Governo Conte: ora ci vuole un bagno di realtà

Il governo Conte bis si è dato un programma di sinistra populista, incentrato su un’ambiziosa estensione dei diritti individuali e sociali. Obiettivi da sottoporre a un bagno di realtà per rendere il piano praticabile.

Un programma di sinistra populista per estendere i diritti individuali e sociali

Nel suo discorso al Parlamento, il rinominato presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato tante belle parole e indicato obiettivi condivisibili da chi crede in un’Italia che riporti su di qualche tacca la discussione pubblica e la convivenza civile rispetto ai tempi neanche tanto lontani in cui Lui – il segretario della Lega Matteo Salvini – dettava legge aspirando a ricevere “pieni poteri” (cioè a diventare premier) dopo elezioni anticipate. Scorrendo il programma di governo descritto dal presidente del Consiglio si trovano descritte idee e tanti provvedimenti che definiscono una sinistra populista, schierata a difesa dei diritti ma che prova anche a pensare al futuro. Dopo che “riforme” era diventata una parolaccia da non usare con il governo gialloverde, l’esecutivo giallorosso invece torna a centrare la sua attività sulla parolaccia, tanto che Conte si è riferito a una “nuova stagione riformatrice”. Non saranno le riforme economiche pro-concorrenziali che piacciono alle organizzazioni internazionali (la parola “liberalizzazione” non è menzionata), ma piuttosto cambiamenti istituzionali e sociali che avranno l’obiettivo di riavvicinare i cittadini e le organizzazioni intermedie alla politica e che allargheranno i diritti sociali investendo ambiti come l’assistenza alle famiglie, la scuola e l’università. Il rischio è che si tratti di un “vaste programme” che richiede anche modifiche costituzionali (cioè tempo) e che quindi ha poche possibilità di essere realizzato. Tra i provvedimenti economico-sociali, l’adozione di un salario minimo e di maggiori tutele e maggiori possibilità di partecipazione per i lavoratori, “soprattutto se donne e se giovani, e soprattutto nel Mezzogiorno”, oltre alla ripresa di politiche di incentivazione dell’innovazione e al rafforzamento societario delle aziende.

Ci vorrà però un bagno di realtà

Per promuovere i diritti bisogna però farlo bene. Per esempio, come ricordava tra l’altro il governatore campano Vincenzo De Luca a Cernobbio, il reddito di cittadinanza del governo precedente pare abbia fatto scomparire il lavoro stagionale. Capita cioè quello che ci si poteva aspettare: un welfare generoso può dare un reddito dignitoso a chi non l’aveva prima, ma se scoraggia la ricerca di lavoro proprio delle categorie (giovani e donne) che in modo sproporzionato sono escluse dal mercato del lavoro rischia di mancare uno dei suoi obiettivi. Si vedrà se il M5s è disponibile a rivisitare la sua misura bandiera in modo da evitarne gli effetti deteriori sulla partecipazione al mercato del lavoro.

Anche nella fissazione del salario minimo, il rischio di generare effetti non desiderati e controproducenti sul mercato del lavoro proprio per i giovani dipende in modo cruciale dal livello a cui si fissa questo salario. Come discusso anche da Andrea Garnero su questo sito, fissarlo a 9 euro l’ora implicherebbe stabilire un livello relativamente elevato (pari all’80 per cento circa del salario incassato dal lavoratore mediano, quello che sta esattamente a metà della distribuzione dei salari) che non si ritrova negli altri paesi Ocse, dove il salario minimo si colloca tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano. Una possibilità – perseguita in Francia ma costosa per il bilancio pubblico – sarebbe quella di compensare l’eventualmente eccessivo livello del salario minimo con una detassazione del costo del lavoro.

