Quando le tasse diventano un tabù

Pubblichiamo un articolo di Massimo Bordignon tratto dal sito www.lavoce.info

In Italia si parla di tasse solo per dire che vanno tagliate per tutti, sempre e comunque. Ridurre gradualmente la pressione fiscale è un obiettivo ragionevole. Ma la ricerca del consenso impedisce una necessaria riforma complessiva del sistema tributario.

TASSE E CONSENSO

Il surreale dibattito sulle tasse che ha seguito la presentazione della Nadef (Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza) pone interrogativi preoccupanti, che vanno ben al di là della legge di bilancio per il 2020. È solo un problema di politici demagogici alla ricerca di consensi immediati o è proprio vero che ogni riflessione razionale sul sistema tributario in Italia sia ormai diventata impossibile? Davvero, in termini di consenso, affermare che le aliquote Iva non si toccano mai e in nessun caso paga di più della affermazione opposta che, per esempio, si può aumentare l’Iva su alcuni beni per finanziare la riduzione del deficit o delle tasse su altri beni o cespiti?

Naturalmente, l’obiettivo di diminuire gradualmente la pressione fiscale in un quadro di controllo rigoroso dei conti pubblici è più che ragionevole, e i costi e i benefici di ogni intervento sul sistema tributario devono essere sempre attentamente calcolati. Ma qui sembra che ormai nessun politico possa permettersi di menzionare in pubblico una qualunque tassa, si tratti dell’Irpef, dell’Iva o di quella sulle merendine, senza aggiungere immediatamente che non può essere aumentata ma anzi deve essere tagliata. Solo misteriosi interventi su basi imponibili incomprensibili, tipo l’indeducibilità degli interessi passivi per le odiate banche, sono politicamente accettabili, alimentando l’illusione le più alte tasse sulle istituzioni finanziarie non siano poi comunque alla lunga trasferite sulla clientela.

Ma se il terrore di perdere consenso nell’immediato vincola ogni possibilità d’azione della politica sul sistema tributario, cosicché di tasse si può parlare solo per ridurle, i costi per l’efficienza del sistema sono pesantissimi. Per esempio, nonostante decenni di discussione, non riusciamo a rivedere il catasto, benché sia ovviamente del tutto obsoleto e iniquo, perché una volta rivisto qualcuno pagherebbe certamente di più, anche se qualcun altro pagherebbe di meno. Non riusciamo ad agire sul sistema di deduzioni e detrazioni, nemmeno quelle più assurde e controproducenti sul piano economico, perché le categorie interessate le difendono a tutti i costi e c’è sempre qualche politico disposto a farsene carico per ottenerne il consenso. Non possiamo rivedere la struttura delle aliquote dell’Iva, nonostante ci siano ovvie assurdità nella definizione dei beni e servizi soggetti alle diverse aliquote, perché qualcuno ci rimetterebbe anche se qualcun altro ci guadagnerebbe e così via.

MA IL SISTEMA TRIBUTARIO VA RIFORMATO

Il problema è ancora più serio perché, al contrario, il sistema tributario italiano richiederebbe un’urgente riforma complessiva. Da una parte, gli interventi disparati che si sono susseguiti nel corso degli anni ne hanno distrutto ogni residua razionalità. Per esempio, l’Irpef, in teoria un’imposta progressiva su tutti i redditi, a forza di sottrarvi cespiti vari per accontentare le varie clientele, è diventata un’imposta sui soli redditi da lavoro, e di fatto, per la diffusa evasione degli altri redditi, un’imposta sui soli redditi da lavoro dipendente e assimilati. È difficile giustificare la forte progressività esistente su una base imponibile così ridotta. Dall’altro, modifiche strutturali nel funzionamento dell’economia hanno cambiato radicalmente lo scenario sulla cui base il sistema tributario era stato inizialmente ideato. In Italia come altrove, si è ridotta la quota dei redditi da lavoro sul totale dei redditi, il che rende difficile sostenere un sistema di welfare che si finanzi prevalentemente con i contributi sociali. Per non parlare della globalizzazione, della crescente separazione tra il momento della produzione e del consumo, delle pratiche elusive delle imprese multinazionali, delle nuove imprese del web che richiedono di ripensare le forme tradizionali di tassazione dei redditi societari e di capitale.

Rifiutarsi di discutere di questi temi per paura di perdere consenso immiserisce il dibattito pubblico e riduce gli spazi di azione per la politica economica. Spiega probabilmente anche l’improvviso favore che le varie ipotesi di “tasse piatte” hanno avuto nel dibattito politico interno. Ma come riconoscono i fautori più avvertiti, le tasse piatte sono alla lunga sostenibili solo al prezzo di una sostanziale riduzione del sistema di welfare. È dubbio che la maggior parte dei cittadini se ne avvantaggerebbe

Taglio delle tasse o farle pagare a tutti?

Italiani strozzati dalle tasse? Dipende. Vale la pena approfondire perché ci sono molti luoghi comuni che poi diventano certezze nell’opinione pubblica a prescindere dalla loro fondatezza. Ci aiuta un recente intervento di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Brambilla da anni conduce un’opera di contrasto ai luoghi comuni basandosi sui dati. D’altra parte ha di fronte non solo i luoghi comuni, ma anche una voce quasi unanime dei politici che vogliono ridurre le tasse. Intendiamoci, che la pressione fiscale sia elevata è vero, ma deve essere messa in relazione a chi paga e ai servizi che si danno in cambio ai cittadini. Qualcuno vuole forse rinunciare al Servizio sanitario nazionale per pagare meno tasse? Forse nessuno, ma c’è già chi usa quel servizio (e tanti altri) senza contribuire a pagarli. Non solo gli evasori, ma milioni di italiani. Strano, ma vero.

Dunque, dalle elaborazioni effettuate da «Itinerari Previdenziali» su dati del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate su 60,48 milioni di cittadini residenti a fine 2017, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (i contribuenti dichiaranti) sono stati 41.211.336, ma quelli che versano almeno un euro di Irpef sono 30.672.866. Possiamo dedurre che il 49,29% degli italiani non ha reddito e quindi non paga nulla di Irpef.

Ma un altro dato è più eclatante: i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 lordi l’anno e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.622.308, pari al 45,19% del totale e pagano solo il 2,62% di tutta l’Irpef (2,82% nel 2016). A questi contribuenti corrispondono 27,331 milioni di abitanti i quali, considerando anche le detrazioni, pagano in media circa 157,9 euro l’anno. Tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito lordo annuo dichiarato (17.500 euro la mediana) troviamo 5,8 milioni di contribuenti (pari a 8,5 milioni di abitanti). Per loro l’imposta media annua è di 1.979 euro, che si riduce a 1.348 euro se rapportata agli abitanti. Da notare che queste due prime fasce di reddito pagano un’Irpef insufficiente anche solo per coprire il costo pro capite della spesa sanitaria (1.878 euro). Deduzione ovvia: molti italiani sono già oggi «a carico» di altri concittadini senza rendersene conto.

Aggiungiamo alla sanità gli altri servizi forniti dallo Stato e dagli enti locali di cui pure beneficiano tutti (chi ha redditi bassi in prima fila) e avremo una spesa enorme non coperta da entrate fiscali che, in parte, va a finire nel debito pubblico.

Il gettito Irpef al netto degli 80 euro (di cui beneficiano 11,7 milioni di contribuenti per un costo di 9,5 miliardi) è pari a 164,701 miliardi. Il grosso di questi 164 miliardi è a carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% dell’Irpef.

Ricapitolando: 1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.

Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi superiori a 55 mila euro, otteniamo che il 4,39%, paga il 37,02% dell’Irpef, che diventa il 57,88% considerando anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi. Guardando i dati, forse gli «oppressi» a cui ridurre il carico fiscale sarebbero proprio gli appartenenti a questo sparuto 12,28% di popolazione che peraltro non beneficia di nessuna agevolazione (ticket sanitari, trasporti e così via) e spesso, per motivi di lavoro, si paga pure la sanità privata.

Ma c’è un ma. Siamo così sicuri che quasi 36 milioni di abitanti vivano con redditi inferiori ai 20 mila euro lordi l’anno? Qualcuno sì e molti no e la spiegazione è il sommerso. Qui Brambilla introduce la proposta del contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce permettendo alla prima categoria di dedurre ogni tipo di spesa. Questo «contrasto di interessi» può aumentare la richiesta di scontrini e fatture e, quindi, portare anche ad un aumento del gettito, favorendo al contempo la famiglia che beneficia di una deduzione importante (pari a una 14° mensilità) mentre l’enorme schiera di evasori o elusori dovrà pagare tasse e contributi con grave sollievo di artigiani e lavoratori autonomi onesti e che pagano le tasse.

La conclusione ovvia è che la vera riduzione della pressione fiscale ci sarà quando tutti contribuiranno. Fino ad allora la parola d’ordine del taglio delle tasse sarà una maschera per non affrontare il peso più grande che grava sull’Italia e su una parte degli italiani: l’evasione fiscale.

Claudio Lombardi

Chi paga i conti pubblici? Il fisco e noi

Si avvicina la legge di bilancio, il Pil non cresce e i soldi mancano. Si conferma che la questione fiscale è la questione vitale. Non è una rima baciata, bensì il primo pezzo del patto che tiene insieme una comunità: da chi si prende o, anche, chi paga i conti pubblici. Poi c’è anche il secondo pezzo: per cosa e come si spende. Ma restiamo al primo e parliamo di fisco. Scriveva Vincenzo Visco in un articolo sul Sole 24 Ore di qualche mese fa: “oggi l’Irpef è formalmente un’imposta con cinque scaglioni ed aliquote, ma in realtà, se si tiene conto dell’effetto delle detrazioni decrescenti, le aliquote effettive risultano sostanzialmente tre: 27,5% fino a 15.000 euro; 31,5% fino a 28.000 euro; 42-43% oltre 28.000 euro. Fino al 2013 le aliquote effettive erano solo due: 30% fino a 28.000 euro e 41% oltre”.

irpefPensando all’entità dei redditi degli italiani è piuttosto evidente che le aliquote più che progressive sono proporzionali ovvero crescono un po’ all’aumentare dell’imponibile, ma si fermano quasi subito su una fascia media. In altre parole somigliano molto ad un’imposta piatta.

Osserva Visco che “non è sempre stato così. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, infatti, l’Irpef come tutte le imposte sul reddito dei principali paesi era caratterizzata da un elevato numero di piccoli scaglioni (32) e altrettante aliquote che andavano da un minimo del 10% ad un massimo del 72% (in altri paesi l’aliquota massima poteva superare l’80 o il 90%), con una escursione di ben 62 punti rispetto ai 20 dell’imposta attuale”.

Dunque dopo gli anni ’80 più che semplificate le aliquote vengono ridotte fortemente sui redditi più alti alzando nel contempo l’aliquota base. Praticamente una rivoluzione che modifica in maniera sostanziale la prima parte del patto sociale – chi paga – per favorire molto i contribuenti ad alto reddito.

ceti-mediChi ci rimette? Le classi medie, quelle sulle quali si svolge la progressività residua delle aliquote. Non sarà mica che la pressione fiscale grava soprattutto su di loro?

Osserva Visco che “i due modelli rispondono sostanzialmente a due diverse visioni socio-politiche: l’imposta tradizionale postula un interesse particolare e quindi un’alleanza per i ceti inferiori e i ceti medi secondo il tradizionale modello socialdemocratico, mentre l’imposta piatta sottintende un’alleanza tra ricchi e poveri, e non a caso è stata ed è la soluzione preferita dalle destre in tutto il mondo”.

In Italia però non ci si può limitare a queste considerazioni perché c’è un problema in più: che non tutti pagano le imposte o le pagano solo in parte.

Scrive Alberto Brambilla sul Corriere della Sera che “dalle dichiarazioni dei redditi 2015 ai fini Irpef degli italiani emergono dati preoccupanti per la sostenibilità della spesa pubblica e del nostro welfare. Su 60,79 milioni di abitanti quelli che presentano una dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni, ma solo 30,72 milioni spesa-pubblicadichiarano almeno un euro di reddito. Il 46% dichiara solo il 5,1% di tutta l’Irpef pagando in media 305 euro l’anno; solo per garantire la sanità a questi 28 milioni di connazionali gli altri cittadini devono sborsare ben 43,3 miliardi. Il successivo 15%, altri 9 milioni, paga il 9% dell’intero ammontare Irpef, per una imposta media di 1.665 euro l’anno; per questi servono altri 1,7 miliardi per la sola sanità”. Cioè se sommiamo quelli che non dichiarano e quelli che dichiarano poco abbiamo qualche decina di milioni di persone che sono a quasi totale carico dei contribuenti che pagano tutto il dovuto.

