Il problema dell’Italia è la frattura nord sud

Nel periodico dibattersi tra limiti e possibilità che si verifica ad ogni scadenza di bilancio si smarrisce la nozione di quello che c’è sotto, di quelle costanti cioè che pesano sull’Italia e che ne costituiscono il vero grande problema che mai come adesso è la frattura nord sud.

Spesso si affronta la realtà interpretandola in modo distorto e falsificandola per sostituirla con una illusoria. Per esempio si dice che l’Italia non cresce per colpa dell’euro perché mancano sia un debito comune che trasferimenti monetari dai paesi più ricchi del nord Europa verso quelli del sud. Oppure che il problema è la mancanza di una vera banca centrale che finanzi direttamente lo Stato come se questa fosse la normalità. In realtà ciò non accade nemmeno negli Usa dove la Fed è svincolata da qualsiasi ingerenza governativa e non ha nessun obbligo di acquistare i titoli del Tesoro.

Eppure la Bce si è comportata come quel prestatore di ultima istanza di cui tanto si lamenta l’assenza. Dal 2011 ad oggi ha rastrellato titoli pubblici mettendo in circolazione migliaia di miliardi di euro. Per quelli che rivendicano una banca centrale non basta perché vorrebbero che si stampasse moneta su ordine di un solo governo, quello italiano. Esattamente la distorsione della realtà per metterla al servizio di un’illusione. Anche se esistesse la possibilità di stampare moneta senza limiti si tratterebbe di una pura illusione, di una moneta finta che farebbe scivolare l’Italia nel caos.

Lo stesso accade anche sul primo punto e cioè il peso dell’euro sulla crescita economica. I dati raccontano che il nord Italia ha un ritmo di crescita e tassi di occupazione al livello di quelli della Germania. La crisi lì è stata superata e l’euro non ha portato nessuna penalizzazione anzi ha aperto le porte di un’integrazione fra economie.

Il sud, invece, è molto più indietro. La frattura nord sud è quella che divide l’Italia e la rende fragile. Colpa dell’euro? Non pare proprio visto che tutto risale molto indietro nel tempo, addirittura alla fondazione dell’Italia come stato unitario.

E’, quindi, più probabile che sia l’Italia il problema del meridione e non l’euro. Eppure il sud è stato destinatario di cospicui trasferimenti monetari a più riprese nel corso dei decenni. Che non siano stati risolutivi per lo sviluppo e che, in definitiva, non abbiano fatto molto bene al sud lo dimostra la situazione attuale. Certo, ci sono stati anni di crescita, ma questa era drogata dai trasferimenti monetari e non ha portato ad una reale capacità dell’economia meridionale di sostenersi da sola ossia di essere competitiva con il resto dell’Italia e con il mondo.

I trasferimenti monetari possono influenzare la competitività di un’area economica coltivando il capitale umano cioè con l’istruzione oppure migliorando le infrastrutture o garantendo la sicurezza di un territorio. Ma non possono sostituire lo sviluppo.

Eppure non si rinuncia a falsificare la realtà raccontando di una povertà che è stata portata dall’euro. La verità invece è che nel sud non ci sono le condizioni per avere un’economia a livello di quella del nord e puntare tutto sui trasferimenti monetari serve solo a perpetuare questa condizione.

Cosa differenzia l’economia del nord da quella del sud? Essenzialmente l’apertura. Esattamente il contrario dell’orientamento che sta prevalendo nel governo nazionale e nell’opinione pubblica: la chiusura all’euro, all’Europa, agli immigrati. Il senso della svolta impressa alla politica italiana è questo: tornare alla chiusura ignorando che il progresso dell’Italia è stato costruito proprio sull’apertura.

Se l’Italia rifiuta di crescere, si rinchiude su se stessa e pensa di vivere amministrando il suo patrimonio tornando a quella lira che dovrebbe garantire disponibilità illimitata di denaro con il quale pagare ogni tipo di scelta politica e di richiesta sociale è destinata a sbattere contro la realtà.

Lega e M5S hanno portato al governo la frattura nord sud che rende l’Italia un Paese dimezzato e tentano di comprare il consenso delle due metà col debito. Non vogliono superare la frattura, la vogliono approfondire. Molto presto faranno il passo successivo: l’uscita dall’euro. Certo non lo dicono esplicitamente, ma è stato al centro della loro proposta politica fino a ieri. Per ora stanno preparando il terreno che dovrebbe renderlo inevitabile. Se questo disegno dovesse attuarsi il colpo all’Italia e agli italiani sarebbe terribile, ma la macchina della falsificazione è lanciatissima. Fabbrica nemici contro i quali scagliare la rabbia popolare (accuratamente coltivata in anni di opposizione) e illusioni sul magnifico futuro che ci attende. E l’opinione pubblica, affamata di illusioni, si lascia guidare verso il disastro

Claudio Lombardi

Il voto meridionale e la rabbia sociale

Nel precedente articolo di riflessione sull’esito elettorale ho usato il termine secessione per definire un fenomeno di distacco radicale di parti maggioritarie del nostro paese dallo Stato e dalla politica che lo aveva guidato dopo il collasso del berlusconismo travolto dalla crisi del debito sovrano. Il progetto politico che è stato respinto dall’elettorato era basato su un intreccio tra europeismo, rigore finanziario, e, soprattutto con Renzi, riformismo di matrice liberal-socialista (crescita, riforma del welfare e diritti civili).

