Lettera aperta a chi è come me

Anche l’operaio vuole il figlio dottore…… Impressa nella mente e nell’indole rivoluzionaria di una 15enne che avrebbe voluto cambiare il Mondo, di chi da bambina ha vissuto le ingiustizie di un Mondo corrotto, ingiusto, quasi sempre contro i più deboli.

prospettiva giovaniIl bilancio a distanza di quasi 20 anni? Forse ci avrei dovuto rinunciare a tali pretese.

Sono cresciuta e ho maturato la mia coscienza politica nei centri sociali. Ho imparato tanto: la passione, la determinazione e la consapevolezza che i cambiamenti sono possibili con l’impegno e la dedizione: si è cominciato con le occupazioni a scuola, con le manifestazioni nella piazza di un piccolo paese di provincia che poi, ho scoperto, nessuno…. neanche i tuoi stessi concittadini, nonostante vivessero lo stesso disagio, avrebbero preso in considerazione.

Ho imparato l’amore, per me ma soprattutto per gli altri, per chi (secondo le mie illusioni gli elementi culturali e la forza di tutelare i propri diritti non ce l’aveva). AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO, per me, ha assunto le forme di “Ama il prossimo tuo più di te stesso”.

Mi sono iscritta all’Università. Ho studiato Scienze Politiche: anche qui impegno, dedizione, sete di sapere e di essere. Notti di studio, non solo strumentali agli esami perché, da qualche parte avevo letto che per essere liberi bisogna essere colti e il rapporto è direttamente proporzionale. Certamente non me lo avevano insegnato al Liceo, né tantomeno all’Università ma sapevo che era vero, in sostanza non potevo essere infinocchiata se sapevo! Che volessero farlo, infatti, mi era chiaro dallo sguardo del mentitore: in televisione, per strada, tra i miei coetanei….

Mi sono laureata nel 2006, quasi col massimo dei voti e il mio territorio mi stava troppo stretto, mi opprimeva, avevo voglia di scoprire e di essere fuori di un contesto protettivo, troppo protettivo.

Una grande opportunità: una borsa di studio per un master fuori regione. 15.000 Euro in tasca per realizzare un sogno, non solo professionale.

Valigia, ricordi, laurea e via…. Intercity per Roma….. Master in studi europei e relazioni internazionali: volevo raggiungere, in qualche modo, il mondo delle ONG.

Ancora libri, studi, dedizione, interesse molto oltre quello che imponeva il mondo accademico post-universitario.

Ecco fatto, un altro titolo in tasca…. Via, si parte con la ricerca del lavoro perché non è che nella vita si può essere rivoluzionari sognatori per sempre….

1187 Curricula inviati…. Nessuna risposta, neanche quella classica: “non siamo in cerca di nuove risorse ma terremo in banca dati le sue referenze”…. NIENTE.

Che faccio? Bagagli e a casa?giovani e futuro

No! Eccola, arriva la grande opportunità della tua vita: un progetto di servizio civile in una onlus. 13 Mesi di impegno civile e di tutela dei diritti. La lotta rivoluzionaria che col passare del tempo ti rendi conto deve essere razionalizzata, canalizzata e diventare costruttiva aveva l’opportunità di concretizzarsi. Un anno bello, intenso, piacevole, di grande valore umano….

Mi sono impegnata tanto ed ecco che, per una volta, qualcuno è stato capace di intercettare il tuo impegno: PROPOSTA DI CONTRATTO, a tempo determinato…. Ma sempre proposta di contratto…. Potevo lavorare e combattere per i valori di giustizia, libertà e uguaglianza cui sempre avevo creduto: era un’opportunità fantastica. L’ho sfruttata fino in fondo e anche i miei colleghi di lavoro e i responsabili se ne sono accorti: mi hanno offerto un lavoro a tempo indeterminato…

Ho comiciato a costruire il mio futuro, ho anche trovato l’amore: un ragazzo senegalese della mia età. Un amore meraviglioso, di quelli che fanno venire i brividi: la diversità culturale ti arricchisce, ti stimola, ti fa pensare che tutti gli uomini del mondo e della terra hanno il sangue rosso e il cuore che batte con le stesse frequenze.

Un passato doloroso ci ha uniti e la voglia di cambiare il Mondo, il motore del nostro rapporto.