Il che porta a ricordare che garantire i diritti costa (altro esempio: l’abolizione del superticket sulle prestazioni sanitarie costerebbe circa 600 milioni). Già ci sarà da trovare tanti soldi per disattivare l’aumento dell’Iva. Ma poi rimane che estendere diritti ai cittadini dà luogo a doveri, specificamente fiscali oppure di riduzioni di altre voci di spesa, da parte del governo che propone tale estensione. Il non riconoscimento di questi altri doveri (che sono poi l’altra metà del bilancio pubblico) rischia di trasformare in regali temporanei la concessione di diritti giustamente descritti come conquiste di civiltà o applicazioni della nostra costituzione. È vero che potrebbero arrivare risorse aggiuntive da un’ulteriore riduzione dello spread sotto i 150 punti base, a cui si è giunti con l’esclusione dei no-euro dal governo e dall’auspicata flessibilità di bilancio negoziata con Bruxelles. Ma future riduzioni dello spread sono tutte da guadagnare sul fronte interno. Sarà un caso, ma Moody’s ha infatti subito ricordato che l’auspicata riduzione del rapporto debito-Pil indicata tra gli obiettivi dal premier è incoerente con l’insieme delle misure economiche prospettate finora. Il rischio concreto è che la luna di miele di cui ha inizialmente goduto il nuovo governo (soprattutto per demerito del governo precedente) possa arrivare rapidamente e dolorosamente a una conclusione se presentasse una legge di bilancio velleitaria. E anche la flessibilità di bilancio ottenibile dalla nuova Commissione europea – visto il (positivo!) recupero di buoni rapporti con l’establishment europeo – dovrà comunque per ora essere ancorata alle regole esistenti che la vincolano a specifiche circostanze. Una di queste è il verificarsi di una crescita inferiore rispetto alle previsioni: tale circostanza può regalare una manciata di decimi di punto di Pil, non interi punti di Pil rispetto all’obiettivo di deficit all’1,8 per cento preventivato dal governo precedente.

Nel complesso, per quanto stia ovviamente alla maggioranza di governo stabilire quando farlo, rimane che l’immersione del programma del governo Conte bis in un tempestivo bagno di realtà sarebbe una cosa salutare e necessaria per la durata e l’efficacia di azione dell’esecutivo.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Un governo tremendo, ma destinato a resistere

Il governo gialloverde, il peggior governo della storia italiana, rischia di sfangarsela, cioè di cavarsela. Probabilmente la procedura di infrazione non scatterà e la compagine ministeriale, arrancando e sbuffando, andrà avanti. Fra tagli e ritagli metteranno insieme un pacchetto di 7-9 miliardi extra, e questo consentirà di dire che i conti sono in ordine.

Persino il presidente Mattarella è venuto in soccorso di questi sciagurati. Preoccupato, evidentemente, che una condanna secca dell’Italia possa far crescere i sentimenti antieuropei che già circolano in abbondanza.

Gli esperti di politica consigliano, a questo punto, di studiare bene le vicende dell’America Latina, visto che quello è il modello verso il quale stiamo andando. E la lezione che si impara quasi subito non è confortante: questi governacci possono andare avanti anche anni. Tagliano un po’ di welfare, manipolano un po’ i conti, fanno qualche operazione al limite del consentito (mini-bot, ad esempio) e tirano avanti. Prima o poi esplode tutto comunque. Ma non subito.

E infatti chi si aspettava il crollo dei gialloverdi entro Natale rimarrà deluso. L’intera baracca potrebbe esplodere, forse, perché la Lega non riesce a sopportare i 5 cosi. Ma non per via dei conti.

Ma c’è un problema più grave. Salvini continua a dire cose senza senso alcuno. Parla dell’impresa di Carola a Lampedusa come di un atto di guerra, quando non si è vista nemmeno una pistola o uno scacciacani. Dice follie. Ma aumenta i consensi.

Forza Italia gli regge la coda e il Pd va in giro per i campi a parlare di rilancio dell’Italia (tema sempre buono).

In realtà, si sta scoprendo che l’ipotesi liberal-democratica, sconfitta nella politica (vedi fine di Renzi), probabilmente è stata sconfitta (o non è mai esistita) anche nel paese.

Nel senso che in Italia non c’è, nella società reale, una componente liberal-democratica, un insieme di forze cioè che punti a una società più moderna, in crescita, più competitiva. In un rispetto rigoroso della Costituzione.