Ha vinto un altro intreccio impersonato dai due vincitori delle elezioni, Salvini e Di Maio: sovranismo, antieuropeismo/euroscetticismo, statalismo/assistenzialismo (quest’ultimo nel M5S combinato con una visione anti industrialista). Al sud questo intreccio ha raccolto la rabbia sociale scaturita dalla crisi. Al nord la paura di chi si sente minacciato dai migranti e dalle tasse, percepite sempre come altissime.

Che nel voto meridionale ci sia prevalentemente la rabbia contro l’impoverimento dei ceti medio – bassi è indubbio: il Sud, ha perso tra il 2008 e il 2013 il 15% del reddito procapite medio mentre il nord solo il 5%; la disoccupazione giovanile è quasi tutta al sud e i fenomeni di frattura della coesione sociale si presentano in quelle regioni enfatizzati. Di fatto il Mezzogiorno è diventato come la Grecia, mentre il nord e soprattutto il suo nuovo triangolo avanzato – Milano/Varese, Bologna, Veneto meridionale – come la Baviera.

A questa voragine territoriale le politiche del PD non hanno offerto una alternativa visibile e tangibile, nonostante che tra il 2016 e il 2017 il Pil delle regioni meridionali sia cresciuto come e più del Nord, le start up si siano moltiplicate e dall’Europa sia arrivato un fiume di risorse (purtroppo dissipate o mal gestite da classi politiche locali complessivamente di modesto livello se non proprio clientelari e corrotte). Di Maio è stato l’imprenditore politico di questa rabbia – un pò come Tsipras in Grecia o Podemos in Spagna – intrecciando l’urlo contro il potere della casta con la tradizionale garanzia che le pratiche sociali più diffuse per difendersi dalla insicurezza sociale e proteggere condizioni di vita seppur modeste, non sarebbero state attaccate. In questo modo ha tenuto insieme l’ideologia de “lo stato ci ha lasciati soli” a quella del rigurgito antistatale neoborbonista e alla rivolta plebea contro il potere (forconi). Possiamo dire che ancora una volta ha vinto un NO contro un SI, come è già accaduto nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Non è la prima volta che il sud dice No: lo aveva detto nel ’46 votando monarchia contro la repubblica e poi con il monarchico Lauro a Napoli; lo aveva detto nel 1994 votando Berlusconi (vinse in tutti i 61 collegi in Sicilia).

Questo successo mette in luce la gravità dello scollamento tra questa parte del paese e la sinistra riformista. Uno scollamento di lunga durata che non solo non è stato medicato, ma soprattutto non è stato affrontato in termini di cultura politica: l’ottimismo renziano che spinge a guardare al futuro qui non ha funzionato. Al riformismo – al netto dei suoi errori – serve tempo e nel sud di tempo non ce n’era più, anche perchè ha prevalso nella comunicazione giornalistica e mediatica una narrazione “vittimista” del Mezzogiorno, che stimola le pulsioni più negative presenti nell’antropologia delle popolazioni meridionali, la prima delle quali è la sfiducia che il mondo possa cambiare e che la politica sia lo strumento per farlo. Se anche il PD è governato da cacicchi, se è un insieme di piccoli gruppi autoreferenziali che si spartiscono poteri in chiave familistica, se non hanno idee e non stanno più in mezzo alle persone per favorire il loro impegno e una ripresa di fiducia, il risucchio verso le due alternative storiche – clientelismo statalista e Masaniello – diventa un’onda di piena irresistibile. Certo quest’onda di piena non si supera vagheggiando il ritorno all’età della Cassa del Mezzogiorno, nè impedendo l’espianto degli ulivi per fare passare un gasdotto. Ma anche il programma riformista va indubbiamente ripensato: ci vuole una strategia d’urto molto forte, senza la quale rimarrà forza minoritaria. Certo ci vuole anche quel “lanciafiamme” che Renzi non ha utilizzato fermando la rottamazione ai confini del Lazio. E quel mancato impegno ora gli si rivolta contro, anche in presenza di buone politiche che nei fatti non hanno alternative perchè il reddito individuale garantito non vedrà mai la luce nè altre soluzioni assistenzialistico/parassitarie potranno essere realizzate sia dentro che fuori dall’Europa. Resta da domandarsi cosa hanno fatto i poteri forti del Sud, compresi quelli criminali, che muovono cospicui pacchetti di voti in questa circostanza elettorale: non casualmente nessuno ne parla, ma il consenso stratosferico del M5S nelle zone a più altra intensità camorristica o mafiosa, meriterebbe una riflessione.

Alberto De Bernardi

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi