Una legge a favore dei reati e contro la giustizia

La prescrizione breve in corso di approvazione alla Camera in queste ore riduce i tempi per lo svolgimento dei processi in misura superiore a quanto attualmente previsto, ma in misura minima (pochi mesi) e collegando in discorsi, articoli e dichiarazioni questa misura allo svolgimento dei processi di Berlusconi. Quindi riduzione di entità trascurabile che, però, serve al Presidente del Consiglio per evitare anche la sentenza di primo grado nel processo Mills. Questa è l’unica ragione di una straordinaria concentrazione dell’impegno della maggioranza di governo che ha messo al centro dei lavori parlamentari, quasi fosse la somma urgenza dell’Italia, i pochi mesi di riduzione della prescrizione spacciandola per un atto di giustizia contro la lentezza dei processi.

Attenzione non si tratta di norme dedicate a sveltire i processi né per questo obiettivo il Governo ha avanzato proposte concrete né sono stati raggiunti risultati in questi anni per accorciarne la durata per arrivare più rapidamente all’accertamento della verità. Questo non è stato fatto e il provvedimento in corso di approvazione avrà l’unico effetto di troncare i processi senza alcuna sentenza che stabilisca le responsabilità dei reati che avrebbero dovuto accertare.

Ogni volta che in una società si verifica questo effetto si determina un grave turbamento della stabilità e dell’ordine pubblico perché, ovviamente, i responsabili dei reati tenderanno a sfuggire alla giustizia con ogni mezzo e le parti offese non avranno giustizia. Quindi, da domani, se la legge sarà approvata, chi commette reati avrà un’arma in più e una sicurezza in più. Quest’arma sarà stato il Governo a costruirla e a farla funzionare meglio grazie al taglio di risorse agli uffici giudiziari, alla messa in stato di accusa della Magistratura, al rifiuto di aggiornare procedure farraginose che ostacolano il corso della giustizia. Non si tratta, quindi, solo di omissione di atti essenziali alla gestione di un sistema fondamentale come quello giudiziario, ma anche di azioni precise volte ad ostacolare il funzionamento del sistema. Non a caso la stessa maggioranza ha votato al Senato due emendamenti che aggraveranno ancor più le cose ostacolando clamorosamente il lavoro dei giudici (ammissione di testi proposti anche se ininfluenti rispetto al processo e, quindi, di intralcio e impossibilità di dare per accertate le prove in base alle quali sono state emesse sentenze passate in giudicato in processi successivi).

L’assurdità della situazione sta tutta qui: un Governo che approva leggi contro la giustizia e a favore degli imputati di numerosi reati.

Qui non si tratta più di scelte politiche opinabili, ma del venir meno della certezza del diritto e dell’uso delle istituzioni contro la legalità che dovrebbero tutelare.

Che a questo si sia arrivati per assicurare l’impunità a Silvio Berlusconi imputato di ogni genere di reati con i quali ha scandito la sua carriera di imprenditore e di politico è ormai evidente a tutti. Che sia riuscito a circondarsi di una classe di governo che agisce come una banda di malfattori è pure evidente e stupisce che non si ribellino a questo ruolo le persone di valore che pure sono presenti all’interno della maggioranza e che hanno dimostrato di avere capacità mortificate dalla logica banditesca del capo del Governo.

La questione da molto tempo ha superato i confini della lotta politica tra diversi schieramenti. Sarebbe augurabile, anzi, che da ogni parte si manifesti il rifiuto di questa trasformazione dello Stato democratico in regno personale di gruppi coalizzati intorno al disegno, purtroppo in corso di realizzazione a spese degli italiani, di controllare indisturbati la cosa pubblica.

È appena il caso di ricordare che in Europa nessun paese permette che una prescrizione interrompa un processo in corso. Da noi, invece, leggete gli elenchi seguenti

ELENCO DI ALCUNI DEI PROCESSI CHE SAREBBERO INTERROTTI

Processo Mills per corruzione: imputato Silvio Berlusconi
Strage alla stazione di Viareggio 29 giugno 2009: 32 morti
Crack Parmalat 2003: 80.000 risparmiatori truffati per oltre 14 miliardi di euro
Terremoto a L’Aquila 6 aprile 2009: 278 vittime, di cui 8 ragazzi nella Casa dello Studente
Doping Olimpiadi Invernali Torino 2006
Amianto nei Cantieri Navali di Palermo: 40 operai morti
Calciopoli Napoli 2006
Crack Cirio 2003: truffa per oltre 1 miliardo di euro

