Cronistoria di un disastro (di Adriano Sofri)

Pubblichiamo ampi stralci di un articolo apparso su Repubblica del 25 aprile 2013

Vinte nettamente le primarie, Bersani ha fatto una campagna attendista. Era convinto che il successo fosse già nel sacco. Ci teneva come all’occasione culminante della sua vicenda militante, e si proponeva di usare la vittoria per rinnovare fortemente la composizione del Pd e per cimentarsi con un governo che rompesse col feticcio dell’austerità.attendismo Bersani

Dopo la delusione elettorale, ha investito sulla propria debolezza per stanare la demagogia grillista: ottenerne una collaborazione, o svelarne il nullismo.

Bersani aveva un punto fermo: nessun accordo di governo con il Pdl. Attorno a lui si moltiplicavano i dissensi, malcelati e via via più trasparenti…..

La resistenza di Bersani (tenace oltre ogni previsione, e non spiegabile con una disperata ambizione personale) aveva una sola prospettiva: che Napolitano lo mandasse alle Camere. Lì, se non un calcolo politico, il dolore sentitissimo di tanta parte, e trasversale, dei nuovi eletti per l’eventualità di tornarsene a casa, avrebbe potuto dargli una striminzita e caduca fiducia, di cui però avrebbe potuto approfittare per prendere tre o quattro iniziative radicali, a cominciare dalla legge elettorale. Se fosse stato sfiduciato, avrebbe potuto guidare un governo provvisorio per l’elezione al Quirinale e la successiva campagna elettorale anticipata. Napolitano non ne ha voluto sapere: aveva le sue ragioni, ma sia lui che i numerosi esponenti del Pd che mordevano il freno e davano segni di impazienza crescente nei confronti di Bersani e della “perdita di tempo”, rivendicavano di fatto (guardandosi dal dirlo, nella maggior parte dei casi) un accordo di governo con il Pdl.

Bersani ha tenuto duro a oltranza, posponendo la questione del governo alla rielezione al Quirinale, così da ammorbidire l’esclusione del Pdl grazie alla distinzione fra governo e Presidenza della Repubblica, quest’ultima costituzionalmente orientata alla più vasta condivisione.errore

Ha qui fatto due o tre errori fatali: ha creduto che quella distinzione fosse chiara; ha ritenuto che fosse convincente per la base e l’elettorato di sinistra; si è illuso che il notabilato del Pd lo seguisse. Soprattutto, non ha formulato pubblicamente il nome o i nomi dei candidati che il Pd avrebbe proposto a tutte le altre forze politiche.

Così, mentre un nome degno come quello di Marini passava per scelto da Berlusconi, Grillo candidava Rodotà, persona esemplare per uno schieramento di sinistra dei diritti civili e dei movimenti. I 5Stelle erano fino a quel punto piuttosto nell’angolo, essendo evidente come il loro compiaciuto infantilismo settario (oltre che l’insipienza dei loro portavoce) facesse dissipare un’inverosimile opportunità di riforme e regalasse al centrodestra una forza di ricatto insperata. Del disastro della notte e del giorno di Marini (che non lo meritava) inutile ripetere: Bersani ne è uscito, dopo 50 giorni di resistenza catoniana, come un inciucista finalmente smascherato. (Ve li ricordate, dal primo giorno, i titoli “da sinistra” sull’inciucio avvenuto?).

Avrebbe potuto il Pd aderire alla candidatura di Rodotà, come tanti hanno auspicato? Forse: sarebbe stata una capitolazione nei confronti dei 5Stelle, che in Rodotà avevano visto soprattutto una ghiotta occasione per imbarazzare il Pd, ma cedere a una pretesa strumentale e arrogante può non essere un errore. Lo considererei più nettamente tale se Rodotà avesse risposto all’offerta della candidatura dichiarando che l’avrebbe accettata solo nel caso che fosse di tutta la sinistra: Scalfari ha fatto un’osservazione simile. I 5Stelle hanno sventolato il nome di Rodotà come una loro stretta bandiera, e al tempo stesso l’hanno proclamato come il candidato di tutti gli italiani contro quelli del Palazzo……..

