Tanto vale… meglio l’Italicum (di Paolo Acunzo)

meglio italicumSarà l’ingorgo  istituzionale che vede la discussione sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica, delle riforme elettorali e costituzionali intrecciarsi tra loro. Sarà la confusione di alleanze politiche che non rendono possibile capire chi sta con chi e per fare cosa o chi si oppone a chi e perché. Sarà un dibattito che non sempre è trasparente intorno a patti e nazareni vari, ma in queste ore mi sembra che si stiano perdendo i punti salienti della questione elettorale in discussione con posizioni che spesso esulano da questa. Tentiamo di ricapitolare.

Dopo anni di discussione pare che finalmente si riuscirà ad uscire compiutamente da quel porcellum di legge che con le liste bloccate impediva di poter scegliere i propri parlamentari. Dopo la sua abrogazione da parte della Corte Costituzionale, il cosiddetto consultellum rintroduceva le preferenze e la libertà di scelta su chi eleggere parlamentare da parte dei cittadini, ma non la facoltà di scegliere chi ci governa, lasciando un sistema proporzionale puro che ci avrebbe condannato a larghe intese a vita.

Oggi l’Italicum, con tutti i suoi limiti, tenta di rimediare e propone un sistema elettorale compiuto, benché limitato all’elezione della Camera dei deputati. Con il premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40% si da la possibilità di scegliere chi ci deve governare al primo turno o al ballottaggio; si da’ rappresentanza a tutte le forze che superano il 3% garantendo il pluralismo; è rintrodotto il doppio voto di preferenza per genere, ridando lo scettro agli elettori per l’identificazione degli eletti.

sbloccare riforma elettoraleOvviamente anche io vedo i suoi limiti e sicuramente la norma dei capilista bloccati limita la libertà di scelta degli elettori. Ma a dire il vero vedo anche altri problemi, forse anche più seri: il premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione fa sì che un partito a vocazione maggioritaria come il PD non dichiari prima con chi si voglia alleare, lasciandolo libero successivamente di guardare a destra o a sinistra come meglio le aggrada. Ciò potrebbe ridar vita alla proliferazione di partitini, che non avendo nessun beneficio a coalizzarsi, potrebbero puntare al 3% per avere il loro diritto di tribuna e di protesta in Parlamento, senza porsi il problema di governare il nostro difficile paese. Infine la soglia al 40% per il premio di maggioranza è ancora troppo bassa e potrebbe causare un effetto distorsivo della rappresentanza, tanto che il partito maggioritario non è spinto neanche ad andare verso le altre piccole liste potendo contare su un premio spropositato rispetto ai voti che ha preso al primo turno.

Questi sono i punti più critici, ed è invece preoccupante che il dibattito oscilli tra coloro che vorrebbero scegliere i propri parlamentari solo tramite preferenze e quelli che vogliono solo tra collegi uninominali, ossia la forma di lista più bloccata possibile essendo presente solo un nome da votare per ogni lista.

E allora tanto vale tenersi l’Italicum. Se riprende un dibattito infinito sulla legge elettorale andrebbero perse anche le cose positive di questa legge, schiacciate da posizioni spesso inconcludenti se non pretestuose. E poi l’alternativa sarebbe un immediato ritorno alle urne. Cosa che comunque auspico per fare chiarezza, ma con un sistema elettorale che non ci condanni a larghe intese perenni visto che con il proporzionale puro nessun partito potrà raggiungere mai la maggioranza assoluta necessaria per governare. Urge invece un sistema elettorale che finalmente riesca a far uscire l’Italia da questa empasse democratica, grazie ad un prossimo voto dei cittadini in grado di poter far scegliere liberamente i propri rappresentanti e legittimare chi vogliono essere governati. Dunque se tanto vale, meglio l’Italicum e ridiamo presto l’ultima parola ai cittadini.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Primum legge elettorale?

Il voto al gruppo Pd del Senato non fa ben sperare. Sicuramente la legge elettorale sarà approvata lo stesso con i voti di Forza Italia, ma ne uscirà indebolito il partito di maggioranza relativa (come una volta si chiamava la Dc). In effetti la lotta interna al Pd e tutte le peripezie legate al patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi hanno un po’ oscurato la sostanza di cui si tratta.

Una legge elettorale è il primo requisito di una democrazia e quella che è stata in vigore per circa dieci anni – il porcellum il Parlamento non ha voluto cambiarla. Ci ha pensato la Corte Costituzionale ad abolirla e da allora è rimasta in piedi una legge proporzionale pura. Se andasse bene potremmo anche lasciare le cose come stanno, ma, purtroppo, di proporzionale ne abbiamo avuto per decenni e non pare che ci abbia fatto un gran bene. Anche di preferenze ne abbiamo avuto e ne abbiamo e quando qualcuno vuole esemplificare il male che possono fare cita il nome di qualche consigliere regionale noto per la sua cleptomania e per l’elevato numero di preferenze di cui si fregiava.

Messo da parte il proporzionale e messe da parte anche le preferenze (vanno benissimo in Finlandia, ma non nel paese delle mafie e della corruzione) cosa si può fare? Razionalmente si dovrebbe introdurre un sistema uninominale a doppio turno nel quale i candidati competono per un collegio e se il partito sbaglia il nome perde le elezioni. A doppio turno così tutti partono insieme, ma solo i due più forti si battono per il seggio.

Cosa c’è di più semplice? Nell’Italicum un abbozzo c’è quando si prevede il ballottaggio. Ma poi ci sono i capilista bloccati e il premio di maggioranza. Ci sono anche le preferenze però. Insomma un’insalata che è un compromesso tra spinte diverse. Ma, d’altra parte, la democrazia è compromesso per definizione, quindi si vada ai voti perché prima viene la legge elettorale

Legge elettorale: il cambiamento del forse (di Claudio Lombardi)

dubbio scelte politicheLa proposta che nasce dall’accordo tra Renzi e Berlusconi e che la Direzione del PD ha approvato è complessa e tenta di mettere insieme elementi diversi scelti tra quelli più graditi alle forze politiche alle quali quella proposta si rivolge. Non a tutte, dunque, perché il M5S ha rifiutato di trattare alcunché con coerenza rispetto al disegno di Grillo: restare l’unica forza alternativa su piazza costringendo tutti gli altri ad impastoiarsi in un’alleanza forzata. D’altra parte Grillo lo aveva detto che sarebbe andato al voto anche col porcellum. Per restare del tutto fuori ha rinviato la decisione del M5S sulla legge elettorale a future consultazioni online, lasciando così gli altri a scontrarsi tra di loro e preparandosi la comoda posizione di giudice esterno degli errori altrui.

In questa situazione che comprende la sentenza della Corte Costituzionale con la legge elettorale trasformata in un proporzionale puro, se si voleva arrivare ad una proposta concreta con i numeri per diventare legge bisognava per forza mettersi d’accordo con Forza Italia. Da qui l’incontro con Berlusconi e tutte le polemiche ecc ecc

accordo renzi berlusconiChe dice Renzi? Intanto rilancia le riforme costituzionali centrate sull’abolizione del Senato, delle province e sulla riforma del Titolo V della Costituzione. Giustissimo, peccato siano un evergreen che ritorna in tutte le legislature e che è difficile crederci. Staremo  a vedere. La legge elettorale invece è un’urgenza e quindi ha più probabilità di arrivare in porto. Il sistema proposto, giustamente definito “italicum” da Renzi, è un ibrido che non restituisce il potere di scelta ai cittadini. Non può farlo perché il vero potere di scelta è la preferenza che i grandi partiti non vogliono e che è diventata sinonimo di corruzione. In realtà di corruzione ce n’è moltissima intorno e dentro la politica, ma nessuno può augurarsi l’apertura di un gigantesco supermercato dei voti ancora più corrotto di quello che c’è. Così è ridotta la democrazia italiana…

cambiamentoScartata la preferenza la soluzione più logica sarebbe stata quella dei collegi uninominali a doppio turno. Più logica e più pulita e, tra l’altro, quella preferita dal PD da sempre. Niente da fare, in nome dell’accordo bisogna avventurarsi in collegi piccoli con soglia di sbarramento alta, ma con ripartizione dei voti nazionale. In premio di maggioranza che trasforma il 35% in 53%, (una vera magia). In un doppio turno residuale e in una spinta a coalizzarsi che non mette per niente al riparo dai ricatti post-voto di partitini vari. Ma perchè tanta paura a fissare un limite del 40% o più alto per attribuire un premio che allora avrebbe un senso?

Insomma non si vedono tracce di restituzione del potere di scelta ai cittadini. Forse la verità è che nessuno ci crede veramente e per questo a ‘sti benedetti cittadini gli si dà un’imbeccatina, una spintarella nella speranza che esca un risultato utilizzabile dai gruppi dirigenti dei partiti.

partecipazione politicaIl fatto è che ridare il potere di scelta ai cittadini non può consistere solo in un meccanismo elettorale perché poi, dato il voto, la politica se li scorda e i cittadini non contano più nulla. D’altra parte per contare, per partecipare bisogna saperlo e volerlo fare e se ogni cittadino è abituato a pensare solo per sé la partecipazione diventa una gara ai favoritismi.

Per abituarsi alla partecipazione ci vuole una cultura, cioè una pratica di comportamenti e un senso comune a cui oggi nessuna forza politica tiene. Che fine hanno fatto tutti i discorsi sulla partecipazione dentro e fuori dai partiti? Per esempio, tanta agitazione dentro il PD (occupy PD ecc) a cosa ha portato? Sì alcuni volti nuovi sono entrati in Direzione, in segreteria e Renzi ha vinto le primarie. E poi? Basta così? Si è persino coniato il termine “doparie” (consultazioni obbligatorie degli iscritti sulle scelte politiche) per ricordare che le primarie sono solo un pezzo di un tutto più ampio. Che fine hanno fatto?

doveri e dirittiIl metodo scelto dai socialdemocratici tedeschi per decidere l’alleanza di governo con la Merkel ricalca quello indicato dalle “doparie” per esempio: quindi si può fare, non è poi tanto difficile. In realtà bisognerebbe pensare a “doparie” dei cittadini perché dare il voto non basta per qualificare una democrazia. Ci vorrebbero anche fuori dai partiti per risollevare la politica e la democrazia dal discredito e dalla vergogna in cui le oligarchie le hanno precipitate. Il tema di trasformare una massa di individui in collettività è più che mai attuale, altrimenti nessuna riforma elettorale o costituzionale darà buoni frutti, ma resterà un affare dei gruppi dirigenti.

Comunque che le facciano in fretta queste leggi. Ma purtroppo le leggi da sole servono a selezionare un gruppo di comando sulla base di un buon marketing elettorale. Non comportano di per sé che si faccia una buona politica. Per quella, ormai dovrebbe essere certo, si continuerà a fare affidamento sul governo Letta-Alfano. Per i cittadini i problemi restano gli stessi

Claudio Lombardi

Er Batman: all’origine delle sue 27mila preferenze (di Paolo Berdini)

Nel cattivo governo delle città e nella mala urbanistica, le radici della malapolitica.

Lo scandalo della regione Lazio non può essere derubricato all’ennesimo caso di ruberie guidate da un comodo mariuolo. E’ anche questo, ma il motore vero che provoca l’ascesa dei tanti Franco Fiorito sta nell’assenza di regole cui sono state abbandonate le città. Egli inizia infatti il suo percorso come sindaco di Anagni e trae evidentemente profitto (27 mila voti di preferenza alle recenti elezioni regionali sono un consenso enorme) dall’immensa opacità con cui -senza violare alcuna legge- si possono governare le città d’Italia.

La prima causa del crollo della pubblica moralità sta nella cancellazione di qualsiasi norma urbanistica. Da due decenni vige come noto una zona franca sconosciuta nell’Europa civile in cui un sindaco può variare a proprio piacimento le destinazioni urbanistiche senza essere ostacolato da nessuno. Per realizzare una lottizzazione in una zona agricola occorre andare dal sindaco: sarà lui a portare a buon fine l’affare. E di grandi affari si tratta: dieci ettari di terreno agricolo valgono poco sul mercato immobiliare: se diventano edificabili salgono anche a centinaia di milioni. Anche senza pensare che avvengano dazioni di denaro (e a leggere le cronache di questi giorni si fa fatica) i sindaci stringono legami economici e controllano posti di lavoro.

La seconda causa sta nella legislazione degli appalti pubblici. Le ultime norme imposte dal duo Berlusconi-Tremonti e lasciate in vita dagli attuali “tecnici”, hanno portato a 500 mila euro il limite con cui si può procedere all’affidamento mediante trattativa privata. Anche in un periodo di ristrettezze economiche, un sindaco appalta molti lavori pubblici: consentirgli di affidarli a proprio piacimento è indegno di un paese civile. E in questo modo il legame con il mondo economico si rafforza ulteriormente e si continua a disporre di posti di lavoro.

La terza causa sta nella cultura dell’esternalizzazione dei servizi urbani. Affermatosi negli anni in cui sono state privatizzate alcune importanti aziende pubbliche, il morbo riguarda ormai tutti i servizi: dal ciclo dei rifiuti alla gestione dei depuratori. Invece di rimuovere le cause delle inefficienze che esistevano è stata percorsa una comoda scorciatoia: i sindaci possono affidare a imprese amiche la gestione di servizi pubblici, tanto le procedure di controllo sono inesistenti e pressoché impossibile per la magistratura contabile risalire ai bilanci.

E non si pensi che si tratti di un fenomeno che riguarda esclusivamente i comuni piccoli o le piccole imprese. Nelle maggiori città (si pensi al caso da antologia di Parma) la mala politica aveva creato 35 società di settore per gestire i servizi. Altri posti di lavoro e altro vertiginoso debito pubblico. Nelle grandi opere sono state allentate o cancellate le regole ambientali e paesaggistiche. Insomma, il caso Fiorito è il frutto del ventennio del liberismo selvaggio che ha cancellato ogni regola.

Le città non sono più i luoghi del governo della cosa pubblica. Sono le palestre per costruirsi un consenso elettorale ed economico da utilizzare nella scalata verso i vertici dello Stato. Il più urgente compito di chiunque vuole salvare il paese dalla sfiducia è dunque quello di ricostruire regole semplici quanto inflessibili. Guido Rossi (tra i firmatari dell’appello “ Furto d’informazione” apparso su queste pagine il 30 luglio scorso) notava nel suo editoriale di domenica sul Sole 24 Ore che a parole non c’è nessuno che non si definisca “liberale” e fautore di regole. Salvo scorrazzare a piacere nelle praterie di un paese senza leggi che ha svenduto le sue città

Paolo Berdini da www.eddyburg.it