ELENCO DEI REATI CHE BENEFICEREBBERO DELLA PRESCRIZIONE BREVE

• articolo 314 del codice penale (PECULATO).
• articolo 315 del codice penale (MALVERSAZIONE).
• articolo 316 del codice penale (PECULATO PER ERRORE ALTRUI).
• articolo 316 bis del codice penale (MALVERSAZIONE AI DANNI DELLO STATO).
• articolo 316 ter del codice penale (INDEBITA PERCEZIONE DANNI STATO).
• articolo 317 del codice penale (CONCUSSIONE).
• articolo 318 del codice penale (CORRUZIONE).
• articolo 319 del codice penale (ATTO CONTRARIO A DOVERI D’UFFICIO).
• articolo 319.ter del codice penale (CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI).
• articolo 320 del codice penale (CORRUZIONE INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO).
• articolo 322 del codice penale (ISTIGAZIONE ALLA CORRUZIONE).
• articolo 322.bis del codice penale (PECULATO/CONCUSSIONE/CORRUZIONE COMUNITA’ EUROPEA).
• articolo 323 del codice penale (ABUSO D’UFFICIO).
• articolo 324 del codice penale (INTERESSE PRIVATO IN ATTI D’UFFICIO).
• articolo 326 del codice penale (RIVELAZIONE SEGRETI D’UFFICIO).
• articolo 328 del codice penale (OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO).
• articolo 336 del codice penale (VIOLENZA A PUBBLICO UFFICIALE).
• articolo 337 del codice penale (RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE).
• articolo 338 del codice penale (VIOLENZA O MINACCIA AD UN CORPO POLITICO, AMMINISTRATIVO O GIUDIZIARIO).
• articolo 340 del codice penale (INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO).
• particolare prevedendo un aumento del tempo necessario a prescrivere il reato di cui all’articolo 347 del codice penale (USURPAZIONE DI FUNZIONI PUBBLICHE).
• articolo 348 del codice penale (ESERCIZIO ABUSIVO DI UNA PROFESSIONE).
• articolo 355 del codice penale (INADEMPIMENTNO DI CONTRATTI DI PUBBLICHE FORNITURE).
• articolo 589 del codice penale (OMICIDIO COLPOSO).
• articolo 609.bis del codice penale (VIOLENZA SESSUALE).
• articolo 609.quater del codice penale (ATTI SESSUALI CON MINORENNE).
• articolo 609.quinquies del codice penale (CORRUZIONE DI MINORENNE).
• articolo 609.octies del codice penale (VIOLENZA SESSUALE DI GRUPPO).
• articolo 416.ter del codice penale (SCAMBIO ELETTORALE POLITICO-MAFIOSO)
• articolo 419 del codice penale (DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO).
• particolare prevedendo un aumento del tempo necessario a prescrivere il reato di cui all’articolo 420 del codice penale (ATTENTANTO A IMPIANTI DI PUBBLICA UTILITA’)
• articolo 423 del codice penale (INCENDIO)
• articolo 423.bis del codice penale (INCENDIO BOSCHIVO)
• articolo 424 del codice penale (DANNEGGIAMENTO SEGUITO DA INCENDIO)
• articolo 432 del codice penale (ATTENTATO ALLA SICUREZZA DEI TRASPORTI)
• articolo 624 bis del codice penale (FURTO IN ABITAZIONE).
• articolo 628 del codice penale (RAPINA)
• articolo 629 del codice penale (ESTORSIONE)
• articolo 640 del codice penale (TRUFFA)
• articolo 641 del codice penale (INSOLVENZA FRAUDOLENTA)
• articolo 648 del codice penale (RICETTAZIONE)
• articolo 648.bis del codice penale (RICICLAGGIO)
• articolo 514 del codice penale (FRODI CONTRO LE INDUSTRIE NAZIONALI)
• articolo 583.bis del codice penale (PRATICHE DI MUTILAZIONE DEGLI ORGANI GENITALI FEMMINILI)
• articolo 648.ter del codice penale (IMPIEGO DI DENARO, BENI O UTILITA’ DI PROVENIENZA ILLECITA)
• articolo 646 del codice penale (APPROPRIAZIONE INDEBITA)
• articolo 614 del codice penale (VIOLAZIONE DI DOMICILIO)
• articolo 610 del codice penale (VIOLENZA PRIVATA)
• articolo 644.bis del codice penale (USURA IMPROPRIA)
• articolo 644 del codice penale (USURA)
• articolo 643 del codice penale (CIRCONVENZIONE DI INCAPACI)
• articolo 2621 del codice civile (FALSE COMUNICAZIONI SOCIALI)
• articolo 2622 del codice civile (FALSE COMUNICAZIONI SOCIALI IN DANNO DELLA SOCIETA’ DEI SOCI O DEI CREDITORI).
• articolo 2623 del codice civile (FALSO IN PROSPETTO).
• articolo 2624 del codice civile (FALSITA’ NELLE RELAZIONI O NELLE COMUNICAZIONI DELLE SOCIETA’ DI REVISIONE).
• articolo 2626 del codice civile (INDEBITA RESTITUZIONE DEI CONFERIMENTI).
• articolo 2627 del codice civile (ILLEGALE RIPARTIZIONE DEGLI UTILI E DELLE RISERVE).
• articolo 2628 del codice civile (ILLECITE OPERAZIONI SULLE AZIONI O QUOTE SOCIALI O DELLA SOCIETA’ CONTROLLANTE).
• articolo 2629 del codice civile (OPERAZIONI IN PREGIUDIZIO DEI CREDITORI).
• articolo 349 del codice penale (VIOLAZIONE DI SIGILLI).
• articolo 337.bis del codice penale (OCCULTAMENTO CUSTODIA O ALTERAZIONE DI MEZZI DI TRASPORTO).
• articolo 341.bis del codice penale (OLTRAGGIO A PUBBLICO UFFICIALE).
• articolo 351 del codice penale (VIOLAZIONE DELLA PUBBLICA CUSTODIA DI COSE).
• articolo 334 del codice penale (SOTTRAZIONE O DANNEGGIAMENTO COSE SEQUESTRATE NEL CORSO DI UN PROCEDIMENTO PENALE).
• articolo 335 del codice penale (VIOLAZIONE COLPOSA NELLA CUSTODIA DI COSE SEQUESTRATE NEL CORSO DI UN PROCEDIMENTO PENALE O DALL’AUTORITA’ AMMINISTRATIVA).
• articolo 612.bis. del codice penale (STALKING)

Processo lungo e prescrizione breve: la giustizia schiacciata (di Claudio Lombardi)

La giornata del 6 aprile può essere senz’altro annoverata fra quelle di più intenso lavoro parlamentare. Due sedute di aula al Senato e intensissimi lavori nelle commissioni permanenti, nella commissione giustizia in particolare. Alla Camera la seduta prosegue ad oltranza sull’odg che prevede la discussione del DDL 3137 sulla durata dei processi. Questo provvedimento è conosciuto come la legge sul processo breve mentre, in realtà, dispone un accorciamento dei tempi di prescrizione, cioè di cancellazione, del processo sulla base della condizione soggettiva dell’imputato. Nel caso di imputati incensurati il tempo necessario alla prescrizione viene ridotto, mentre, invece, nel caso di imputati recidivi il termine rimane immutato.

A questa intensa attività della Camera, si affianca quella della commissione giustizia del Senato con l’approvazione di un importante emendamento presentato da un senatore del PDL che stabilisce l’impossibilità del giudice di valutare l’ammissibilità dei testi citati dalla difesa che, quindi, debbono essere tutti ascoltati senza limite di numero. Inoltre, viene disposta l’inutilizzabilità di una sentenza passata in giudicato in un processo che derivi da quello già arrivato a sentenza.

Si tratta di due norme che oggettivamente portano ad un allungamento forzoso dei processi. La prima perché si espone alla possibilità di manovre degli imputati e dei loro collegi di difesa per intralciare l’andamento del processo con la convocazione pretestuosa di molti testimoni che non possono essere rifiutati dal giudice anche se manifestamente inutili ai fini processuali. Pensiamo all’esempio di testimonianze tese ad affermare il comportamento virtuoso di un imputato; anche se prive di elementi utili al giudizio possono essere ripetute per centinaia di volte condannando inevitabilmente il processo alla prescrizione.

Lo stesso effetto può determinare la seconda norma approvata. Infatti, non tenere conto di una sentenza definitiva significa ripetere tutte le fasi che hanno portato a quella conclusione pur essendo il processo successivo derivante da quello precedente. Anche qui pensiamo ad un esempio facile: se uno viene condannato per essersi fatto corrompere in qualità di testimone da una persona che ne ha tratto vantaggio, si perde solo tempo se, processando questa persona, bisogna ridimostrare da capo che il condannato nel primo processo è stato corrotto.

Ciò che è strano è che gli stessi che fanno di tutto per accorciare la prescrizione sostengono anche queste norme che allungherebbero a dismisura i tempi dei giudizi.

Ma vediamo, con ampie citazioni, cosa ne pensa, in un documento approvato il 6 aprile, il Consiglio Superiore della Magistratura.

Osservando che già la durata della prescrizione per i soli imputati incensurati era stata considerevolmente ridotta dalla l. n. 251/2005 (cd. legge Cirielli), ricorda che, in quel momento, fu effettuata dal CSM stesso, una valutazione sullo stato dei processi pendenti e sulle possibili conseguenze. Ecco cosa si scriveva nel 2005:

Se si tiene conto della durata media di un processo di merito si può ragionevolmente concludere che quasi tutti i processi per reati puniti con la pena della reclusione compresa nel massimo tra i cinque e i sei anni e la grande maggioranza di quelli per reati puniti con la pena della reclusione massima di otto anni sono destinati a sicura prescrizione… Non solo, ma una ricognizione effettuata recentemente dalla Corte di cassazione ha permesso di accertare che si situa attorno ai nove anni il tempo medio di durata dei processi per reati puniti con pena compresa fra cinque e otto anni che giungono al vaglio della stessa Corte: per la massima parte dei processi, dunque, il termine prescrizionale maturerebbe prima della sentenza definitiva, ma dopo la decisione di appello, e cioè in un contesto che comporta per il sistema giustizia il massimo spreco di energie. E’ evidente, dunque, che l’applicazione del nuovo regime ai processi in corso comporterà la vanificazione di gran parte del lavoro svolto dall’intero sistema giudiziario nel corso di alcuni anni”.

Oggi la valutazione di allora viene confermata:

“Allo stesso modo, è agevole pronosticare che l’impatto della modifica normativa da ultimo proposta sui processi in corso sarà notevole, atteggiandosi come una sostanziale amnistia. A ciò deve aggiungersi la preoccupazione per gli effetti negativi, a regime, sul sistema penale indotti da una ulteriore riduzione dei termini di prescrizione inseriti per tutti i processi futuri, a causa della prevedibile inefficacia dell’azione penale per numerosi reati.

In proposito va segnalato che l’Italia è stata già raggiunta da una segnalazione negativa dell’Unione Europea proprio con riferimento alla durata eccessiva dei processi per corruzione con riferimento a termini troppo brevi di prescrizione che determinano frequentemente una ineluttabile estinzione di un così grave reato.” ………………………

“La giurisprudenza della Corte di Strasburgo va in direzione opposta rispetto alla proposta riduzione dei termini di prescrizione del reato che si risolve in un meccanismo che ostacola l’accertamento sul merito della questione dedotta in giudizio……………..

Invero, il diritto consacrato dall’art. 6 della Convenzione, e prima di essa dagli articoli 24 e 111 della nostra Costituzione, è anzitutto che il processo ci sia e che sia un processo che si concluda con una decisione di merito. In secondo luogo che sia un processo di durata ragionevole ed improntato agli altri principi descritti dalla norma costituzionale. Ciò che si chiede all’ordinamento italiano è, cioè, di trovare gli strumenti per accelerare lo svolgimento dei processi facilitando l’accertamento giudiziario, non certo di favorire l’espunzione dei reati prima ancora che ci sia una decisione nel merito………..

Si osserva, inoltre, che le nuove norme proposte in tema di prescrizione appaiono confliggenti con le previsioni promananti da fonti sovranazionali di origine pattizia, recentemente recepite dallo Stato italiano. Ci si riferisce, in particolare, alla Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite contro la corruzione, adottata dall’Assemblea generale dell’ONU il 31 ottobre 2003 con risoluzione n. 58/4, firmata dallo Stato italiano il 9 dicembre 2003.

La Convenzione raccomanda il rafforzamento, da parte degli Stati firmatari, delle misure sostanziali e processuali volte a prevenire e combattere la corruzione in modo sempre più efficace. Non vi è dubbio, pertanto, che rientrano nell’ambito della Convenzione anche le figure di reato individuate dagli Stati aderenti al fine di contrastare il fenomeno corruttivo.

Tanto premesso, si osserva che l’art. 29 della Convenzione ONU contro la corruzione, stabilisce che “..ciascuno Stato Parte fissa, nell’ambito del proprio diritto interno, un lungo termine di prescrizione entro il quale i procedimenti possono essere avviati per uno dei reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione”. ……. Rafforza il convincimento rilevare che l’art. 30 della Convenzione in esame raccomanda agli Stati di adottare le misure necessarie al fine di “ricercare, perseguire e giudicare effettivamente” i responsabili di fatti corruttivi (art. 30, comma II).

Orbene, la previsione della estinzione anticipata del reato – che ben può riguardare anche i delitti di corruzione, come sopra chiarito – quale effetto automatico derivante dal decorso di predeterminati brevi limiti temporali, sembra allora porsi in netto contrasto con i principi sanciti dalla richiamata Convenzione contro la corruzione, ai quali l’azione degli Stati firmatari dovrebbe ispirarsi.

……………. Un raffronto con i sistemi in vigore negli altri paesi relativamente alla prescrizione, dimostra come la nostra disciplina sia unica in Europa e sia destinata a determinare inevitabilmente un gran numero di estinzione dei reati per prescrizione.

……………. L’intervento normativo in esame, infatti, riducendo ancora la prescrizione per molti reati, non potrebbe che determinare un ulteriore aumento delle prescrizioni dichiarate (attualmente circa 150.000 all’anno).

Esso finisce per costituire un ulteriore traguardo premiale che incentiva ulteriormente atteggiamenti dilatori e soprattutto allontana un impianto processuale finalizzato al rispetto dei principi della efficienza e della ragionevole durata del processo.

…………… Sarebbe peraltro assurda la previsione di una sanzione che non colpisse il responsabile del ritardo, chiunque esso sia, ma vanificasse il processo, lasciando al solo imputato di scegliere se consentire il completo accertamento dei fatti, posto che il diritto dell’imputato di rinunciare alla prescrizione è costituzionalmente garantito.

…………… D’altro canto il DDL in discussione non dispone alcun intervento suscettibile di produrre ricadute positive per l’accelerazione dell’andamento dei processi penali, ma incide solo sul termine massimo di prescrizione dei reati. “

Qui finisce la lunga citazione del documento del CSM e sorge spontanea la domanda: ma l’interesse generale e di ogni singolo cittadino dove sta? Se si vuole accelerare la giustizia come è assolutamente necessario perché non si danno i mezzi adeguati e non si riscrivono le procedure per farli veramente i processi e non per condannarli a morte certa solo che lo vogliano imputati ricchi e potenti? E poi: perché il Parlamento e il Governo non lavorano ad oltranza per affrontare il problemi del Paese e si mobilitano solo quando sono in gioco gli interessi del Capo del Governo?

Claudio Lombardi

Assalto allo Stato (di Claudio Lombardi)

Lo Stato italiano sta vivendo momenti eccezionali perché si incontrano problemi insoluti che peggiorano la situazione complessiva del Paese e creano disagio e instabilità nella vita dei cittadini comuni con il tentativo in atto di cambiare le regole della democrazia e i rapporti fra le istituzioni.

Ciò dovrebbe preoccupare tutti, tranne chi ne sta ricavando e ne ricaverà ancor più un guadagno. Il senso delle trasformazioni in atto sta in un gigantesco spostamento di potere e di risorse dal controllo delle istituzioni democratiche aperte ad un minimo di trasparenza e sottoposte ad un controllo di legalità, (insufficiente sì, ma pur sempre migliorabile) a favore di  chi vuole poter agire indisturbato.

E chi è che vuole agire indisturbato e perché? Sono tutti coloro che da molto tempo si sono impossessati della politica per fare i loro affari personali depredando i cittadini e violando ogni genere di regole. Questa gente sta facendo di tutto per portare in porto un mutamento epocale che molti stanno coltivando da decenni: una democrazia finta fondata sulla menzogna, sulla reale sudditanza di chi deve pregare loro per avere una piccola parte di ciò che gli spetterebbe di diritto, sull’effettivo controllo delle risorse e degli apparati pubblici al fine di prendere il controllo sull’economia e sui frutti del lavoro degli italiani.

Il mutamento si esprime con la tenaglia di un uso spregiudicato del potere che non accetta controlli né limitazioni e che non intende rispondere di alcun genere di reati anche odiosi e di grande pericolosità sociale insieme con il controllo di gran parte dell’informazione e della comunicazione che permette di inventare una realtà falsa costruita apposta per coprire e giustificare gli abusi e le prepotenze e per impedire la reazione della società.

Viviamo un’epoca fatta di insicurezze: sulla possibilità di sviluppo economico e sociale, sulla legalità, nel campo internazionale, sull’esistenza di uno Stato sociale che possa continuare ad erogare servizi ed assistenza per tutti e per chi è in stato di bisogno in particolare. A queste insicurezze se ne aggiunge una più grande: quella che esista uno Stato diretto da chi rappresenta i cittadini e si prende cura degli interessi generali.

Da ormai molti anni assistiamo alla “privatizzazione” dello Stato. Quando si parla delle strutture portanti della presenza pubblica nella società che sono i servizi dell’istruzione, della sanità, della giustizia come un peso per le casse dello Stato e, quindi, meritevoli solo di drastici tagli di risorse. Quando le funzioni e le cariche istituzionali a tutti i livelli sono continua occasione di scorribande di gruppi organizzati e di singoli che le sfruttano per il proprio guadagno. Quando il denaro pubblico viene speso in modo arbitrario e senza controlli come è stato rivelato da ultimo con la scoperta della “cricca” della Protezione civile, ma come sta avvenendo da anni e anni in tutto il Mezzogiorno con il pretesto dei rifiuti, dell’acqua e delle opere pubbliche. Quando vengono fatte leggi per evitare, esplicitamente, i processi a carico del Capo del Governo. Quando la stessa unità nazionale è messa sotto attacco da una parte della maggioranza di governo. Quando accade tutto ciò è lo Stato come entità collettiva composta da tutti coloro che vivono sul territorio nazionale ad essere messa in discussione.

La legge sul cosiddetto processo breve è l’ennesima dimostrazione che la privatizzazione delle istituzioni è in atto e che tutto sembra possibile a chi ha in mano le chiavi del Governo.

Se il problema fosse quello del funzionamento della giustizia occorrerebbe fare altro, a cominciare dal taglio delle risorse ai servizi giudiziari. Ma il problema non è questo, bensì quello di aiutare il Presidente del Consiglio a sfuggire ai processi. E questo lo si fa anche “tagliando le gambe” ai magistrati costringendoli a lavorare senza mezzi o ad inseguire fantomatici reati di clandestinità a carico di decine di migliaia di persone che, magari, vivono e lavorano in Italia da anni.

Si farnetica ossessivamente di un attacco della Magistratura contro Berlusconi e la tesi è ripetuta così tante volte che tanti ingenui finiscono in buona fede per assumerla come un dato reale.

Quale attacco a Berlusconi? Facile rispondere: non vuoi le accuse? Non commettere reati.

Un uomo accusato di così tanti reati che non dovrebbe guidare un governo in nessun paese del mondo occidentale. Un uomo che si è sempre rifiutato di dimostrare in tribunale l’infondatezza delle accuse e la sua innocenza. Basterebbe questa sua forsennata lotta contro i processi e contro la Magistratura a condannarlo. A lui, straricco e potente come nessun altro, non mancano i mezzi sia per dimostrare la propria innocenza sia per piegare lo Stato alla sua prepotenza. Ha scelto questa seconda strada.

Gli ingenui dovrebbero domandarsi a chi conviene andare avanti così e perché questa guerra a sfasciare la coesione sociale e la legalità.

Non bisogna farsi prendere in giro, bisogna guardare ai propri interessi di cittadini italiani che non possono veder distruggere il loro Paese da gruppi di potere impropriamente definitisi partito che hanno preso in ostaggio la politica per farsi gli affari propri. Non si tratta di appoggiare un altro partito, ma di rifondare la democrazia partendo dalla base e da un’opera di pulizia profonda a tutti i livelli che ristabilisca la legalità e la produttività a favore del Paese dell’azione del Governo e delle istituzioni che non sono più in grado palesemente di svolgere la loro funzione.

Per riuscirci sarà necessario che i cittadini diventino attivi e rifiutino di essere considerati massa indistinta di spettatori televisivi ai quali si possono raccontare ignobili falsità come quella della finta terremotata a cui hanno fatto recitare su CANALE 5 un copione che insulta tutti i cittadini, terremotati e no, perché li considera dei poveri imbecilli a cui si può far credere tutto.

Claudio Lombardi

La riforma della giustizia di Berlusconi: e vissero tutti felici e contenti (nelle mani del potere) (di Claudio Lombardi)

Di riforme “epocali” ci sarebbe davvero bisogno in questo nostro Paese.

E, ancor più, ci sarebbe bisogno di una grande riforma dei comportamenti e delle azioni di chiunque, a tutti i livelli, assolve a compiti di cura degli interessi della collettività.

Si tratta, quindi, in primo luogo di chi esercita il potere su mandato del corpo elettorale e dirige le istituzioni dello Stato e dispone delle risorse pubbliche. È questa la funzione più importante fra quelle che possono essere affidate dai cittadini ad altri cittadini.

In democrazia i poteri non rendono irresponsabili coloro che li esercitano, ma più responsabili di chi il potere non lo possiede e non lo esercita.

Nessuna meraviglia, quindi, se, ai privilegi, alle garanzie, allo status che vengono assicurati a chi siede nei vertici istituzionali dello Stato (da un piccolo comune al Capo dello Stato, sempre di vertici si tratta nei rispettivi ambiti), corrispondesse una maggior severità nel giudicare e perseguire le violazioni delle leggi, delle regole, gli abusi del potere e l’etica pubblica delle persone (che non serve per imporre una morale unica, ma è necessaria perché mette sotto gli occhi di tutti l’affidabilità delle persone investite delle funzioni affinché tutti possano rendersene conto e valutarla).

Se ai politici si chiedesse di essere più responsabili e non fosse concessa alcuna attenuante in proporzione al potere che viene affidato e fossero previste pene più severe per la violazione delle regole di quelle previste per i cittadini comuni nessuno si dovrebbe scandalizzare.

Ma così non è, anzi succede il contrario.

Niente antiberlusconismo, ma pensiamo se fossimo chiamati a giustificare e a giudicare un cassiere di banca che usa il denaro dei clienti a proprio piacere. Pensiamo se il cassiere, scoperto, rivendicasse l’impunità e, anzi, accusasse i clienti della banca di volerlo aggredire con accuse pretestuose sulle quali lui ritiene di non dovere spiegazioni e affermasse che la cassa ce l’ha lui e non vuole che altri mettano il naso nella funzione che gli è stata affidata. Cosa penseremmo? Sicuramente che deve essere licenziato e che la polizia deve indagare su di lui e, se non ha restituito tutto, deve essere punito per i reati commessi. In ogni caso quella persona non dovrebbe più fare il cassiere della banca per evidente inaffidabilità.

Pensiamo adesso a chi fa il Presidente del Consiglio dei Ministri ossia è a capo del Governo e dispone del massimo potere esistente nel nostro Stato. Pensiamo se fosse accusato di una serie di reati comuni che non hanno niente a che vedere con le sue idee politiche, ma che riguardano anche l’utilizzo che lui fa dei poteri politici per i suoi fini personali. Per esempio, come è stato accertato, per convincere un funzionario di polizia a rilasciare una minorenne imputata di furto violando norme di legge, la gerarchia delle responsabilità e le funzioni di chi deve decidere in casi di questo tipo.

Potrebbe questa persona dichiararsi perseguitato ed essere protagonista del varo di una riforma “epocale” della giustizia tutta centrata sulla diminuzione dei poteri della magistratura, sulla cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale da parte dei pubblici ministeri, sulla sottrazione a questi di strumenti essenziali per le indagini come è la polizia giudiziaria, sulla minaccia messa in capo a tutti i magistrati della responsabilità civile per le proprie decisioni (che in sostanza già esiste, non minaccia i giudici, ma tutela i cittadini)?

Non potrebbe evidentemente, perché tutti vedrebbero subito in lui non il disinteressato politico che pensa al bene del suo Paese, bensì la persona che, disponendo di un grande potere, lo utilizza per difendere i suoi interessi rendendo inoffensivi gli organi dello Stato che hanno il compito di perseguire e giudicare i reati da chiunque commessi.

Questa è esattamente la situazione in cui si trova l’Italia nel momento in cui viene varata la grande riforma che dovrebbe risolvere i problemi della giustizia.

Gli uffici giudiziari lamentano la mancanza di personale, di sedi, di computer, di attrezzature adeguate? Ci sono troppe sedi giudiziarie? Le procedure vanno revisionate per impedire che un garantismo esasperato sia lo strumento nelle mani di chi ha i mezzi per rinviare all’infinito i giudizi? Basta leggere,anche su civicolab, gli articoli che denunciano i veri problemi della giustizia per capire che questi non sono per niente sfiorati dalla riforma “epocale” che vuole realizzare il Governo.

Tra l’altro, dietro alla grande riforma costituzionale ce ne sono altre più piccole che sono all’esame del Parlamento e che sono molto dannose per la giustizia. Ricordiamo il cosiddetto “processo breve” che vorrebbe tagliare i tempi dei processi non dando ciò che serve per lavorare meglio, ma fissando un termine massimo trascorso il quale nessuno è più perseguibile (chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato). Una norma talmente assurda per uno Stato di diritto da sembrare uno scherzo oppure una leva per sollevare definitivamente chi ha soldi e tanti avvocati dai processi che gli danno fastidio.

Ricordiamo la legge che rende molto più difficili le intercettazioni come se il problema fosse di limitare le indagini di chi persegue i reati e non di impedire che i reati siano commessi.

Ma la fantasia dei riformatori non finisce qui perché tante menti sono al lavoro per escogitare sempre nuovi strumenti con lo scopo evidente in tutti gli atti del Governo di ridimensionare tutti i poteri dello Stato tranne il potere politico.

Questa è la vera Grande Riforma che sta uscendo fuori da tanti anni di lotte fra i politici indagati e imputati e la magistratura: la supremazia della politica su tutto e l’impunità assicurata.

D’altra parte il Capo del Governo lo ha detto chiaro: con le riforme da lui proposte “Tangentopoli” non sarebbe esplosa. Cioè i ladri e i truffatori che tanti danni hanno fatto agli italiani non sarebbero stati scoperti e perseguiti.

Berlusconi è sincero e gli crediamo e abbiamo capito cosa significa togliere risorse, mezzi e poteri alla magistratura che costituisce un Ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere come afferma l’art 104 della Costituzione: dare alla politica e ai politici un potere ancora più grande e irresponsabile di quello che già hanno. Ma è questo quello che serve oggi agli italiani?

Claudio Lombardi

Il giudizio della Corte dei Conti sulla corruzione: ma il Governo da che parte sta?