Forse quasi a tutti va bene questo paese arrangiato, dove con una buona mazzetta si sistema tutto. Dove è riuscita a diventare la prima forza politica una formazione (i 5 cosi), chiaramente antindustriale e antiborghese. E per la quale qualunque cosa più grande di una pizzeria deve essere il frutto di furti e manipolazioni. E quindi meritevole di abbattimento immediato.

Questa forza attualmente è stata sostituita da un’altra (la Lega) che non è molto meglio: non si riesce a capire quale paese abbia in testa. Si sa solo che guarda alla Russia come a una Mecca e che per il resto tira a andare avanti giorno per giorno.

In giro, di liberal-democratico si vede poco, forse niente. E questo spiega quasi tutto: il no al referendum e la fine politica di Renzi.

Siamo un paese ex-borbonico, vince chi urla di più e chi promette cose impossibili.

La traversata del deserto sarà lunga.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

Il governo, il contratto e il rischio

Dopo 80 giorni di discussioni, trattative e tergiversazioni per la formazione di un governo oggi 23 maggio sembra che un Presidente del Consiglio incaricato uscirà dal Quirinale. Sarà il prof Giuseppe Conte sul quale già molto è stato detto ed è difficile aggiungere altro. Alla sua prima esperienza politica vedremo se sarà un mero esecutore di un patto di governo deciso dai responsabili politici di M5S e Lega o un Capo del governo che rientra nella definizione dell’articolo 95 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”). Dovrà comunque rappresentare l’Italia in tutte le sedi internazionali e negli organismi sovranazionali dei quali facciamo parte ed è difficile pensare che debba/possa essere guidato passo passo dalla diarchia Salvini – Di Maio che ha firmato il contratto di governo (con tanto di autenticazione delle firme come si usa nei compromessi immobiliari!).

Ma quale è il senso del governo che sta per nascere? Se ci si rifà al contratto faticosamente scritto in molti giorni di lavoro non lo si percepisce chiaramente. Il testo sembra fatto apposta per un’attuazione dilazionata e annacquata, adattabile ai mutamenti dei contesti nei quali vuole intervenire. Anche sui punti cruciali dei programmi elettorali di M5S e Lega (flat tax e reddito di cittadinanza per esempio) la nettezza e l’intransigenza con la quale sono stati proposti all’opinione pubblica lasciano il posto ad un approccio più “morbido” che lascia nel vago tempi e modalità di realizzazione. Si percepisce la prudenza di chi si lascia aperte varie strade. Nel vago è la questione fondamentale dei mezzi finanziari per realizzare un programma la cui quantificazione (effettuata da Carlo Cottarelli e non dai suoi estensori) oscilla tra 108 e 125 miliardi di euro a fronte di un incremento di entrate per 500 milioni di euro. Anche per i rapporti con l’Europa si ricorre a formule generiche (revisione dei trattati) che appaiono più come intenzioni che come decisioni irremovibili. Lo stesso si può dire della questione del deficit (“Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede, attraverso la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”). Con formulazioni così si può andare avanti per anni dicendo che si persegue un obiettivo, ma, di fatto, rinviandolo sempre un poco più in là. E poiché a questa formulazione un po’ fumosa è legata l’attuazione di tutto il contratto si capisce che si lascia aperta la porta ad una politica dei piccoli passi ben diversa da quella aggressiva, intransigente e roboante con la quale Lega e 5 Stelle si sono proposti all’elettorato.

Che governo nascerà dunque? Prevedibilmente sarà un governo con molte facce. Una sarà sicuramente quella della prudenza per durare più dello spazio di pochi mesi che molti gli assegnano. Un’altra sarà quella dell’intransigenza per tenersi pronti non appena apparisse una prospettiva elettorale. Un’altra ancora sarà quella dell’antieuropeismo perché è un facile capro espiatorio per ritardi, inefficienze e fallimenti sempre possibili nell’attuazione di un programma vasto e senza basi solide.

