Gli onesti, gli evasori e i corrotti: una metafora dell’Italia

Oggi gli italiani sono i clienti di una pizzeria in cui pagano, per due margherite e una birra, qualcosa come 700 euro e rotti.

“Ma come 700 euro? E’ lei il gestore qui? Sì? 700 euro? 700 euro per due margherite e una birra”.

“Lo so signore, ma vede quella enorme tavolata vuota lì in fondo dove ci sono i resti di ostriche e champagne? Ecco, i commensali di quella tavolata, dopo aver consumato, sono come al solito scappati via. Evasi. Infatti li chiamo evasori. E siccome qualcuno il loro conto lo deve pur pagare, io lo faccio da sempre pagare a voi clienti onesti che non scappate. O come dico io, che non evadete”.

“Ma 50 euro di coperto?”

“Lo so signore, ma vede quel tizio losco lì al bancone con la faccia cattiva e il tatuaggio con scritto “Mafia“? Ecco, io a quello devo pagare ogni mese il pizzo, altrimenti mi fa saltare il locale. E io da qualche parte i soldi per pagargli il pizzo li devo trovare no? Quindi lo faccio pagare a lei”.

“Inaccettabile. Che poi, me lo lasci dire, le sue pizze fanno veramente schifo”.

“Lo so signore, ma vede quel tizio ben vestito seduto all’ingresso? Ecco, lui è il funzionario a cui devo pagare la tangente ogni mese per poter tenere il locale aperto, per ottenere le autorizzazioni necessarie e per chiudere un occhio sui controlli sanitari e sui dipendenti. Quindi per pagare la tangente a loro, risparmio sugli ingredienti e le rifilo servizi e prodotti di merda”.

“Ma è inaudito! Un abuso! Mi sorprende che lei sia ancora aperto”.

“E se sapesse tutto il debito che ho sul groppone, e che ovviamente faccio pagare a lei e agli altri clienti, si sorprenderebbe ancora di più”.

“Sono sconvolto. E nessuno si ribella? Nessuno le dice che invece di caricare tutto sul conto dei clienti onesti lei dovrebbe far pagare gli evasori, cacciare i corrotti, denunciare i mafiosi e risparmiare per ridurre il debito?”

“Sì sì, qualcuno ogni tanto prova a ribellarsi. Ma vede quel ragazzo di colore lì davanti alla vetrata di ingresso?”.

“Sì”.

“Ecco, quel ragazzo lì, quando lei uscirà, proverà a venderle un accendino a 1 euro. E io ai miei clienti, quando presento il conto, rifilo la solita ramanzina: dico che non se ne può più, che questi neri ci tolgono pure i soldi per piangere, che 1 euro ci rimane e vogliono toglierci pure quello, che è colpa loro se siamo senza soldi, che la gente muore di fame, che i nostri nonni rovistano nella spazzatura e loro fanno la bella vita. E alla fine, invece di prendersela con me o col funzionario o col mafioso per le 700 euro, sfogheranno tutta la loro frustrazione su quel ragazzo lì e sul suo euro”.

“Ma è orribile. E perché a me sta spiegando tutto questo? Non ha paura che la sputtani qui davanti a tutti?”.

“E a cosa serve? Lo faccia. Io inizierò a dire che lei è un rosicone, che lei vuole che il ristorante sia invaso da neri con gli accendini, che poi vogliono pure la pizza gratis, che poi buttano le mani sulle nostre clienti, che ci sfilano i portafogli, che lei non mi lascia lavorare, che lei odia questa pizzeria e che odia la pizza che è un simbolo dell’Italia e quindi lei odia l’Italia. E tutte queste cose qui”.

“E le credono?”

“Ah ah ah, se mi credono! Lei pensi che io per 20 anni a questa pizzeria ho pure fatto la guerra. Dicevo che mi faceva schifo. La chiamavo Pizzeria “Italia di Merda” e insultavo tutti i suoi clienti, tanto li disprezzavo. E li guardi ora, mi adorano nonostante tutti gli insulti che ho rivolto loro. Quindi ci provi a parlare loro dell’evasore, del mafioso, del corrotto. Che io poi rispondo con la storia del ragazzo nero. E vediamo chi la spunta. Quindi che fa: paga o rompe le palle?”

Di Basta buonismo su Facebook

Irpef una riforma da fare

Per ora se ne parla poco e quasi solo sui siti specializzati e in ambiti ristretti, ma di certo il tema della riforma dell’ Irpef prima o poi emergerà alla luce dell’attualità politica. Diciamolo con le parole di ricercatori e studiosi che sul sito www.lavoce.info hanno avviato da tempo una discussione sul tema.

1.L’urgenza di una riforma dell’Irpef. La principale criticità dell’attuale Irpef è “l’elevato livello delle aliquote marginali e medie, e di quelle marginali effettive, che a causa di detrazioni decrescenti rispetto al reddito sono ancora più alte di quelle formali, soprattutto a redditi medio-bassi”.

2.L’equità. Secondo Dario Stevanato il sistema impositivo è cambiato rispetto alle sue intenzioni originarie. Non si tratta più di un’imposta personale sul reddito, ma di un insieme di “imposte reali sulle singole categorie di reddito, tassate con aliquote proporzionali, accanto a un’imposta speciale progressiva sui redditi di lavoro”.

equitàL’esempio che porta l’autore è quello dei redditi di capitale tassati in “modo sostitutivo e proporzionale, con aliquote differenziate: proventi finanziari, capital gain, canoni di locazione, plusvalenze immobiliari, pagano aliquote diverse l’una dall’altra”.

Inoltre “alcuni redditi con preponderante componente lavorativa scontano miti aliquote proporzionali (autonomi minimi) o sono esentati (imprenditori agricoli). Quanto ai redditi di impresa individuale o società di persone, l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale) consente di tassare gli utili con la stessa aliquota dell’Ires”.

E quindi?

L’insieme di questi micro-sistemi sostitutivi secondo Stevanato “viola il principio di equità orizzontale e attua una discriminazione qualitativa alla rovescia, in genere penalizzando i redditi di lavoro – dipendente e autonomo – rispetto a quelli fondati sul capitale”.

Per queste ragioni l’autore ritiene giustificata la riduzione delle aliquote effettive sui redditi di lavoro “di fatto gli unici che oggi pagano aliquote progressive”.

aliquote irpef3. Le aliquote reali. Ruggero Paladini e Fernando Di Nicola analizzano le aliquote Irpef dimostrando che sono meno delle cinque formali stabilite dalle normative. Chiaramente viene presa in considerazione l’imposta netta effettivamente prelevata ai contribuenti. Ciò comporta che “già sopra i 28mila euro incominciano a esserci contribuenti con un’aliquota marginale vicina al 42 per cento e spesso superiore al 43 per cento”. L’obiettivo diventa quindi far scendere le aliquote marginali e medie per i lavoratori con redditi bassi e medi, ma alzandole per i redditi più elevati (da 200mila euro in su).

4. Il sistema attuale è iniquo perché fa pagare troppo a pochi. Questa è la questione di fondo che, insieme all’evasione fiscale, schiaccia i contribuenti onesti e fa mancare soldi allo Stato. Una ricostruzione dei flussi fiscali compiuta sul Corriere della Sera da Alberto Brambilla è impressionante.

“Nel 2015, il 45,48% dei cittadini — 27,59 milioni di abitanti —ha pagato 185 euro di Irpef a testa; in pratica solo il 4,87% dell’Irpef totale.   (…)  I dichiaranti nel 2015 sono stati 40,77 milioni ma solo 30,9 milioni hanno presentato una dichiarazione dei redditi positiva, per cui considerando che gli italiani sono 60,665 milioni, possiamo dedurre che oltre la metà (50,9%) degli italiani non ha reddito, ovvero è a carico di qualcuno”.

contribuenti fiscoIn particolare “i primi 18.542.204 contribuenti (il 45,48%, di cui 6.704.584 pensionati), dichiarano redditi lordi da 0 a 15 mila euro, quindi vivono con un reddito medio mensile di circa 625 euro lordi, meno di quello di molti pensionati (mediana di 7.400 euro). Questi 18.542.204 contribuenti, cui corrispondono 27,59 milioni di abitanti, anche grazie alle detrazioni, pagano come dicevamo all’inizio, 185 euro l’anno di Irpef. La spesa sanitaria pro capite è pari a circa 1.850 euro, per questi primi tre scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef versata e il solo costo della sanità ammonta a 50,13 miliardi che sono a carico degli altri contribuenti; e parliamo solo della sanità ma poi ci sono tutti gli altri servizi di Stato ed enti locali che qualcun altro si dovrà accollare”.

