Il centrosinistra dopo le primarie

Un milione e seicentomila, o di più? Siamo lontani dall’antica precisione di una tradizionale forza di centrosinistra, il che sta ad indicare che c’è un immenso bisogno di reimpiantare un partito che sia radicato in ogni territorio, perchè la politica torni a viaggiare sulle gambe e dentro le teste dei cittadini, all’interno di un rapporto caldo e ragionato, che apra alla partecipazione, tra governanti e governati, per far crescere una nuova classe dirigente, scollandola quindi dall’uso esclusivo dei talk show televisivi e delle tastiere dei social network, che favoriscono la diffusione di una degenerata politica dell’applauso e della denigrazione sistematica.

E’ questo il messaggio esplicito di tutta quella gente. Ciò sarebbe un grande vantaggio per tutta quell’area di persone e di forze che si oppongono alla piega populistico/sovranista che ha invaso la vita pubblica del nostro Paese, e che sono emerse, per reazione, con un ventaglio molto ampio di esigenze e posizioni, nei molti appuntamenti degli ultimi mesi.

Un partito del centrosinistra, o anche più di uno, tenendo conto dei molti cespugli apparsi alle amministrative di questi mesi, e dello stesso manifesto di Calenda per le Europee, che tende intelligentemente a riportarli tutti ad un disegno comune, considerate le leggi elettorali proporzionali che abbiamo, sia sul piano nazionale, sia a livello europeo, darebbe loro dei punti di riferimento politici per arginare anche il degrado culturale/civico/morale della società italiana nel suo insieme.

Ha vinto Zingaretti, e gli altri contendenti si sono messi a disposizione, compreso Renzi, a quanto pare. E’ finito quindi il periodo delle gramaglie per il PD e ne inizia un altro di cui non si conoscono ancora le caratteristiche portanti. E’ necessario definirle collegialmente al più presto. Ma la situazione del Paese è notevolmente peggiorata rispetto a un anno fa.

Al di là della strampalata propaganda governativa non è difficile comprendere che chi dovrebbe governarci, ci ha portato in un cul di sacco. Non c’è più sviluppo, ci aspetta una manovra correttiva subito dopo le europee, sempre negata per ragioni elettoralistiche e, prima della fine dell’anno, un’altra manovra economica ‘lacrime e sangue’, perchè i dati sui quali questo governo aveva impiantato le decisioni di qualche mese fa, dopo una inutile guerra all’Europa, sono tutti fasulli (dov’è l’aumento del PIL, dove sono i 18 miliardi che dovevano entrare con le vendite degli immobili dello Stato, e così via cianciando?). E’ una fatica boia trovare qualcuno che investa nel futuro di questo Paese, proprio per l’incertezza diffusa a piene mani da chi ci dovrebbe governare. E nel suo insieme l’Italia si è incattivita, molti vincoli di solidarietà sono venuti meno, c’è un razzismo strisciante, e qui e là si manifesta una violenza diffusa, anche nei rapporti famigliari. Chi vive a Roma poi, assiste ogni giorno all’avanzata del degrado, persino nel paesaggio che cambia in peggio ogni settimana, nei servizi che non funzionano, nella diffusione della sporcizia fisica e morale.

Stanno passando le cavallette? No è l’avvento di una classe dirigente fatta di persone impreparate, false, arroganti, velleitarie, imbevute di ideologie raffazzonate, e incapaci infine di governare, persino di comprendere dove sbagliano, perchè negano la realtà.

Fino ad ora mi pare che Zingaretti si sia mosso bene: è andato immediatamente a Torino e ha detto, con Chiamparino, che è criminale non fare la TAV e non avviare immediatamente una fase di ricostruzione infrastrutturale del Paese, ha deciso una mozione di sfiducia individuale per il ministro Toninelli, è andato a far visita agli operai ed ai dirigenti di una fabbrica rigenerata del Lazio, ad opera della Regione e del Governo precedente, impersonato da Gentiloni e Calenda, dicendo che se si ha un disegno generale è possibile risolvere le crisi produttive. Ed ha affermato che con i Cinquestelle non si fanno alleanze al punto che, se permane questa situazione di non governo chiederà, senza perdere tempo, le elezioni anticipate.