svolta a sinistraLa candidatura brusca di Prodi – meritevolissima – è stata la toppa peggiore del buco. E ha mostrato come il Pd non abbia, come si dice, “due anime”, ma forse nemmeno una, e invece una quantità di cordate e bande, tenute assieme da altro che le divergenze politiche…… La scissione è forse un pericolo, ma non una cosa seria: la frantumazione sì. Sarebbe bene che ne tenesse conto chiunque si proponga davvero di “rifondare” (verbo inquietante) il Pd, e sia tentato da escursioni minoritarie. Eravamo al punto in cui il Pd, in stato del tutto confusionario, era a rimorchio della demagogia a 5Stelle da una parte – e di sue piazze scandalizzate e scandalose – della furbizia di Berlusconi dall’altra.

L’elezione di Napolitano (una pazzia, in un mondo normale: un uomo molto vecchio che si era finalmente preparato uno scampolo di esistenza privata) è stata un escamotage provvidenziale…….

I 5Stelle? Le mosse furbe hanno gambe corte. … Credo che le persone che li avevano votati e hanno sentito sprecato il loro voto siano molte. Il bilancio provvisorio, con 5Stelle e Pd in caduta, e il Pdl in ascesa, è un capolavoro.

Vorrei aggiungere una cosa. Ci sono molti aspetti della situazione attuale che ricordano, ben più del precedente di Mani Pulite, quello remoto del primo dopoguerra, quasi cent’anni fa. Non c’era, nello scontro frontale fra sovversivi diciannovisti ed eversori fascisti una distinzione così netta di sinistra e destra. Le file del fascismo movimento erano piene di ex-socialisti, interventisti rivoluzionari, sindacalisti soreliani, massimalisti di ogni genere. Non era così chiaro, e a distanza di tanti anni fu penoso per tanti chiedersi da che parte erano stati, e perché, e come fosse stato possibile. A suo modo, e con una gran dose di autoindulgenza, Grillo evoca questa ambiguità………. Il programma dei 5Stelle contiene molti obiettivi buoni per una sinistra della conversione ecologica, e anzi da quest’ultima pensati e proposti da lungo tempo.

La differenza sta altrove, nel Vaffanculo, nei Morti che camminano, nel Tutti a casa. La differenza fra il federalismo verde e aperto di Alex Langer e il razzista federalismo leghista passava dalle imprecazioni di Bossi e dei suoi. I buoni programmi smettono di essere minoritari e vincono quando vengono distorti e incattiviti dalla demagogia…… Che i parlamentari escano da Montecitorio da una porta secondaria – se è andata così – è un episodio di violenza e di viltà vergognose. A proposito del 25 aprile.

Adriano Sofri

Come perdere un treno con 60 giorni a disposizione (di Giuseppe Civati)

Questa è una storia che i giornali di oggi non hanno raccolto e che invece la dice lunga sul tempo e le occasioni che abbiamo perduto dopo le elezioni.

civatiLa notizia è interessantissima, almeno per me: i deputati e i senatori del M5S hanno votato ieri su ciò che la loro delegazione doveva portare a Napolitano.

Si sono misurate due posizioni: quella oltranzista, per cui bisognava soltanto dire di no al governo delle larghe intese e sottrarsi all’alleanza Pd, Pdl e Sc; e quella aperturista, secondo la quale sarebbe stato il caso di fare nomi, al Presidente della Repubblica, per provare ad aprirsi un varco nelle maglie sempre più strette di quello che i grillini chiamano inciucio.

Fin qui, niente di speciale. La cosa più curiosa è però registrare che la prima ipotesi è passata per un solo voto. E i nomi che, per un solo voto non sono stati fatti, sono quelli delle “quirinarie”, per capirci, e altri nomi di quel cambiamento che non c’è stato (si vocifera che anche nel M5S qualcuno abbia fatto il nome di Matteo Renzi).

Ora, a me pare clamoroso, e vi spiego perché. Sono giorni che il M5S arriva in ritardo su ogni partita, aiutato dai malintenzionati (almeno per me) del Pd.

