Ambiente: la differenziata comincia dalla scuola

Oggi è venerdì 29 marzo, 14 giorni dalla marcia sul clima che ha coinvolto migliaia di giovani. Oggi è un altro venerdì, un venerdì qualunque e io sono un’insegnante di una qualunque scuola media del nord che dal giorno della marcia globale non ha smesso di riflettere ed osservare.

Partiamo da un fatto: il 15 marzo i miei studenti erano tutti presenti a scuola. Io stessa, pur avendo sostenuto la scelta dei miei figli di partecipare alla manifestazione, ero presente a scuola. Perché?

La scuola media accoglie individui che vanno dagli undici ai sedici anni, nel caso sia stato necessario ripetere l’anno, è scuola dell’obbligo e la scelta di un Istituto piuttosto che un altro deriva principalmente da mere esigenze logistiche: ci si iscrive nella scuola del quartiere in cui si vive.

La scuola media pertanto è un emblematico spaccato della nostra società, molto di più di quanto lo possa essere un liceo, scelto e frequentato dai “migliori” o di un Istituto Professionale, scelto e frequentato dai “peggiori”. Nella stessa classe convivono il figlio dell’imprenditore, l’immigrato, il figlio dilaniato dagli strascichi di una separazione devastante, quello amato e cresciuto autorevolmente, il ragazzino incatenato in un disturbo specifico dell’apprendimento e quello che non hai ancora finito la prima frase di spiegazione che ha già capito tutto.

Pochi giorni prima della marcia per il clima, durante una lezione di geografia, sull’inquinamento delle acque continentali, non ricordo come, ho scoperto che alcuni miei alunni a casa non fanno la raccolta differenziata, la dichiarazione candida e spontanea di questi ragazzini mi ha spiazzata: i miei figli sono nati in una casa in cui esistevano bidoni separati, per noi è un’abitudine consolidata ed imprescindibile, eppure, nel 2019, ci sono ancora famiglie che hanno un unico bidone.

Mi è sorto in mente, lì per lì, un paragone: non ho mai conosciuto un bambino, in dieci anni di insegnamento, anche il più deprivato economicamente, che non possedesse uno smartphone, tutti sono “nativi digitali”, ma non tutti, incredibilmente, sono “nativi della differenziata”. Evidentemente viviamo in una società di individui soli che hanno bisogno di sentirsi appartenenti ad un gruppo sociale attraverso il culto dell’apparenza (il possesso di un cellulare di ultima generazione, la visibilità su Istagram e chi più ne ha più ne metta), ma non condividendo degli ideali da vivere nella concretezza della quotidianità. L’educazione del singolo alla partecipazione alla vita collettiva, magari anche partendo da un bidone dei rifiuti, è ancora un obiettivo da raggiungere.

I nostri libri di testo sono stracolmi di indicazioni sull’uso consapevole delle risorse energetiche del nostro pianeta, sul diverso impatto ambientale delle centrali, noi docenti riempiamo loro la testa di nozioni sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, proponiamo foto delle isole di plastica e di animali intrappolati e morti, ma evidentemente sbagliamo qualcosa.

Per esempio non è prevista l’installazione di bidoni per la raccolta della plastica nei plessi scolastici, eppure in ogni scuola è presente un distributore automatico di bevande e snack i cui involucri finiscono in un cestino di indifferenziata. Chiaramente un cattivo esempio che si da’ ai ragazzi proprio a scuola.

Così la mia classe non è andata manifestare il 15, abbiamo però acquisito la consapevolezza di essere un passo indietro e da quel giorno abbiamo cominciato la nostra piccola manifestazione quotidiana: abbiamo cominciato a differenziare autonomamente e la maggior parte dei docenti, ha cominciato a bere acqua conservata in una borraccia, i ragazzi, soprattutto quelli che non avevamo mai differenziato, si sentono parte di un progetto che li vede responsabili in prima persona della tutela dell’ambiente e contiamo di diffondere le nostre nuove buone abitudini a tutte le classi della scuola il prossimo anno, andando personalmente a portare la nostra testimonianza e due cestini in più per aula.

Elisabetta Berselli

Il villaggio Kamikatsu: il sogno dei rifiuti zero

In Giappone c’è un villaggio, Kamikatsu, che si trova tra verdeggianti campi di riso e foreste montuose nell’isola occidentale giapponese di Shikoku. Con meno di 1.700 residenti, è il villaggio più piccolo dell’isola, ma, negli ultimi anni questo villaggio è diventato famoso in tutto il mondo.

Per decenni il villaggio aveva eliminato i suoi rifiuti bruciandoli in un inceneritore aperto o seppellendoli nel terreno. In seguito al fallimento del progetto del nuovo inceneritore ha deciso di diventare una città a rifiuti zero entro il 2020.

Il percorso di Kamikatsu verso rifiuti zero è iniziato più di due decenni fa.

Il villaggio ha deciso di impegnarsi per ridurre il più possibile i rifiuti, è nata così la Zero Waste Academy, guidata da Akira Sakano.

In pratica, l’idea è abbastanza semplice: i rifiuti vengono separati in categorie e, ove possibile, vengono riutilizzati, riciclati o ridotti in volume.