Il senso di questo governo sembra essere quello di un (estremo?) tentativo di aggirare i limiti strutturali del sistema Italia attraverso un’espansione della spesa pubblica e un giro di vite sui reati. La frattura tra Nord e Sud, la pubblica amministrazione che non funziona, la convivenza civile resa difficile da politiche pubbliche inefficaci, le attività produttive di beni e servizi che non trovano infrastrutture efficienti, la formazione che non prepara i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. Sono tanti i problemi e poco il tempo a disposizione perché M5S e Lega hanno raccontato agli italiani che loro avevano la soluzione e che gli altri (i governi a guida Pd) erano collusi con tutti quelli che vogliono approfittarsi dell’Italia. La tentazione di indicare al malcontento il “nemico” Europa c’è è inutile nasconderlo. Così come è costitutivo della Lega l’obiettivo di uscire dall’euro. Oggi si pigia sul freno perché c’è la consapevolezza dello sfracello che si provocherebbe imboccando questa strada. Ma la preferenza resta. Se passasse troppo tempo senza risultati i nuovi governanti o dovrebbero ammettere che l’unica strada percorribile nel contesto interno ed internazionale è quella dei piccoli passi (cioè quella seguita dai governi a guida Pd negli ultimi anni) o sarebbero tentati da forzature e rotture pericolose. L’immediata crescita dello spread all’annuncio del nuovo governo dimostra che questo rischio è avvertito da chi decide di “metterci i soldi”. Dobbiamo solo sperare che al dunque prevalga il buon senso, sennò il prezzo che pagheremo come italiani stavolta sarà il più alto di sempre

Claudio Lombardi

Il PD dopo le elezioni e la voce che manca

Il PD ha perso le elezioni, non c’è il minimo dubbio. Ma rischia di perdere anche la faccia e forse anche altro, se non esce dall’angolo nel quale si è rintanato e dimostra al Paese la sua utilità attuale, che potrebbe essere ancora molto alta.

Il M5S e la coalizione di destra hanno avuto indubbiamente un notevole successo elettorale, ma non hanno vinto, e non sono in condizione di governare: da soli non hanno i numeri, ed è altamente improbabile che riescano a mettersi insieme. In primo luogo perchè i 5 stelle, che, come primo partito in Parlamento dovrebbero indicare la rotta da seguire discutendola pubblicamente con gli eventuali alleati, continuano a indicare il nome di Di Maio come possibile Presidente del Consiglio (che raccoglie solo il loro consenso) e non dicono nulla di apprezzabile su un possibile programma di governo, che non può essere la replica del loro programma elettorale, infarcito di promesse demagogiche. In secondo luogo perchè pare che la coalizione di destra abbia più motivi per dividersi che per stare insieme: è a trazione Lega, e Salvini è quello che più appare, ma Forza Italia, che è totalmente indigeribile per i Cinquestelle, intende giocare una partita in proprio a favore del Berlusconi politico e imprenditore. Infatti alle consultazioni da Mattarella non andrà la coalizione, ma i singoli partiti.

Del resto l’attuale legge elettorale, prevalentemente proporzionale, enfatizza il ruolo dei singoli partiti e deprime quello delle coalizioni. Così inspiegabilmente la volle la vecchia maggioranza guidata da Renzi.

Non si sta delineando all’orizzonte quindi nessuna nuova maggioranza, fino ad oggi. L’elezione dei presidenti delle Camere e di tutte le altre cariche istituzionali non comporta accordi nella logica dei rapporti tra maggioranze e opposizioni, quindi non fa testo. Balza all’occhio comunque la bulimia di M5S e Lega, che induce a pensare che sia in atto una pessima occupazione delle istituzioni, persino peggiore di quella del vecchio ceto politico, il che sta a indicare una debolezza politica pericolosa per il Paese, a causa degli squilibri che sta generando.

Ma balza all’occhio anche la decisione del PD di ritrarsi da qualsiasi discussione sul futuro dell’Italia, come se non contasse nulla il fatto che è il secondo partito uscito dalle urne. “Noi siamo all’opposizione”, hanno detto immediatamente, mostrando, senza che fosse richiesto, tutte le ferite elettorali di un gruppo dirigente bloccato e depresso, più che offeso dai continui insulti ricevuti.

All’opposizione di chi, di che cosa, visto che una maggioranza ancora non c’è e probabilmente non ci sarà?

Non hanno nemmeno fatto un’analisi seria del voto, quindi ufficialmente non sanno nulla del Paese emerso dalle urne, di un Paese con divisioni territoriali profonde e pericolose, preda di inaccettabili ingiustizie e diseguaglianze, di rabbia e paure troppo enfatizzate, che oscurano completamente la condizione di oggettivo privilegio nella quale ancora si trova (sarebbe consigliabile consultare un recentissimo studio di Bankitalia su PIL, sviluppo demografico, andamento dell’occupazione, immigrazione) in un mondo pieno di tensioni reali, di guerre, e di carestie rovinose.

E hanno già detto, con pochi distinguo e solo a mezza bocca, “noi siamo all’opposizione”.

All’opposizione di chi, di che cosa, torno a ripetere. Non si rendono conto dei ridicoli paradossi nei quali si sono cacciati? Siccome una maggioranza non c’è, l’idea che diffondono è quella di avere la speranza che si formi l’unica maggioranza possibile senza il PD: una maggioranza di Cinquestelle e Lega, con l’aggiunta di qualcun altro della destra, una maggioranza di blocchi contrapposti, che non stanno insieme nemmeno col vinavil, e che sarebbe esiziale per tutte le persone che hanno un po’ di buon senso, come ce ne sono ancora in Italia e in Europa. E’ questa la speranza dei dirigenti del PD? Leggo sui giornali che il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci avrebbe espresso il seguente pensiero: “Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio – Salvini”. Caspita! Ma dove vanno a prenderli simili brillanti pensatori? Sull’ineffabile Facebook? La speranza che si affermi il “tanto peggio, tanto meglio”, vale a dire che ciò che sarebbe il peggio per l’Italia sarebbe il meglio per il PD. Se è questa la loro speranza – e se non lo è, sarebbe consigliabile che lo dichiarassero invitando Marcucci a ripassarsi la lezione – avrebbero deciso di mettersi contro l’interesse reale Paese, che dicono invece di avere a cuore. E non si trincerino dietro la volontà dell’elettorato. L’elettorato non ha dato a nessuno maggioranze precostituite, quindi niente alibi.

Non è il momento di stare sulla riva del fiume in attesa dei cadaveri dei nemici, come sembra volere l’inscalfibile blocco renziano alla ricerca di rivincite per sé, solo per sè: un gioco che si compie sulla pelle di quella parte del Paese che si aspetta che il secondo suo partito si comporti come una forza adulta in grado di avanzare proposte di governo, meglio delle altre forze che sono state elette in Parlamento, e di costruire le condizioni perchè vengano accettate. Sbloccarsi insomma, uscire dall’inferno della depressione, dei veti e dei ricatti al proprio interno, uscire dalla sindrome degli ‘incompresi e stizziti’.

Infatti la logica stringente della politica dice, anzi urla, proprio questo al secondo partito d’Italia: o vi liberate al vostro interno dai condizionamenti perniciosi di chi vi ha portato alla sconfitta elettorale, portando al partito aria e linfa nuove, e facendo emergere un po’ di coraggio e generosità, o il Paese si libererà di voi, come se foste ciabatte inutili, venendo a scovarvi ovunque, anche se vi nasconderete all’opposizione. Forse il peggio deve ancora arrivare, se qualcuno pensa ad altre elezioni ravvicinate.

E noi democratici, che abbiamo ancora un qualche orizzonte comune davanti agli occhi, e vorremmo raggiungerlo senza metterci nelle mani dei populisti, di destra o di sinistra, dovremo per forza ripartire dall’anno zero.