All’appuntamento dello streaming, avrebbero potuto offrire a Bersani un nome diverso dal suo, anche per stressare la sua volontà di cambiamento, ma non lo hanno fatto. Eliminato Bersani, soprattutto grazie ai toni sprezzanti del capogruppo Lombardi, così, si sono eliminati anche loro. E anche se avevano il tono di chi la sa lunga, anzi lunghissima, non se ne sono nemmeno accorti.

Per di più, né loro, né gli altri si sono accorti che in quel non-dialogo, ad un certo punto, Vito Crimi diceva: sul merito delle proposte possiamo anche essere d’accordo. Che non so se vi rendete conto, che cosa significa, di questi tempi, essere d’accordo sul merito delle proposte.

Personalmente, lo scrivevo da settimane, prima dello streaming, ma non c’è stato modo di discuterne concretamente. O, meglio, hanno preferito così: fuori Bersani, ne avrebbero discusso volentieri. Solo che preferivano non trovare altre soluzioni, fare altri nomi. Li avrebbero fatti dopo. Cioè, mai.

Poi si è passati al romanzo Quirinale, hanno fatto le primarie, c’erano i nomi di Rodotà e Prodi, e mi sono detto: dai che ce la facciamo. E invece, sempre per le responsabilità del Pd (che non nascondo di certo) e i suoi tentativi di fare le larghe intese dall’altra parte, ci si è cullati con l’idea che Rodotà potesse diventare Presidente, senza considerare quello che stava succedendo intorno. Che andava, semplicemente, nella direzione opposta.

E allora, in un rapido susseguirsi di incontri, ho cercato di condividere quella cosa ovvia che avete visto tutti. Che su Rodotà una parte del Pd non sarebbe mai venuta, ma non c’è stato verso. Anche i cinquanta voti in più a Rodotà spuntati alla quarta votazione (quando il candidato era Prodi) non li hanno insospettiti: pensavano fossero voti ‘veri’, che sarebbe cresciuto ancora, Rodotà, che invece, guarda caso, è sceso (i franchi tiratori avevano finito il loro lavoro). E al Colle saliva, anzi restava, Napolitano.

dialoghiNe abbiamo parlato in piazza Capranica (mentre il Pd, sullo sfondo, esplodeva), in piazza Di Pietra (fino a tarda notte), in cortile, in Transatlantico. Inutile. Eppure Prodi era il crocevia, ma ogni discorso, in un andamento ciclico perfetto, finiva non con una risposta, ma con una domanda: «perché non Rodotà?». Tanto che oltre al soldato Ryan, ad un tratto mi sono sentito un po’ come Rain Man in quella scena. Inutile spiegare che la posizione era tautologica, che Rodotà non avrebbe mai avuto i voti, che così non avremmo avuto né Prodi, né Rodotà. Inutile immaginare che qualcuno dei deputati a cinque stelle – in una sorta di dalemismo 2.0 – votasse per Prodi, confidando che qualcun altro avrebbe votato Rodotà, annullandone l’effetto malizioso e consegnando all’aula un numero di voti analogo (senza che nessuno se ne accorgesse). Quest’ultimo argomento era ancora meno compreso dei precedenti.

Va detto che il M5S ne ha tentata un’altra, alla fine del primo giorno delle votazioni (quel fantastico giovedì): avrebbe dovuto proporre al Pd un incontro per proporre un accordo su Rodotà presidente e il governo del cambiamento. Ho sommessamente fatto notare ad alcuni di loro che se avessero detto quelle cose direttamente senza proporre una-proposta-di-invito-per-un-incontro-in-cui-fare-la-proposta sarebbe stato più utile.

Solo che giovedì la riunione è finita tardi, tra loro, e non hanno esplicitato le loro intenzioni, che sarebbero emerse soltanto quando era ormai entrato Prodi nella partita. Cioè nel momento più sbagliato, condannandoci al cortocircuito perfetto. La sera precedente, si sono limitati a decidere se era il M5S a dover invitare il Pd, o il Pd a dover invitare il M5S. Hanno deciso per questa seconda soluzione, e hanno dovuto invitare il Pd a invitarli. Intanto, mentre il grillo traccheggiava, la volpe faceva capolino in Parlamento.

grillo parlanteE così, mentre qualcuno cercava di fare campagna per Rodotà, convinto che alla fine i voti si sarebbero trovati, partiva l’ultimo treno. Una Freccia con a bordo Napolitano. E Berlusconi ad attenderlo all’arrivo. Un treno superveloce, precipitosissimo, che era impossibile rincorrere, dopo avere passato due mesi sulla banchina, fissando gli altri convogli, indicandoli con il dito, ma senza pronunciarne la destinazione. Con le proprie convinzioni, legittime e legittimate, per carità, in tasca e nessun biglietto per far partire il cambiamento.