Ma anche se non necessariamente rivoluzionario (raccolta differenziata e riciclo sono abbastanza diffusi nel mondo), lo schema di Sakano va ben oltre.

La spazzatura è divisa in almeno 45 categorie. Al livello più alto, si separano gli scarti alimentari, i metalli, la carta, le materie plastiche, le bottiglie di vetro, i vassoi per alimenti, i mobili e le macchine.

All’interno di questi gruppi, ci sono sottocategorie, quindi il metallo si separerà in alluminio e acciaio; la carta è suddivisa in giornali, cartone, cartone di carta, cartone di carta con alluminio (rivestito), tubi di carta dura, bicchieri di carta e carta straccia.

Lo scopo è di offrire al riciclatore una risorsa di alta qualità facilitando il suo lavoro.

All’inizio c’è voluto del tempo per convincere la popolazione locale. Non solo dovevano lavare e ordinare i loro rifiuti a casa, ma erano anche obbligati a portarli nel centro di raccolta dei rifiuti. La gente adesso separa da cinque a 10 categorie nella propria casa e poi fa la separazione finale al centro di raccolta.

È stato un vero cambiamento nello stile di vita, la gente era contraria al nuovo sistema di raccolta, si chiedevano perché dovevano portare la propria spazzatura nel sito di gestione dei rifiuti. Pensavano che il governo municipale non stesse svolgendo il suo lavoro correttamente.

L’ufficio municipale imboccò la strada del dialogo con la comunità locale e le resistenze furono superate.

Non si tratta solo di raccolta differenziata, ma anche di riutilizzo diretto. Esiste infatti il negozio, “kuru-kuru” (circolare) che rivende vestiti, stoviglie e articoli vari che sono ancora utilizzabili. Le persone possono anche prendere in prestito più di 8000 articoli per la tavola ogni anno, eliminando la necessità per i residenti di acquistare piatti e bicchieri monouso per eventi speciali. C’è anche un centro artigianale di upcycling. I residenti portano vecchi kimono di cui non hanno bisogno, quindi le donne anziane, per la maggior parte locali, fabbricano nuovi prodotti

Questo è il link ad un breve video che racconta questa esperienza:

https://www.facebook.com/worldeconomicforum/videos/332640214018944/

L’esperimento ha funzionato e dopo venti anni di impegno comune di popolazione ed enti pubblici, alla fine del 2018, solo il 19% della spazzatura della città doveva essere inviata ad un inceneritore o in discarica.

Un grande risultato che, tuttavia, non basta ad Akira Sakano. Ammette con rammarico che il suo obiettivo di azzerare i rifiuti non sarà possibile senza il contributo del sistema esterno cioè di un ambito più grande di un villaggio di 1700 persone.

Il primo problema sono i produttori perché “Il nostro obiettivo del 100% non può essere raggiunto se i produttori continuano a utilizzare prodotti non riciclabili“. Occorre che siano “progettati per l’economia circolare, in cui tutto è riutilizzato o riciclato”.

Cosa ci insegna questa bella storia?

Da 20 anni un paese di 1700 persone fa del recupero e del riciclo un suo dovere civico. Nonostante separi qualunque cosa in 45 classi differenti, (45 cassonetti!) riesce a recuperare l’80% dei rifiuti, lasciando un 20% dei rifiuti da smaltire in qualche altro modo. La conclusione di questo percorso è che non è possibile recuperare il 100% perché i prodotti non sono progettati per l’economia circolare. Ci sono molti prodotti che non sono separabili e per avere una separazione al 100% bisogna cambiare il modo di produrre delle aziende.

Inoltre, cambiare il modo di separare la spazzatura e soprattutto il modo di pensare di un piccolo paese di 1700 persone è un conto. Si conoscono tutti, si fa un’opera di convincimento capillare, è facile. Cosa ben diversa è quando si tratta di una città con milioni di abitanti come Roma o Milano o come New York, Rio de Janeiro o Calcutta. Con città così grandi sarebbe già un successo separare bene carta, plastica, vetro, e umido. Ovviamente separare e poi farci qualcosa con i rifiuti differenziati.

L’idea di far cambiare il modo di produrre alle aziende è ancora più fantascientifica, oggi grazie alla globalizzazione consumiamo in tutto il mondo prodotti fabbricati dovunque. Ciò significa che quello che buttiamo nella spazzatura in Italia può essere stato prodotto in Cina, in USA, in Colombia o in Australia, quindi bisognerebbe attuare una trasformazione globale, dalla Cina al Gambia, dalla Mongolia alla Nuova Zelanda.

Forse per gli imballaggi si potrebbe raggiungere una certa omogeneità di materiali e spingere per farli utilizzare in tutto il mondo. D’altra parte in molti casi è già così.

Per i prodotti finiti tutto si complica in misura esponenziale.

Pensiamo ai supermercati che frequentiamo. Tutto quello che ci circonda, scaffali compresi, prima o poi finirà nella spazzatura, ed è composto da metallo, legno, plastiche (centinaia di plastiche differenti), vetro, ceramica, tessuti, pelle, cuoio, etc.. Tutte componenti mescolati insieme, incollati, avvitati, clampati nei modi più vari. Più un prodotto è evoluto tecnologicamente, pensiamo a uno smartphone o a un televisore, più è complesso e più è composto di parti piccole e di differenti materiali, ognuna con una sua precisa funzione e non sostituibile da un’altra di un altro materiale.

Spesso per rendere economico l’assemblaggio di un prodotto e ridurre le dimensioni viene progettato non disassemblabile. Non lo è una scheda elettronica, un frullatore, un paio di scarpe e si potrebbe continuare con migliaia di altri esempi.

Ma anche se si riuscisse a produrre qualcosa in modo differente, ci sarebbero comunque da smaltire quantità enormi di materiali utilizzati finora.

Se pensiamo che attualmente nelle nostre città più diligenti e virtuose viene separato circa il 60-70% dei rifiuti non siamo tanto lontani dall’80% di Kamikatsu, ma con sole 5-6 classi di separazione e non le 45 attualmente richieste nel villaggio giapponese. Ma anche se si raggiungesse quel risultato non sarebbe assicurato il riciclo del materiale raccolto e rimarrebbe, comunque, un 20-30% di rifiuti da smaltire in altro modo.

Insomma l’economia circolare è un bel sogno, ma solo un sogno. La realtà è che una parte dei rifiuti dovrà sempre essere bruciata per produrre energia. Meglio saperlo e lavorare per questo obiettivo non meno audace della strategia rifiuti zero, ma molto più concreto e realistico

Pietro Zonca

Rifiuti zero o gestione dei rifiuti?

Economia circolare, rifiuti zero, decrescita felice, sono queste le soluzioni ai nostri problemi? Sembrerebbe di sì, tutti ormai danno per scontato che queste sono le soluzioni. Ci stanno prendendo in giro, ci stiamo prendendo in giro, vediamo perché.

Stiamo facendo bene o male la raccolta differenziata (vetro, carta, plastica, metalli, umido) e mediamente siamo intorno al 50% con punte del 70%. Siamo, quindi, sulla strada giusta?

Ma neanche per sogno.

Il vetro si mette nei bidoni, si raccoglie poi si fonde. Perfetto. Ma il vetro non è tutto uguale. Le volete voi delle finestre verdi? No? Nemmeno io.

Il vetro di riciclo è tutto mescolato – verde, marrone e bianco – il risultato è un vetro di colore verde sporco, va bene per fare bottiglie e basta, ma la produzione di bottiglie non è infinita e così già adesso i depositi di rottame di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno.

La carta si raccoglie, si manda in cartiera e si fa altra carta. Facile? No perché, ovviamente, raccogliamo carta bianca, carta stampata, cartoncino grigio e cartone giallo tutto insieme. La carta riciclata non ha un bell’aspetto, tra grigio e beige ed è pure un po’ assorbente ed è difficile da utilizzare. Conseguenza: i depositi di carta traboccano e i prezzi della carta da macero sono crollati. E così, ogni tanto, i depositi si incendiano o li incendiano.

Plastica. Ci sono tante plastiche diverse. Se volete un’analisi approfondita la trovate nell’articolo già pubblicato qui http://www.civicolab.it/riciclare-la-plastica-illusione-e-realta/. Noi le mescoliamo tutte insieme poi pretendiamo che chi le ricicla le separi. Purtroppo non si può fare. Alcune si possono recuperare (polietilene, polipropilene e PET), ma tutto il resto è difficile utilizzarlo. Ciò significa che, nella gran parte dei casi, serve plastica nuova, non quella di riciclo.

E anche qui ci sono depositi che traboccano e che ogni tanto vanno a fuoco.

Con i metalli siamo messi meglio, mescoliamo anche qui tutto, il ferro e il nichel poi lo attirano le calamite, è facile, con l’acciaio inossidabile invece già il gioco non funziona, poi rimangono rame, zinco, alluminio, bronzo e ottone  che si riescono a separare solo con processi chimico fisici più impegnativi ma è poca cosa.

L’umido, ecco questo è interessante, in molte città del nord Europa attraverso fermentazioni anaerobiche  della frazione umida producono biogas, con quel gas fanno circolare il parco di mezzi pubblici, il resto che rimane o diventa compost o finisce in inceneritori per produrre energia. Noi facciamo solo compost che viene disperso nei campi e basta, da notare anche che nella produzione di compost si sviluppano e vengono immessi nell’atmosfera metano e CO2 entrambi gas serra.

In Svizzera dove sono molto più bravi di noi separano i vetri a seconda del colore e ottengono dei rottami decisamente più commerciabili, separano la carta dal cartone e anche in questo caso si ottiene una carta di maggior valore commerciale e viene separato anche il PET, che è facile da riconoscere, dalle altre plastiche, in modo da ottenere degli scarti più facilmente  vendibili.

Però secondo l’economia circolare bisogna chiudere il cerchio, bisogna chiuderlo tutto, rimane quindi la parte indifferenziata, una montagna di indifferenziata che può oscillare dal 30 al 50 per cento del totale .

Attualmente l’indifferenziata viene inviata in discarica o viene incenerita, ci sono però forti resistenze da parte delle popolazioni contigue alle discariche perché si smetta di inviare la spazzatura in discarica, quindi si dovrà prima o poi procedere all’incenerimento, anche perché le discariche sono tutte piene e non ci sono più molti siti nuovi disponibili.

La soluzione definitiva è lo zero waste? Per ottenerlo bisognerebbe riconvertire tutta l’industria (mondiale) in modo da produrre solo con prodotti riciclabili. Nobile idea, ma: ogni sistema di recupero dei rifiuti produce indifferenziata vuoi per errori, vuoi perché gli oggetti sono assemblaggi di materie diverse.

Il riciclo che è l’atto conclusivo della raccolta differenziata viene bene con oggetti semplici. Appena un oggetto diventa complesso e composto da diversi materiali, fare la raccolta differenziata e soprattutto riciclare diventa impossibile. Basta un semplice esempio: le scarpe. Le scarpe sono fatte con gomma, plastica, cuoio, pelle, sughero, legno, tessuti naturali e sintetici, parti in metallo e tutti incollati insieme tra loro. Come si fa a fare una separazione di questi materiali? Lo stesso vale per gli indumenti, sono composti da: lana, seta, cotone, lino, misto lana, misto seta, acrilici, poliesteri, nylon etc. Come si riciclano?

È evidente che il sistema più semplice e meno costoso è bruciare tutto e ricavare energia. Dato che nel mondo si bruciano tonnellate di petrolio e di carbone al minuto per produrre energia elettrica, e lo si farà ancora per decine e decine di anni, bruciare al suo posto delle scarpe o degli indumenti non farà alcuna differenza sia in termini di emissioni di CO2 che di ceneri e polveri.

E finora abbiamo parlato solo di rifiuti urbani, poi ci sono i rifiuti industriali, che quantitativamente sono quanto i rifiuti urbani se non di più. Sono i rifiuti speciali e sono di tanti tipi diversi: si va da morchie di lavorazione a oli inquinati, da residui di vernici a sfridi metallici, sfridi plastici a volte mescolati tra loro, residui di prodotti chimici etc… Essendo scarti industriali spesso tutti dello stesso tipo, le aziende ovviamente dove possono recuperare qualcosa già lo fanno, per esempio ridistillando i solventi o riciclando le plastiche pulite e omogenee, quello che rimane è decisamente meno riciclabile dei rifiuti urbani e può solo essere inviato all’incenerimento in impianti speciali.

In conclusione: stiamo facendo la raccolta differenziata, bene, ma dovremmo  farla meglio.

Dobbiamo però convincerci che non tutto è differenziabile e soprattutto riciclabile, l’incenerimento con termovalorizzatori o gassificatori  (  http://www.civicolab.it/rifiuti-ce-anche-la-gassificazione/ ) non è evitabile, la raccolta e il riciclo potrebbero arrivare anche all’80% del totale ma il 20% di trenta milioni di tonnellate che sono i rifiuti che l’Italia produce ogni anno sono sempre  6 milioni di tonnellate di indifferenziata che devono essere smaltiti. Se tutti arrivassimo a questa conclusione, invece di fare la guerra agli inceneritori, lavoreremmo tutti insieme per far sì che gli impianti siano i più sicuri possibile e potremmo dedicarci a trovare processi per riciclare sempre di più quello che oggi finisce in discarica o bruciato.

Pietro Zonca

Il disastro dei rifiuti a Roma

L’incendio all’impianto TMB della Salaria è una metafora del disastro a cui è ridotta la gestione del ciclo dei rifiuti a Roma. Per capire cosa è successo bisogna ricordare che i due grandi impianti di TMB della Salaria e di Roccacencia, entrati a regime con grande ritardo nel 2008, furono realizzati intorno al 2000, con il Piano per l’ambiente 1997 – 2000 (Ministero ambiente – Regione Lazio) che finanziò anche il resto dell’attuale struttura industriale dell’Ama (o quel che ne rimane): due grandi impianti di separazione del multimateriale (Roccacencia e Laurentina), l’impianto di compost verde di Maccarese ed il forno con recupero energetico dei rifiuti ospedalieri di Ponte Malnome. Prima di questi impianti, va ancora ricordato, l’Ama non era una azienda industriale, limitandosi allo spazzamento della città ed al trasporto dei rifiuti nella discarica di Malagrotta.