E quindi chi paga? Sopra i 300 mila euro lo 0,08% dei contribuenti paga il 4,92% dell’Irpef complessiva. Sopra i 200 mila euro di reddito lo 0,2% dei contribuenti paga il 7,56% dell’Irpef. Sopra i 100 mila euro l’1,08% paga il 17,22% dell’Irpef. Se si mettono tutti insieme a chi ha redditi lordi sopra i 55 mila euro si ottiene che il 4,27% dei contribuenti paga il 34,02% dell’Irpef. Aggiungendo anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi abbiamo che l’11,97% dei contribuenti paga il 53,7% di tutta l’Irpef.

evasori fiscaliFa notare Brambilla che “il reddito spendibile, per via dell’impossibilità di accedere a molti servizi pubblici gratuitamente perché titolari di redditi non tutelati (esenzione da ticket, utilizzo dei mezzi pubblici con sconti e via dicendo), è diminuito e con esso si è impoverita la classe media”.

I dati esposti nell’articolo di Alberto Brambilla sono inesorabili e dicono che i soldi mancano perché pochi pagano le spese di tutti. Si tratta di oltre 153 miliardi di euro che è la quota parte del costo del servizio sanitario e degli interventi assistenziali di quelli che non contribuiscono con un Irpef sufficiente. Ma poi ci sono anche le pensioni. Ricorda l’autore dell’articolo che 10 milioni di soggetti che non dichiarano nulla ai fini Irpef, sono anche privi di contribuzione.

Un quadro chiaro. Noi siamo abituati a tollerare evasione, elusione, regimi particolari con trattamenti di favore. Ma oggi questo sistema non si regge più e, purtroppo, nemmeno una riforma dell’Irpef è risolutiva anche se necessaria. Il rischio è che i soldi continueranno a mancare e i redditi medi e bassi continueranno a sostenere le spese di tutti impoverendosi. Comunque possiamo stare certi che la lotta all’evasione farà parte anche del programma del prossimo governo come avviene da molti anni a questa parte. E quindi possiamo stare tranquilli, no?

Claudio Lombardi

IMU: non facciamone una crociata ideologica (di Salvatore Sinagra)

L’imposta sugli immobili è in Italia una delle forme di prelievo fiscale più criticate e discusse; nel nostro paese è l’unica vera e propria imposta sul patrimonio. Nel 2010 meno del 5% delle nostre entrate fiscali arrivava da imposte su immobili e  attività finanziarie, contro il 6% registrato in Spagna, l’8,5% in Francia ed il 12% in Gran Bretagna. Gli economisti, in maggioranza, concordano nell’affermare che l’unico modo per finanziare efficientemente l’attività dei comuni è un’imposta sulla casa.IMU case

Scrive il fiscalista Francesco Tesauro, autore di un manuale di diritto tributario che ha molto successo nelle università italiane, che l’imposta sulla casa in Italia è stata fin dalla sua introduzione nel 1992 molto contestata dalla gente comune perché è un prelievo particolarmente inviso al popolo. Qualcuno, senza successo e a mio parere facendo una grossolana approssimazione, ha chiesto l’abolizione dell’imposta sulla casa, perché non compatibile con l’articolo 53 della costituzione che prescrive che il sistema tributario è orientato a criteri di progressività.

L’imposta sulla casa, anche quella sulla prima, non è iniqua per definizione, ma in Italia lo diventa nell’applicazione. Tesauro sottolinea che, ad esempio, ai fini dell’ICI (ora IMU) è indifferente il fatto che l’immobile sia gravato da mutuo. Nel 2012 il gettito complessivo dell’IMU è stato di circa 24 miliardi, di cui  4 miliardi relativi alla prima casa, e la rimanente parte quasi equamente suddivisa tra abitazioni  civili diverse dalla prima casa e immobili commerciali o industriali. Il carico fiscale pare quindi distribuito tra prima casa e altre abitazioni in modo abbastanza equo, ma così non è tra le diverse categorie di proprietari di prima casa. Si pensi alla differenza di prelievo tra un’abitazione in una grande città e quella del piccolo centro, concettualmente non immotivata, ma nei numeri eccessiva: in Lombardia per esempio può capitare di pagare un’IMU di 700 euro per una prima casa nella città di Milano che non si trova in uno stabile di prestigio e non pagare nulla per un’immobile che si trova in un comune a meno di dieci minuti in macchina da Milano; ancora nel capoluogo lombardo vi sono case di sessanta metri quadri in prossimità dell’università che vengono affittate a studenti a ben oltre 1000 euro (non si tratta quindi per i proprietari di prima abitazione) che scontano un’IMU ridicola e prime case in periferia gravate da diverse centinaia di euro di imposta. Infine, lascia perplessi il carico significativo, circa 10 miliardi, che grava  su immobili a destinazione commerciale o industriale, e quindi pesa su attività produttive molte delle quali in perdita in tempo di crisi.direzioni diverse

Il dibattito è stato notevolmente politicizzato, ma non è l’opinione pubblica ad aver inseguito la politica bensì la politica che ha puntato su certe tendenze dell’opinione pubblica. Berlusconi nel 2008 abolì l’imposta sulla prima casa avendolo promesso in ben due campagne elettorali. Dopo la sua reintroduzione nel 2012 girava su internet un appello al presidente Monti che chiedeva di non reintrodurre l’imposta sulla prima casa e di recuperare il mancato gettito con i tagli della politica. Al di là del fatto che l’IMU sulla prima casa vale circa 40 volte quello che si potrebbe risparmiare da una cura dimagrante senza precedenti per la nostra classe politica, mi ha molto colpito che nell’appello l’IMU venisse definita una tassa assurda, perché una forma di prelievo fiscale sulla prima casa esiste praticamente in tutto il mondo progredito: negli Stati Uniti e in tutti i più grandi paesi dell’Unione Europea. Si noti tra l’altro che in alcuni paesi come la Francia ed, almeno per ora, in Spagna la casa, se concorre a formare un grosso patrimonio (1.300.000 euro secondo Parigi, 700.000 secondo Madrid), viene colpita anche dalla patrimoniale. In Francia addirittura vi sono due prelievi sulla casa, uno a carico del proprietario ed uno a carico dell’inquilino.

Le contestazioni di tale imposta sono dettate anche e soprattutto da ragioni culturali e mediatiche. Si stima che oltre l’80% delle famiglia italiane possieda la casa in cui abita, mentre, per esempio, in Germania tale percentuale scende al 50%. La rata del mutuo, se comparata ad uno stipendio o salario ordinario, è più pesante in Italia che in Germania; se a ciò si aggiunge che in Germania i benefici degli affitti pagati da circa la metà della popolazione vanno nelle tasche di circa un quinto della popolazione, non sorprende che in Italia è considerata quasi immorale l’introduzione di un’imposta sulla prima casa. In Germania, invece, lo sarebbe la sua abolizione, perché il proprietario di casa in Germania è percepito come colui che sta meglio di almeno metà della popolazione.città IMU

In generale, ed in particolare nel nostro paese, vi sono validi motivi per preferire all’esenzione da imposta della prima casa altri tipi di agevolazioni pensate per i meno abbienti, quali un’aliquota più contenuta sui redditi più bassi e detrazioni e deduzioni per mutui casa e affitti. Anzitutto l’IMU è un’imposta fondamentale per l’autonomia impositiva degli enti locali, ovvero quello che molti chiamano federalismo fiscale. Come dice Graziano Del Rio senza imposta sulla prima casa non si potrà mai istituire un legame anche labile tra i servizi che offre un comune e quello che paga il cittadino; inoltre, come sottolineato da autorevoli commentatori quali la Corte dei Conti, gli studiosi dell’Agenzia del Catasto e, di recente, il segretario dell’OCSE, potendolo fare,  in un paese in crisi sarebbe meglio abbassare le imposte sul lavoro e non quelle sul patrimonio. A ciò si aggiunge che in un paese con un elevata evasione fiscale un‘imposta sugli immobili (rimodulata nel corso degli anni al fine di evitare gli effetti delle bolle immobiliari) e più in generale tutte quelle sul patrimonio, potrebbero portare contemporaneamente a maggiore equità e maggiore efficienza.

Salvatore Sinagra

Non più in alto del Quirinale e del suo tetto (di Civati – Taddei)

Pubblichiamo la lettera aperta al comitato saggi del Quirinale scritta da Giuseppe Civati e Filippo Taddei. Il tema è serio e costituisce per i “saggi” un’occasione per dimostrare coi fatti la loro utilità. metro di misura retribuzioni

“Egregio prof. Onida,

ci rivolgiamo a lei per capire come si possa superare una questione particolarmente rilevante, senza incorrere nei rilievi di incostituzionalità che ha ricevuto nel recente passato e che hanno vanificato il tentativo di riforma che sul punto era stato avanzato.

Perché un dipendente della pubblica amministrazione può essere pagato più del Presidente della Repubblica? È una scelta senza senso e, soprattutto, troppo costosa in un paese in crisi come il nostro e nel quale è avvenuto un profondo cambiamento strutturale molto importante: la riduzione del ruolo del lavoro nella vita delle persone. In Italia, poco alla volta, abbiamo deciso di depotenziare il lavoro con un sistema fiscale penalizzante e trascurando di sviluppare i servizi – dagli asili alla riqualificazione professionale – che lo favorissero. Lavorare oramai non basta più ad assicurare le stesse opportunità del passato. L’esempio più evidente è l’acquisto della casa: se nel 1980 l’appartamento medio valeva tra 3 e 4 volte il reddito lordo annuo, oggi vale più di 10. Non è il risultato di una bolla immobiliare italiana sproporzionata – almeno non maggiore che negli altri. È invece il risultato del fatto che il reddito da lavoro ha semplicemente smesso di essere centrale. La società italiana ha così fermato la mobilità sociale e raggiunto una disuguaglianza dei redditi agli stessi livelli di Stati Uniti e Regno Unito. È il momento di intervenire per ripristinare il primato del lavoro nella vita degli italiani attraverso la riforma dello Stato.

Certamente le remunerazioni del lavoro non sono un problema dovunque o, meglio, non lo sono per tutti. Già si è scritto sulla remunerazione del capo della polizia che guadagna quasi il doppio del capo dell’Fbi americana. Il problema è che non si tratta di un caso isolato. Un esempio altrettanto eclatante è dato dal Presidente della Consulta che, con oltre 450 mila euro lordi, guadagna il doppio del Capo dello Stato. Perfino il segretario generale della Consulta viene pagato più del Presidente della Repubblica. Questi non sono casi isolati nella pubblica amministrazione e, soprattutto, contribuiscono in maniera non trascurabile ad una delle principali storture della spesa pubblica italiana. Secondo Eurostat, nel 2010 la spesa per gli organi esecutivi, legislativi e affari esteri è in Italia di 1% di Pil più alta della Gran Bretagna, dello 0,7% più alta della Germania e dello 0,8% maggiore che in Spagna. Non c’è ragione di pensare che oggi queste differenze siano scomparse e 1 punto di Pil vale 15 miliardi. Sono differenze importanti.

salarioIl fisco italiano è uno dei responsabili dello svilimento del ruolo del lavoro. Secondo l’Ocse, siamo il paese che tassa più gli individui di Gran Bretagna, Austria, Germania, Stati Uniti, Francia e Spagna. Per rendersi conto della stortura nell’attuale sistema fiscale italiano, un cittadino che guadagna 30mila euro lordi all’anno deve rinunciare a circa 70 euro per ogni 100 euro in più che il suo datore di lavoro decide di offrirgli. Tutto questo non ha senso. Non possiamo tenere in piedi un sistema fiscale così penalizzante del lavoro e un apparato dello Stato che, nel suo cuore, costa un punto di Pil in più della Gran Bretagna. Cominciamo con il mettere un limite: nessuno nella pubblica amministrazione può guadagnare più degli oltre 230 mila euro di Giorgio Napolitano, anche cumulando diversi incarichi. Questo tetto alle remunerazioni offre ampi margini alla remunerazione del merito nella pubblica amministrazione ma offre anche risparmi altrettanti larghi. Risparmi che possiamo utilizzare, per una volta, a favore dei lavoratori. Di tutti i lavoratori, cominciando tagliando l’Irpef.

Giuseppe Civati – Camera dei Deputati

Filippo Taddei – Assistant Professor, SAIS, The Johns Hopkins University

Iniziamo a rimettere le cose a posto (di Claudio Lombardi)

Mettiamo da parte la crisi finanziaria internazionale. Spesso viene presentata come un evento naturale contro il quale non c’è nulla da fare se non inondare di denaro i mercati stando ben attenti a metterlo nelle mani di quegli stessi operatori che lo dovrebbero utilizzare per sostenere le economie e che, invece, spesso, lo usano per giocare alla speculazione. Si chiamano mercati, ma sembra che il coltello dalla parte del manico stia sempre nelle stesse mani. Se ci si vuole orientare si può partire dall’articolo di Guido Rossi pubblicato sul Sole 24ore del 14 agosto e ripreso anche da civicolab (http://www.civicolab.it/?p=1400) .

Lo stesso espediente retorico viene utilizzato anche per affermare la necessità di ridurre la spesa pubblica e quella sociale in particolare come se fossero un peso intollerabile e ingiustificato. È incontestabile che alcuni meccanismi devono essere cambiati e che una bella pulizia deve essere fatta in settori cruciali come la sanità (dove, guarda caso, la politica ha da sempre il bastone del comando in mano).

Altri tipi di spesa, ovviamente, sono stati tenuti ben in ombra fino a che si è riusciti a farlo. Si tratta dei costi della politica da suddividersi fra costi diretti ovvero i guadagni di chi vive di politica e costi indiretti cioè le risorse pubbliche il cui utilizzo dipende dall’esercizio dei poteri che la politica conferisce. Diciamo subito che i costi diretti non sono mai stati messi in discussione e che i politici adesso si mostrano disponibili a ridurli, ma solo perché è diventata intollerabile la sproporzione fra i privilegi e i sacrifici richiesti ai cittadini. Ben diverso sarebbe il giudizio se costoro (alcuni, in verità sono stati più disponibili da anni,  ma sono pochi e non sono stati decisivi in nulla) avessero anticipato l’indignazione popolare. Ciò non è accaduto ed è legittimo affermare la propria sfiducia nei loro confronti. Dovrebbero essere i migliori e, invece, troppe volte si sono rivelati esempi indecenti di affarismo e di egoismo.

Detto ciò qualche tagli ci sarà, di facciata o stanziale, ma ci sarà. E non sarà risolutivo di niente se non sarà accompagnato dal taglio dei costi indiretti cioè dei poteri che consentono di manovrare quasi senza controlli enormi risorse pubbliche.

Che fare? Se non nelle mani dei “rappresentanti del popolo” nelle mani di chi stanno più al sicuro le risorse pubbliche? Nelle mani dei mercati? Quali mercati: quelli nei quali spadroneggiano pirati e affaristi senza scrupoli sempre collusi con i politici e con gli apparati pubblici e che nessuno (tranne, a volte, la magistratura) riesce a controllare? No grazie.

Fra le spese mai citate come bisognose di tagli ci sono anche quelle militari. Non sarebbe ora di metterle in discussione? Non per pacifismo ideologico, ma per semplice buon senso e per capire di cosa il Paese ha veramente bisogno. Non a caso la contro finanziaria di Sbilanciamoci (sigla che raccoglie oltre 50 associazioni) insieme alla proposta (ora da tutti accettata) di unificare la tassazione sulle rendite finanziarie ha sempre proposto la riduzione delle spese militari. Speriamo non si aspetti un’altra grande crisi prima di metterci mano.

Vedremo come finirà la manovra. Ma la questione del potere rimarrà centrale: chi comanda e come lo fa.

Se non si mette mano a questi meccanismi inutile pensare a risolvere i mali dell’Italia: egoismo sociale, individualismo, mancanza di senso dello Stato, illegalità sistematica ecc ecc.

Nell’immediato servono soldi e dove si prenderanno e come già indicherà la possibilità di un cambiamento o la prosecuzione dell’arte di arrangiarsi ognuno per sé mandando in malora tutto il resto.

La cosa più logica, se servono soldi, sarebbe prenderli a chi non ha mai pagato o pagato troppo poco. Perché tante timidezze nell’adottare misure adeguate all’emergenza? Tutti sappiamo che negli ultimi 10 anni tanti si sono arricchiti grazie agli imbrogli sull’euro (1 euro=mille lire) e a governi che hanno aiutato l’evasione fiscale. Allora perché i politici sono rapidi quando si tratta di prendere soldi ai contribuenti che pagano e trovano mille scuse quando si tratta di pensare e decidere misure di prelievo sui patrimoni e sull’evasione?

Purtroppo la risposta è semplice e ovvia: non vogliono toccare i loro sostenitori e quelli che sentono a loro più vicini (anche fisicamente, barche e salotti inclusi).

Troppe mistificazioni pseudo ideologiche hanno determinato reazioni automatiche, bisognerebbe che nascesse un movimento di protesta in grado di smascherarle e di mettere la trasparenza al primo posto. Basta con i segreti quando si tratta di politica e di istituzioni pubbliche. Informare l’opinione pubblica e diffondere modelli culturali ed etici radicalmente diversi da quelli che hanno dominato fin qui.

Forse questo è un compito che il popolo del web può svolgere benissimo non rimanendo sospeso nelle rete, ma collegandosi con le organizzazioni della società civile e con le organizzazioni di base dei partiti.

Tutti insieme possiamo iniziare a rimettere le cose a posto

Claudio Lombardi

Parliamo di ticket in sanità: diseguaglianza e inefficienza (di Claudio Lombardi)

“Un abisso di diseguaglianze si è spalancato davanti alla società italiana….quel che sta avvenendo…… è una vera e propria costruzione istituzionale della diseguaglianza che investe un´area sempre più vasta di persone, ben al di là di vecchi e nuovi poveri. La distribuzione dei “sacrifici” è rivelatrice. Uno stillicidio di balzelli che incide su chi può essere più facilmente colpito, che lima i già ristretti margini dei bilanci familiari………il caso che illustra più direttamente lo stato delle cose è quello dei ticket sanitari”

Così Stefano Rodotà su Repubblica di qualche giorno fa.

Un recente documento del CERM (centro ricerche su competitività regolazione e mercati) mostra un altro aspetto della questione sanità.

“I profondi gap di efficienza e di qualità tra Regioni hanno natura strutturale e trovano conferma impiegando metodologie di analisi diverse. Il Mezzogiorno è staccato dal resto d’Italia di ordini di grandezza che dimostrano l’urgenza delle riforme. Sono cinque le Regioni per le quali il gap di efficienza e di qualità risulta particolarmente acuto: Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio.

Per raggiungere il benchmark, la Campania dovrebbe ridurre la spesa di oltre il 33% e aumentare la qualità di quasi il 90%. La Sicilia dovrebbe ridurre la spesa di oltre il 24% e aumentare la qualità anch’essa di quasi il 90%. La Puglia dovrebbe ridurre la spesa di quasi il 24% e aumentare la qualità di oltre il 96%. La Calabria dovrebbe ridurre la spesa di poco più 15% e aumentare la qualità di oltre il 132% (un più che raddoppio). Il Lazio, infine, dovrebbe ridurre la spesa di quasi il 13% e aumentare la qualità di oltre il 76% (un ritardo che va soppesato anche alla luce della mobilità in ingresso nel Lazio: verso quale qualità si spostano le persone in ingresso?). Tradotti in valori assoluti e aggregati, i gap di spesa originano ordini di grandezza che colpiscono ancora di più……… Nel complesso, le cinque Regioni più devianti potrebbero liberare risorse per circa 9,4 miliardi/anno, più del 77% delle risorse, oltre 12 miliardi equivalenti a circa lo 0,8% del Pil, che si libererebbero a livello Paese se tutte le Regioni si posizionassero sulla frontiera efficiente e condividessero le stesse performance dell’Umbria, la Regione che si qualifica come benchmark.”

Ed ecco l’analisi di Roberto Turno su Il sole 24 ore del 24 luglio.

“Un dato più di tutti fotografa nitidamente la drammaticità della situazione: per il 48% degli italiani l’assistenza sanitaria pubblica è sotto tutela. O è commissariata (Lazio, Campania, Calabria, Abruzzo, Molise) con tanto di super addizionali Irpef e Irap, oppure è comunque sotto controllo del Governo con i piani di rientro dai deficit (Piemonte, Puglia, Sicilia). Come dire che per un italiano su due – curiosamente quasi la stessa percentuale delle esenzioni riconosciute dai ticket – il sistema di tutela della salute è già pericolosamente in bilico. E questo dopo che in dieci anni, dal 2001 al 2010, sono stati accumulati 38 miliardi di disavanzi, 646 euro di debito a cittadino, che diventano però 2.460 nel Lazio, 1.991 nel povero Molise e 1.483 in Campania. ………….. certo qualsiasi riflessione sul futuro dell’universalismo che potrà restare della sanità pubblica, non può non partire almeno da tre considerazioni di fondo. La prima: il federalismo fiscale e i costi standard che dal 2013 dovranno diventare gradualmente la pietra filosofale del buon governo di asl e ospedali. La seconda: il taglio pressoché scontato delle prestazioni essenziali (i Lea) oggi garantite, col prevedibile spazio che sarà lasciato alla sanità integrativa, se non sempre di più a forme sostitutive come le assicurazioni, per chi potrà permettersele, col risultato di segnare un sempre più impetuoso ritiro dello Stato dal “tutto a tutti” che già oggi è una chimera. La terza considerazione, collegata a doppia mandata alle prime due: il gap tra le Regioni nell’offerta di servizi e nel governo del sistema locale, col Sud (da Roma in giù) che è sempre più un’Italia “altra” di offerte in meno e di qualità inferiore…..: i Lea oggi sono garantiti solo in 8 Regioni: Lombardia, Emilia, Toscana, Marche, Piemonte, Umbria, Veneto, Liguria.”

Ecco il quadro: inefficienza, spesa elevata, prestazioni non garantite, diseguaglianza.

Come agisce la manovra del Governo in questo quadro? Con i ticket, cioè con un incremento del prelievo a carico degli assistiti o, meglio, della metà del totale visto che la percentuale di esenzioni supera il 50% degli italiani (dichiarazioni del ministro Fazio di pochi giorni fa) e quelle concesse per redditi bassi si basano su autocertificazioni.

Quindi il ticket si presenta come una tassa e corrisponde all’esigenza di aumentare le entrate della sanità; null’altro. In pratica si dice: tu che usi il servizio contribuisci perché i soldi non bastano. Però questo è valido solo per alcuni servizi (visite specialistiche, analisi), ma non per i ricoveri o le operazioni chirurgiche, quindi non è un principio generale. E colpisce non i redditi più bassi che sono (o dovrebbero essere) esenti, ma quelli medi e, soprattutto, quelli veritieri perché si sa che gli evasori lo sono perché non dicono la verità.

Allora abbiamo una tassa che viene messa su alcuni per avere più entrate.

Ma è questo il problema della sanità? Evidentemente no e il ticket può rappresentare perfino un modo per non affrontare i problemi veri. Perché? Perché agisce, con ingiustizia, sul lato delle entrate mentre ciò che servirebbe, da molti anni e tutti lo sanno, è un’azione di razionalizzazione della spesa che liberi la sanità da inefficienze e ruberie molto difficili da sradicare perché responsabilità di persone che dentro la sanità lavorano o che la controllano da fuori. E ritorna la questione dell’intreccio politica-affari-illegalità.

Però con la scusa della crisi (usata da decenni perché una qualche crisi la si trova sempre) si aumenta il prelievo di tipo fiscale a carico dei cittadini, anzi, di una parte dei cittadini.

E questa sarebbe una classe politica che governa e dirige il Paese?

Claudio Lombardi