capitalismo dai capitalisti (che è il titolo di un famoso libro dell’economista Zingales) cioè non bisogna dimenticare come lo Stato democratico e il suo potere di tassare, spendere e regolare rimanga il principale strumento per la società di condividere la responsabilità tra i suoi membri.

Per salvare dunque il capitalismo dai capitalisti dovremmo allora rivedere i meccanismi di legittimazione delle élite all’interno della democrazia. Perché, comunque, chi si vota alla Presidenza degli USA è uno dell’élite dei milionari. Ci avete mai pensato che se i milionari americani fossero un partito politico, rappresenterebbero a malapena il 3% delle famiglie americane, eppure hanno una maggioranza al Senato, la maggioranza alla Camera, la maggioranza della Corte Suprema e un uomo alla Casa Bianca? E se gli operai americani fossero un partito politico?  Rappresenterebbero più della metà del paese, ma con il sistema “meritocratico” attuale non ottengono più del 2% dei seggi al Congresso. Che sia possibile cambiare questa tendenza?

In attesa di trovare la risposta, riflettiamo sul fatto che nel 1945, le due camere vedevano il 98% di maschi, mentre oggi le donne sono quasi il 20%. Ancora poche, of course, ma forse un segno che il Millionaires Party non è poi così invincibile.

Pierluigi Musarò da www.lib21.org

1 2