D’ora in poi ci vuole ‘visione’ in un’ottica nazionale ed europea, e ci vuole una generosa capacità di riorganizzazione del campo politico del centrosinistra, utilizzando anche le elezioni amministrative ed europee di maggio, senza mettere in gioco dannose egemonie del PD, magari tenendo conto della non lontana esperienza dell’Ulivo. E’ un lavoro di lunga lena, ha detto Zingaretti, e probabilmente ha ragione. Ma tenga conto del fatto che i tempi sono scanditi dalla realtà, non dalle nostre volontà. E sono talmente stretti che un qualsiasi ritardo, anche se giustificato dal fatto di essere all’opposizione a livello nazionale, potrebbe diventare una colpa imperdonabile

Lanfranco Scalvenzi

Le primarie per scegliere una nuova Europa

Diciamo la verità: il Pd l’ha tirata per le lunghe. Speriamo che il congresso finisca con le primarie di domenica. Se un vincitore non dovesse esserci si rimanderebbe ancora il momento in cui il Pd avrà un nuovo gruppo dirigente. Per questo bisogna che elettori e simpatizzanti diano una mano e vadano a votare. Ci sono milioni di italiani in attesa da un anno che il partito alla testa dei governi per un’intera legislatura esca dal suo travaglio e si schieri nella battaglia politica con UNA identità e con UNA proposta politica.

Un anno è lungo soprattutto se viene occupato dalla formazione di un governo dannoso per l’Italia che compie scelte strategiche senza scontrarsi con un’opposizione vera. La scelta di allontanarsi dall’Europa è quella principale anche se negata a parole. Hai voglia a dire “noi non siamo per l’uscita dall’euro”, “noi rimarremo in Europa”. Se fino a poco prima hai fatto della rottura con l’Europa la tua bandiera non puoi prendere in giro nessuno. Soprattutto se gli atti che compi adesso la realizzano giorno dopo giorno.

L’Europa. Gira e rigira sempre questo è il punto. Chi sta nella realtà e non insegue sogni ed incubi sa che l’Europa è la dimensione inevitabile se non vuoi finire triturato nella  competizione tra giganti economici e geopolitici che si fronteggiano oggi nel mondo.

Come si fa a prescinderne?

Dove va l’Europa è la domanda che qualunque forza politica seria dovrebbe farsi prima di sviluppare qualsiasi altro ragionamento. Ma dove va l’Europa non lo decide un “grande vecchio” nascosto in qualche antro segreto. Lo decidono i paesi che ne fanno parte e le loro classi dirigenti e, quindi, anche le rispettive opinioni pubbliche.

Per questo è importante tenere conto di ciò che i possibili segretari del Pd dicono sull’Europa. Potranno essere loro a decidere la strategia dell’Italia nei prossimi anni. O, meglio, potrebbe essere il cittadino (finalmente!) a scegliere una parte politica che ha le idee più convincenti sulla questione cruciale della nostra epoca in questa parte del mondo.

Sì, per ora sono molti quelli che preferiscono le pagliacciate di Salvini o le esibizioni di Di Maio o le strampalate idee di qualche NO EURO tenuto a freno da mere questioni di tattica (ogni riferimento a Borghi e Bagnai è voluto). Ma potrebbe succedere che domani questi non siano più la maggioranza e che tanta altra gente torni a votare. Usando la testa.

Primarie Pd: Zingaretti, Martina e Giachetti (da sx)

Vediamo dunque cosa dice sull’Europa uno dei candidati in pole position per guidare il Pd: Maurizio Martina.