Contestualmente, mentre in tutta la Regione veniva finanziata ed avviata la raccolta differenziata, nel Lazio vennero chiuse un centinaio di discariche comunali del tutto fuori legge (in cui finiva di tutto) ed autorizzati una serie di impianti di TMB ed i termocombustori di Colleferro e di S.Vittore (Cassino). Si trattò di una imponente opera di infrastrutturazione industriale (che aveva come fine la chiusura di Malagrotta e la sua sostituzione con una discarica di servizio) a cui mancava soltanto la localizzazione del termocombustore pubblico di Roma, ritardato per anni per l’opposizione strumentale ed ideologica della sinistra “estrema” e poi da una demenziale inchiesta della magistratura conclusasi pochi giorni fa con l’assoluzione di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste” (quando lasciai l’Ama nel 2008 era iniziata la costruzione dell’impianto ad opera di un consorzio 33% Ama,33% Acea, 33% Colari). Il tutto fu realizzato, vale la pena di ricordarlo, senza nessun bisogno di commissari o poteri speciali. Bastò una chiara volontà politica ed una assunzione di responsabilità da parte dei decisori politici. Da allora però (siamo arrivati alla Giunte Alemanno, Marino e Raggi a Roma e a quelle Polverini e Zingaretti in Regione) ebbe la meglio il partito dei “ballisti” e degli irresponsabili, incapaci di assumersi responsabilità e specialisti nel rincorrere i particolarismi ed i discorsi da bar. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti.

Nessuno si preso la responsabilità (che è l’onere fondamentale della funzione di governo) di trovare un sito per la nuova discarica di servizio e senza di essa e, senza i termocombustori pianificati tanto a livello regionale che a livello nazionale, a diventare discarica, ormai da anni, è tutta la città. Ma c’è di più e di peggio, in un empito autodistruttivo che dice tutto sulla qualità della nostra politica, si è continuato ad usare i TMB come discariche, sovraccaricandoli fuori di qualsiasi parametro e, udite bene, si è proceduto a grandi passi (questo è merito esclusivo di Zingaretti) a far saltare quello che rimaneva del sistema industriale così faticosamente costruito ( e spero che la Corte dei Conti apra una inchiesta in merito per danno erariale) chiudendo senza lo straccio di un motivo degno di questo nome il Termocombustore (pubblico) di Colleferro ed il forno per gli ospedalieri. In precedenza sono stati mandati fuori uso i due grandi impianti di separazione del multimateriale. Intanto i rifiuti a carissimo prezzo (le bollette per i cittadini dal 2008 sono aumentate del 40%) vengono spediti fuori regione anche per essere separati. Ecco cosa si è combinato a Roma negli ultimi 10 anni. Mi sembra che parli da sè.

Giovanni Hermanin (ex assessore all’ambiente della Regione Lazio)

Riciclare la plastica. Illusione e realtà

Quante volte si parla di riciclo? Infinite. Sembra solo una questione di volontà. Volere è potere. Se poi parliamo della plastica avanzare dubbi sul riciclo sembra un atto criminale. Che diventa doppio se la si vuole far finire bruciata nei termovalorizzatori.

E allora cerchiamo di guardare dentro alle cose e parliamo di riciclo della plastica.

Innanzitutto cos’è la plastica? Tutti credono di saperlo, ma, addetti ai lavori a parte, non sanno di cosa stanno parlando.

Cominciamo dall’inizio. I polimeri servono per fare la plastica, i polimeri sono delle catene generalmente lineari composte da poche decine a milioni o miliardi di atomi, i polimeri sono composti organici, che vuol dire che sono composti del carbonio, ma non contengono solo carbonio. Possono contenere azoto, ossigeno, silicio, fluoro, cloro, bromo, sodio, zinco etc. e naturalmente idrogeno.

A seconda di cosa contengono e di come sono collegati gli atomi tra loro, i polimeri possono avere proprietà molto diverse, possono essere trasparenti, opachi, flessibili, rigidi, morbidi, fragili, allungabili, pesanti o leggeri. Possono avere punti di fusione, che è la temperatura a cui diventano molli, molto diversi. Si può andare da 50-60 °C a 400 °C. La temperatura di decomposizione invece, che è quella che rompe la struttura della catena e gli atomi si separano, può oscillare da 200 °C a 5-700 °C.

Le plastiche però non sono composte solo da polimeri, la plastica è una miscela di sostanze, il polimero o una miscela di polimeri sono la parte principale, poi ci sono lubrificanti di estrusione, cariche minerali, plastificanti, protettori da radiazione ultravioletta, coloranti, stabilizzanti, antiossidanti e via di seguito. Avete notato che la plastica ha un odore? Bene i polimeri non hanno alcun odore, gli odori provengono dagli additivi.

Quanti tipi di polimeri esistono?

Dunque solo le plastiche per il coating ( vernici, plastificazioni di superfici etc. ) sono circa 30.000. Quelle che di solito conosciamo tutti sono quelle che si utilizzano per gli imballaggi, ma se guardiamo in giro a casa nostra ne scopriamo molte altre. Quelle più utilizzate (per l’80% circa del totale della plastica in circolazione) sono in realtà una ventina, e hanno temperature di fusione da 60 a oltre 300 gradi centigradi.

Inoltre spesso si tratta di famiglie di polimeri con caratteristiche fisiche differenti tra loro e per alcuni (silicone e poliuretano e tanti altri) nemmeno c’è un punto di fusione perché non fondono bensì si decompongono..