Sia ben chiaro: a me dispiace. E mi dispiace che le cose siano andate diversamente. Ed è colpa del Pd, di sicuro. Ma la responsabilità è anche del M5S e, soprattutto, dei suoi ritardi e delle sliding doors che abbiamo lasciato chiudere. Una dopo l’altra. Senza crederci abbastanza.

Le spiegazioni possono essere due: o c’è un disegno (molto probabile, soprattutto per i leader) o c’è una grande ingenuità (molto meno, ma non tra i parlamentari, che in alcuni momenti sono stati sinceramente confusi) o entrambe le cose.

C’è però una contraddizione che non riesco a spiegarmi: perché Grillo si è posizionato a sinistra (e così a sinistra), perdendo secondo me più di un voto a destra, senza voler raggiungere l’obiettivo? Perché Rodotà era una bandiera, ma era una bandiera che parlava solo agli elettori del Pd, a quelli che a febbraio non hanno votato Pd e a quelli che forse (dopo questo disastro) non lo voteranno più. Si è collocato nello spazio di Vendola, per capirci, e ha continuato però a non voler aprire un vero confronto. E se lo ha fatto, lo ha fatto giusto con quel minuto di ritardo. Che ci farà perdere molti mesi. Forse anni. Chissà perché.

Giuseppe Civati da www.ciwati.it

Elezione del Capo dello Stato: svolta del Pd? O dei 5 stelle? (di Angela Masi)

Le elezioni del Presidente della Repubblica, stanno rappresentando in queste ore il banco di prova per tutte le forze politiche parlamentari, Movimento 5 stelle e Pd in primis.

conseguenzeDa elettrice del Movimento 5 stelle sapevo che era stata la speranza di cambiamento a spingere gli italiani a dare fiducia a questo nuovo attore della scena politica. Però, considerando i 50 giorni passati dalle elezioni e trascorsi in una schermaglia di mosse e segnali che nella quale tutte le formazioni politiche sono rimaste coinvolte, non mi è sembrato che fosse cambiato nulla. I vecchi partiti impegnati a capire come allearsi per conservare le poltrone, i nuovi politici impacciati, impreparati e impegnati in un ostruzionismo sterile.

I principali interrogativi che ruotavano e ruotano intorno al Movimento 5 stelle, a mio parere, erano talmente importanti da mettere in discussione la mia scelta elettorale:

 

  1. Democrazia digitale ok, ma perché continuare ad identificare un movimento politico col blog personale del suo fondatore o garante che dir si voglia?
  2. Qualcuno in rete, e non solo, sostiene che non è dato dissentire dalla linea politica di Grillo. Stanno anche nascendo blog che raccolgono tutte le “voci fuori dal coro”, cioè i post pubblicati sul blog di Beppe Grillo e che vengono cancellati.
  3. Dal giorno immediatamente successivo alle elezioni mi è sembrato che i neo-Parlamentari prendessero ordini da Grillo e Casaleggio, che tra l’altro non erano neanche stati eletti. E non ho visto l’impegno degli eletti sulle proposte programmatiche del Movimento; tante critiche contro i partiti, la ripetizione di ciò che ormai tutti conoscono riguardo al malaffare che spopola nel nostro Paese, ma niente più di questo. Insomma, fossi una parlamentare del Movimento 5 stelle mi chiederei cosa fare per onorare il mandato conferitomi dai cittadini, anche a costo di uscire fuori dalla forza politica che rappresento.

Al di là delle critiche che come elettrice del M5S mi sento di fare però non mi dimentico che l’Italia è uscita dalle urne divisa esattamente in tre componenti equamente rappresentate in Parlamento, ma politicamente totalmente disomogenee. Da qui è nato lo stallo.

Naufragate tutte le ipotesi di Governo con i voti Pd e M5S, rimanevano plausibili solo altre due ipotesi: o un governissimo a guida Pd appoggiato dal PdL e dal centro, oppure le elezioni anticipate. Il tutto che ruotava intorno all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.colpo di testa

In questo scenario così complicato ecco che arriva il colpo di testa di Bersani: la candidatura di Franco Marini, formalmente proposta dal segretario del Pd, ma, con molta probabilità, avanzata da Silvio Berlusconi.

Nelle ore immediatamente successive alla proposta si è scatenata la rivolta degli elettori del Pd e si è creata una spaccatura profonda nel partito che ha portato, come sappiamo,  al flop della prima votazione.

È un fatto che quando il Movimento 5 stelle fa un passo indietro e chiede al Pd di convergere sul nome di Stefano Rodotà facendo capire che sarebbe stato l’inizio di un percorso condiviso anche per il governo, Bersani cambia strada e sceglie il Pdl. Una scelta incomprensibile per gli elettori di centro-sinistra: vecchie logiche, vecchi meccanismi e mancato riscontro all’esigenza di cambiamento, unica vera certezza del risultato elettorale della scorsa primavera.

Comunque un bel NO a Rodotà. Perché ?

Forse perché avrebbe rappresentato la prima vittoria del M5S ? Il M5S, infatti, stava sbagliando ancora decidendo di candidare Gino Strada e la Gabanelli che sono due importantissime figure della società civile italiana, ma non in grado di fare il mestiere di Capo dello Stato. Ma con Rodotà cambia tutto: una lunga esperienza politica, la vastissima competenza giuridica, l’elaborazione di idee nuove sui diritti, la sua forte etica del diritto e il sostegno a diritti di quarta generazione, quali l’eutanasia, il testamento biologico, le coppie di fatto. Ce n’è abbastanza per parlare di un cambiamento vero e profondo.

Però il Pd dice di no e ricorre persino a Prodi, (un nome fatto anche dal M5S, ma subito smentito appena gli elettori Pd decidono di votarlo), mantenendo la chiusura agli inviti di Grillo. Il Pd ha persino preferito andare verso l’autodistruzione scegliendo l’accordo con la destra piuttosto che appoggiare la candidatura di Rodotà. Eppure se lo avesse fatto avrebbe avuto una possibilità di riparare, almeno in parte, alla fallimentare esperienza di Bersani.

Però anche la candidatura di Prodi dura poco ed è già finita, affossata dai franchi tiratori del suo stesso partito.

A questo punto quello che mi auguro da cittadina di questo Paese e da elettrice del M5S è che il Pd rinsavisca e scelga la strada di un confronto aperto con tutti quelli che vogliono un cambiamento profondo. L’incontro con il Movimento 5 stelle e il voto a Rodotà sembrano una strada obbligata. Questa è la vera responsabilità da dimostrare verso il Paese.

Angela Masi

Il flop dell’accordo Pd-Pdl e la svolta che è urgente (di Claudio Lombardi)

Da anni si dice che in Italia manca un vero partito (o formazione politica o polo) di destra non considerando tale un partito interamente dedicato agli affari del suo leader e delle cricche che gli stanno attorno. Adesso possiamo dire che, grazie ai dirigenti del Pd e alla condanna alla frammentazione che pesa sulla sinistra, manca anche qualcosa di analogo sul versante opposto che lo si voglia chiamare sinistra o centro sinistra.bersani pensieroso

Il Pd era nato per unire componenti e culture diverse e portarle al governo del Paese con una maggioranza di voti. L’intenzione era quella partendo da una soglia che si considerava acquisita del 40%. Ora, dopo pochi anni, anche il 30% sembra un traguardo lontano e la perdita di consensi non sembra per niente finita.

Pesano limiti culturali che hanno impedito di superare il vecchio modo di fare politica fondato sugli accordi di “palazzo”, sulla opacità delle posizioni e quindi sulla mancanza di scelte chiare, sull’isolamento della politica e delle istituzioni dall’opinione pubblica. L’ultimo capolavoro di Bersani e del gruppo dirigente che fa capo a lui è stata la clamorosa apoteosi di questi limiti con l’accordo tra Pd e Pdl per la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica presentato quasi come un dovere assoluto per il bene del Paese.

E invece quell’accordo non si salva proprio da nessun punto di vista. Il metodo è stato quello della trattativa diretta con un interlocutore privilegiato. Si è detto che il Presidente rappresenta l’unità nazionale e deve scaturire dalla più ampia convergenza di consensi. Bene, ma perché questa convergenza la si è cercata privilegiando il Pdl? Pochi giorni prima Berlusconi aveva sbarrato la strada al padre nobile del Pd, Romano Prodi, in modo esplicito e netto durante un comizio. Il Pd non ha avuto nulla da replicare, ha preso atto di questo divieto e ha sottoposto a Berlusconi alcuni nomi lasciando a lui la scelta di quello da votare.

fallimento pdIl meno che si possa dire è che il gruppo dirigente del Pd ha fallito mostrando la sua incapacità di guidare la forza politica che avrebbe dovuto indicare agli italiani la via del cambiamento. Con quell’accordo, inoltre, si sono smentiti tutti i tentativi di mettersi in relazione con il M5S e questo proprio nel momento in cui da lì veniva una proposta seria e fattibile con il nome di Rodotà. Ma come, tutto si è fermato per settimane all’inseguimento (apparente) del M5S e nel momento in cui c’è una concreta possibilità di convergenza si fa una scelta opposta?

Insomma una débacle generale ben rappresentata dalla ribellione in atto nel Pd e dallo squagliamento di qualunque unità d’azione dei grandi elettori già alla prima votazione. La scheda bianca messa nell’urna oggi è anche il segno di un fallimento della direzione di Bersani che non è più in grado  di guidare il partito. Dopo un anno passato a sostenere un governo sempre più impopolare, dopo la sconfitta alle elezioni, dopo essere stato il protagonista di uno stallo confuso e privo di strategia durato più di 50 giorni, l’accordo con il Pdl rappresenta il colpo finale dal quale Bersani e il suo gruppo dirigente non riusciranno a riprendersi tanto facilmente.

Bisogna adesso domandarsi quali spazi esistano per ricostruire un partito alternativo al berlusconismo che è ancora la faccia (poco presentabile) del centro destra italiano. Ma più importante ancora è l’interrogativo sulla ricostruzione di una politica che sappia coinvolgere i cittadini superando il baratro che gli anni della partitocrazia hanno creato tra questi e lo Stato.

aprire le porteNon si tratta tanto e solo di riforme istituzionali o di una nuova legge elettorale, si tratta di qualcosa di più profondo che tocca le motivazioni, i valori e le regole non scritte che identificano e tengono insieme una comunità nazionale. Avere al vertice dello Stato forze politiche rispettabili, rappresentative e riconosciute è la base per riconoscersi come italiani ed essere orgogliosi di questa identità. Perché questo “miracolo” si compia un ruolo inevitabile spetta alle élite cioè a quei cittadini, singoli e associati, che si fanno protagonisti della vita politica, economica e sociale. A loro spetta di prendere la guida del cambiamento fondando o rifondando partiti, facendo vivere movimenti politici e civici, alimentando il dialogo pubblico in modo che sia l’esempio della costruzione di percorsi condivisi di formazione delle decisioni di governo della collettività.

Insomma la svolta che è urgente per rimettersi in piedi richiede uno sforzo collettivo di tutti i cittadini attivi che già non sono pochi e che dovranno essere presto molti di più. L’elezione del Presidente della Repubblica può e deve essere il primo passo di un cammino che guarda lontano. Ma bisogna partire col piede giusto e con i nomi giusti e credibili per il nuovo Capo dello Stato che non sono molti, ma ci sono e sono stati indicati con chiarezza. Su tutti spiccano quelli di Stefano Rodotà e di Romano Prodi indicati dal M5S e sostenuti da tanti altri. Prenderne atto è quasi doveroso.

Claudio Lombardi