I concetti chiave scritti nella sua mozione sono netti:

potenziare l’integrazione europea (perché su molti terreni l’Italia da sola può fare ben poco);

costruzione di una sovranità europea di ispirazione democratica e federale da affiancare a quelle nazionali;

costruire un’Europa politica con chi ci sta (significa sdoppiamento istituzionale tra Unione Europea ed Eurozona) non per cedere sovranità, ma per condividerla con altri per contare tutti insieme di più nello scacchiere globale;

modifica dei Trattati dell’UE per riformare le istituzioni in modo che conti di più la scelta diretta dei cittadini (cioè il Parlamento e l’elezione del presidente della Commissione);

politiche sociali, estera, per le migrazioni, di sicurezza e difesa uniche (attenzione, non sono chiacchiere: Francia e Germania stanno lavorando per questo);

superamento del fiscal compact non per fare ognuno come gli pare nei bilanci nazionali, ma perché serve una vera Unione fiscale per l’Eurozona e quindi un bilancio, finanziato con risorse proprie e controllato dal Parlamento europeo per avere le risorse necessarie ad intervenire nei periodi di crisi;

un piano di investimenti in infrastrutture sociali nel campo della salute, istruzione ed edilizia;

una assicurazione europea contro la disoccupazione; e poi una direttiva europea sulla responsabilità sociale delle imprese che obblighi una multinazionale che abbia deciso di trasferire altrove la propria attività a farsi carico delle conseguenze sociali e ambientali che lascia sul territorio.

Tante idee e di peso. Potrebbero essere queste alla base di un governo italiano che riporti il nostro Paese ad essere un protagonista che progetta e realizza il futuro assetto dell’Europa.

La questione è semplice: vogliamo stare con i paesi più forti ed evoluti come ci siamo stati per oltre 60 anni o vogliamo scivolare indietro verso alcuni degli ultimi arrivati che utilizzano l’Europa come un taxi, ma non hanno alcuna strategia di sviluppo comune (il gruppo di Visegrad tanto caro a Salvini per intenderci)?

La scelta tocca a noi italiani. C’è chi predica un’illusoria chiusura come Salvini e Di Maio perché di fronte al mondo come è realmente non sanno che fare e c’è chi immagina un futuro con un Governo Federale Europeo legittimato direttamente dai cittadini.

La proposta di Martina è chiara ed è per questa seconda strada. Dunque merita il nostro voto

Claudio Lombardi

Primarie Pd e polemiche

In mezzo a tante notizie drammatiche l’ipotesi che piccole furfanterie siano state messe in atto per influire sulle primarie Pd di Napoli fa un po’ sorridere. Articoli, dibattiti Tv, inchieste per scoprire fatti che, se sono accaduti veramente, fanno parte di un malcostume nazionale e non appartengono certo a un solo partito. E che, comunque, sono fatti che vanno riportati alla loro reale dimensione.

primarie del pdForse ci si dimentica che le primarie servono per far scegliere ad iscritti ed elettori i candidati da presentare alle elezioni. Le primarie non attribuiscono appalti, non danno cariche pubbliche, non fanno vincere alcun concorso, non danno finanziamenti pubblici di alcun tipo. Una volta selezionato il candidato questi si deve presentare alle elezioni e sperare di essere eletto. Tutto qui. Quindi è oggettivamente spropositato il clamore che le storielle napoletane dell’euro consegnato insieme all’indicazione di voto stanno suscitando o della manciata di schede bianche gettate nelle urne romane per gonfiare un po’ il numero di votanti.

Tutto sommato il Pd è l’unico partito che ha il coraggio di mettersi in piazza e chiedere il voto dei cittadini esponendosi anche alle distorsioni e ai rischi che tutto ciò comporta. Gli altri partiti (compresi i 5 stelle) stanno ben attenti a non sottoporsi agli sguardi dell’opinione pubblica e decidono tutto in casa loro.

accordi di potereCiò detto le primarie Pd sollevano alcuni seri problemi. Intanto, condotte nel modo in cui sono state condotte negli ultimi anni, rischiano di distruggere il patto che lega il partito ad iscritti ed elettori. Patto di trasparenza e di partecipazione che o si fa e si rispetta o è meglio non farlo. Certo, il problema è quello dei gruppetti di potere e delle cordate personali che pullulano nel Pd (e in tutti gli altri partiti M5S compreso). Se le primarie restano isolate contro di loro c’è ben poco da fare. Ma se ci si ricorda che le primarie fanno parte di un modo di essere partito politico che si apre alla partecipazione dei cittadini allora ci sono anche tanti altri strumenti che, messi insieme, possono creare un ambiente sfavorevole per gruppetti e cordate.