 

Lanfranco Scalvenzi

La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Il dovere di governare (di Claudio Lombardi)

Come scrive su Repubblica Stefano Micossi l’ostacolo più serio per l’Unione Europea “nasce dalla divergenza nella qualità delle istituzioni e, perciò, nella capacità di governo”. Questo è il vero spread che ci separa da altri paesi europei e che ci rende più deboli e vulnerabili. Non si tratta di modelli astratti ma di concreta capacità di governo, di come vengono applicate le leggi, di come lavorano gli apparati e di come si fronteggia la corruzione.alleanze

Ormai il dato sui costi della corruzione che, secondo una valutazione della Corte dei Conti, ammonta a circa 60 miliardi di euro, è entrato fra le citazioni ricorrenti in tutti i discorsi e le analisi della situazione italiana. Ma non descrive abbastanza l’impatto della corruzione sulla vita degli italiani. Corruzione è inefficienza, è arbitrio, è prepotenza, è spreco, è disordine. Corruzione è un freno allo sviluppo e all’equità che tutti paghiamo (corrotti e corruttori a parte).

La verità è che di risorse l’Italia ne ha avute e ne ha sprecate tante. Oggi piangiamo sul debito e sul peso degli interessi, ma quando le cose andavano bene i soldi venivano dissipati senza ritegno. Ci sono stati periodi lunghi nei quali ci prendevamo i “dividendi” dell’euro cioè i bassi tassi di interesse e la stabilità finanziaria e poco si pensava a sistemare le cose per il futuro. Soltanto i governi del centro sinistra hanno tentato di frenare la corsa allo spreco mirando alla razionalizzazione della spesa e alla riduzione del debito. I governi di Berlusconi hanno speso come se i soldi piovessero dal cielo e hanno permesso a cricche di ladroni (come quelli raccolti intorno alla Protezione Civile) di spolpare lo Stato. Questa è la verità. E gli italiani glielo hanno lasciato fare confermando più volte con il loro voto Berlusconi al governo.

La conservazione è stato il valore dominante per tanti anni. Secondo una recente analisi di Sabino Cassese il nostro sistema di governo è caratterizzato da “primitivismo organizzativo, rudimentalità delle procedure, insufficienze del personale, scarso ricorso a tecnologie informatiche, arcaicità del disegno complessivo: un anacronismo rispetto agli altri governi moderni”. La conservazione, che ha lasciato marcire le amministrazioni pubbliche, ha reso impotenti le decisioni politiche, ha pensato solo a consolidare i poteri amministrativi e politici a disposizione di chi volesse mantenersi in sella con i soldi di tutti pagando clientele di tutti i tipi e in tutti i modi. Basta scorrere le cronache di questi ultimi dieci anni per averne gli esempi.

conflittoOra ci troviamo nel pieno della crisi e scopriamo di essere un “Paese inefficiente, corrotto e privo di capacità di governo, ma soprattutto irresponsabile.” Come scrive Stefano Micossi “quando non siamo con le spalle al muro, ci spendiamo anche la camicia, tra il generale consenso; quando andiamo a sbattere contro il vincolo delle risorse, l’opinione pubblica si ribella alla resa dei conti e i partiti cercano di scaricare le colpe all’esterno.”

Non serve disperarsi perché una via d’uscita esiste ed è assumere il risanamento delle istituzioni come asse portante di qualunque azione di governo. Un risanamento che deve partire da una legge elettorale fatta per coinvolgere i cittadini e non per fregarli come, non a caso, fece il governo Berlusconi con la “legge porcata”. E che deve poi passare per un drastico taglio dei costi della politica; per una riorganizzazione delle burocrazie, dei loro poteri e dei loro costi; per una limitazione dei poteri della politica sugli apparati e sulle società pubbliche; per arrivare ad una ristrutturazione istituzionale che dimezzi il numero dei parlamentari e superi il bicameralismo perfetto.