Estratto dalla Relazione del Procuratore Generale della Corte dei Conti presentata all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011

Alla fine del 2010 la stampa internazionale ha riportato il risultato di un’indagine del Transparency International sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione di numerosi Stati, da cui l’Italia risulterebbe tra le ultime in classifica tra le nazioni esaminate.

In Italia, benché si sia posta particolare attenzione sugli illeciti da corruzione, intesa in senso lato, attraverso dapprima l’istituzione di un Alto Commissariato (cessato nel 2008) e quindi di un Servizio Anticorruzione e Trasparenza presso il Dipartimento della Funzione Pubblica, che è impegnato faticosamente all’analisi di dati provenienti dai vari settori della P.A. e soprattutto dagli organi di polizia giudiziaria, nonché alla cura di collegamenti internazionali volti a contrastare tale fenomeno esiziale per le economie nazionali, non sono stati raggiunti apprezzabili segni in controtendenza: dal 2004 al 2010 gli insufficienti dati raccolti dal Sistema di Indagini del Ministero dell’Interno segnano un leggerissimo trend discendente.

Anche i positivi risultati connessi allo svolgimento di incisive ed estese indagini giudiziarie sono assolutamente temporanei ed effimeri, se non accompagnati da una adeguata politica di prevenzione che miri a cambiare il quadro di riferimento che ha reso possibile i comportamenti corruttivi.

Nel mentre si nota una rimarchevole diminuzione delle denuncie che potrebbe dare conto di una certa assuefazione al fenomeno verso una vera e propria “cultura della corruzione”, estesi settori della pubblica opinione chiedono al Governo e al Parlamento forti e duraturi interventi perché sia data attuazione alla norma già prevista nella finanziaria del 2007 sulla confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti ai corrotti e l’adeguamento dei nostri codici alle leggi internazionali anticorruzione.

Ci si interroga in termini dubitativi se, in tema di federalismo fiscale, il decentramento della spesa pubblica possa contribuire a ridurre la corruzione aumentando l’accountability delle P.A. rendendo più diretta la relazione tra decisioni prese e risultati conseguiti ovvero possa avere l’effetto contrario ed aumentare la corruzione quando la vicinanza a interessi e lobbies locali favorisca uno scambio di favori illeciti in danno alla comunità amministrata.

Con molti auspici il 10 marzo 2010 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica Amministrazione”.

Sebbene il testo appaia per molti aspetti carente, a cominciare dal fronte dell’accertamento e della repressione di tali condotte, il disegno di legge risulta fermo all’esame del Senato.

Non è stata ancora ratificata la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione (Strasburgo, 1999) già da tempo sottoscritta dall’Italia, con la conseguenza che il nostro sistema non è stato ancora adeguato alla nuova e più rigorosa disciplina dei delitti contro la P.A. e contro l’industria e il commercio con i quali si concretizza la creazione di fondi neri, che a loro volta costituiscono il necessario punto di passaggio per le successive attività di corruzione.

Né appaiono indirizzati ad una vera e propria lotta alla corruzione il disegno di legge governativo sulle intercettazioni, che costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo e neppure l’aver dimezzato con la cd legge Cirielli del 2005 i termini di prescrizione per il reato di corruzione ridotti da 15 a 7 anni e mezzo, con il risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna e con conseguenze ostative per l’esercizio dell’azione contabile sul danno all’immagine.

Nell’auspicio che il ddl in materia di durata dei processi non costituisca un ulteriore ostacolo alla lotta contro la corruzione, da rispettosi osservanti delle norme varate dal Parlamento, si resta perplessi di fronte a recenti leggi che consentono una profonda alterazione di principi di certezza del diritto.

Tra queste vanno segnalate: la L. n. 266/05, commi 231 e seguenti sulla definizione anticipata del giudizio d’appello per condanne riportate in primo grado per fatti dannosi verificatisi ante il 31.12.2005; la L. n. 73/2010 art. 2, comma 2 septies e undecies che consente un condono al 10,91% agli agenti della riscossione che non avevano ottenuto dalle Agenzie provinciali delle Entrate il discarico di non vere quote inesigibili reclamate negli anni precedenti; e l’art. 30, comma 30 ter della L. n. 102/09 (di conversione del D.L. n. 78/09) modificato dall’art. 1, comma 1 lett. C, del D.L. n. 103/09, convertito in L. n. 141/09 sul quale necessitano le seguenti considerazioni legate al danno all’immagine conseguente a reati contro la P.A.

Con quest’ultima disposizione legislativa l’azione inquirente e requirente delle Procure regionali e l’attività giurisdizionale della Corte dei conti risultano essere state fortemente limitate.

Tale norma, infatti, rinviando meccanicamente alla legge n. 97 del 2001 recante “Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti della amministrazioni pubbliche” delimita l’esercizio dell’azione di responsabilità del danno all’immagine alle sole fattispecie delittuose concernenti i delitti contro la P.A., disciplinati nel libro II titolo II capo I, cioè dall’art. 314 c.p. all’art. 335 bis. costituendo un’evidente aporia del sistema, in quanto esclude la legittimazione del P.M. ad esercitare l’azione giuscontabile in presenza di un danno non patrimoniale correlato alla lesione dell’immagine della PA derivante da qualsiasi altro grave fatto illecito o dalla realizzazione di una fattispecie penale diversa da quelle appena indicate.

Al contrario, i fatti illeciti (reati e non) che possono ledere un bene non patrimoniale della P.A., quale quello all’immagine, sono molteplici, e non possono esaurirsi alle fattispecie tassativamente indicate dal legislatore quale numerus clausus.

Tale restrizione, prima di qualsivoglia fondamento costituzionale, appare arbitraria e confliggente con il secondo comma dell’art. 103 Cost., per il fatto che l’immagine della P.A. è parte del suo patrimonio, sia pure areddituale, e, pertanto, tutelata dall’ordinamento in maniera non dissimile dagli altri interessi patrimoniali e non integranti il patrimonio della P.A.

Oltre ad una limitazione di carattere oggettivo, la norma in esame contiene un’evidente ed irragionevole restrizione della tutela risarcitoria del diritto all’immagine della PA ai casi di effettiva condanna penale irrevocabile del dipendente pubblico per l’eventuale reato tipico connesso, riesumando in tal modo l’istituto della pregiudizialità penale, ancorché espunta dall’ordinamento con l’abrogazione dell’art. 3 c.p.p..

La norma, infatti, prevede che “La sentenza irrevocabile di condanna pronunciata nei confronti dei dipendenti indicati nell’art. 3 per i delitti contro la pubblica amministrazione previsti nel capo I del titolo II del libro II del c.p. è comunicata al competente Procuratore regionale della Corte dei conti affinché promuova entro trenta giorni l’eventuale procedimento di responsabilità per danno erariale nei confronti del condannato. Resta salvo quanto previsto dall’art. 129 delle norme di attuazione del c.p.p. ”.

E’ di tutta evidenza che la norma richiamata introduce un’irragionevole diseconomia processuale. Infatti, nel caso in cui un pubblico dipendente abbia leso un interesse patrimoniale della P.A. con un fatto che integra un reato o con qualsiasi grave fatto illecito, il P.M. presso la Corte dei conti è legittimato a promuovere nel quinquennio l’azione di responsabilità amministrativa, mentre nelle ipotesi di lesione del diritto all’immagine di cui sopra, lo stesso PM deve attendere, come presupposto, la pronuncia irrevocabile di condanna in sede penale per poter agire processualmente per il ristoro del danno non patrimoniale.

Azione che rischia di essere preclusa nelle ipotesi di declaratoria, in sede penale, di prescrizione dello stesso reato e di conseguente proscioglimento dell’imputato, perché sovente accade che l’azione giuscontabile per pregiudizio all’immagine venga preclusa dalla mancata declaratoria della sentenza di condanna, sebbene la commissione del delitto sia stata accertata dal giudice penale, sia pur per le limitate fattispecie penali per le quali è ammessa l’azione di responsabilità del danno all’immagine.

Oltre alla pregiudiziale penale, la novella normativa al comma 30-ter prevede la sospensione del termine di prescrizione dell’esercizio dell’azione erariale per i danni conseguenti alla lesione dell’immagine della P.A. ad opera di un dipendente o di un agente pubblico, fino al termine del procedimento penale, ovvero fino a quando vi sarà, se vi sarà, la pronuncia irrevocabile di condanna penale.

In virtù di quanto sino ad ora detto, in mancanza di una pronuncia penale irrevocabile troverà applicazione il privilegio della irresponsabilità, nonostante il dipendente pubblico abbia tenuto un comportamento contra legem in danno dell’Amministrazione di appartenenza.

Si può notare, inoltre, che la suddetta sospensione comporta una duplicazione dell’attività processuale correlata agli stessi fatti storici che sono a fondamento della condotta antidoverosa, integrando così una violazione del principio del giusto processo sotto il profilo della mancanza di una ragionevole durata del giudizio (art. 111 Cost.).

Inoltre l’indicata sospensione risulta in contrasto con il principio della reciproca autonomia del giudizio contabile rispetto a quello penale prevista dall’ art. 75 del c.p. ed altresì con il principio di cui all’art. 3 della Carta Costituzionale.

Ed invero mentre nel caso di danni patrimoniali derivanti da comportamenti illeciti l’azione giuscontabile non risulta subordinata al perfezionamento di un processo penale con sentenza irrevocabile di condanna, per il danno all’immagine, invece, il P.M. contabile può agire solo a seguito dell’irrevocabilità della pronuncia di condanna, previa sospensione obbligatoria dell’azione risarcitoria.

Ne deriva che la lesione all’immagine, bene non patrimoniale, di una persona giuridica pubblica ha per il legislatore una dignità diversa rispetto alle lesioni di interessi patrimoniali della stessa persona giuridica perché viene degradato da figura autonoma di danno conseguenza, così come le restanti ipotesi dannose non patrimoniali, ad una marginale figura di danno evento da delitto.

Di talché può ben immaginarsi quale sorte possano conseguire quei comportamenti latamente corruttivi che, senza produrre un diretto danno patrimoniale, minano dalle fondamenta la fiducia e la credibilità dei cittadini verso la Pubblica Amministrazione.

Un altro profilo problematico e preoccupante riguarda poi i soggetti destinatari di detta disposizione normativa.

Il combinato disposto di cui all’art. 17 comma 30 ter, e di cui all’art. 7 L. n. 97/2001 si rivolge esclusivamente ai dipendenti pubblici, con esclusione degli amministratori ed in genere di coloro che sono legati all’ente da un mero rapporto di servizio.

Tale distinzione risulta irragionevole ove si ponga mente alla circostanza che il più delle volte sono proprio gli amministratori, che rappresentano nei rapporti giuridici e politici gli enti pubblici, a porre maggiormente in pericolo il prestigio, l’onore e la reputazione degli enti stessi, piuttosto che i pubblici dipendenti legati a tali enti da un mero rapporto lavorativo.