Il problema è innanzitutto del Pd che ha voluto uno statuto che contiene norme importanti per la partecipazione anche se non attuate. Addirittura è stato coniato il nome di doparie per indicare la necessità di non fermarsi alle primarie, ma di prendere in considerazione tutto ciò che può venire dopo e oltre. Qualche novità si manifesta nelle formazioni politiche che stanno nascendo che fin dall’inizio adottano il metodo della partecipazione tra i loro aderenti. Nessuno, per ora, adotta l’approccio dello statuto del Pd che si definisce un partito di iscritti ed elettori. Nessuno, nemmeno il Pd, si pone come organizzatore della partecipazione dei cittadini verso le decisioni che vengono assunte nelle assemblee elettive cioè verso la politica.

partecipazione dei cittadiniÈ un doppio livello – quello della partecipazione degli aderenti e quello della partecipazione dei cittadini – della cui necessità non vi è ancora consapevolezza. Le primarie si avvicinano a questa nuova concezione del partito politico come un ponte tra istituzioni e cittadini. Se il partito politico continuerà ad essere un corpo chiuso in sé che agisce innanzitutto nel suo interesse restano le condizioni che ne hanno favorito la degenerazione e le primarie non serviranno a nulla, anzi, saranno sempre più dominate dai gruppi di interesse. Se il partito pensa di essere il principale canale di elaborazione della politica a disposizione di tutti i cittadini allora le cose possono cambiare e le primarie saranno uno degli elementi di un sistema nuovo.

Sembra utopia, ma è più semplice di quanto si possa pensare. Basta volerlo

Claudio Lombardi

PD: come non sprecare le primarie (di Claudio Lombardi)

strada del PdCongresso Pd a pieno regime. Impazza il calcolo delle percentuali e la caccia al voto degli iscritti ormai si sta quietando. Degli scandaletti sul boom di tesserati si è tanto parlato, meno del dibattito di massa che ha comunque coinvolto e coinvolge decine di migliaia di persone nei circoli. Meno ancora si parla dei milioni di italiani che si stanno interessando alla scelta del segretario del Pd. Questa, che continua ad essere una novità per i partiti italiani, incuriosisce e fa discutere tanta gente anche lontana dal Pd perché, obiettivamente, non è una tradizione della nostra politica poter andare alle urne per eleggere il segretario di un partito. E poi i candidati sono veri e si danno battaglia alla luce del sole con profili personali e identità politiche ben distinte.

Basta vedere cosa succede sull’altro versante, cioè a destra, per capire la differenza. Lì, un capo-padrone decide da una settimana all’altra che si chiude un partito e se ne apre un altro. E tutto il confronto sta sulla maggiore o minore fedeltà alla persona del capo che, trattandosi di Berlusconi, non è esattamente una questione di ideali politici.

espulsione BerlusconiPluricondannato che deve essere espulso dal Parlamento perché colpevole di reati infamanti, sotto processo per altri reati ancora più infamanti, Berlusconi è un politico finito e di cui tutte le persone per bene dovrebbero vergognarsi. Un uomo da allontanare dalla vita pubblica e da consegnare ai giudici e alla pattumiera della storia. Invece, scioglie e fonda partiti senza nemmeno l’ombra di un metodo democratico. Qualcuno si ribella (Alfano & C.), ma la destra italiana è ancora molto lontana da una sua rifondazione. Casomai i litiganti, i “diversamente berlusconiani” sono in gara per spartirsi i voti del centro destra che Forza Italia resuscitata non potrà certo rappresentare come ha fatto negli ultimi venti anni, ma insomma l’obiettivo di una destra europea sembra ancora molto lontano.

partecipazione politica PdNiente di tutto questo nel Pd. Tutto bene allora? Manco per niente, perché l’attenzione è ancora troppo concentrata sulla ricerca del leader e meno sulla ricerca della politica migliore da far fare al Pd. Anche il dibattito nei circoli è stato segnato in negativo dalle competizioni e dalle ambizioni personali delle seconde, terze e quarte file di sostenitori di questo o quel candidato e da logiche di corrente che impediscono il confronto.

