Il cancro che divora l’Italia: l’attrazione fatale della rendita (di Lapo Berti)

La rendita rappresenta un elemento costitutivo, strutturale, del modello capitalistico italiano, e non una semplice perversione. La centralità della rendita affonda le sue radici nelle origini stesse del capitalismo italiano post-unitario; è figlia, non necessaria, dell’intreccio fra intervento statale e sviluppo capitalistico che caratterizza le nazioni che si immettono tardivamente sul sentiero dell’industrializzazione, come l’ Italia e la Germania.

In Italia, diversamente dalla Germania dove pure l’intervento statale nell’economia è ampio e articolato, la ricerca del profitto, che è l’anima e la ragion d’essere di una classe di capitalisti, assume ben presto e stabilmente la forma della ricerca della rendita ovvero di un guadagno garantito dalla tutela statale e coperto dalle risorse che lo Stato è in grado di sottrarre alla collettività per indirizzarle verso lo sviluppo industriale.

ceto politico corrottoNasce in questo contesto, e non importa qui stabilire quale sia il rapporto di causa ed effetto, un ceto politico, destinato a imporsi e a permanere, che trae il suo potere dall’intermediazione clientelare di risorse pubbliche, in primo luogo nei confronti delle imprese, ma poi, sempre più, anche nei confronti di determinati ceti sociali. Imprenditori e capitalisti di ogni ordine e grado si piegano volentieri a questo rapporto di sudditanza nei confronti del ceto politico e amministrativo in cambio di una tranquillità di prospettive che la competizione sui mercati, specialmente esteri, non sarebbe mai in grado di offrire. Si forma quel modello di capitalismo che viene pudicamente definito “relazionale” o, più brutalmente e significativamente, “clientelare” (Zingales).

Come insegna la dottrina del rent-seeking, la ricerca di privilegi e di protezioni atti ad assicurare rendite genera costi, al netto di quelli della corruzione che pure ne viene incentivata, i quali gravano sull’efficienza complessiva del sistema economico. Una quantità considerevole, e tendenzialmente crescente, di risorse viene investita non a fini produttivi, ma distributivi, non per creare prodotto aggiuntivo, ma per appropriarsi di una quota crescente del prodotto dato. La ricerca di protezione e di favori da parte dei titolari del potere pubblico diventa cultura diffusa; investe anche il mondo del lavoro. Soffoca lo stimolo a intraprendere; fa venire meno gli incentivi alla ricerca e all’innovazione. Il sistema nel suo complesso risulta appesantito da una quantità di oneri impropri, la cui mole, nel caso italiano, è icasticamente approssimata dal peso attuale del debito pubblico. L’economia nel suo complesso imbocca il sentiero del declino.

Lapo Berti – (primo di tre articoli) da www.lib21.org

Ancora Alitalia

Ancora un fallimento di Alitalia, ancora un salvataggio con denaro dei cittadini. Il governo ha imposto a Poste Italiane di partecipare alla ricapitalizzazione con 75 milioni di euro. Poste italiane è una società pubblica al 100% e viene usata in questo caso come una banca da cui prelevare i soldi che servono ad un’operazione politica disperata senza alcun senso industriale.

Come tutti sanno Alitalia era già fallita nel 2008 e il suo salvataggio voluto da Berlusconi e dalla Lega costò ai contribuenti qualcosa come 5 miliardi di euro.

Adesso Alitalia è fallita di nuovo e il governo cerca di tenerla in vita a tutti i costi. Ammesso che ci riesca quanto durerà? E quanto costerà a tutti noi?

Non si comprende l’accanimento del governo. A che serve una compagnia di bandiera che fallisce ogni 5 anni e che perde sempre più credibilità anche fra i viaggiatori?

Si dice che così si salvano posti di lavoro. Se guardiamo le cose dal punto di vista di chi ci lavora allora Alitalia dovrebbe tornare ad essere interamente  mantenuta dai soldi pubblici. Nelle “allegre” gestioni dei tempi andati ci stava dentro di tutto: stipendi milionari per i manager, favori politici, assunzioni clientelari, difesa forsennata non dei diritti dei dipendenti, ma dei privilegi corporativi. Tutto pagato con soldi pubblici cioè nostri. E tutto senza che i sindacati si siano mai alzati in piedi a dire “basta”.

Bisognerebbe riesumare quei ricordi, sarebbe utile anche a capire da dove vengono i guai finanziari italiani e, soprattutto, i disastri di un’acquiescenza di massa al corporativismo pagato dal debito pubblico