Raccolta differenziata

Questo brevemente è il quadro della situazione, quindi adesso noi andiamo a fare la raccolta differenziata della spazzatura e separiamo l’umido, il vetro, la carta, i metalli, e la plastica. Appunto la plastica. Cioè mescoliamo tra loro tutte le plastiche precedenti. E poi?
Solo considerando i punti di fusione si può capire che non è possibile fondere tutto insieme perchè alle temperature a cui alcuni polimeri fondono altri si decompongono. Inoltre non tutti sono compatibili, il che vuol dire che una volta in fusione non formano una soluzione omogenea ma una specie di pasta a grumi perché i vari polimeri non stanno insieme tra loro.

Questa pasta quando poi viene raffreddata produce un materiale fragile che tende a sfaldarsi e a strapparsi, un materiale con cui non è possibile costruire niente che non sia spesso e massiccio perché assolutamente privo di consistenza.

Quindi che si fa? Le aziende che trattano la plastica o fanno un mescolone e fanno travi per panchine e pali per le barche di Venezia o cercano di separarle in qualche modo.

Fondamentalmente la maggior parte delle plastiche nei rifiuti è composta da polietilene, polipropilene, polistirene, e PET, tutte le altre plastiche sono meno del 30% in peso del totale.
Esistono degli impianti di trattamento evoluti e costosi che frammentano le plastiche in piccoli pezzi di uno o due cm e utilizzando un raggio laser che colpisce i singoli pezzi via via che passano su un nastro trasportatore eseguono una specie di analisi chimica al volo.

Questa analisi determina grosso modo a quale gruppo quel pezzo di plastica corrisponda e successivamente un soffio d’aria opportunamente angolato lo fa finire in un contenitore apposito. Però non tutto il materiale conferito riesce ad essere separato, i pezzi più piccoli, quelli sovrapposti etc. non vengono recuperati.

Riciclo

In questo modo si riescono a separare le principali plastiche in gruppi omogenei in modo da poterle rifondere e riutilizzare, ovviamente con questi materiali non si potranno più produrre materiali sofisticati come sacchetti di plastica o contenitori per cibi (assolutamente vietato) o pezzi con particolari caratteristiche meccaniche (tappi filettati, contenitori, coperchi etc. ) bensì solo prodotti più grossolani. Anche il colore non sarà più modulabile dato che la miscela finale avrà di suo già un colore grigio-marrone-verde scuro.

Rimane poi la parte non selezionata che viene definita plastimix che è appunto un 30 40% del totale che non ha trovato finora particolari applicazioni. Attualmente si cerca di trasformarla in gas combustibili attraverso processi di pirolisi o finisce nei termovalorizzatori.

Come si può capire da questa rapida analisi parlare di riciclo della plastica come se fosse un processo semplice e lineare è una grossolana banalità. La realtà è sempre diversa dalle visioni idealistiche ed edulcorate dagli slanci di entusiasmo e anche puntare tutto sulla raccolta differenziata è fuorviante perché questo è solo il primo passo di un lungo percorso che spesso non finisce con il riciclo. Guardare le cose nella loro realtà può essere meno esaltante, ma è infinitamente più utile

Pietro Zonca

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca

Rifiuti a Roma

Riceviamo e pubblichiamo: “Tanti anni fa la raccolta differenziata a Roma era un esperimento. C’erano poche campane per il vetro e per la carta. Io conservavo tutto e aspettavo di incontrarne una per buttare la mia differenziata. Da allora non ho mai sgarrato ed ho sempre pronta la busta (di carta) per la carta e un’altra per plastica e vetro.

Il “popolino” diceva che era inutile fare la differenziata tanto poi tutto veniva buttato in discarica a Malagrotta. Io mi arrabbiavo e dicevo che non era vero, che dovevamo fare la nostra parte di cittadini, ma oggi scopro che aveva ragione la vox populi e che, se non tutto, una buona parte veniva veramente mandata in discarica.

La banda Cerroni ha fatto un danno enorme perché ha dato ragione alla vox populi, ha creato e trasmesso disvalori. Pensiamo a quei lavoratori che eseguivano gli ordini: forse in quel modo erano motivati a lavorare meglio? Pensiamo ai politici che garantivano il loro impegno per la differenziata, ma poi sapevano prima e meglio degli altri che non era vero (quando non erano pagati proprio per dire il falso e sabotare la differenziata). Pensiamo ai cittadini che hanno avuto la conferma che l’alleanza tra politica, burocrazia e affaristi era una cosa più sporca dei rifiuti, ma invincibile.

Posso permettermi di essere infuriato verso tutti gli amici di Cerroni? Sì e anche schifato per quelli che recitavano da personaggi di sinistra e poi prendevano soldi da lui e dai costruttori (che a Roma hanno fatto il porco comodo loro alle spalle delle giunte Rutelli e Veltroni). Di quella gente lì ho la sensazione che tanti siano ancora in politica, magari ben sistemati alla Camera e al Senato con seggi conquistati grazie alle clientele fatte col potere e coi soldi di tanti “Cerroni”. Non si fanno un pò schifo?”

La strategia rifiuti zero 2020: trasformiamo un problema in opportunità (di Cittadinanzattiva dell’Umbria)

La strategia Rifiuti Zero, ideata e promossa nel mondo dallo scienziato americano Paul Connett, professore emerito della St. Lawrence University di New York e consulente sui rifiuti all’ONU, affronta in modo sostenibile il problema dei rifiuti, operando concretamente e su diversi piani, per andare verso l’obiettivo Rifiuti Zero entro il 2020.