In Europa però c’è la crisi. Lui non ha lavoro e rischia il rimpatrio per la mancata possibilità di rinnovo del permesso di soggiorno. La tua famiglia non condivide la tua scelta; il tuo reddito, appena sufficiente al sostentamento, adesso deve bastare per due; la tua famiglia ti è ostile e tu ricominci una trafila che ormai dura da tanti anni, da troppi: cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi fino a non poterne più…. Fino ad esserne stremato…..

C’è qualcosa, però, che ti dice che non sarà così per sempre: hai fiducia, speranza e desiderio forte di cambiare perché quando una situazione diventa insostenibile, come quella di oggi non può essere diversamente: in meglio o in peggio la stasi non può perdurare.

Sono convinzioni personali, però, illusioni non riscontrabili nella realtà di questo nostro Paese che, a distanza di due mesi dalle elezioni politiche non riesce a darsi un governo, non riesce ad unirsi intorno ad un unico grande tema: il benessere delle persone e la restituzione della dignità ad ognuno.

Scritto da: Una persona come tante

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Perché lavorare in UK? (di Chiara Albanese)

Risposta: perché il Guardian, a 6 giorni dalla pubblicazione di un articolo, ha già pagato.

alunna disegnoA sei giorni di distanza dalla pubblicazione di un articolo online, mi arriva la notifica via email. Il conto in sospeso tra me e il quotidiano inglese The Guardian, 90 sterline (circa 110 euro) per 4mila battute online, è stato saldato.

Nessuna notula basata sul calcolo algoritmico di battute, nessun codice identificativo dell’ordine, nessuna ora trascorsa al telefono per sollecitare il pagamento.

Scenario fantascientifico per un giornalista freelance italiano. E che rinforza la soddisfazione per aver deciso di cercare la fortuna come giornalista a Londra.

“Cambiare vita per i soldi? Triste…” osserva qualcuno.

No, non per i soldi, anche se per pagare l’affitto fanno comodo.

Perché in Inghilterra c’è rispetto del lavoro, del tempo e impegno impiegati per consegnare un pezzo in tempo, oltre che maggiore trasparenza su come vengono calcolati i compensi per i giornalisti.

Nel mercato anglosassone, la retribuzione viene determinata prima dell’assegnazione del pezzo. Il Guardian paga nella maggior parte dei casi un compenso fisso a pezzo (era 80 sterline nel 2010, ora aumentato a 90 per quanto riguarda la mia esperienza), e non è senz’altro tra i più generosi.

La maggior parte delle pubblicazioni paga in base alla lunghezza del pezzo, solitamente tra 15 e 30 centesimi a parola, con bonifico diretto o assegno entro la fine del mese in cui l’articolo è stato pubblicato.

Torniamo invece in Italia, dove al momento collaboro in modo continuato con 4 testate.

Ognuna ha i suoi comandamenti. Chi paga una cifra fissa a articolo (30 euro senza alcuna considerazione della lunghezza o/e della complessità del tema), chi in base al numero di battute (per un pezzo di 4mila me ne vengono in tasca una quarantina), chi a spazio occupato nella pagina pubblicata (e le fotografie in alta definizione aiutano), chi si affida alla decisione insindacabile del direttore (e speriamo che ce la mandi buona).

E c’è chi mi manda il totale (e io fatturo), chi manda il totale (e io aspetto passivamente il pagamento), chi vuole il conto. E chi nulla. Prima o poi i soldi arriveranno.

Solitamente poi che prima. Il tempo medio di pagamento é infatti di 3 mesi. Il che, visto da un’altra prospettiva, é comodissimo. Infatti a Natale ricevo i soldi di settembre, mese tradizionalmente ricco.

Ma può andare molto peggio. A volte le notule si perdono nell’etere delle trasmissioni email. A volte i pagamenti saltano causa ferie dell’ufficio contabile. A volte i compensi dei freelance vengono decurtati per decisione centrale senza che il freelance ne sappia nulla.

Giungla familiare per i freelance italiani. Che resta parte della cultura anche dopo 4 anni a Londra.

Tanto che lo shock per la mail del Guardian a 6 giorni dalla pubblicazione è stato talmente forte che per superarlo sono qui a scriverne.

Chiara Albanese da www.valigiablu.it

Contro il precariato per riprendersi la bellezza della vita (di Simona Davoli)

Sono belli e incazzati i giovani che in questi ultimi anni sono scesi in piazza il contro il precariato. Una generazione che ha subito fin troppo e che ora dice basta a questa brutta realtà che non li rappresenta.

Ma l’idea di bellezza verso cui tendono le ragazze e i ragazzi che combattono questo sistema precario del lavoro, non è l’idea del bello imposta dalla società dell’immagine attuale fatta di apparenza e estetiche innaturali. Quello di cui ci si vuole riappropriare è un concetto di bellezza legato alla tradizione della Grecia antica.

Un’idea per cui la bellezza e’ l’armonia del tutto. E proprio per denunciare il disordine e la disarmonia della società italiana odierna che costringe le sue menti più preparate ad emigrare all’estero e relega in una specie di sottoscala emotivo e professionale i cervelli che restano che si continua a protestare contro un governo che con la sua riforma del lavoro sembra non aver compreso affatto la gravità del sistema del lavoro italiano e le conseguenze tragiche che questo sistema sta provocando.

Oggi viviamo in una realtà che costringe un’intera generazione di persone brillanti e colte a fare da assistenti, e spesso da schiavetti, a un folto gruppo di over 60 ignoranti e prepotenti che hanno dalla loro solo il peso (e non la forza) degli anni e dei posti fissi.
Non ne possiamo più di un’Italia che ci costringe ad imparare, dopo anni di studio, l’unica lezione che non abbiamo mai voluto apprendere, ovvero che una raccomandazione vale più di un buon curriculum. Non se ne può più di una realtà dove l’operaio non può più avere il figlio dottore, grazie ad un Paese in piena discesa sociale.

Noi che abbiamo dalla nostra la forza delle idee nuove e dei nostri studi, siamo pronti a riprenderci con ogni mezzo quel pezzo di bellezza della vita che ci è stato rubato dallo squallore dell’Italia dell’ultimo ventennio.

Noi non abbiamo colpe. Abbiamo studiato e lavorato come muli per veder realizzato quelli che consideravamo essere i nostri diritti prima ancora che e i nostri sogni.

Vogliamo goderci la bellezza di avere un figlio senza dover decidere se farlo o no in base ad un rinnovo contrattuale. Vogliamo avere la possibilità, a trent’anni, di ospitare degli amici in una casa di proprietà che abbiamo potuto comprare grazie a un mutuo che le banche ci hanno concesso. Vogliamo poter tornare a dormire serenamente, senza svegliarci nel mezzo della notte all’idea della scadenza trimestrale del contratto di lavoro. Vogliamo, in conclusione, poter tornare a goderci le cose belle che la vita ci offre.

Con le manifestazioni, i flashmob e le sporadiche apparizioni tv, chiediamo che il nostro non sia considerato lavoro atipico, ma lavoro e basta. E che quindi sia retribuito dignitosamente con contratti che ci permettano di esprimere le nostre capacità, senza essere tenuti al laccio da un giogo padronale che oramai sembra essere tornato di moda.

Per riappropriarci della bellezza della vita che ci è stata sottratta non vogliamo barattare più nulla. Questo è il nostro tempo. Questa è la nostra vita e se non avremo risposte siamo disposti anche a scendere in piazza ogni giorno (imparando dal popolo arabo, se serve) per fare una nuova rivoluzione, bella e possibile.

Simona Davoli

Non basta la laurea per lavorare: anche l’università ne ha colpa (di Flora Frate)

Oggi, indagare sulla struttura precaria e flessibile del mercato del lavoro, sicuramente è doveroso e determinante, ma  non basta per spiegare la lontananza tra la preparazione  universitaria e le figure professionali richieste dal mercato del lavoro. Il fatto è che la struttura universitaria  funziona  ancora come la vecchia accademia e presenta parametri  di valutazione e di formazione  legati ancora al vecchio metodo di fare scuola. E questo è un problema bello grande. Ragioniamoci un po’ su.

Il nuovo  quadro politico ed economico che si prospetta non è sicuramente come lo abbiamo inteso fino ad oggi e già da tempo la società ha subito notevoli trasformazioni, le stesse che hanno portato a parlare di  post-modernità, di società del rischio e dell’incertezza.

Invece, i professori, i docenti e i figli dei docenti, i ricercatori sono impiantati in un sistema universitario dove il sapere tende ad essere legato ad un tessuto sociale tipico  degli anni ’60 –‘70 cioè tipico della società fordista (produzione in serie, grandi fabbriche, catene di montaggio), statalista con un cultura rigida, basata sul formalismo giuridico e sulla divisione meccanicistica del lavoro, sullo studio del passato, sulla teoria a discapito della metodologia applicata.

È così che molte lauree non trovano corrispondenza con il mercato del lavoro perché derivano da un sistema universitario che guarda ad una società che non c’è più. Oggi le carte si sono mischiate e le figure professionali non corrispondono esattamente ai titoli di studio o, meglio, non sono definite da questi titoli. Che, d’altra parte (ed è esperienza comune) non bastano nemmeno più a far acquisire un profilo professionale utilizzabile nei mestieri e nelle professioni che sono richieste.

Nella post-modernità sono cambiate le figure professionali e le forme del lavoro e l’impianto degli insegnamenti universitari non ha saputo stare al passo con i tempi e si è inceppato. Sicuramente questo vale soprattutto per le facoltà umanistiche e, in particolare, per quelle della comunicazione, ma in generale possiamo affermare che tutti gli studenti sentono molto la mancanza di una corrispondenza tra università e lavoro. Nelle scienze della comunicazione, per esempio, la tendenza a studiare il passato porta a preferire Marx piuttosto che Bauman, a scegliere di trattare forme di comunicazione classiche invece che soffermarsi sulle nuove tecniche di marketing digitali e così i giovani laureati escono dall’università sprovveduti e privi di una formazione utile all’acquisizione di competenze professionali aggiornate.

Una società che tende sempre di più a professionalizzarsi, a mirare verso tecniche di pianificazione e sviluppo sostenibile – la cosiddetta  new economy- a investire sulle tecnologie di comunicazione, sui servizi alla produzione, sugli investimenti diretti esteri, non trova nell’università risposte adeguate. A questo punto bisogna proprio che tentiamo di comprendere cosa induce a portare avanti un sistema  che palesemente non funziona al di fuori delle mura accademiche.  Le riforme che si sono succedute in questi anni – dalla Moratti alla Gelmini – poco hanno inciso sui contenuti e molto si sono concentrate sulla forma organizzativa.

La riforma Moratti “tre più due” e poi il nuovo statuto della riforma Gelmini – Profumo sono testimonianza di interventi del governo che non sono risolutivi dei problemi che poi i giovani si trovano davanti. Infatti, se prendiamo, ad esempio, l’ultima riforma universitaria, si prevede un accentramento piuttosto che un decentramento delle funzioni dei vari organi universitari, e il Rettore rappresenta il vertice di questa amministrazione. Funzionerà? Era di questo che c’era bisogno? Non lo sappiamo. L’impressione, però, è che piuttosto che partire dalle esigenze degli studenti si continuano a fare delle riforme che investono più che altro l’aspetto ideologico – politico ossia la riproposizione di una università “manifesto” che serva innanzitutto ai professori che ci lavorano.

Con chi prendercela? Con i professori o con i nostri rappresentanti politici?  Con entrambi, ammesso però che, tra di loro,  ci sia una conversazione diretta e  attiva basata su uno spirito di conservazione del potere, cosa, questa, molto probabile d’altra parte. In conclusione, se si parla di lavoro e di professioni bisogna guardare anche al sistema formativo che prepara i giovani e al cui vertice c’è il sistema universitario.

Flora Frate

Tra patatine fritte e studio professionale: parla un precario

Adesso sto alla friggitrice. Anzi, alla postazione di preparazione delle patatine fritte e la friggitrice è una macchina bella grossa con diverse vasche, mica come quella che alcuni hanno a casa e che funziona con nemmeno un litro d’olio. Qui bisogna stare attenti perché di olio ce ne va un bidone e non si deve rovinare. Quindi occhio alle temperature e attenzione alle ordinazioni che arrivano anche ogni dieci secondi. Ma quando il ritmo rallenta posso anche ascoltare qualcosa alla radio che mi sono messo qui vicino. Con il permesso del responsabile ovviamente, chè qua non si sgarra. Io, però, sto qui da cinque anni e di me si fidano.

Mi ricordo di aver sentito tempo fa di un tizio che ha lavorato un anno come presidente delle assicurazioni più grandi d’Italia, Le Generali e gli hanno dato una fortuna come liquidazione, 16 milioni di euro. Il tizio si chiama Geronzi, lo sanno tutti. E io più degli altri perché sono pure laureato in economia e commercio. Dal tardo pomeriggio fino a notte lavoro qui e dalla mattina fino al pomeriggio lavoro pure in uno studio professionale dove imparo il mestiere che, forse, andrò a fare. Per questo mi danno un rimborso spese simbolico. La mia paghetta la prendo dalle patatine e, ovviamente, ci pensano i miei al vitto e all’alloggio. Ho sempre lavorato anche durante l’università e mi ricordo che anch’io una volta fui licenziato dopo un anno di lavoro e mi diedero una mensilità di buonuscita: 550 euro.

550 euro erano una misura del mio lavoro di un mese a cinque (ma pure di più) ore al giorno, sei giorni alla settimana. Ma 16 milioni e 500.000 euro che misura sono? Di che cosa? Quale lavoro può valere tanto? Vabbè ho studiato e dovrei sapere come vanno le cose.

Non si misura il lavoro oltre certi livelli, cioè la capacità di produrre valore sia con oggetti sia con servizi. Si misura la capacità di ricatto e la forza di prendersi (arraffare) la fetta più grande della torta. Più sei forte, più grande è la fetta che ti prendi. Poi ci sono giuristi, economisti ecc che danno una veste legale a questa semplice verità, che ci mettono i codicilli, le formulette, i principi e i ragionamenti, ma, insomma, alla fine la verità è quella. E così una bella fetta di soldi prodotti dal lavoro vero di quelli delle Generali sono volati nelle tasche dell’ex pseudo presidente. Pseudo perché, se si vuole prestar fede a ciò che ha preceduto le dimissioni, sembrerebbe che questo Geronzi abbia lavorato ben poco per la sua società. Anzi, qualcuno molto in alto lo ha pure accusato di intralciare il lavoro dei manager. Ma nessuno ha avuto la forza di negargli questo piccolo regalino.

E io qui a friggere. A me dicono che 30 euro al mese di aumento sono un problema perché c’è la crisi e che è meglio aspettare giugno. Se tutto va bene.

Se tutto va bene a settembre farò un altro lavoro, quello per il quale ho studiato cinque anni. Ah, già, dimenticavo: lo farò, ma come collaboratore e lo stipendio iniziale sarà poco più alto di quello per friggere. E orario pieno. Pienissimo. Però sarò consulente, mica dipendente: vuoi mettere? Tanto consulente che mi hanno già detto vacanze venti giorni in agosto, in ufficio alle nove meno un quarto ( guai se ritardi), pausa pranzo un’ora e chiusura, salvo imprevisti (non retribuiti) alle sette. Una vera consulenza … ai fini fiscali.

Ecco, è facile dire ingiustizia, iniquità. Bisogna fare qualcosa di più. Bisognerebbe che tutti avessero una indennità di disoccupazione, un salario sociale, tanto basso da non permetterti di viverci, ma tanto alto da costringere chi compra il lavoro a non ricattarti (troppo, un po’ è inevitabile, si studia pure all’università).

Però per dare il salario sociale ai giovani e ai disoccupati ci vorrebbero un sacco di soldi e lo Stato dice sempre che i soldi non ci sono. Tranne quando arrivano gli imprenditori giusti accompagnati dai sottosegretari giusti o dai ministri più adatti e dai dirigenti più navigati e convincono chi va convinto che quei 300 milioni in più ci vogliono assolutamente, che quel servizio o consulenza va fatto fare alla società o tizio tal dei tali (ma come? Lo facciamo noi con i nostri dipendenti; no bisogna esternalizzare per accogliere il privato che è più efficiente; ma che efficienza se noi stiamo fermi e quelli fanno pure finta di fare la consulenza?) e non ci sono santi: la spuntano sempre loro. Poi alla fine si tirano i conti e qualche BOT in più bisogna emetterlo per coprire le spese. Oppure si tolgono i soldi dove è più facile. Tanto quelli che strilleranno prima o poi si stuferanno e torneranno a casa, magari davanti alla televisione.

Sono invidioso? Sì certo, ma sono anche piuttosto incazzato che i soldi nostri se ne vanno così e non producono niente e molti della mia età già se ne sono andati via da qui ( a Barcellona ce ne sono almeno cinque, a Berlino due e tre sparsi in Europa, tutti amici dell’università in un gruppo di meno di trenta, che non potevo passare tutto il tempo a conoscere persone sennò quando studiavo?).

Insomma bisogna fare qualcosa e non mollare. Ci devono aiutare i partiti e tutti quelli che dicono di voler fare gli interessi dei cittadini. Che non si possono fare se noi giovani cittadini siamo tagliati fuori. Di chi li fate gli interessi? Solo da 40 anni in su?

Perciò datevi da fare. Io vi posso dire solo il mio nome perché un consulente ha il dovere della riservatezza e dove andrò a lavorare dopo le patatine non vogliono chiacchiere.

Andrea

Una generazione si costituisce parte civile (di Flora Frate)

La mia generazione, scriveva Giorgio Gaber, ha perso. La nostra no, perché non ci hanno fatto nemmeno tentare. La nostra generazione è negata, nascosta, omessa. Costretta a tacere, relegata in un angolo, soffocata. Negli ultimi quindici anni, la società ha subito stravolgimenti radicali. Ci hanno raccontato la “lieta novella” che più mercato e più flessibilità fossero opportunità di un futuro glorioso. Ci hanno costretto a credere, nostro malgrado, che precarizzare il mondo del lavoro fosse non solo ineluttabile, ma soprattutto un’opportunità che avrebbe prodotto “più lavoro per tutti”, andando a sostituire la rigidità del posto fisso con la dinamicità del mercato. Uno scambio del tutto impari e totalmente al ribasso per una generazione che si vuole negare, nascondere, omettere. Basta scorrere i dati in rete e le storie di precariato saltano agli occhi in tutta la loro prepotenza: agenzie interinali, una paga da fame, turni sempre più massacranti. Nel bel Paese della legge 30 (quella stessa legge che avrebbe dovuto garantire gli ammortizzatori sociali), l’unica traccia narrativa è quella dell’umiliazione e della solitudine sociale. In un Call Center non ci si può fidanzare, pena il licenziamento in tronco. Ci si distrae e si abbassa la produttività.

Eccola la nostra generazione, repressa e costretta a vivere in una dimensione approssimativa tra ricatti e certezze mancate. Una generazione che campa grazie ad un unico ammortizzatore, le nostre famiglie: padri e madri che hanno conosciuto una mobilità sociale inversa alla nostra, di crescita e consolidamento. Noi venti/trentenni abbiamo una mobilità capovolta, verso il basso, tendente all’esclusione e all’emarginazione. E non c’è da sorprendersi se è alta, e continua a crescere sempre più, la nostra disillusione nei confronti dei partiti e delle Istituzioni.

Sentiamo la politica come un corpo estraneo ed invasivo, piuttosto che come uno strumento di indirizzo della collettività. La politica di chi ha sbagliato e rubato, ricade sulla nostra instabile generazione: ci fanno pagare un prezzo altissimo per i loro errori e i loro sprechi.

Ci chiedono di risanare questo Paese sulle nostre spalle, stringendoci sempre più in un limbo di non-esistenza. Sempre più negati, sempre più nascosti, sempre più omessi. E oltre il danno, anche la beffa. Non solo relegati ma anche offesi; bamboccioni e sfigati è il modo in cui la nostra generazione viene rappresentata dai Signori del Governo, di ieri e di oggi. Siamo descritti come “mammoni” da persone che parlano di ciò che non conoscono, che si ergono su santuari di arroganza non avendo alcuna consapevolezza degli argomenti in questione. Perché non si dice, ad esempio, che la trasformazione del sistema universitario ha generato un enorme esamificio incapace di formare la futura classe dirigente di questo paese?! Perché non si dice, ancora, che la laurea triennale è stata una clamorosa truffa generazionale, di migliaia di giovani che prima si sono visti scartati a vantaggio di chi era laureato col Vecchio Ordinamento e poi nuovamente buttati via perché il mercato esigeva laureati con la Magistrale?! Perché ci si dimentica di dire che siamo schiavi all’interno di un meccanismo infinito di tirocini, il cui requisito d’ammissione – paradossalmente – è già di per sé un’alta qualità formativa?! Perché nessuno ricorda che a lasciare questo paese sono menti valide, di studiosi e ricercatori che qui non trovano alcuna prospettiva?! Come mai nessuno denuncia che a soffrire maggiormente del precariato sono le giovani donne, che ai colloqui si sentono chiedere se hanno intenzione di fare famiglia?!

È sempre più forte lo scollamento tra la realtà e ciò che si vuole rappresentare. A cominciare dai partiti, dove la nostra presenza la si vuole sempre più testimoniale e mai intesa come una reale risorsa. Dobbiamo tacere e non contraddire il capobastone di componente, pena l’esclusione totale. Partiti balcanizzati da logiche personalistiche, contro le quali le nuove generazioni si scontrano pesantemente. Il successo del Movimento 5 Stelle ci racconta questo: Grillo a parte, esiste una generazione capace di organizzarsi facendo emergere tutto il proprio malessere.

Ed è esattamente questo che dobbiamo fare, rompere il compromesso del silenzio e della mortificazione. Ai partiti che vorrebbero sublimare la questione all’insegna di un presunto patto generazionale, noi vogliamo rivendicare che negli ultimi quindici anni siamo stati vittime di una pesante truffa generazionale. Il precariato è un vestito tagliato su misura, un’imposizione categoriale che vogliamo rifiutare. Il precariato è stato costruito per svilire il nostro potenziale, per crocifiggerci all’esistente mortificando il nostro futuro. Un futuro che non vogliamo suicidare.  Contro questa truffa la nostra generazione si costituirà parte civile contro lo Stato. Ci presenteremo come parte lesa, come soggetti pesantemente danneggiati da scelte politiche che hanno messo un’ipoteca sui nostri sogni e sul nostro talento. Non vogliamo stare fermi a guardare. E vogliamo che tutto questo parta da Napoli, da quel Sud che si vuole rappresentare come una zavorra, come peso inutile di un’Italia che altrimenti prenderebbe il volo. Da qui, dal nostro Sud, muoveremo la nostra denuncia. Presenteremo un regolare esposto contro lo Stato, un gesto che va ben oltre il simbolico.

Siamo stanchi di essere negati, nascosti, omessi. Siamo vittime di una truffa e in quanto tale ci costituiremo parte lesa. La nostra generazione deve osare.

Flora Frate (tratto dal gruppo Facebook “Generazione parte civile”)

Il precariato: sono i giovani i veri colpevoli? (di Flora Frate)

Il ministro Fornero insiste che i giovani vogliono lavorare stando vicino a mamma e papà. Monti afferma che il posto fisso è noioso e si dice, inoltre, che chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato al pari, dunque, di una persona che si laurea in ritardo, quasi a costruire un parallelismo di questo tipo: “ lo sfigato che si laurea in ritardo guadagna 500 euro al mese”.

In qualità di rappresentante degli studenti e dei precari, cercherò di fare un punto della situazione basandomi sulla mia esperienza personale oltre che istituzionale. Un  laureato alla triennale, età compresa tra i 22 e 23 anni, non aspira (ancora) di sicuro al posto. Ascoltando le testimonianze di molti giovani studenti, posso affermare che l’aspettativa  del posto fisso non emerge e le motivazioni sono molteplici:

1) la coscienza del futuro non è ancora sviluppata; 2) la necessità è il completamento del percorso  di studi, al Nord quanto all’estero; 3) i giovani credono di investire nello studio per garantirsi le competenze necessarie alla realizzazione dei propri  progetti di vita; 4) perché, riportando l’esempio dei sociologi non sanno come spendere la propria laurea nel mercato del lavoro.

Non potendo lavorare gli studenti  aspirano ad  un tirocinio sia per  sviluppare competenze specifiche e pratiche – prevalentemente per i laureati nel settore umanistico –  sia per un efficace ed efficiente servizio di orientamento al lavoro. Il Sud, poi, soffre di un basso feedback tra la  laurea/ tirocinio/lavoro. In Campania abbiamo assistito ad un investimento regionale nella  formazione fine a se stessa e senza reali sbocchi lavorativi.  Softel e Almalaurea, servizi  telematici di orientamento al lavoro e all’università, non hanno mai soddisfatto gli studenti.

Una volta laureati non si trova altro che call center e centri commerciali. Se l’unica alternativa valida al contratto atipico sembra essere il posto fisso, è chiaro che si preferisce  la certezza di quest’ultimo. Or dunque, se la figlia della Fornero lavora a Torino, comoda affianco alla mamma, di quali giovani stiamo parlando? È chiaro che questo governo non conosce la situazione  reale dei giovani.

Dobbiamo renderci conto che le varie riforme universitarie non hanno affrontato i problemi in maniera risolutiva.  Dal 2000 al 2012  migliaia di studenti precari e senza lavoro sono parcheggiati ancora all’università. E dunque chi sono gli sfigati? Gli studenti, i giovani  o i ministri al governo?  Oltretutto, la scelta  tra i diritti e il lavoro è improponibile.

Noi abbiamo diritto sia all’articolo 18 sia al lavoro. Il sindacato, la Cgil, deve riflettere su stessa: la nuova generazione non ricorre più al sindacato perché non si sente adeguatamente rappresentato. La Cgil deve iniziare a fare un’attenta analisi e recuperare il suo antico valore storico.  Come al tempo della catena di montaggio ha salvato migliaia di operai e figli di operai, cosi oggi la Cgil deve rappresentare la salvezza dei precari e dei figli dei precari.

Flora Frate

Un tempo per esserci e io ci sto! Appello ai precari (di Rossella Aprea)

Riproponiamo dal sito www.lib21.org il primo di una serie di articoli dedicati a precari. Che le persone svolgano un lavoro dignitoso e che dia i mezzi per vivere non è solo un affare privato dei singoli individui, ma è un fondamento della nostra Repubblica. Per questo il lavoro è uno dei caratteri essenziali della condizione di cittadino. Il lavoro non è un tema da economisti, sindacalisti o esperti di politica. Il lavoro è un tema per cittadini.

Noi non ci siamo e nessuno perde occasione per approfittarne, per utilizzarlo a proprio vantaggio. Non ci siamo, anche se siamo tanti. Milioni. Non ci siamo, eppure gran parte dell’economia di questo Paese si regge su di noi. Non ci siamo, anche se saremo noi il futuro di questo Paese. Non ci siamo, siamo solo dei figli, a cui nessuno concede il diritto e il rispetto di diventare grandi. Non ci siamo per l’economia, per il governo, per gli altri, per chi un lavoro ce l’ha, forse persino per i nostri genitori, che ci mantengono. Non ci siamo né come singoli, né come entità, come categoria. Non ci siamo quando si parla di diritti e di tutele e non ci siamo nemmeno quando si parla di abusi e sfruttamento. Assistiamo alla nostra realtà immersi in una serie di assenze che dovremmo percepire come intollerabili, ma delle quali non siamo ormai neanche più consapevoli. Assenze, mentre questo è un tempo per esserci. Assenza di fiducia, assenza di futuro, assenza di opportunità, assenza di rispetto, assenza di cultura, assenza di civiltà. Assenza di vita. E in tutta questa assenza ci sentiamo soli. Noi siamo soli. Così, soli e confusi, ancor più rassegnati, ci accontentiamo di sopravvivere e non di vivere, ci accontentiamo del poco che ci viene concesso senza pretendere, senza costruire per ottenere di più di quello che ci permettono in questa vita.

E invece quanto mi piacerebbe smentire, sorprendere, far ammutolire quanti hanno saputo usare solo parole critiche e offensive nei nostri confronti, specie in questi giorni. Quanto mi piacerebbe vederli cambiare atteggiamento passando dalle offese alle blandizie, perché siamo diventati degli interlocutori reali, forti e risoluti. Quanto mi piacerebbe che tutti noi ci rendessimo conto di quanto sia insensato e stupido perseguire solo i nostri piccoli interessi, lasciando che sopravvivano particolarismi e frammentazioni, che ci rendono solo deboli e inconsistenti. E quanto mi piacerebbe non sentirmi più così sola, ed essere parte di un grande movimento collettivo, che riaccenda la speranza nel presente e nel futuro. Come mi piacerebbe, perciò, che ogni singolo precario, e tutta la miriade di organizzazioni settoriali di precari, grandi e piccole, rispondessero a questo appello con una sola frase. IO CI STO! Ecco, questo diventerebbe il nostro tempo per esserci, e non saremmo più soli, confusi, avviliti, derisi e sfruttati, ma ci saremmo anche noi in questa società. Un grande movimento sociale, che potrebbe cominciare a cambiare la realtà. Ci si salva solo a patto che lo si faccia insieme, io non vedo altro. E dalle labbra di coloro che pronunciano solo prevedibili parole di sfiducia, vorrei potessero venire parole come quelle di Aldo Capitini: “Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto” e ancora convincersi e convincere gli altri che “Non è detto che sia immutabile la realtà dove il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Chi accetta questo mondo, non ne diviene forse responsabile? Io non lo accetto e voglio esserci. Questo è il mio tempo e tutto comincia da ciascuno di noi, perciò prima di chiedere a voi, comincio io a rispondere a questo appello, per creare una grande rete di uomini e donne precari, che sfruttando la rete virtuale, riescano finalmente a costruire insieme iniziative concrete per cambiare. IO CI STO! E tu?

Una precaria

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli

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