E chi sono questi benefattori? Sul totale di Irpef versata, 167 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano ben 99 cioè il 60% . Sarebbero la metà dei contribuenti, ma pagano più della metà. Anche quelli che guadagnano tanto non sfuggono e i 19mila soggetti con redditi oltre i 300 mila euro pagano, essendo lo 0,09% dei contribuenti, più tasse del 36,5% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 € (il 5,26% contro il 3,41%)”. Lo stesso accade per quelli che stanno oltre i 100 mila euro (sono l’1,17% e versano il 17,5% dell’Irpef). E infine “tra i 20 e i 55 mila euro troviamo il 43,2% dei lavoratori dipendenti che versano il 55% di Irpef.

lavoratori-autonomiL’analisi di Brambilla prosegue con i lavoratori autonomi. “Se ne stimano circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di cittadini autonomi (pari al 77%), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’Irpef media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. Solo il 6,45% degli autonomi (351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% è a carico di altri lavoratori. Il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale”.

E veniamo al capitolo pensionati. Tutti insieme pagano 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia). Però “il 46,1% paga un’Irpef media di circa 350 euro” e poi c’è la no tax area e sulle prestazioni assistenziali (invalidità, accompagnamento, pensione e assegno sociale e pensioni di guerra) e sulle prestazioni con integrazione al minimo e maggiorazione sociale non si paga l’Irpef salvo che il pensionato possegga altre rendite. Inoltre bisogna “tener presente che gran parte dei pensionati assistiti non ha pagato i contributi sociali nei 65 anni di vita attiva e neppure l’Irpef; tra questi una buona parte sono ex lavoratori autonomi”.

conti-pubbliciE quindi? “Se i contributi pensionistici pareggiano le uscite per pensioni occorre che i circa 205 miliardi (112 miliardi per la sanità e 93 miliardi per l’assistenza), siano coperti dall’Irpef e dall’Irap che però assommano a soli 190 miliardi”.

Et voilà il pasticcio è fatto. Se mettiamo insieme le due analisi è chiaro che il “chi paga” del patto sociale grava in Italia sulle classi medie e, in particolare, sui lavoratori dipendenti. Se non si affronta questo problema anche la seconda parte del patto “come si spende” ne risulta fortemente condizionata e il debito pubblico sarà destinato per sempre a coprire queste anomalie e non allo sviluppo del Paese

Claudio Lombardi

Imu e Tasi in scadenza: il fisco a caccia di soldi

scadenze fiscali imu tasiOggi scadono i pagamenti di Imu, Tasi e Tari. Le aliquote si intrecciano tra loro, diventano un labirinto e chi non ha dimestichezza con i computer e con internet deve vedersela con Caf e commercialisti e mettersi in fila in banca o alla posta.

Come al solito la macchina amministrativa insieme con i suoi responsabili politici ha creato un meccanismo punitivo per i cittadini che li mette nelle condizioni ideali per compiere uno dei tanti errori che sono possibili e così “guadagnarsi” una sanzione. Forse che i tecnici dei ministeri e i politici sono malvagi? No, semplicemente sono stretti fra la caccia ai soldi per le casse pubbliche e il tentativo di combattere la tendenza ad evadere che è una componente della cultura nazionale.

disuguaglianzaDi fatto negli ultimi anni si è attuata una tassazione patrimoniale generalizzata che ha toccato i beni immobili e i redditi finanziari di tutti gli italiani. Di per sé non è ingiusto che si paghi in base al proprio patrimonio e non solo in base al reddito, ma il fatto è che, in generale, le imposte sui redditi non sono scese e che i famosi 80 euro ancora non sono percepiti come una riduzione fiscale perché non sono state toccate le aliquote (altrimenti sarebbero toccati a tutti). In ogni caso qualche miliardo di euro è stato ripartito tra alcuni milioni di contribuenti.

Il problema è che non si sa quanto i grandi patrimoni siano stati toccati né si può sapere se la disuguaglianza per cui al 10% degli italiani tocca il 46% della ricchezza risulterà diminuita né si può dire se l’evasione fiscale sia stata o sarà intaccata. Su questo bisognerà pure ricordare che l’evasione fiscale è un fenomeno di massa perché può toccare l’idraulico che ti ripara il rubinetto, il meccanico che ripara l’auto, la colf che ti pulisce casa e migliaia di altre prestazioni che oggi hanno fissato i prezzi scontando la possibilità di evadere. In questi casi la sconfitta dell’evasione si tradurrà automaticamente nell’aumento dei prezzi almeno fino al livello che il mercato possa consentire. L’IVA è il classico esempio di una complicità tra consumatore e fornitore (di beni o di servizi): chi paga è sempre il consumatore e non è interessato a pagare perché non ci guadagna nulla. Insomma una lotta radicale all’evasione dovrebbe tener conto delle conseguenze sociali ed economiche che si determineranno.

evasione elusioneI dati sulle dichiarazioni dei redditi suscitano ogni anno stupore quando si legge che tanti datori di lavoro o commercianti guadagnerebbero quanto i loro dipendenti di fascia bassa. Se la cosa si ripete di anno in anno bisognerà pure dubitare dei nostri apparati fiscali, no? Comunque da quest’anno è operativo il controllo incrociato di tutte le tracce di reddito lasciate dai contribuenti. Vedremo i risultati.

Altro discorso sono le grandi operazioni di evasione e di elusione che si servono di “sponde” estere. Un esempio è il processo a Berlusconi per i diritti TV nel quale l’accusa aveva al centro proprio un meccanismo di esportazione di redditi sottratti al fisco italiano. Qui sono in gioco centinaia di milioni di euro, ma ci sono anche giri più piccoli nel caso dei beni esportati e poi reimportati per evadere l’IVA.

Nel complesso la valutazione dell’evasione supera i 100 miliardi di euro l’anno che è molto più di quanto si paga sugli interessi per l’intero debito pubblico…

C L

Ricchi straricchi: notizie dal mondo reale della disuguaglianza

ricchezza 1 per centoForse stona con i temi che vanno oggi per la maggiore, ma bisogna proprio soffermarsi su quanto scrive il Financial Times dando conto di una ricerca (Wealth-X e Ubs) secondo la quale 2.325 persone, su una popolazione mondiale di oltre 7 miliardi, possiedono il 4 per cento della ricchezza globale. Nel complesso questi straricchi dispongono di un patrimonio di ben 7.300 miliardi di dollari cioè più del valore di borsa delle principali società per azioni degli Usa oppure il triplo del Pil italiano. Così tanto per dare un’idea…

Nonostante la ricca (in senso letterale) presenza dell’Asia, l’Europa – sì l’Europa della crisi, del rigore, della crescita stentata, della disoccupazione – detiene il primato del maggior numero di miliardari (775 con 2.370 miliardi di dollari di patrimonio). Gli Usa, invece, ne ospitano 571 seguiti dalla Cina (190). La ricerca dice che questi “alieni” non vengono da un altro mondo, ma appartengono al mondo imprenditoriale e dispongono di una liquidità finanziaria enorme (il 19% circa). In pratica potrebbero fare i tuffi nel loro denaro come il prototipo dei miliardari: il mitico zio Paperone.