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Rifiuti Zero richiede un cambiamento di mentalità. L’impegno non dovrà più essere quello di liberarsi dei rifiuti, ma di assicurare delle pratiche sostenibili a partire dal corretto utilizzo delle materie prime all’inizio del processo produttivo. Le comunità che si trovano a gestire materiali di scarto, quali imballaggi e oggetti che non possono riusare, riciclare o compostare non possono da sole assumere l’impegno di far funzionare il ciclo dei rifiuti, ma anche le industrie devono fare la loro parte perché il riciclo totale non è attuabile senza l’aiuto dell’industria. Rifiuti Zero, quiindi, collega “la responsabilità delle comunità” alla “responsabilità delle industrie” in maniera consapevole.
La strategia Rifiuti Zero individua la responsabilità estesa del produttore, come viene descritto nella direttiva europea 98/2008 (introdotta nell’ordinamento giuridico italiano con il decreto 205/10) dove si afferma l’importanza di rafforzare la prevenzione e facilitare l’utilizzo efficiente delle risorse durante l’intero ciclo di vita dei prodotti, comprese le fasi di riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti.
L’attuale sistema industriale e la società usa e getta sono basati su un flusso unidirezionale dei rifiuti verso impianti di incenerimento e discariche inquinanti; pratiche sicuramente non sostenibili. L’estrazione, la lavorazione, il trasporto e l’eliminazione di materiali è una causa primaria di distruzione ambientale e di riscaldamento globale. Il nostro compito è quello di trasformare il nostro sistema industriale uni-direzionale in un sistema circolare, chiuso, riciclando i materiali scartati dalle comunità.
La natura non produce rifiuti che sono un’invenzione umana. Il nostro compito – sia per le comunità, che per le industrie – è quello di riciclare questi materiali per essere in futuro utilizzate.
Per fare ciò, abbiamo bisogno di una forte leadership politica che unisca la comunità e gli apparati industriali.
L’obiettivo “RIFIUTI ZERO entro il 2020”, è un percorso metodologico scandito in 10 passi:
1.Separazione dei rifiuti alla fonte
2.Raccolta differenziata porta a porta
3.Compostaggio
4.Riciclaggio
5.Riuso e riparazione
6.Iniziative di riduzione dei rifiuti
7.Incentivi economici
8.Separazione del residuo e Centro di Ricerca Rifiuti Zero
9.Responsabilità industriale
10.Discarica temporanea per il non riciclabile e la frazione organica sporca stabilizzata.
La realizzazione dell’obiettivo Rifiuti Zero, o semplicemente l’avvicinarsi a quella realizzazione, non sarà facile. L’attuazione di questi sistemi, sebbene semplice come principi, richiede tanto duro lavoro, perseveranza e creatività da parte degli amministratori e dell’industria. Riteniamo che l’adozione dell’obiettivo Rifiuti Zero, come politica di un’amministrazione locale o di un’industria, sia il miglior modo per iniziare un percorso di tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Spinge a cambiare il vecchio modello per far sì che i rifiuti siano vere risorse da recuperare.
Per l’amministratore locale, il nuovo modello Rifiuti Zero trasforma il vecchio compito di “eliminare i rifiuti” attraverso discariche o inceneritori, mettendo in atto le buone pratiche per una gestione sostenibile degli stessi.
Il modello Rifiuti Zero significa anche lavorare costruttivamente: amministratori e cittadini che creano un fulcro di condivisione e partecipazione attiva.
Il percorso si concretizza in un protocollo “RIFIUTI ZERO entro il 2020” che si rivolge alle amministrazioni regionali e locali e alle associazioni di partecipazione civica. Il protocollo è importante perché il sistema “RIFIUTI ZERO”:
a. Va verso la direzione giusta.
b. E’ Sostenibile.
c. Migliora mano a mano che un numero sempre maggiore di produttori imparerà a riprogettare gli oggetti e immetterli nel mercato in modo ecocompatibile.
d. Favorisce la cittadinanza attiva perché i cittadini non sono il problema, ma parte della soluzione. Quando si rendono conto che la separazione dei rifiuti alla fonte è semplice, che è nell’interesse della nostra vita e del pianeta, che gli amministratori hanno organizzato sistemi efficaci per trattare i materiali scartati che loro separano, cooperano prontamente per far funzionare il sistema.
e. Porta dei vantaggi economici per quanto riguarda l’economia locale: il guadagno è maggiore rispetto al sistema di gestione dei rifiuti quali discariche e inceneritori. Per questi ultimi un’enorme quantità di denaro viene investito in macchine tecnologiche e la gran parte di questo lascia intere comunità e probabilmente il Paese e va nelle tasche di pochi imprenditori. Invece, con impianti a bassa tecnologia individuati secondo la strategia Rifiuti Zero, la maggior parte del denaro rimane nella comunità, permettendo la nascita di aziende locali e nuovi posti di lavoro.
f. Favorisce una consapevolezza ambientale, perché mette tutta la comunità di fronte la realtà di questo pianeta dove le risorse sono limitate.
Cittadinanzattiva dell’Umbria

Un grande referendum mediatico sugli inceneritori? Meglio parlare di sistema integrato (di Claudio Passiatore)

Le visioni manichee, quelle che non prevedono sfumature, non facilitano mai la comprensione. E quando l’argomento è ostico (ammettendo che quello dei rifiuti lo sia), parte il valzer delle semplificazioni. Tre le ultime in ordine di tempo ci sono quelle che stanno alimentando una sorta di grande “referendum mediatico” tra favorevoli e contrari agli inceneritori, un quesito che di per sé non avrebbe niente di male se fosse posto in modo corretto (e supportato da informazioni esaustive).

L’elemento scatenante nel dare origine a una sorta di “bipolarismo” sul singolo tema degli inceneritori – o comunque uno dei fattori che mediaticamente ha più influito negli ultimi giorni nell’imporre sui media una direzione al dibattito – è stato, oltre alle consuete vicende napoletane e dei rifiuti spediti in Olanda, la posizione del neoletto sindaco di Parma Federico Pizzarotti, strenuo oppositore dei termovalorizzatori.

La posizione del grillino è chiara, niente da dire. Quella che non è chiara è la sua strategia. Perché dire no, o dire si, è già qualcosa, ma non basta. Il sindaco del Movimento 5 stelle dovrà infatti spiegare meglio di quanto non abbia fatto nel suo programma (dove ha citato come esempio virtuoso un impianto di produzione di Cdr, tra l’altro chiuso!) qual è la sua idea per gestire i rifiuti del suo comune, e non solo. Ma questi sono solo “particolari” di una visione (manichea, appunto) che ha sdoganato e imposto il messaggio che si può essere contrari, o anche favorevoli, agli inceneritori. Contrari o favorevoli, a prescindere dal contesto, dalle normative, dalla funzione degli impianti etc… L’effetto sui media è stato devastante.

Stamani il Corriere della Sera titola: “Quanto ci costa esportare i rifiuti nell’Italia senza inceneritori. Napoli li invia in Olanda”,  mettendo sul piatto l’aspetto economico, aspetto importante, ma non certo l’unico da tenere in considerazione quando l’orizzonte è quello di una gestione sostenibile. Perché il “quanto ci costa” non è riferito al peso ambientale e all’energia grigia prodotta per spedire le navi in Olanda. Ma un titolo è un titolo, è necessaria una sintesi, e allora andiamo al corpo del pezzo di Sergio Rizzo dove, purtroppo, sono evidenti ancora una volta le conseguenze delle semplificazioni (non solo quelle di Pizzarotti).

Con l’obiettivo di sostenere e fomentare uno pseudo-dibattito tra favorevoli e contrari e di stigmatizzare le contrapposizioni, Rizzo sostiene che “il Parlamento europeo ha approvato recentemente un rapporto sulla politica ambientale comunitaria che prefigura il divieto di incenerimento”. L’informazione, oltre a non essere corretta, vuole rappresentare un punto a sfavore del partito del “si”. Nell’ultima parte del pezzo, però, ce n’è anche per i contrari: “I danesi hanno 31 inceneritori, come gli svedesi. Trentuno per sette milioni di abitanti, mentre l’Italia ne ha 49 per 60 milioni di persone.

In Germania sono 70, ma distruggono quattro volte il quantitativo che si brucia da noi. La Francia ne ha 130″. Ebbene, in base a queste scarne informazioni, il lettore è posto di fronte a una scelta che nelle realtà non esiste, o almeno non esiste nei termini in cui è sviluppata. Non solo. Questo genere di semplificazione, come detto, genera solo confusione.

Per affrontare il tema rifiuti, e magari gestire meglio di quanto fatto fino ad oggi tutte le criticità (i risultati del caso e della crisi di Malagrotta sono un monito), un grande referendum sui termovalorizzatori non serve a niente e a nessuno. Ciò che è utile, invece, è ricordare che il ciclo integrato prevede una gerarchia dei interventi (riduzione, recupero di materia, recupero di energia), che tutti gli anelli della catena sono necessari, che nel nostro Paese la metà dei rifiuti finisce in discarica (al sud anche di più della metà). E ancora: che gli impianti sono necessari (tutti, dalla selezione al recupero di materia compreso il compostaggio al recupero energetico), e che per dare un senso alla raccolta differenziata deve essere sviluppata un’industria del riciclo, che differenziare i rifiuti come atto in sé non è sufficiente, che la prima azione per ottenere la sostenibilità è l’efficienza dei processi produttivi in grado di ridurre gli scarti (che ci sono sempre), etc … E’ ripartendo da questa impostazione, e evitando di alimentare la formazioni dei partiti del “no” e del “si”, che si smetterà di parlare solo degli inceneritori e si tornerà (si inizierà?) a affrontare tutte le criticità che hanno portato l’Italia a essere uno dei Paesi europei con il più alto numeri di infrazioni per il mancato rispetto delle direttive Ue sui rifiuti.

Claudio Passiatore da www.greenreport.it

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