La preoccupazione ossessiva per le regole, la disattenzione per il dibattito sulle proposte politiche e programmatiche degli stessi candidati, il fatto di aver incanalato la partecipazione degli iscritti e dei cittadini alla definizione della linea politica e dell’identità del partito solo dentro la gara per le cariche di segretario nazionale (e provinciale) sono i limiti che il Pd deve superare se vuole che questa sua “invenzione” e la sua stessa esistenza come partito siano utili all’Italia e al rinnovamento della politica.

L’8 dicembre gli italiani eleggeranno il segretario del Pd, ma da allora in poi il Pd tutto (e non solo il segretario eletto) dovrà dimostrare di esserselo meritato.

Claudio Lombardi

Nessuno parla più della “questione Tv” (di Nicola D’Angelo)

pluralità tvTra meno di un mese le primarie per scegliere il nuovo segretario del Pd. Tutti i candidati hanno annunciato i loro programmi e il tema dello sviluppo di internet è stato indicato, seppure con qualche confusione, come centrale. C’è invece qualcosa che non è stato detto. Il digitale è un ecosistema composto di varie articolazioni fortemente interconnesse tra loro. Tra queste articolazioni non c’è dubbio che vi sia anche la parte relativa al settore radiotelevisivo che se non cambia regime rischia di condizionare negativamente il resto.

Per questo dovrebbero essere assunte una serie di urgenti iniziative che peraltro si rendono necessarie anche per chiudere definitivamente un’epoca in cui l’Italia è stata una peculiarità mondiale per le condizioni di dominanza e di controllo legate al conflitto di interessi. Dovrebbe dunque essere abrogata la legge Gasparri e al suo posto fatta una legge rigorosa che finalmente garantisca un effettivo pluralismo attraverso un uso trasparente, efficiente e concorrenziale delle frequenze e delle risorse pubblicitarie.

canali raiAndrebbe inoltre riformato il servizio pubblico a cui deve essere garantita indipendenza e rilancio della sua funzione soprattutto nella convergenza ed andrebbe di pari passo modificato in una visione moderna il sistema dell’emittenza locale e della radiofonia. Infine, andrebbe sostenuta l’industria delle produzioni audiovisive, in particolare quelle indipendenti. Invece, questi temi sono scomparsi dal dibattito politico. Non che prima si facesse molto, ma almeno se ne parlava. L’iniziativa in materia è ormai affidata a singoli gruppi, tra questi si segnala l’ottima iniziativa di MoveOn con i suoi 5 punti di riforma del sistema delle comunicazioni e della Rai.

torri tvSaranno le larghe intese, ma il tema dell’abrogazione della Gasparri è scomparso dall’agenda politica. Eppure le cose vanno peggio che in passato. L’Italia continua a scendere nelle classifiche mondiali sulla libertà di informazione e il dissenso nei grandi media non trova più spazi. La transizione al digitale ha addirittura rafforzato le posizioni dominanti del principale operatore televisivo privato (Mediaset) e della gara delle frequenze si è persa traccia. Anche il recente annuncio di Telecom di voler vendere le torri televisive appartenute a La7 potrebbe finire per aumentare questa immane concentrazione (se vendute a EI Towers, azienda controllata da Fininvest).

Molti sostengono che internet ha ormai sostituito il peso della televisione. Si tratta di un errore, la televisione ha ancora una un ruolo notevole nel mercato delle comunicazioni e nella formazione del consenso, soprattutto in un paese come il nostro a scarsa attitudine tecnologica. Per questo sarebbe necessario non accantonare la “questione televisiva”.

Nicola D’Angelo da www.ilfattoquotidiano.it

Le città del “terzo incomodo”(di Alessandro Cossu)

A Genova, nelle primarie per la candidatura a Sindaco della città per il centro-sinistra (mi dicono si chiami ancora così) vince il terzo incomodo, come a Napoli, come a Milano, come a Bologna. E come negli altri casi, molti media parlano oggi di voto di protesta. La mia protesta invece è contro di loro e contro questo modo semplicistico e superficiale di leggere la realtà.

Si tratta in tutti di casi di città ed elettorati “maturi”; ed il senso di quelle scelte sta, a mio modestissimo parere, nell’indicare chi meno sembra imbrigliato dai vecchi schemi partitici e dal solito modo di fare politica che privilegia le alleanze con chi appare essere più forte promettendo scelte favorevoli “a chi conta” nell’economia cittadina.

I tre che sono poi diventati sindaci sono stati sostenuti da una maggioranza di elettori che è andata bel oltre il voto di schieramento. Credo che basterebbe solo questo a far capire che non si tratta di “protesta”, bensì di scelta consapevole, basata su programmi chiari e discussi, complessi, articolati e in alcuni casi davvero ambiziosi.

Definirlo voto di protesta fa comodo proprio a quell’establishment che promette da anni di cambiare tutto affinché nulla cambi. E mi dispiace, tra questi, inserire anche il Sindaco di Genova uscente, una persona che si è presentata al suo elettorato, nella precedente tornata elettiva, come un volto pulito, attento alle persone, e che voleva davvero investire sulla città. Su come sia andata davvero sarebbe il caso che parlassero i genovesi. Di certo, nessuno di noi dimenticherà le dichiarazioni rilasciate nelle ore a ridosso della recente alluvione, in cui, di fronte alla evidente débacle della macchina comunale, ha parlato di “problemi di comunicazione”. Dichiarazioni superate solo da Alemanno dopo l’eccezionale nevicata su Roma. Strano che anche la Vincenzi non si sia fatta ritrarre con la vanga mentre spalava fango.

La Sindaca, appresa la sconfitta, non ha saputo fare di meglio che riversare la sua rabbia attraverso i “cinguettii” di Twitter, tutti contro i vertici locali del PD, ma anche contro Doria, reo di avere addirittura la “benedizione di Don Gallo”, uno dei preti più scomodi d’Italia. Dal mio punto di vista, un punto di forza piuttosto che una colpa.  Di meglio hanno fatto solo esponenti del PDL (area scajoliana) che hanno dichiarato “Con Doria adesso Genova diventerà la città dei viados, dei transessuali e delle prostitute” (Il Fatto Quotidiano, pagina 4, 14/02/12).

La vera sconfitta è, però, per il PD, che ha perso in molte delle occasioni in cui ha candidato dei “propri” esponenti, a Napoli come a Milano o Bologna. Eppure, quasi sempre, gli “osservatori più attenti” o gli “editorialisti di punta”davano sempre per vincente, almeno all’inizio, il candidato del partito. dimostrando con ciò di leggere ancora una volta la realtà attraverso lenti divenute oramai ingiallite per la polvere e il tempo, convinti che in nessun caso la volontà libera dei cittadini sarebbe riuscita ad andare oltre la ragnatela di rapporti consolidati dei maggiori partiti.  Cari miei signori, sarebbe invece il caso di fare una buona visita oculistica, e iniziare davvero a interrogarsi sui cambiamenti più o meno visibili nella nostra società.  Che è in molte occasioni molto più matura di quanto i media vogliano dirci.

Per la cronaca, a Genova, i risultati hanno finalmente aperto una fase di crisi nel PD, con segretari provinciale e regionale dimissionari, e il dito puntato contro Roma, rea di non aver appoggiato il candidato di partito.

In attesa che magari anche nel centrodestra si affacci l’idea di sottoporsi alla scelta dei propri elettori, e non a quelle delle stanze di partito, i prossimi mesi potranno portarci nuove importanti sorprese. A partire dal 4 marzo, dove in Sicilia si sceglierà tra l’eurodeputata Rita Borsellino, l’Idv (in uscita) Fabrizio Ferrandelli, il deputato regionale (che parla il linguaggio Renziano) del Pd Davide Faraone e il consigliere comunale Antonella Monastra. In attesa che, dopo l’ufficiosa candidatura di Nicola Zingaretti, attuale Presidente della Provincia di Roma, anche nella Capitale spuntino dei candidati inattesi.

Alessandro Cossu