Ci sarebbe da sorridere se non fosse che una disuguaglianza estrema si aggira per il mondo creando instabilità e distruggendo ricchezza. Quando i dati oggettivi (non le ideologie) dicono che 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale vuol dire che siamo in una situazione di grande rischio. Sì perché una tale concentrazione di ricchezza non può non ripercuotersi sugli equilibri di potere e sulla composizione delle classi dirigenti, sulle scelte dei governi e sugli scontri per il controllo delle risorse. Ciò che avviene al livello dei super ricchi può apparire lontano dalla vita reale, ma non è così.

disuguaglianzaÈ molto reale, per esempio, che in Africa e in India a fronte di popolazioni che vivono in condizioni di grande povertà, le multinazionali e il ceto dei miliardari sfruttino la propria influenza per abbassare l’imposizione fiscale a loro carico facendo mancare risorse preziose ai territori che quelle ricchezze producono. È molto reale che negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dai tempi della Grande Depressione. È reale e molto probabile che le decisioni dei governi, anche qui in Europa, siano condizionate più dai benefici da non far mancare alla parte più ricca che non dalle esigenze di chi ha redditi medi e bassi.

D’altra parte è più facile che questo sistema si perpetui perché i più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli.

accaparramento ricchezzaNon bisogna, però, guardare solo ai super ricchi. In realtà, nel corso del tempo, si sono rafforzate tutte le posizioni di chi occupa un posto di vertice nella società che non riguarda solo l’1% per cento dei super, ma anche la vasta platea di tutti quelli che hanno abbastanza potere per imporre le condizioni a loro più favorevoli.

Prendiamo il tema della pressione fiscale. È un fatto che in tutto il mondo negli ultimi decenni la tassazione per i più ricchi sia costantemente diminuita mettendo fine ad un lungo periodo, iniziato prima della seconda guerra mondiale, nel quale la differenza tra aliquote minime e massime era su livelli oggi inimmaginabili (negli Usa si arrivò addirittura al 94% negli anni ‘40, ma si mantenne un’aliquota del 90% sopra i 400.000 dollari fino al 1963). Da allora in poi si è sempre più invocata la diminuzione della pressione fiscale mascherando il fatto che a scendere a ritmi vertiginosi era solo quella sui più ricchi. Sei si parla poi di ricchezza finanziaria lo scandalo è ancora più grande. È stato addirittura uno degli uomini più ricchi del mondo – Warren Buffet – a denunciare l’assurdità di una situazione nella quale gente come lui paga meno tasse di un suo impiegato. Ricchezza su ricchezza. Piove sul bagnato. Ma il tema è tabù, uno dei tabù più difficili da toccare: guai a mettere in discussione il dogma che la pressione fiscale deve sempre scendere. Se lo si facesse si scoprirebbe che è scesa sì, ma schiacciandosi o puntando verso il basso dove stanno i redditi della stragrande maggioranza delle persone che tengono in piedi i bilanci degli stati. E chi ci ha guadagnato? Tutti quelli che, evasione fiscale a parte, prima dovevano pagare il 70 o l’80 o il 90 per cento e oggi se la cavano, male che va, con il 43% o meno.

Quindi chi può di più paga di meno. E diventa sempre più ricco. Già perché la crisi che conosciamo noi, qui, a casa nostra, non la conosce certo quell’1% della popolazione mondiale che possiede quasi la metà della ricchezza globale, ma nemmeno i tanti altri che misurano a milioni il prezzo del loro lavoro

Fra i dati confermati più volte da economisti e ricercatori c’è n’è uno particolarmente significativo: negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.

Se poi andiamo a vedere cosa si nasconde nei paradisi fiscali disseminati nel mondo (stimati 21.000 miliardi di dollari) completiamo il quadro di una spropositata sottrazione di ricchezze che formalmente appartengono ad una ristretta cerchia di persone, ma che non corrispondono a meriti e capacità.

Buona parte del disordine mondiale sta qui

Claudio Lombardi

I rischi della disuguaglianza (di Salvatore Sinagra)

disuguaglianzaProbabilmente il best seller di Thomas Piketty, Il Capitale nel ventunesimo secolo, farà fare un salto di qualità al dibattito sulle diseguaglianze, che fino ad oggi è stato assai frammentato,  attribuendogli una dimensione globale.

In Francia due anni fa Hollande ha vinto le elezioni promettendo un inasprimento della pressione fiscale sui ricchi; in Svizzera con referendum è stato introdotto un tetto ai compensi dei manager delle società quotate ed è stata rigettata dopo una lunga campagna l’introduzione di un salario minimo orario; in Giappone e in Corea del Sud autorevoli studi hanno dimostrato che una notevole percentuale di giovani è  a rischio povertà; in Brasile, nonostante il programma Bolsa Familia di Lula abbia strappato alla povertà circa 40 milioni di persone, le proteste infiammano di continuo le piazze. Caso emblematico è quello della Germania, paese percepito in molta parte d’Europa come eccessivamente ricco, al punto da precludere opportunità ai partner dell’Unione Europea. In realtà il dibattito su diseguaglianza e povertà caratterizza il paese da quando è stato approvato il pacchetto di riforme noto con il nome Agenda 2010 ed è molto ben sintetizzato da un libro della giornalista Patricia Szarvas, Ricca Germania, poveri tedeschi. La signora Merkel che nell’arena europea ha dimostrato spesso di essere irremovibile, a causa delle pressioni dell’opinione pubblica ha dovuto rinunciare ad alcuni suoi convincimenti liberisti, restaurando l’aliquota del 45% sui redditi più elevati ed introducendo un salario minimo orario.

individui e mercatoDi recente il dibattito si è infiammato anche negli Stati Uniti, ove i cittadini, anche i più poveri,  hanno sempre ritenuto che le diseguaglianze fossero l’equo prezzo da pagare per il sogno americano di un grande paese che dà una possibilità a tutti. Il fatto è che anche in contesti come gli Stati Uniti le diseguaglianze possono essere accettate solo se sussistono due condizioni: la mobilità sociale ed uno Stato che non abbandona i poveri alla loro sorte.

In Italia, paradossalmente, il tema  è rimasto sullo sfondo, su ciò hanno sicuramente influito diversi elementi quali l’eredità delle politiche fiscali scellerate della prima repubblica; il ruolo di ammortizzatore sociale della famiglia; i patrimoni delle famiglie mediamente elevati e l’alta percentuale di possesso della casa di abitazione.

Tuttavia le radici di un dibattito sull’economia polarizzato eccessivamente sul tema delle tasse troppo alte e disinteressato alle diseguaglianze si ritrovano nella comunicazione politica. Berlusconi non ha avviato alcuna rivoluzione liberale e molte delle sue promesse riforme si sono rivelate inefficaci o lettera morta, eppure nel dibattito economico ha dimostrato grandissima abilità nel definire l’agenda.  Così, mentre in Germania veniva contestata la scelta di ridurre la più alta delle aliquote  dell’imposta sui redditi delle persone fisiche dal 45 al 42% (dopo un paio d’anni il governo sarebbe tornato sui suoi passi), in Italia Berlusconi e Tremonti promettevano un’IRPEF con due aliquote (23% e 33%). Mentre tanti giovani non riuscivano nemmeno a firmare un contratto d’affitto perché non avevano una busta paga adeguata Brunetta affermava che l’Imu sulla prima casa era inaccettabile per il PDL per questioni di “filosofia fiscale”.

lavoro giovaniNegli ultimi anni in Europa ci si è resi conto che esistono molte forme di disuguaglianza. A quelle basate sulle disparità reddituali e patrimoniali, ne sono state affiancate altre, spesso più difficili da misurare. Nel nostro paese, tradizionalmente, ce ne sono molte che dipendono da situazioni di rendita. Una fra queste è quella che lega il conseguimento di una laurea e uno sbocco lavorativo ad una famiglia di genitori laureati e con una buona posizione sociale. Un’altra tocca persino l’accesso al credito per le piccole imprese, problema reale di cui ha parlato anche il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco per ammonire le banche a concedere prestiti alle aziende meritevoli e non sulla base di legami personali. Anche i ritardi nel pagamento dei crediti della pubblica amministrazione creano disparità tra le imprese più solide che possono permettersi di aspettare anni per incassare e quelle che se non incassano in tempi brevi rischiano di fallire. Piccoli esempi di un grande problema.

In molti paesi d’Europa si è cercato di immaginare soluzioni: in alcuni sono state varate o annunciate misure di aumento della pressione fiscale sui più abbienti e sta crescendo il numero di paesi dell’Unione Europea in cui esiste un salario minimo; in Germania è stata messa fortemente in discussione la flessibilità nel mercato del lavoro che nel nuovo millennio è stata consentita dalla possibilità di rinnovare molte volte i contratti a termine.

Italia in bilico sulla renditaIn Italia, invece, per anni sono stati ignorati segnali inquietanti come la crescita di una nuova povertà, quella di chi lavora, ma guadagna troppo poco per vivere e come la crescita drammatica della disoccupazione giovanile. Solo vicende come quelle degli “esodati” hanno parzialmente richiamato l’attenzione su un disagio sociale che va molto oltre le migliaia di  persone rimaste senza reddito da lavoro e senza pensione. Lo sgravio fiscale degli “80 euro” voluto da Renzi ha toccato alcuni milioni di lavoratori dipendenti distribuendo l’onere tramite imposte indirette sull’intera popolazione, ma si tratta di una misura ancora troppo limitata anche perché non riguarda chi guadagna pochissimo o nulla e non paga imposte (incapienti).

L’introduzione di un salario minimo sarebbe un fatto positivo, ma bisognerebbe capire come possano beneficiarne anche i lavoratori parasubordinati, compresi i  tirocinanti ed i praticanti, e quelli dei settori in cui storicamente è più diffusa l’irregolarità con la negazione di ogni diritto. E poi bisogna pure evitare che si giochi una gara al ribasso per cui tutti i salari, anche quelli dei settori più produttivi, vadano verso il salario minimo.

Secondo Piketty le disuguaglianze possono compromettere la stabilità sociale e politica in molti paesi mettendo gli individui soli e incattiviti di fronte alla “spietatezza” del mercato. Sarebbe opportuno rifletterci anche in Italia.

Salvatore Sinagra

IMU, eliminarla o no? (di Tullio Marra)

L’incasso finale per il 2012 derivato dal gettito proveniente dall’IMU  è stato di 23,7 miliardi di euro, 1,2 miliardi in più rispetto alle previsioni. Dalla sola casa di abitazione sono arrivati  4 miliardi. Il versamento medio è stato di 918 euro (incluso quanto pagato dalle grandi aziende), mentre per la prima casa (un quarto delle quali però è risultato esente), la media è stata di 225 euro. Oltre il 25% del gettito IMU derivante dalle manovre deliberate dai Comuni, proviene da cinque grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli), dove gli importi medi dei versamenti vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Le imprese hanno pagato un conto assai salato: 6.3 miliardi di euro, con una media di 9.313 euro ciascuna. IMU
Questi sono i conti, ora per ragioni politiche e direi demagogiche si vorrebbe eliminarla, intanto la rata di giugno 2013 è stata rimandata. La domanda è: è possibile eliminarla visto che l’economia va ancora male e tocca comunque far quadrare i conti pubblici ?

Eliminando una tassa e il relativo gettito che finanzia le spese dello Stato, occorre capire dove recuperare i soldi; ci sono 4 alternative:

  1. Aumentare il debito pubblico, e qui occorre trattare in sede europea, in quanto sarebbe necessaria una revisione sugli accordi comunitari siglati nel 2011 dal governo Berlusconi.
  2. Taglio ulteriore di spese (Provaci ancora Sam….).
  3. Introduzione di nuove tasse (Sic!).
  4. Grande prelievo notturno dai C/C bancari e postali (Genocidio della classe politica).

Che tipo di tassa è l’IMU ? Si tratta di una tassa che prende di mira le rendite immobiliari, e sappiamo che gli immobili non producono crescita economica, si tratta di ricchezza statica, inoltre i soldi investiti in immobili sono soldi distolti dalle realtà produttive.  Questo è un punto a favore di una tassa come l’IMU, far cassa e stimolare la crescita.

contribuenti ricchi e poveriPer quanto riguarda i comuni, per loro il gettito derivato dall’IMU è importantissima fonte d’entrata finanziaria. La sua eliminazione comporterebbe un aumento delle tasse comunali, quindi per le famiglie i soldi risparmiati sull’IMU uscirebbero dalla finestra dei nuovi aggravi comunali, o tagli di servizi essenziali.

Il buon senso dovrebbe far sì che l’IMU sia riformulata e riformata, eliminandone storture.
Con l’eliminazione dell’IMU a guadagnarci sarebbero i proprietari di case con alto valore catastale.
Mantenendo l’IMU sarebbe possibile ridurre l’Irpef, così ne guadagnerebbero le famiglie specie quelle numerose. Riduzione possibile estendendo la No Tax Area, e aumentando le detrazioni per i figli a carico.

L’IMU dovrebbe poi essere affidata completamente ai comuni, ciò rappresenterebbe un passo avanti verso una maggiore autonomia fiscale, possono gestire meglio l’adeguamento dei valori catastali.

Tullio Marra da www.tulliomarra.it

L’Italia disuguale, invisibile alla politica (di Mario Pianta)

Il prodotto dell’economia si distribuisce in tre parti: quella che va al lavoro come salari, quella che va alle imprese come profitti e quella che va alla finanza come interessi e rendite. Secondo Eurostat, nei 17 paesi dell’eurozona la quota dei profitti e delle rendite nel 2010 è del 40%, mentre ai salari va il 60% del reddito. In Italia la fetta dei profitti nel 2010 era del 45%, con la quota dei salari al 55%. I profitti sono cresciuti in Italia del 3% in media l’anno tra il 1993 e il 2000, e dello 0,6% tra il 2000 e il 2007. La “fetta” dei salari è cresciuta dello 0,8 negli anni novanta e dell’1,8% l’anno negli anni duemila. Ma se consideriamo i salari medi per lavoratore, troviamo che sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l’anno per due decenni.

distribuzione redditiQuesta è la distribuzione tra le classi sociali. E quella tra gli individui? Due rapporti dell’Ocse hanno analizzato i redditi degli individui, trovando un aumento generalizzato delle disuguaglianze in quasi tutti i paesi tra gli anni ottanta e oggi. Nel 2008 il reddito familiare disponibile medio degli italiani di età lavorativa era di 19.400 euro; per il 10% più ricco era di 49.300 euro, per il rimanente 90% era di 16.000 euro, per il 10% più povero di appena 4.900 euro.

Tra la metà degli anni ottanta e la fine degli anni duemila il reddito disponibile (in termini reali) per la popolazione in età di lavoro è aumentato di 126 miliardi di euro: è stato questo l’aumento della “torta” delle possibilità di spesa. Il 10% dei più ricchi se ne è preso un terzo, 42 miliardi, pari a 11 mila euro in più per individuo. Al 10% dei più poveri sono andate solo le briciole, 8 miliardi, pari a 200 euro di aumento pro capite. Il risultato è che oggi, secondo l’Ocse, la disuguaglianza nei redditi di mercato in Italia – sulla base di diverse misure – è superiore alla media dell’Europa, ed è superata solo da Portogallo e Gran Bretagna.

Guardiamo più da vicino il vertice della piramide. L’1% più ricco degli italiani – 380 mila persone in età di lavoro – ha una fetta del reddito totale di quasi il 10% nel 2008, contro il 7% degli anni ottanta. Ancora più in alto, i 38 mila che sono lo 0,1% più ricco degli italiani hanno una quota di reddito passata dall’1,8 al 2,6% del totale del paese: 19 miliardi, oltre 500 mila euro l’anno per ciascuno. Lo stesso ammontare se lo deve dividere oggi in Italia il 10% più povero della popolazione in età di lavoro: 38 mila persone possono spendere come 3 milioni e 800 mila, ogni ricco ha il reddito di cento poveri.

disparitàPoi c’è lo stock di ricchezza da considerare. Nel 2010 la ricchezza netta totale degli italiani era stimata in 9.500 miliardi di euro, ed è cresciuta moltissimo: oggi (a prezzi costanti) è sette volte e mezza in più del 1965; il tasso di crescita è stato del 4,7% l’anno, un record a confronto con il ristagno del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% del reddito. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale. All’estremo vertice della piramide, ciascuno dei dieci individui più ricchi d’Italia ha una ricchezza pari a quella di trecentomila italiani poveri. Un dato da paese feudale.

È possibile che questa realtà sia stata completamente invisibile nelle elezioni dello scorso febbraio? Il peso del debito pubblico, l’obbligo dell’austerità, i “vincoli posti dall’Europa”, la riduzione delle tasse sono i temi che hanno occupato lo spazio della politica e dato forma ai programmi elettorali. Il centro sinistra si è presentato all’insegna dell’”Italia bene comune” e dell’”Italia giusta”: riferimenti opportuni, ma rimasti privi di contenuti quando si passava alle proposte politiche. Di quali fossero le ingiustizie dell’Italia non si è parlato in campagna elettorale. Meno ancora di come porvi rimedio.

Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la “casta” dei politici: è la disuguaglianza. È questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica. È il risultato del cambiamento, a partire dagli anni ottanta, nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, degli effetti di globalizzazione, nuove tecnologie e strategie d’impresa che hanno distrutto posti di lavoro, delle conseguenze di politiche che hanno ridotto tutele e diritti, fermato la redistribuzione, protetto i privilegi e lasciato crescere la povertà. Da qui viene l’impoverimento di nove italiani su dieci e la concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani del 10% di privilegiati: una realtà rimasta fuori dai riflettori della campagna elettorale e difficile da comprendere anche per molti cittadini.

Alcuni hanno percepito come ingiustizia l’imposizione dell’Imu e il carico fiscale – e questo ha portato all’impropria convergenza nelle urne tra l’élite dei veri privilegiati e classi medie impoverite aggrappate alle loro proprietà, alle opportunità di condoni ed evasione fiscale. Si è consolidato in questo modo quel 29% di elettorato restato fedele a Berlusconi e alla Lega. Altri hanno percepito come ingiustizia la perdita di lavoro, reddito e diritti provocata dalla crisi e dalle politiche di austerità. L’assenza di una prospettiva politica capace di intervenire su questi fattori di disagio sociale ha alimentato il consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle, sottraendo voti a un centro sinistra che in questi decenni non ha visto il problema delle disuguaglianze e non è intervenuto per limitarle.

Se la politica tradizionale è sorda e impotente di fronte al peggioramento delle condizioni di vita di nove italiani su dieci, allora il tasche vuoteconsenso va a chi offre un rifiuto radicale di quella politica. Oppure si estende l’astensione dal voto. In entrambi i casi, il comportamento elettorale diventa l’espressione diretta di una particolare condizione individuale. E questo orizzonte esclusivamente individuale è esso stesso alla base della diffusa accettazione, negli ultimi decenni, di disuguaglianze crescenti. È cresciuta la “tolleranza” sociale per i superstipendi di manager e calciatori, come per il crescente numero dei senza casa; è mancata la protesta contro l’aumento delle disparità; l’uguaglianza è stata ridotta alle pari opportunità.

Di fronte alla profondità della crisi economica e sociale, e alla gravità dello sconvolgimento politico avvenuto col voto di febbraio, è essenziale mettere al centro la questione della disuguaglianza: capire come si può cambiare una distribuzione del reddito così ingiusta, come si può ricomporre la frammentazione sociale, come si possono dare risposte alla frustrazione politica.

Tratto da www.sbilanciamoci.info

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Cominciamo con la prima. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La seconda la trovate qui (http://www.civicolab.it/?p=3853) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Parliamo di democrazia e di partecipazione. Sappiamo bene che la prima senza la seconda non può funzionare e rischia di mantenere solo le apparenze della democrazia trasformandosi, di fatto, in un regime oligarchico che non riesce, però, nemmeno più ad esercitare la piena sovranità in ambito nazionale. Nell’epoca della finanza transnazionale che mette sotto scacco il potere politico degli stati che spazio ci può essere per la democrazia partecipata? E quanta consapevolezza c’è fra i cittadini della sua necessità?

La domanda è più complessa di quanto non appare, nel senso che sembrerebbe scontato e facile rispondere che la democrazia non esiste senza partecipazione, come anche affermare che le oligarchie già per principio non esercitano la sovranità popolare. Purtroppo nemmeno facile è ritagliarsi uno spazio partecipativo, per le persone, a fronte di una “finanza transnazionale” che di fatto ha “commissariato” il mondo. Infine, banale sarebbe dire che tra la gente vi è un’ampia consapevolezza della necessità di partecipare ma nel contempo, vi è anche la consapevolezza che è vano ogni tentativo che non sarebbe quello di una rivoluzione armata.

E’ proprio in questa “apparente normalizzazione” di un perverso circolo vizioso, innescato nelle dinamiche di partecipazione nelle attività di cittadinanza attiva e anche politica, che sta il pericolo peggiore.

Se si pongono a cento individui gli stessi quesiti, questi risponderanno tutti allo stesso modo: non vi è vera democrazia, le oligarchie sono solo un surrogato della sovranità popolare, ecc.

Pur tuttavia nulla si muove, a parte il positivo fermento in atto promosso dai movimenti, da quello di Grillo in giù. Non entro nel merito delle questioni dei movimenti e delle loro ricette in tema di economia o politiche del lavoro, ma mi riferisco solo al metodo.

Positivo perché chiama alla partecipazione la gente, quindi promuove il tentativo di stimolare il popolo a riattivare il circolo virtuoso della sovranità: cioè, il popolo esprime il proprio volere con la scelta dei suoi rappresentanti e questi dovrebbero poi fare gli interessi del popolo. Oggi, come è noto, i rappresentanti del popolo non lo sono veramente dato che i parlamentari vengono, di fatto, nominati dai segretari dei partiti. Si spezza la catena quindi e si innesca un circolo vizioso per cui i parlamentari non fanno gli interessi del popolo contro la corruzione ad esempio, perché non sarà il popolo a rieleggerli; faranno, invece, gli interessi della casta. Non a caso latitano i parlamentari sul territorio, dove dovrebbero recepire le criticità, i bisogni e renderli noti in Parlamento per provare a dare delle risposte. Gli onorevoli invece vivono stabilmente a Roma, dove bisogna ritagliarsi un proprio spazio all’ombra del leader che potrà premiarli o bocciarli con la riconferma a parlamentare nominato.

Un esempio pratico è “l’associazione a delinquere” che è EQUITALIA. In questo caso la società nasce per un principio giusto: recuperare i mancati pagamenti destinati allo Stato. Però in realtà si istituisce una vera e propria società illegale che nei fatti sembra praticare l’usura e l’estorsione. A fronte di un debito verso lo stato di 10 non si può chiedere 30 di cui poi 10 destinato non allo stato ma agli stipendi dei dirigenti di EQUITALIA, tutti vicini alla casta, come il figlio dell’ex ministro Visco. Un altro circolo vizioso. Allora, se vi fossero stati veri rappresentanti del popolo in Parlamento si sarebbe arrivati sull’orlo del baratro degli attentati dinamitardi per chiudere Equitalia come sembra che si farà nel prossimo futuro? Ecco allora il punto: quando si ferma la casta? Quando il popolo esasperato reagisce facendo saltare il banco. Come? I modi sono due, da una parte l’esplosivo come nel caso di Equitalia, dall’altra la riappropriazione della sovranità da parte del popolo. E’ auspicabile che nessuno proceda con la prima modalità perché la violenza comunque lascia sempre ferite profonde. Rimane allora la lotta politica. Ma come, con i partiti che abbiamo adesso? Certo che no. Il movimentismo spontaneo, questo sì che potrà smuovere le acque e lo sta già facendo. Guarda caso, la classe dei nominati chiama questa forma di partecipazione alla cittadinanza attiva ANTIPOLITICA !!! davvero il paradosso.

Vorrei aprire una parentesi sui recuperi del non pagato. Anche in questo caso si fa propaganda fasulla accusando e stigmatizzando il popolo italiano fatto passare più di quanto non lo sia per evasore. Andiamo per ordine, intanto la pressione fiscale attuale del 65% su chi paga non è legale, pertanto è lo Stato che va accusato della responsabilità di far chiudere centinaia di migliaia di imprese. Con questa pressione fiscale non so quanto si possa parlare di evasione per chi non riesce a pagare l’impossibile. Altro paradosso è che la lotta all’evasione la dovrebbe fare la casta, proprio  quella dei diamanti comprati con i soldi del finanziamento pubblico ai partiti, quella dei milioni di euro spariti dalle casse della Margherita, quella dei Fiorito, ecc.

C’è bisogno di persone che si inventino un percorso per uscire dalla situazione di stallo cui ci troviamo.

(intervista a cura di Angela Masi)

Gioventù bruciata: dalla beat alla neet generation (di Gaspare Serra)

Saranno forse “non + disposti a tutto” -ricalcando un noto slogan sindacale- ma i giovani italiani dovranno al più presto farsi le ossa per crescere in un Paese di “lupi travestiti d’agnello”, pronti a sbatterli sommariamente sul banco degli accusati.

Al bando ogni senilismo demagogico o giovanilismo di comodo, è solare che sia facile scovare, nel mucchio dell’intera “generazione Y” nata a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, adolescenti viziati e menefreghisti, pronti a prendersela col mondo intero pur di non assumersi le proprie responsabilità; studenti parcheggiati all’università, che preferiscono vivere di rendita piuttosto che cercarsi un lavoro; giovani fannulloni impiegati nella pubblica amministrazione i quali, conquistato il “posto fisso”, ripongono il minimo impegno nel proprio lavoro.

Di “mele marce” se ne trovano in qualsiasi paniere: chi fa politica, anzi, ha meno autorità di chicchessia nel dare lezioni di morale…

Esiste, però, un’Italia “per bene” di cui andare fieri: una “meglio gioventù”, silenziosa ma pur sempre maggioritaria, che tutti i giorni si fa in quattro per formarsi al meglio nelle nostre università, per mantenersi in qualche modo negli studi o per farsi strada nel mondo del lavoro puntando sulle proprie forze.

È accettabile, allora, che lo sport nazionale preferito da certi politici -ultimamente praticato con successo anche dai tecnici- sia divenuto il “tiro al bersaglio dei giovani”, una gara senza regole ad offendere, umiliare, bistrattare un’intera generazione (ieri sconsideratamente cresciuta a “pane e televisione”, oggi maldestramente rabbonita con “bastoni e carote”)?

Il ministro del Lavoro ha esortato i giovani ad “accontentarsi” nella ricerca di prima occupazione.

Il vero problema, semmai, è che ci si accontenta fin troppo: i più non sono affatto “schizzinosi”, né nella ricerca del primo né del secondo, terzo od ennesimo lavoro!

I dati parlano da soli: il 71% dei giovani under 35 è disponibile ad accettare qualsiasi lavoro, purché remunerato (fonte CISL), mentre il 25% dei laureati si è adattato benissimo a svolgere un’occupazione con bassa o nessuna qualifica e oltre il 30% svolge un’occupazione del tutto diversa da quella per la quale ha studiato (fonte Banca d’Italia).

Chiedere quantomeno d’essere pagati, fosse anche per il più umile mestiere, vuol forse dire esser “choosy”?

Liquidare il problema dei giovani senza lavoro con un “vadano a scaricare le cassette al mercato” (alias Renato Brunetta), poi, è quanto di più banale e demagogico si possa affermare.

Qual è la funzione della Politica? Preparare sommessamente i giovani “al peggio” oppure tentare di offrir loro opportunità, ricercando qualsiasi soluzione per sciogliere i nodi e i lacciuoli che legano il mercato del lavoro e bloccano l’economia?

Invitarli a competere con la manodopera rumena e la manovalanza tunisina o stimolarli a misurarsi con i giovani ingegneri indiani e i nuovi imprenditori cinesi?

Se s’inculca nei giovani la convinzione che il lavoro serva soltanto a guadagnarsi da vivere e “portare a casa lo stipendio”, non anche a realizzarsi e mettere in campo le proprie capacità, come stupirsi del fatto che i laureati diminuiscono sempre di più, mentre crescono gli inattivi e gli sfiduciati?

Se s’inibisce nei giovani finanche la capacità di sognare un futuro migliore, che ne sarà di loro?

L’impressione è che, dietro a queste ripetute “gaffe”, si celi una strategia ben mirata: la ricerca dell’“alibi perfetto” per sottacere le gravi responsabilità di un’intera classe dirigente nell’affrontare i problemi della mancanza di occupazione, crescita e sviluppo, che certo non dipendono solo da fattori esogeni (l’assenza di un’Europa politica, la crisi finanziaria internazionale o la congiuntura economica sfavorevole).

Un esempio chiarificatore? Tra il 1999 ed il 2007 l’Italia ha beneficiato del c.d. “dividendo dell’euro”, ovvero di bassi tassi d’interesse sul debito pubblico che hanno consentito di risparmiare centinaia di miliardi (secondo alcuni economisti, addirittura “100 miliardi” di euro all’anno).

Un enorme “tesoretto” che, se oculatamente speso in politiche d’investimento e affiancato da riforme strutturali, avrebbe consentito all’Italia di essere tra i paesi più virtuosi d’Europa, piuttosto che tra gli stati “pigs” citati come modello negativo persino nella campagna elettorale americana.

Di chi la responsabilità se l’Italia negli anni Duemila ha “dilapidato” queste risorse?

Se in capo ad ogni italiano grava un debito pubblico di oltre “30.000 euro”, in termini assoluti il terzo al mondo (tra il 1950 e il 1969 la media del debito pubblico in rapporto al Pil era del 30%, oggi ha sfondato quota 126%)? Se la spesa pubblica è lievitata a dismisura (nel 1950 si attestava sotto il 25% in rapporto al Pil, oggi supera il 50%)? Se la pubblica amministrazione è divenuta un ente erogatore di stipendi, piuttosto che di servizi (Sicilia docet)? Se il nostro regime tributario è il più opprimente al mondo (nel 1951 la pressione fiscale era del 18,2%, oggi supera il 55%)? Se i costi del lavoro e dell’energia sono nettamente più alti della media europea? Se le ultime grandi imprese italiane (vedi la Fiat) e le poche multinazionali straniere presenti (vedi l’Alcoa) pagherebbero penali pur di delocalizzare? Se la corruzione ci costa “60 miliardi” di euro l’anno, mentre l’evasione fiscale il doppio?

Di chi la responsabilità se l’Italia si è ridotta ad un Paese “a corto di futuro”, con il cappio al collo del debito e la pistola dei mercati alla tempia?

Tutto questo è forse imputabile ai giovani che solo oggi si affacciano sul mercato del lavoro, magari illusi che il mondo reale non fosse poi così distante da quello rappresentato da “mamma Tv”? È colpa dei giovani italiani se un loro coetaneo su tre è senza lavoro? Se la loro generazione è divenuta “precaria” per antonomasia? Se l’ingresso nel mercato del lavoro solitamente passa attraverso la scorciatoia obbligata di un’occupazione in nero e senza tutele? Se il mondo delle professioni è chiuso a camera stagna da caste autoreferenziali, mentre il mercato del lavoro è drogato dal precariato? Se gli stipendi degli italiani sono in media i più bassi d’Europa, per molti insufficienti a garantire una piena indipendenza economica dalla famiglia d’origine? Se molti di loro -i migliori o i più audaci- preferiscono scappare all’estero piuttosto che accontentarsi di un lavoro tanto dequalificato quanto malpagato?

Su un punto ha perfettamente ragione il viceministro Martone: essere giovani in Italia vuol dire aver ricevuto in dote dalla sorte una “sfiga” pazzesca!

A chi il compito di indicare una qualche via d’uscita, “una luce in fondo al tunnel”? A una classe politica “novecentesca”, la stessa che fin oggi ha scavato la fossa sotto i piedi dei propri figli? Ad un governo tecnico -il più sobrio degli ultimi 150 anni- che, definendo “perduta” la generazione dei 30/40enni (alias Mario Monti), ha già giudicato spacciati un quinto dei cittadini che rappresenta?

Che futuro può avere un Paese che, piuttosto che riconoscere i giovani come un “organo vitale” del Sistema, li liquida sbrigativamente come un “arto in cancrena” da amputare per salvare il resto del Corpo sociale?

  Trovi il testo completo del dossier “Gioventù bruciata” sul blog Panta Rei:

http://gaspareserra.blogspot.it/2012/11/gioventu-bruciata.html

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