Questa è la strada per prendere in mano il governo della crisi con misure urgenti che non possono più aspettare. Non serve pensare a grandi disegni, basta trovare il modo per far pagare i debiti dello Stato verso le imprese e già questo può mettere in circolazione fino a 100 miliardi di euro. Basta dare il via a lavori pubblici urgenti per la salvaguardia del territorio e la sicurezza delle scuole. Basta mettersi con forza a combattere corruzione ed evasione fiscale. Bastano pochi atti per dare il segnale che l’Italia vuole imboccare una via d’uscita e che ha la forza per riprendersi per veder diminuire lo spread. E poi ci vuole che l’Europa cambi strada. Ma per tutto ciò ci vuole un governo non basta dire che si va in Parlamento e lì si decide.

Le schermaglie di questi giorni per la formazione di un governo rischiano di confinare i cittadini in una posizione di osservatori ai quali si chiede di fare il tifo senza poter condizionare niente. In realtà tutte le forze politiche che hanno ricevuto il voto sono vincolate ad un mandato ben preciso che non dovrebbero ignorare: governare. Sarebbe bene che tutti se lo ricordassero.

Claudio Lombardi

Contro la crisi un governo forte e nessun vuoto di potere (di Claudio Lombardi)

Prima uscita pubblica degli eletti del M5S. Da quello che si è potuto vedere siamo ai preliminari sia nel metodo (un incontro per fare conoscenza,  ma niente di più), sia nei contenuti che continuano ad essere affidati alle dichiarazioni e al blog di Beppe Grillo.

interrogativiPresto gli italiani potranno verificare se hanno fatto una buona scelta votando un movimento che ha sempre vissuto su internet, senza una gerarchia, senza un programma, senza una organizzazione, senza un metodo di formazione delle decisioni che parta dal locale e arrivi al nazionale. In realtà tutti aspettano che Grillo e Casaleggio dicano cosa bisogna fare e i due danno l’impressione di non avere, per il momento, tante cose da dire a parte che non voteranno mai la fiducia a un governo formato dai partiti. Per ora l’impressione è che avesse ragione Grillo quando si disse preoccupato di un successo eccessivo del M5S. Non disse il perché, ma adesso si comincia a toccare con mano l’estrema debolezza di un movimento fortemente accentrato,  ma disorganizzato; aperto a tutte le idee, ma senza una elaborazione unificante. Ci dovremmo augurare che il M5S riempia i vuoti politici e organizzativi al più presto in modo da non ridursi ad essere un inutile megafono parlamentare della protesta. Però, intanto, governo PD-M5S no.

Del PDL non vale nemmeno la pena parlare talmente è identificato con il suo padre-padrone implicato in tanti e tali reati da dover essere considerato inavvicinabile per qualunque persona onesta. Dunque governo PDL-PD no.

Il PD vive una grande agitazione perché da vincitore predestinato si è trovato ad essere perdente con la responsabilità di trovare una via d’uscita. Bersani ha già annunciato che proporrà alla Direzione una linea ben precisa che si condensa in otto punti come base di un governo che trova in Parlamento la sua maggioranza.

Siamo dunque in alto mare e rischiamo di pagare questo stallo molto caro perché non è questo il momento di starsene lì a giocare a una specie di “nascondino” politico. La crisi economica non la fronteggi con le chiacchiere e le battute, e nemmeno con gli slogan sognanti, ma solo con politiche forti e lungimiranti pensate e messe in atto da persone competenti e da una maggioranza di governo compatta con un programma serio.

Il nuovo Parlamento può anche partire dal taglio dei costi della politica, ma non illudiamoci che questa sia LA risposta alla crisi. Possiamo anche accettare che le Camere “siano aperte come una scatoletta di tonno”, ma non possiamo perdere tempo a decidere cosa andare a dire in Europa. Né possiamo perderlo a baloccarci con referendum sull’euro, inutili e disastrosi.tunnel luce3

In generale non possiamo perdere tempo in giochini e sperimentazioni né di aspiranti e trasognati politici in erba né di vecchi politicanti di apparato. Noi cittadini vogliamo un governo forte e abbiamo paura che un vuoto di potere in questo momento ci faccia arretrare più di quanto non sia accaduto finora.

Claudio Lombardi

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi