Rifiuti a Roma

Riceviamo e pubblichiamo: “Tanti anni fa la raccolta differenziata a Roma era un esperimento. C’erano poche campane per il vetro e per la carta. Io conservavo tutto e aspettavo di incontrarne una per buttare la mia differenziata. Da allora non ho mai sgarrato ed ho sempre pronta la busta (di carta) per la carta e un’altra per plastica e vetro.

Il “popolino” diceva che era inutile fare la differenziata tanto poi tutto veniva buttato in discarica a Malagrotta. Io mi arrabbiavo e dicevo che non era vero, che dovevamo fare la nostra parte di cittadini, ma oggi scopro che aveva ragione la vox populi e che, se non tutto, una buona parte veniva veramente mandata in discarica.

La banda Cerroni ha fatto un danno enorme perché ha dato ragione alla vox populi, ha creato e trasmesso disvalori. Pensiamo a quei lavoratori che eseguivano gli ordini: forse in quel modo erano motivati a lavorare meglio? Pensiamo ai politici che garantivano il loro impegno per la differenziata, ma poi sapevano prima e meglio degli altri che non era vero (quando non erano pagati proprio per dire il falso e sabotare la differenziata). Pensiamo ai cittadini che hanno avuto la conferma che l’alleanza tra politica, burocrazia e affaristi era una cosa più sporca dei rifiuti, ma invincibile.

Posso permettermi di essere infuriato verso tutti gli amici di Cerroni? Sì e anche schifato per quelli che recitavano da personaggi di sinistra e poi prendevano soldi da lui e dai costruttori (che a Roma hanno fatto il porco comodo loro alle spalle delle giunte Rutelli e Veltroni). Di quella gente lì ho la sensazione che tanti siano ancora in politica, magari ben sistemati alla Camera e al Senato con seggi conquistati grazie alle clientele fatte col potere e coi soldi di tanti “Cerroni”. Non si fanno un pò schifo?”

La strategia rifiuti zero 2020: trasformiamo un problema in opportunità (di Cittadinanzattiva dell’Umbria)

La strategia Rifiuti Zero, ideata e promossa nel mondo dallo scienziato americano Paul Connett, professore emerito della St. Lawrence University di New York e consulente sui rifiuti all’ONU, affronta in modo sostenibile il problema dei rifiuti, operando concretamente e su diversi piani, per andare verso l’obiettivo Rifiuti Zero entro il 2020.

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Rifiuti Zero richiede un cambiamento di mentalità. L’impegno non dovrà più essere quello di liberarsi dei rifiuti, ma di assicurare delle pratiche sostenibili a partire dal corretto utilizzo delle materie prime all’inizio del processo produttivo. Le comunità che si trovano a gestire materiali di scarto, quali imballaggi e oggetti che non possono riusare, riciclare o compostare non possono da sole assumere l’impegno di far funzionare il ciclo dei rifiuti, ma anche le industrie devono fare la loro parte perché il riciclo totale non è attuabile senza l’aiuto dell’industria. Rifiuti Zero, quiindi, collega “la responsabilità delle comunità” alla “responsabilità delle industrie” in maniera consapevole.
La strategia Rifiuti Zero individua la responsabilità estesa del produttore, come viene descritto nella direttiva europea 98/2008 (introdotta nell’ordinamento giuridico italiano con il decreto 205/10) dove si afferma l’importanza di rafforzare la prevenzione e facilitare l’utilizzo efficiente delle risorse durante l’intero ciclo di vita dei prodotti, comprese le fasi di riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti.
L’attuale sistema industriale e la società usa e getta sono basati su un flusso unidirezionale dei rifiuti verso impianti di incenerimento e discariche inquinanti; pratiche sicuramente non sostenibili. L’estrazione, la lavorazione, il trasporto e l’eliminazione di materiali è una causa primaria di distruzione ambientale e di riscaldamento globale. Il nostro compito è quello di trasformare il nostro sistema industriale uni-direzionale in un sistema circolare, chiuso, riciclando i materiali scartati dalle comunità.
La natura non produce rifiuti che sono un’invenzione umana. Il nostro compito – sia per le comunità, che per le industrie – è quello di riciclare questi materiali per essere in futuro utilizzate.
Per fare ciò, abbiamo bisogno di una forte leadership politica che unisca la comunità e gli apparati industriali.
L’obiettivo “RIFIUTI ZERO entro il 2020”, è un percorso metodologico scandito in 10 passi:
1.Separazione dei rifiuti alla fonte
2.Raccolta differenziata porta a porta
3.Compostaggio
4.Riciclaggio
5.Riuso e riparazione
6.Iniziative di riduzione dei rifiuti
7.Incentivi economici
8.Separazione del residuo e Centro di Ricerca Rifiuti Zero
9.Responsabilità industriale
10.Discarica temporanea per il non riciclabile e la frazione organica sporca stabilizzata.
La realizzazione dell’obiettivo Rifiuti Zero, o semplicemente l’avvicinarsi a quella realizzazione, non sarà facile. L’attuazione di questi sistemi, sebbene semplice come principi, richiede tanto duro lavoro, perseveranza e creatività da parte degli amministratori e dell’industria. Riteniamo che l’adozione dell’obiettivo Rifiuti Zero, come politica di un’amministrazione locale o di un’industria, sia il miglior modo per iniziare un percorso di tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Spinge a cambiare il vecchio modello per far sì che i rifiuti siano vere risorse da recuperare.
Per l’amministratore locale, il nuovo modello Rifiuti Zero trasforma il vecchio compito di “eliminare i rifiuti” attraverso discariche o inceneritori, mettendo in atto le buone pratiche per una gestione sostenibile degli stessi.
Il modello Rifiuti Zero significa anche lavorare costruttivamente: amministratori e cittadini che creano un fulcro di condivisione e partecipazione attiva.
Il percorso si concretizza in un protocollo “RIFIUTI ZERO entro il 2020” che si rivolge alle amministrazioni regionali e locali e alle associazioni di partecipazione civica. Il protocollo è importante perché il sistema “RIFIUTI ZERO”:
a. Va verso la direzione giusta.
b. E’ Sostenibile.
c. Migliora mano a mano che un numero sempre maggiore di produttori imparerà a riprogettare gli oggetti e immetterli nel mercato in modo ecocompatibile.
d. Favorisce la cittadinanza attiva perché i cittadini non sono il problema, ma parte della soluzione. Quando si rendono conto che la separazione dei rifiuti alla fonte è semplice, che è nell’interesse della nostra vita e del pianeta, che gli amministratori hanno organizzato sistemi efficaci per trattare i materiali scartati che loro separano, cooperano prontamente per far funzionare il sistema.
e. Porta dei vantaggi economici per quanto riguarda l’economia locale: il guadagno è maggiore rispetto al sistema di gestione dei rifiuti quali discariche e inceneritori. Per questi ultimi un’enorme quantità di denaro viene investito in macchine tecnologiche e la gran parte di questo lascia intere comunità e probabilmente il Paese e va nelle tasche di pochi imprenditori. Invece, con impianti a bassa tecnologia individuati secondo la strategia Rifiuti Zero, la maggior parte del denaro rimane nella comunità, permettendo la nascita di aziende locali e nuovi posti di lavoro.
f. Favorisce una consapevolezza ambientale, perché mette tutta la comunità di fronte la realtà di questo pianeta dove le risorse sono limitate.
Cittadinanzattiva dell’Umbria

Un grande referendum mediatico sugli inceneritori? Meglio parlare di sistema integrato (di Claudio Passiatore)

Le visioni manichee, quelle che non prevedono sfumature, non facilitano mai la comprensione. E quando l’argomento è ostico (ammettendo che quello dei rifiuti lo sia), parte il valzer delle semplificazioni. Tre le ultime in ordine di tempo ci sono quelle che stanno alimentando una sorta di grande “referendum mediatico” tra favorevoli e contrari agli inceneritori, un quesito che di per sé non avrebbe niente di male se fosse posto in modo corretto (e supportato da informazioni esaustive).

L’elemento scatenante nel dare origine a una sorta di “bipolarismo” sul singolo tema degli inceneritori – o comunque uno dei fattori che mediaticamente ha più influito negli ultimi giorni nell’imporre sui media una direzione al dibattito – è stato, oltre alle consuete vicende napoletane e dei rifiuti spediti in Olanda, la posizione del neoletto sindaco di Parma Federico Pizzarotti, strenuo oppositore dei termovalorizzatori.

La posizione del grillino è chiara, niente da dire. Quella che non è chiara è la sua strategia. Perché dire no, o dire si, è già qualcosa, ma non basta. Il sindaco del Movimento 5 stelle dovrà infatti spiegare meglio di quanto non abbia fatto nel suo programma (dove ha citato come esempio virtuoso un impianto di produzione di Cdr, tra l’altro chiuso!) qual è la sua idea per gestire i rifiuti del suo comune, e non solo. Ma questi sono solo “particolari” di una visione (manichea, appunto) che ha sdoganato e imposto il messaggio che si può essere contrari, o anche favorevoli, agli inceneritori. Contrari o favorevoli, a prescindere dal contesto, dalle normative, dalla funzione degli impianti etc… L’effetto sui media è stato devastante.

Stamani il Corriere della Sera titola: “Quanto ci costa esportare i rifiuti nell’Italia senza inceneritori. Napoli li invia in Olanda”,  mettendo sul piatto l’aspetto economico, aspetto importante, ma non certo l’unico da tenere in considerazione quando l’orizzonte è quello di una gestione sostenibile. Perché il “quanto ci costa” non è riferito al peso ambientale e all’energia grigia prodotta per spedire le navi in Olanda. Ma un titolo è un titolo, è necessaria una sintesi, e allora andiamo al corpo del pezzo di Sergio Rizzo dove, purtroppo, sono evidenti ancora una volta le conseguenze delle semplificazioni (non solo quelle di Pizzarotti).

Con l’obiettivo di sostenere e fomentare uno pseudo-dibattito tra favorevoli e contrari e di stigmatizzare le contrapposizioni, Rizzo sostiene che “il Parlamento europeo ha approvato recentemente un rapporto sulla politica ambientale comunitaria che prefigura il divieto di incenerimento”. L’informazione, oltre a non essere corretta, vuole rappresentare un punto a sfavore del partito del “si”. Nell’ultima parte del pezzo, però, ce n’è anche per i contrari: “I danesi hanno 31 inceneritori, come gli svedesi. Trentuno per sette milioni di abitanti, mentre l’Italia ne ha 49 per 60 milioni di persone.

In Germania sono 70, ma distruggono quattro volte il quantitativo che si brucia da noi. La Francia ne ha 130″. Ebbene, in base a queste scarne informazioni, il lettore è posto di fronte a una scelta che nelle realtà non esiste, o almeno non esiste nei termini in cui è sviluppata. Non solo. Questo genere di semplificazione, come detto, genera solo confusione.

Per affrontare il tema rifiuti, e magari gestire meglio di quanto fatto fino ad oggi tutte le criticità (i risultati del caso e della crisi di Malagrotta sono un monito), un grande referendum sui termovalorizzatori non serve a niente e a nessuno. Ciò che è utile, invece, è ricordare che il ciclo integrato prevede una gerarchia dei interventi (riduzione, recupero di materia, recupero di energia), che tutti gli anelli della catena sono necessari, che nel nostro Paese la metà dei rifiuti finisce in discarica (al sud anche di più della metà). E ancora: che gli impianti sono necessari (tutti, dalla selezione al recupero di materia compreso il compostaggio al recupero energetico), e che per dare un senso alla raccolta differenziata deve essere sviluppata un’industria del riciclo, che differenziare i rifiuti come atto in sé non è sufficiente, che la prima azione per ottenere la sostenibilità è l’efficienza dei processi produttivi in grado di ridurre gli scarti (che ci sono sempre), etc … E’ ripartendo da questa impostazione, e evitando di alimentare la formazioni dei partiti del “no” e del “si”, che si smetterà di parlare solo degli inceneritori e si tornerà (si inizierà?) a affrontare tutte le criticità che hanno portato l’Italia a essere uno dei Paesi europei con il più alto numeri di infrazioni per il mancato rispetto delle direttive Ue sui rifiuti.

Claudio Passiatore da www.greenreport.it

Pubblica Amministrazione, Cittadino e Responsabilità Sociale d’Impresa: costruire una filiera civica (di Fabio Pascapè)

Viviamo in un mondo complesso come i problemi che lo affliggono.

Prendiamo ad esempio i rifiuti. La raccolta differenziata stenta a decollare in Campania con il 29,3% del totale dei rifiuti prodotti in regione (fonte: ISPRA, 2011), a fronte di una media nazionale pari al 33,6% secondo quanto emerge dal dossier rifiuti dell’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva. L’ultimo rapporto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (presentato nell’aprile 2011) evidenzia come in Campania la produzione pro capite di rifiuti urbani è diminuita solo dello 0,2% rispetto all’anno prima. Tutto questo a fronte del fatto che in Campania (378,00 €) la spesa media annua per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è più cara rispetto a qualunque altra regione italiana e questo nonostante nell’ultimo anno si sia registrato un decremento tariffario del -1,6% in controtendenza rispetto al dato nazionale che ha registrato un incremento del 2,1%.

Eppure viviamo sempre sul filo di una incipiente ennesima crisi dei rifiuti. Occorre prendere coscienza del fatto che la complessità del problema è tale da richiedere un approccio alla risoluzione diverso da quello solito. Occorre in altri termini che tutti gli stakeholder della filiera dei rifiuti prendano coscienza e responsabilità della entità del problema sedendosi insieme intorno ad un tavolo con spirito collaborativo rendendosi disponibili a rinunziare ad una parte delle rispettive rendite di posizione per potere avere una chance concreta di risolvere il problema. Il cittadino deve collaborare alla realizzazione della raccolta differenziata, i produttori devono orientare la produzione al contenimento della quantità degli imballi, la grande distribuzione deve incentivare i dispenser per la vendita al dettaglio dei detersivi e così via.

Lo stesso discorso vale per altri problemi che affliggono il nostro tempo come ad esempio quello della legalità. Un imprenditore che decide di opporsi al pizzo, ad esempio, inizia un cammino molto delicato durante il quale prezioso può essere l’apporto di tutti gli stakeholder di filiera. Il fornitore che gli fa credito, le forze di polizia che forniscono protezione, il cittadino che ne premia l’iniziativa orientando il proprio consumo, etc. Insomma quello che emerge è un quadro nel quale il ruolo delle “filiere civiche” può essere determinante. Ad ognuno il suo.

In tema di responsabilità sociale di impresa ad esempio il ruolo degli attori della filiera costituita da cittadini, imprenditori, pubblica amministrazione è determinante laddove tutti prendano coscienza, appunto, di essere filiera civica. Il cittadino può contribuire orientando il consumo alle imprese socialmente responsabili, utilizzandolo, quindi, come una sorta di incentivo, di leva premiale. Come spesso abbiamo avuto modo di rilevare questo presuppone che un numero sempre maggiore di meri “abitanti” divengano “cittadini” attivi e proattivi sviluppando un “know-how civico” che renda il comportamento di consumo un atto consapevole, maturo e critico. Gli imprenditori intesi nella loro accezione più ampia devono prendere sempre più coscienza del ruolo chiave che possono svolgere nella risoluzione dei complessi problemi che affliggono la nostra società muovendosi in direzione di una “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate” come la Commissione europea ha evidenziato nel Libro verde del 2001.

La Pubblica Amministrazione ed in particolare gli enti locali possono, a dispetto di ciò che può apparire “prima facie”, svolgere un ruolo determinante adottando e promuovendo pratiche operative improntate alla cittadinanza di impresa. Il territorio è, peraltro, tutt’altro che inesplorato. Molti soggetti operanti nella P.A. hanno intrapreso questo cammino, molti di più di quanto non si possa immaginare. Il Comune di Roccastrada, ad esempio ha conseguito la certificazione SA 8000 e l’ISO 14001. Per quel che concerne in particolare l’ISO 14001 si contano ben 519 P.A. locali e nazionali che l’hanno conseguita. Al Global Compact hanno aderito enti come la Regione Toscana; il Comune di Canelli il Comune di Taranto, il Comune di Acerra; l’INAIL; l’ACI, l’ANAS; etc. Non mancano esempi avanzati di enti che hanno legiferato a riguardo come ad esempio la Regione Toscana con la legge 8 maggio 2006, n. 17 “Disposizioni in materia di responsabilità sociale delle imprese” o la Regione Liguria che con la Legge n. 30/2007 ha istituito il Registro dei datori di lavoro socialmente responsabili.

Vi sono poi esempi di interventi di sostegno pubblico come quello attuato dalla Regione Toscana che attraverso un bando pubblico copre parte dei costi sostenuti dalle imprese per l’ottenimento della certificazione SA8000 o quello della Regione Umbria che ha previsto la creazione di un albo regionale delle imprese certificate per le quali sono previsti vantaggi nell’assegnazione di concessioni autorizzative o per gli appalti di opere o servizi. A testimonianza del fermento citiamo in ultimo la proposta di legge del Deputato Miglioli, presentata a luglio del 2010 e finalizzata alla istituzione del marchio etico per il riconoscimento delle imprese socialmente responsabili.

Occorre considerare come anche un Comune di grosse dimensioni possa essere una leva decisiva per l’affermazione di prassi di responsabilità sociale d’impresa. Prendiamo ad esempio il Comune di Napoli che conta circa diecimila dipendenti, 150 dirigenti, ed un bilancio che considerando solo le spese correnti movimenta circa 1.500.000,00 euro l’anno (dato 2009) di cui circa 450.000,00 per il personale e 700.000,00 per acquisire prestazioni di servizi. I numeri (con la loro intrinseca qualità di facilitatori della partecipazione) non lasciano dubbi sul peso enorme che potrebbero esercitare la P.A. ed in particolare gli enti locali adottando e promuovendo comportamenti socialmente responsabili.

Sotto un profilo più squisitamente interno e, quindi, dell’adozione di comportamenti socialmente responsabili le politiche del personale potrebbero essere espressamente e decisamente orientate alla prevenzione del mobbing, delle pari opportunità, alla lotta alla discriminazione. Utilizzando i canali informativi interni si potrebbe fare opera di sensibilizzazione per suggerire ai dipendenti comportamenti improntati ad uno stile di consumo critico e responsabile. Nella gestione del patrimonio immobiliare di proprietà si potrebbe iniziare un percorso di efficientamento energetico.

Sotto un profilo più squisitamente esterno e, quindi, della promozione di comportamenti socialmente responsabili gli enti potrebbero ricorrere (laddove necessario ovviamente) ai fitti passivi privilegiando immobili in possesso di certificazione energetica. Nei rapporti con gli istituti bancari privilegiare quelli che si sono dotati di un codice etico. Definire capitolati di gara che premino le imprese eticamente e socialmente responsabili. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Quello che conta fare emergere in questa sede, però, è l’importanza delle filiere civiche nella risoluzione dei problemi complessi della nostra epoca. Un cittadino che consumi in maniera responsabile e critica incentiva imprenditori che abbiano fatto questa scelta a consolidarla nel tempo. Una Pubblica Amministrazione al passo con i tempi e cosciente fino in fondo del peso che esercita adotta ed incentiva l’adozione di comportamenti socialmente responsabili. Tutti uniti dalla consapevolezza che la complessità dei problemi che ci troviamo ad affrontare è tale da imporre alla totalità degli stakeholder una presa di coscienza della necessità di farsi “filiera civica” rinunciando a parte della rispettiva rendita di posizione.

Fabio Pascapè Assemblea Territoriale NAPOLICENTRO Cittadinanzattiva

 

Note:

La norma SA (Social Accountability) 8000 è uno standard internazionale elaborato nel 1997 dall’ente americano SAI, e specifica nove requisiti sociali (lavoro infantile, lavoro obbligato, salute e sicurezza sul lavoro, libertà di associazione, diritto alla contrattazione collettiva, discriminazione, procedure disciplinari, orario di lavoro, criteri retributivi) orientati all’incremento della capacità competitiva di quelle organizzazioni che volontariamente forniscono garanzia di eticità della propria filiera produttiva e del proprio ciclo produttivo. Si basa sulle convenzioni dell´ILO (International Labour Organization), sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino

La ISO 14001 è una norma internazionale ad adesione volontaria, applicabile a qualsiasi tipologia di Organizzazione pubblica o privata, che specifica i requisiti di un sistema di gestione che rispetti determinati parametri in funzione degli impatti ambientali dei processi dell’azienda.

Il Global Compact è una iniziativa per la promozione della cultura della cittadinanza d’impresa lanciata, nel 1999, dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Alla quale possono aderire aziende ed organizzazioni che decidono di condividere, sostenere ed applicare un insieme di principi universali relativi a diritti umani, lavoro, ambiente e lotta alla corruzione, contribuendo così alla realizzazione di “un’economia globale più inclusiva e più sostenibile”.

Lettera aperta a De Magistris: l’emergenza di Napoli e la Coca Cola (di Alfonso Annunziata)

Caro Sindaco,

anche vivendo lontano da Napoli ho seguito con commozione l’entusiasmo della sua ascesa e non posso che indignarmi per i tentativi evidenti di ostacolare da subito la sua opera che si mettono in atto con ogni mezzo.

Il problema dei rifiuti si configura dunque come una battaglia di sistema, è l’affermazione di una città e del paese contro il malcostume che non vuole recedere, e la vittoria va ben oltre il semplice e pur enorme risultato.

È dunque importante la determinazione della Giunta di Napoli ad andare comunque avanti, anche da sola, anche ove tutte le altre Istituzioni dovessero venire meno.

Non si conosce il dettaglio del piano di emergenza autonomo della città, e, probabilmente, anche questa mia banale proposta qui di seguito sarà già stata considerata in esso da persone di ben altro valore e pertinenza; ritengo, comunque, di aggiungerla alle migliaia di suggerimenti che si stanno sicuramente sovrapponendo da parte dei cittadini in queste ore convulse nella speranza di migliorare la situazione.

Ciò a cui mi ispiro è un ricordo lontano, il sistema di ritiro del vetro di una nota bibita analcolica (la CocaCola) fino a una trentina di anni fa e per decenni tenuto in piedi senza grandi difficoltà. Sistema in sé addirittura remunerativo e conveniente per la Casa, consistente nell’offrire ai clienti che avessero riportato un certo numero di vuoti integri del prodotto null’altro che un prodotto integro. In genere coniugando un risparmio sul riciclaggio, uno sulla fidelizzazione del cliente, e uno sulla promozione integrata fra produttore e punto vendita.

Non è difficile comprendere che un sistema simile possa essere più semplicemente ripristinato ora, almeno a livello di strutture maggiori dotate di uno spazio di stoccaggio: centri commerciali, grande distribuzione, e ovviamente generalizzato a ben altro che il vetro: si può chiedere agli operatori del commercio di adoperarsi in convenzione (con gli ovvi rimborsi) e offrirsi di ritirare dai consumatori stock di bottiglie in vetro, contenitori PET compressi, tetrapak, lattine, cartapesta e cartone offrendo per ciascun tipo di stock ben ordinato la compensazione del corrispondente prodotto nuovo.

Il cittadino esasperato non più sensibile ai richiami di senso civico, probabilmente è ancora in larga misura attento ai richiami del portafogli in questa triste estate di tagli di budget per tante famiglie. E, a fronte dell’indifferenza dei meno attenti, una compensazione sufficientemente premiante potrà comunque indurre altri fra i meno abbienti a rilevare gli stock abbandonati in strada: non è una presunzione, l’esperienza non tanto antica della città di New York, dove un sistema simile è in uso per il riciclaggio delle lattine ha praticamente annullato la presenza di questo prodotto dalle strade, con i poveri e i barboni a farsi carico del minimo scarto ancora esistente non riciclato dal resto della popolazione.

Sono suggerimenti di emergenza… mi rendo conto… Ma si possono mettere su in prima battuta anche in poche ore; la versione definitiva può effettivamente essere persino un business remunerativo, il costo per l’Amministrazione sarebbe soprattutto nel forzare tempi di avvio rapidi, e nel promuoverli in spazi pubblicitari, il settore del Commercio sarebbe cointeressato in tutto a contribuire e sponsorizzare, il cittadino sarebbe indotto dalla formulazione stessa dell’iniziativa a stoccare in casa e collezionare classi di rifiuto non deperibili.

E ciò che resta dell’immondizia, componente ridotta, sarebbe solo la parte igienica e quella organica, di gran lunga più semplice da smaltire ovunque, e persino preziosa a certi usi.

Auguri per la battaglia in corso

Alfonso Annunziata, napoletano nel Lazio

Rifiuti a Napoli: costruire una via di uscita tra emergenza e conflitti (di Fabio Pascapè)

Nella realtà napoletana l’emergenza rifiuti è diventata uno degli assi strategici intorno a cui ruota la politica cittadina e il funzionamento delle istituzioni. Dopo oltre vent’anni anni il problema resta drammatico per l’intreccio fra incapacità e scarsa incisività dei vari livelli istituzionali coinvolti, collusioni con la malavita, affarismo, rendite di posizione di chi è riuscito a sfruttare l’emergenza per il suo tornaconto. A questo va aggiunto il graduale esaurimento delle discariche e l’altrettanto graduale esaurirsi della disponibilità delle popolazioni campane ad accettare l’apertura di nuove discariche in assenza di un tangibile percorso di risoluzione definitiva del problema rifiuti a Napoli ed in provincia.

In un simile contesto è molto probabile che la camorra operi perché l’emergenza e il flusso di soldi che questa comporta non abbia fine. Ciò significa che, non appena si iniziano a prospettare soluzioni praticabili, la camorra agisce per renderle impossibili. D’altra parte il caldo rende particolarmente insopportabile la presenza dei rifiuti che in grande quantità e per l’ennesima volta si accumulano sulle strade cittadine e si stanno moltiplicando i gesti di insofferenza soprattutto nelle zone popolari della città. Si tratta, però, di gesti di natura ed origini profondamente diverse e sarebbe un grave errore affrontarli in maniera identica o appiattirli in un medesimo disegno. E’ il caso, anzi, di porre in essere ogni iniziativa per intercettare, anche con l’aiuto della società civile, il malessere autentico della popolazione per tenerlo ben distinto da quei gesti che potrebbero essere funzionali a disegni di ben altra natura.

In tal senso vanno accolte positivamente tutte quelle iniziative di sostegno alle istituzioni civiche che dopo lunghe e sofferte consultazioni elettorali si trovano a confrontarsi con una situazione che si trascina da oltre 20 anni. Occorre, in altri termini, dare tempo al tempo consentendo all’attuale Sindaco ed alla sua Giunta, appena eletti, di lavorare per attuare il programma di governo della città. Ai cittadini il compito di partecipare, monitorare, dare feedback, valutare civicamente l’efficacia delle politiche e degli interventi.

La visione

La problematica dei rifiuti è di una tale complessità e trasversalità che la sua risoluzione deve coinvolgere tutti (istituzioni, imprenditori, cittadini, sindacati, commercianti) i quali debbono lavorare in maniera concertata rendendosi disponibili a rinunciare ciascuno ad un “pezzetto” della propria rendita di posizione assumendo un atteggiamento flessibile e socialmente responsabile. Non è pensabile ad esempio realizzare la raccolta differenziata senza un coinvolgimento attivo dei cittadini che devono essere responsabilizzati direttamente. Non è pensabile lavorare per diminuire il problema del volume dei rifiuti senza acquisire la disponibilità dei produttori, dei distributori e dei dettaglianti ad istallare dispenser per la vendita dei detersivi. Gli esempi sono molti.

Rilievi e suggerimenti in ordine alla politica comunale sul tema.

“Primum non nocere”

Innanzitutto troviamo intollerabile, esasperante e rischioso (in termini di salute) che i rifiuti debbano permanere nelle strade per molti giorni prima che si arrivi alla dichiarazione dello stato di emergenza. Per noi l’emergenza deve cominciare prima che i rifiuti si spargano, divengano putrescenti, proliferino insetti, ratti, etc. In altri termini occorre individuare siti di trasferenza, anche con il coinvolgimento dell’esercito per la raccolta straordinaria, avvalersi dell’ausilio della protezione civile, prevedendo la possibilità che si crei un’emergenza prima che essa stessa si verifichi.

“Trasparenza assoluta e accountability”

Sulla tematica dei rifiuti scontiamo un deficit informativo gravissimo che si ripercuote anche in una mancata rendicontazione dell’efficacia delle politiche. Occorre creare urgentemente un unico interfaccia con il cittadino attraverso il quale sia possibile effettuare un monitoraggio civico delle misure adottate e della loro efficaciaefficienza.

“Partecipazione”

Il cittadino deve essere coinvolto semplicemente applicando il comma 461 della finanziaria 2008 (Protocollo Confservizi 25 ottobre 2010) di cui abbiamo chiesto l’applicazione svariate volte all’amministrazione uscente senza neanche ricevere risposta….

“dalla TARSU alla TIA”

Non è piu’ rimandabile il passaggio alla tariffa che è piu’ adatta ad incentivare comportamenti virtuosi in quanto legata ai volumi prodotti

“facilitare i rimborsi TARSU in caso di mancata raccolta dei rifiuti”

L’attuale regolamento TARSU deve essere rivisitato in quanto prevede un meccanismo di abbattimento della tassa (-60%) in caso di mancata od irregolare raccolta dei rifiuti farraginoso e di difficile praticabilità da parte del cittadino. L’assurdo è, tra l’altro, che si nega la possibilità di avere l’abbattimento della tassa se la mancata o irregolare raccolta dipende dalla saturazione delle discariche!!! (vedi contributo pubblicato su CIVICOLAB http://www.civicolab.it/?p=1322)

“impatti sulla salute dei cittadini”

i dati sull’impatto che la crisi rifiuti ha avuto ed ha sulla salute dei cittadini devono essere raccolti e resi pubblici

Idee e proposte concrete per la rapida costruzione di un ciclo virtuoso dei rifiuti

L’obiettivo di lungo periodo deve essere quello dei “rifiuti zero” mediante differenziazione e riciclo. E’ un obiettivo però ancora distante il cui raggiungimento presuppone la partenza del porta a porta in tutta la città e deve essere perseguito utilizzando diverse leve come ad esempio:

1- incentivare la raccolta differenziata con meccanismi premiali. Occorre creare un collegamento diretto tra coloro che riciclano i rifiuti ed i cittadini. Ad esempio gli imprenditori del riciclo potrebbero essere incentivati ad installare punti di raccolta automatici del vetro, del pvc, dell’alluminio, etc. rilasciando in cambio benefit come ad esempio sconti, etc.

2 – diminuire gradualmente il volume degli imballi ed il numero dei contenitori monouso spingendo la produzione e la distribuzione ad utilizzare dispenser per i detersivi, per le bevande;

3 – in generale incentivare tutto ciò che è ricaricabile

4 – costruire forme di incentivazione del cittadino che leghino la quantità di rifiuti conferiti e la qualità della differenziazione a dei benefit per il cittadino come ad esempio sconti sulla TARSU, etc.

Idee e proposte per una efficace partecipazione democratica alle scelte dell’Amministrazione.

Semplicemente adottare il comma 461 della finanziaria 2008 (di cui al Protocollo Confservizi-Associazioni del 25 ottobre 2010) che prevede:

a) obbligo per il soggetto gestore di emanare una «Carta della qualità dei servizi», da redigere e pubblicizzare in conformità ad intese con le associazioni di tutela dei consumatori e con le associazioni imprenditoriali interessate

b) consultazione obbligatoria delle associazioni dei consumatori;

c) previsione che sia periodicamente verificata, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, l’adeguatezza dei parametri quantitativi e qualitativi del servizio erogato fissati nel contratto di servizio alle esigenze dell’utenza cui il servizio stesso si rivolge, ferma restando la possibilità per ogni singolo cittadino di presentare osservazioni e proposte in merito;

d) previsione di un sistema di monitoraggio permanente del rispetto dei parametri fissati nel contratto di servizio e di quanto stabilito nelle Carte della qualità dei servizi, svolto sotto la diretta responsabilità dell’ente locale o dell’ambito territoriale ottimale, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori ed aperto alla ricezione di osservazioni e proposte da parte di ogni singolo cittadino che può rivolgersi, allo scopo, sia all’ente locale, sia ai gestori dei servizi, sia alle associazioni dei consumatori;

e) istituzione di una sessione annuale di verifica del funzionamento dei servizi tra ente locale, gestori dei servizi ed associazioni dei consumatori nella quale si dia conto dei reclami, nonché delle proposte ed osservazioni pervenute a ciascuno dei soggetti partecipanti da parte dei cittadini;

f) previsione che le attività di cui alle lettere b), c) e d) siano finanziate con un prelievo a carico dei soggetti gestori del servizio, predeterminato nel contratto di servizio per l’intera durata del contratto stesso.

Fabio Pascapè coordinatore Assemblea Cittadinanzattiva Napoli Centro

La Campania verso l’autodistruzione ? (di Paolo Miggiano)

Secondo i più autorevoli esperti del campo dei rifiuti, la cosiddetta emergenza rifiuti in Campania in realtà è tale solo perché è stata interrotta in più punti la catena raccolta differenziata – tritovagliatore – compostaggio – termovalorizzatore – discarica.

La catena si spezza già al primo anello: la raccolta. Infatti, in regione si producono ogni giorno circa 7mila tonnellate di rifiuti; un groviglio di appalti e subappalti mette in gioco diverse società con migliaia di dipendenti (a Napoli: ASIA 3mila, che affida il servizio a Enerambiente con 470 addetti che si avvale della cooperativa Davideco con 120 dipendenti e degli interinali che sono altre 150 unità). In tal modo lievitano costi e clientele.

Secondo anello: la differenziazione. Per legge la raccolta differenziata dovrebbe essere al 40% in modo da far finire in discarica poco più della metà dei rifiuti prodotti. Oggi siamo in tutta la regione a 1400 tonnellate differenziate delle oltre 3mila teoriche. Purtroppo oltre ai controlli inadeguati bisogna dire che una responsabilità ce l’ha anche la scarsa sensibilità di una parte della popolazione.

In Campania non funzionano impianti per il compostaggio e così là dove si raccoglie l’umido i comuni si devono caricare di una spesa aggiuntiva di 200 euro a tonnellata per portarlo fuori regione.

Terzo anello: i trito vagliatori, creati per trasformare la spazzatura in materiale ad alto potenziale calorifico (CDR) che dovrebbe finire nei famosi termovalorizzatori. Invece ci sono le ecoballe prodotto dell’uso dei trito vagliatori come semplici sminuzzatori del rifiuto tal quale limitandosi a separare l’umido dal ferro.

Altro anello: il termovalorizzatore. Dovrebbe trattare 2mila tonnellate al giorno. Invece non va oltre 500 tonnellate e nemmeno sono CDR e producono problemi come sbalzi di temperatura dannosi per l’impianto.

Ultimo anello: le discariche. Se il sistema funzionasse riceverebbero non più di 2mila tonnellate al giorno. Invece ne ricevono più di 5100 con inevitabili tempi più rapidi per il loro esaurimento.

Dunque la Campania va verso l’autodistruzione, non in generale, ma nella gestione dei rifiuti.

A ciò hanno contribuito tanti fattori con in prima fila la gestione “politico-amministrativa” fatta di tante ordinanze “strane”, di errori e di finta ignoranza della situazione reale. Come quella esibita dalla legge n. 1 del 2011 dedicata al subentro delle amministrazioni territoriali della regione Campania nella gestione del ciclo integrato dei rifiuti. Come se fosse facile in questa regione per un comune organizzare e gestire il ciclo integrato dei rifiuti quando già non si riesce, con alcune importanti eccezioni, a gestire la sola raccolta. È chiaro che la legge non serve a questo, bensì a moltiplicare i centri di spesa e a ridurre le resistenze istituzionali alle infiltrazioni della camorra perché, ovviamente, un sindaco è più debole di un presidente di regione. Ricordiamoci che pochi mesi fa è stato ucciso il sindaco Angelo Vassallo perché si stava opponendo alla delinquenza.

Di fronte all’incapacità delle istituzioni di far fronte ad un problema così importante che sta alla base della vita delle comunità locali fa impressione leggere gli articoli dello Statuto regionale che proclamano solennemente la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, del territorio, dell’ecosistema, la difesa delle piante e dei diritti degli animali ecc ecc.

Intanto le strade si stanno di nuovo riempiendo di rifiuti mentre è ripartita la caccia alla discarica guardando in primo luogo alle cave dismesse da riempire.

Ora, il problema è che la quasi totalità delle cave dismesse in Campania è stata ubicata in ammassi rocciosi permeabili (calcare, tufo, ghiaia) che nel sottosuolo ospitano le falde idriche che alimentano gli usi agricoli, industriali, potabili.

Inoltre, molte cave sono state scavate a fossa come quelle che si trovano ai margini della pianura campana tra Pozzuoli, Giugliano, Villaricca, Chiaiano, la zona vesuviana, il casertano (Lo Uttaro) e il nolano.

Purtroppo applicando le discipline vigenti per la trasformazione delle cave in discariche non è possibile garantire l’impermeabilità dei terreni per più di venti anni e se saranno immessi i rifiuti senza altre precauzioni è certo l’inquinamento delle acque sotterranee di tutta la pianura campana.

E che vuol dire questo nel quadro delle variazioni climatiche in corso che determinano un innalzamento delle temperature? Semplice: si pomperà più acqua dal sottosuolo e si arriverà alle acque più inquinate quindi non utilizzabili. La Campania non avrà acqua in futuro.

È facile immaginare che su questa strada in Campania la questione rifiuti continuerà ad essere una minaccia per la salute dei cittadini, un colpo alle attività del settore agroindustriale, uno spreco immenso di risorse pubbliche e di soldi dei cittadini (a Napoli i cittadini pagano più che in tutta Italia per l’inesistente servizio rifiuti).

Ecco perché, continuando su questa strada, c’è solo l’autodistruzione che parte dai rifiuti, ma giunge a paralizzare un’intera regione.

È una situazione che dura da molti anni creata e gestita da una classe dirigente che, secondo indagini della magistratura, si basa sempre più su un patto di ferro che unisce politici e  imprenditori della camorra.  Alcuni di questi politici sarebbero anche arrivati ad incarichi di grande responsabilità e di rilievo nazionale. In pratica dirigono snodi fondamentali dell’azione dello Stato o dirigono le forze politiche che esprimono i vertici delle istituzioni regionali e locali.

Ciò determina un effetto “trascinamento” anche fra i cittadini che vedono l’esempio calare dall’alto e si abituano alla violazione delle regole e alla distruzione dei beni comuni.

Questo è, forse, il danno maggiore perché tocca le culture che formano le collettività e che indirizzano le vite dei singoli.

Paolo Miggiano

L’Italia delle finte emergenze: i rifiuti (di Walter Ganapini)

Sintesi della relazione presentata al seminario della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva il 12 marzo 2011 .

I rifiuti sono parte di diritto dei cicli di materia- energia- informazione che sottendono il nostro essere al mondo. Non sono altro che la quota di entropia che rilasciamo nella trasformazione da materia prima a merce e nell’uso della merce. Sono, quindi, un misuratore e un indicatore dei nostri stili di vita. Giorgio Nebbia negli anni 70 stabiliva l’equazione: società dei consumi = società dei rifiuti.

Per questo non possiamo assolutamente immaginare di affrontare il tema dei rifiuti come fosse un tema settoriale o tecnico. Riguarda i nostri stili di vita e ha una valenza etica.

Prendiamo come riferimento l’Unione europea. Nel 76 la Commissione europea affermava che il tema rifiuti andava affrontato in un’ottica globale, non settoriale e fissava una gerarchia di azioni tradotta in quattro punti da allora sempre confermata:

  1. ridurre all’origine pericolosità e quantità dei rifiuti prodotti ;
  2. massimizzare il recupero di materia dai rifiuti (le trasformazioni materia- materia sono molto più efficienti delle trasformazioni materia- energia cioè carta da carta, polimeri da polimeri, vetro da vetro piuttosto che bruciare per avere energia)
  3. recuperare energia dalla parte combustibile dei rifiuti. Su questo tema c’è stata una elaborazione costante che ha portato già nel 2003 la Corte di Strasburgo (che fa giurisprudenza) ad affermare in due sentenze che: non è recupero energetico di rifiuti il loro uso in impianti dedicati anche se in schemi cogenerativi anche se vi è recupero di calore (caso tipico: con inceneritore) e l’ha cancellato dalla lista positiva di recupero e  riciclaggio. E questo perché aggiungono gas serra anche se al camino sono perfettamente a norma.
  4. Minimizzare la messa in sicurezza sotto forma di discarica a lungo termine. La discarica è una infrastruttura ancillare cioè deve andare in discarica soltanto il rifiuto del rifiuto. La Commissione disse già allora no al trattamento massivo di rifiuti indifferenziati. Non si può mandare in discarica i rifiuti tal quali indifferenziati ma devono essere sottoposti al trattamento. In discarica non deve andare l’organico che produce percolato che può inquinare le falde acquifere e sviluppa biogas (se non captato e utilizzato costituisce gas serra e aggredisce lo strato di ozono).

Il punto di maggiore consonanza con la normativa europea lo abbiamo trovato nel 96 con il cosiddetto decreto Ronchi. In media, però, già avevamo dieci anni di scarto tra le indicazioni della Commissione e le nostre normative.
La logica che sottende la normativa europea è che il cittadino deve pagare con la tariffa solo per i rifiuti che produce effettivamente. Nel decreto Ronchi questo principio c’è e, quindi, il rifiuto dovrebbe essere pesato e tracciabile.
L’applicazione della tariffa rifiuti comporta una straordinaria facilitazione a favore della famiglia : più la famiglia è numerosa, infatti, meno paga perché la famiglia produce meno di tanti singoli.

In Italia, invece, c’è ancora la tassa che fa pagare in ragione dei metri quadri di superficie il che è fonte di ingiustizie poiché un singolo con una casa grande paga più di molte persone in una casa più piccola. La tassa resiste perché dietro la TARSU ci sono tributi occulti che con la tariffa dovrebbero scomparire. Ciò spiega anche il motivo per cui molti enti locali hanno detto che la legge non era applicabile. Non si voleva, evidentemente, incidere col bisturi su questa stranissima tassa rifiuti.

Dobbiamo tener presente un dato tipico di questo paese: i rifiuti da sempre sono un terreno fondamentale di interfaccia affari/politica. E’ un fenomeno di una trasversalità assoluta che storicamente rappresenta un canale fondamentale di finanziamento della politica. Questo risulta da innumerevoli atti processuali e faccio fatica ad individuare delle eccezioni se non individuali.

In questo contesto parliamo adesso della Campania. Circa 6milioni di abitanti e una raccolta quotidiana nell’ordine di 7200 tonnellate di rifiuti. Grazie al fatto che oltre 350 comuni su 551 sono impegnati attivamente nella raccolta differenziata, la quantità quotidiana di rifiuto urbano residuo è intorno a 5600 tonnellate. Questi numeri sono noti  oggi perché il Comando logistico sud dell’esercito nel 2008 dovette mettere sotto controllo il cosiddetto Ufficio Flussi del Commissariato verso il quale, fino al febbraio 2008, vi erano forti sospetti di corruzione per come venivano gestiti i flussi.

Infatti, trasportare rifiuti in Campania costa 93 euro a tonnellata quando nel resto d’Italia costa 10 euro a tonnellata. Mettere sotto controllo i flussi era, quindi, necessario.
In Campania esistono impianti di trattamento tedeschi acquistati nei primi anni 2000 che operano la separazione del secco dall’umido, del leggero dal pesante, quindi fanno la differenziazione e hanno anche aree attrezzate per il trattamento dell’organico. 7 impianti che hanno una capacità di trattamento di 8500 tonnellate al giorno persino eccessiva per le necessità della Campania.
Si tratta di una dotazione impiantistica per il trattamento del rifiuto urbano residuo post differenziazione che non ha nessun’altra regione. Di impianti così ce ne sono in giro per l’Europa 400 e funzionano benissimo. È difficile non farli funzionare perché è tecnologia semplice con macchine rustiche. In Campania non funzionavano e la cosa più semplice è stata di impaccare i capannoni di rifiuti pressati.

Dunque ci sono questi 7 impianti, 8500 tonnellate contro 5600 di fabbisogno. Il risultato del trattamento dovrebbe essere una piccola percentuale di rifiuti, tra il 10% e il 20%, che va in discarica. Inoltre, per la quota dell’organico esistono in Campania 12 impianti di compostaggio che aspettano da anni di essere messi in funzione; non ne funziona neanche uno.

Altro esempio per dimostrare la peculiarità della Campania: le isole ecologiche. In tutta Italia fare un’isola ecologica costa 100-120mila euro. In Campania ce n’erano 136 e non ne funzionava una però , mediamente, erano costate da 300.000 a 500.000 euro l’una. Al termine del mio mandato, comunque, delle 136, 94 funzionavano.

E perché non dovevano funzionare le isole ecologiche? Perché bisognava andare da un unico operatore per tutta la Campania che li mandava in Sicilia o, addirittura, nel lodigiano a 200 euro a tonnellata. Quando a Bologna Hera fa pagare 48 euro.

Discariche: quando sono venuto via avevamo, anzi, ci sono ancora, discariche con un tempo di vita residuo di almeno 5 anni.
Allora dove sta l’emergenza? In realtà, non aveva nessuna ragione di esistere.

Il commissariamento dovrebbe essere inteso come nell’antica Roma: un Dictator che si nomina di fronte ad un’emergenza assoluta con poteri illimitati in un tempo limitato.
Invece in Campania il commissariamento dura dal 1994, è diventato una struttura autoreferenziale e conservativa con 400 persone, stipendi poderosi e competenze molto limitate; una struttura che ha pure annullato le competenze istituzionali deresponsabilizzandole. Quando sono arrivato in Regione ho trovato una rete istituzionale compromessa nella quale nessuno parlava con nessuno, ma tutti erano uniti a chiedere soldi allo Stato.

Va sottolineato che l’assessore all’ambiente in Campania è una figura insignificante perché sono 17 anni che c’è il commissariamento e ogni cosa è commissariata e assegnata a terzi esterni. Dentro all’assessorato all’ambiente, che ha 600 dipendenti, nessuno si occupa di rifiuti. Purtroppo c’è un costume italiano che fa morire le riforme semplicemente non attuandole.

Questa emergenza  in tanti anni ha generato almeno due miliardi di euro di debiti del Commissario verso terzi. Addirittura sono fallite aziende per questo.
Questo spreco di soldi aveva uno scopo principale: l’inceneritore di Acerra. È per questo che sono stati fatti i 7 impianti di trattamento. Infatti, la normativa europea non permetteva il trattamento dei rifiuti tal quali. L’inceneritore di Acerra doveva essere l’affare del secolo, il più grande inceneritore del modo. Però ad Acerra non si potevano portare i rifiuti tal quali perché la Commissione europea sarebbe intervenuta e quindi la Impregilo (della famiglia Romiti) doveva portare rifiuti passati in un trattamento di preselezione e gli impianti tedeschi a questo dovevano servire.

Detto tutto questo l’inceneritore di Acerra, che è costato più di mille miliardi di lire, sarebbe più che sufficiente. Anche se è un dato scontato per tutti ormai che l’incenerimento è la tecnologia più costosa per investimento e più costosa per esercizio. Il rapporto è 10 a 1 rispetto alla raccolta differenziata porta  a porta. In ogni parte d’Italia dove si è fatta, con  il porta a porta, in poche settimane si può arrivare  al 65 % a costi comparabili con la raccolta stradale. Il 35 % che rimane deve essere trattato meccanicamente e biologicamente; tolto il 40% di umidità, rimane il 18 % da mandare in discarica. E qui si arriva allinnovazione più potente  che viene da Treviso, da San Francisco e da Bristol : i rifiuti zero. In pratica da questa rimanenza del 18 % si ricavano dei materiali per l’edilizia.
Ciò rispecchia la nuova filosofia imprenditoriale : “dalla culla alla culla” cioè progettare le cose perché siano immediatamente recuperabili e generino il minor quantitativo di rifiuti.

Quindi in Campania non doveva sorgere nessuna emergenza.
Sono terrorizzato dall’insistenza con cui pezzi dello Stato (poi diventati la cricca) hanno fatto finta che noi non fossimo in Europa. Sono stati fatti decreti nei quali si è stabilito che dovevano essere bruciati rifiuti tal quali. E infatti l’Italia è sotto procedura di infrazione perché ad Acerra abbiamo bruciato il tal quale. Per non parlare del fatto che l’inceneritore è stato fatto su un progetto vecchissimo ed è costato pure mille miliardi. La gestione era sostenibile finché si davano alle aziende i contributi CIP 6, quelli che dovevano lanciare le fonti rinnovabili e che per il 90% di 60.000 miliardi di vecchie lire, pari a 54.000 miliardi, sono, invece, andati alle famiglie Moratti, Brachetti Perretti e Garrone per la gassificazione degli scarti di raffineria. Non a caso Mario Monti chiamò il CIP 6 droga del mercato e furono cancellati. Poi li hanno rimessi ed applicati ad Acerra ed era evidente che sarebbe arrivata una sanzione europea.

Detto questo, uno degli elementi per cui non aveva senso l’emergenza era la discarica di Parco Saurino 3. Dal 2004 c’è una discarica da 600mila tonnellate vuota, mai usata. Secondo la magistratura quella discarica è in un sito chiamato BA-SCHI (Bardellino Schiavone) ad un chilometro da Santa Maria La Fossa. E a Santa Maria La Fossa doveva essere costruito uno dei 5 inceneritori di cui si doveva dotare la Campania quando sappiamo che quello di Acerra era sufficiente. Per questo la discarica non è stata usata: perché doveva servire all’inceneritore degli Schiavone.

Il paese ha pagato un prezzo devastante per questa finta emergenza. Hanno mangiato ( la camorra innanzitutto) sui 93 euro a tonnellata dei trasporti, sulla proprietà delle aree delle discariche o dei depositi di ecoballe.

Per rompere le ossa sul versante del trasporto eravamo riusciti a fare le società provinciali di gestione dei rifiuti anche qui scontrandoci con persone con incarichi istituzionali e amministrativi che sostenevano, invece, la frammentazione delle gestioni a livello comunale. Basta domandarsi qual è il sindaco che riesce a resistere alle pressioni della criminalità per capire cosa c’era dietro quella posizione. Facendo delle multi utilities provinciali invece si alza la barriera di ingresso e il livello di negoziazione e si ostacola la criminalità.

Con la logica antecedente a Caserta c’era il Consorzio unico rifiuti, 1200 addetti quando ne sarebbero stati sufficienti 250. Secondo i carabinieri fra questi 1200 almeno 800 dovevano ritenersi soldati del Clan Belforte di Marcianise. Nessuno ha mai raccolto un rifiuto e gli stipendi erano molto alti: 4.000 euro al mese per i dipendenti semplici, e ogni trenta di questi un capo a 10.000 euro al mese; a dirigere il Consorzio c’era un amministratore su cui pendevano due richieste di custodia cautelare. Il tutto costava 6,5 milioni di euro al mese per non fare nulla. Lo Stato non aveva nemmeno più gli occhi per piangere però ha pagato 6,5 milioni al mese a questa gente.

Questa cosa l’ho messa per iscritto, l’ho detta in televisione: non si riusciva a far circolare le informazioni fuori della Campania.

Questa situazione indica che siamo nel pieno di un fenomeno a forte grado di innovazione: la camorra non si accontenta più di trasporti e discariche, ma sta andando sulle nuove tecnologie cioè diventa un interlocutore finanziario e industriale. E questo configura uno scenario devastante contro il quale occorre aumentare l’iniezione di anticorpi di tutti i tipi e non lasciare da soli le forze dell’ordine, gli inquirenti e i giudici.

La questione Napoli: io sono arrivato giù dicendo alle persone amiche : “Lontani dal fare i Masanielli, lontani dalla logica della Stagione Illuministica che fu al tempo di Eleonora Fonseca. Cerchiamo di andare nel corpo vivo del problema e cominciamo a metter in moto delle dinamiche virtuose a partire dalle richieste delle persone sulla raccolta differenziata”.

C’era un piano per la raccolta differenziata redatto dai migliori pianificatori italiani. Via per via, numero civico per numero civico fino al numero di telefono del responsabile della singola scala: c’era tutto e la raccolta differenziata si poteva fare. Come avviene a Salerno, Avellino, Benevento, tutte oltre il 50%.

Facemmo un Forum degli stakeholders e c’erano tutti: dalla Confindustria all’ultimo dei comitati. Lo guidava Guido Viale; dopodiché il minoritarismo mescolato col massimalismo ha fatto sì che non si sia andati avanti.

Le  emergenze rifiuti sono sempre eterodirette, determinate. Come quella di Milano nel 1995 che venne messa in emergenza perché il gruppo Fininvest aveva 4.200 miliardi di debito verso il sistema bancario e tra le pochissime voci attive c’era la discarica di Cerro Maggiore della società SIMEC di Paolo Berlusconi e bisognava che Milano andasse in emergenza per portare i rifiuti in quella , raccolta differenziatadiscarica a 250 lire al chilo. Poi Milano ha risolto il suo problema facendo gli impianti in città per la separazione e un inceneritore pagando 110 lire al chilo. E Paolo Berlusconi è stato condannato a 6 anni e  ha evitato la prigione in seguito patteggiando per 160 miliardi. Il guadagno in nero per la SIMEC fu calcolato in 70 miliardi.

Quindi non esistono emergenze rifiuti in Italia. Esistono stranezze.

Eccone una. La Società che gestisce i rifiuti a Perugia vince la gara al Cairo (5 milioni e mezzo di abitanti) per la raccolta porta a porta, trattamento meccanico biologico, recupero organico, ecc., A Perugia dice che non lo può fare perché Perugia è troppo densamente abitata.

Un’altra. La Sicilia ha già comprensori che fanno la raccolta a porta, ma qualcuno voleva fare 6-7 inceneritori con un costo enormemente superiore.

A Roma e nel Lazio poi parlare di emergenza è una cosa ridicola: è volerci far  prendere per i fondelli.

Walter Ganapini (sintesi della relazione al seminario di Cittadinanzattiva del 12 marzo 2011)

Raccolta differenziata: i ritardi dell’Italia e il ruolo dei cittadini (di Tiziana Toto)

La nuova direttiva europea sui rifiuti, recepita in Italia nell’aprile 2010, supera il concetto di raccolta differenziata per dare spazio a quello di recupero della materia. L’attenzione, dunque, non è più rivolta tanto alla modalità di raccolta dei rifiuti in sé e alle percentuali di rifiuti raccolti in maniera differenziata, quanto piuttosto all’effettivo riciclaggio della materia raccolta. In pratica, è come se si desse per scontato che gli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa precedente siano ormai raggiunti, e quindi si può guardare oltre, concentrandosi sulle modalità di recupero di quanto viene raccolto in termini di materia e di energia.

Ma come stanno le cose nel nostro Paese? Se solo per recepire la direttiva, che è del 2008, l’Italia ha impiegato due anni, per applicarla quanto tempo ci vorrà? Purtroppo per noi, siamo in netto ritardo: l’obiettivo del 48% di raccolta differenziata da raggiungere entro il 2008 non è stato affatto centrato, e ci sono seri dubbi che si possa realizzare quello del 60% entro il 2011, visto che attualmente l’Italia si colloca ad una soglia del 31%.

Va anche detto che la situazione è notevolmente diversa a seconda delle aree del Paese: alcune regioni del nord quali Trentino Alto Adige e Veneto hanno superato la soglia obiettivo fissata per il 2009 (pari al 50%), mentre regioni come Sicilia e Molise non arrivano al 10%.

In media il nord si attesta al 46% della raccolta differenziata, il centro al 23% ed il sud al 15%.

Perché differenze così marcate all’interno dello stesso Paese? Perché in Trentino Alto Adige si producono 496 kg di rifiuti per abitante e si riesce a differenziarne il 57% mentre in Basilicata a fronte di una produzione pro capite di 386 kg si arriva a differenziarne solo il 9%?

Di sicuro, della famigerata raccolta differenziata si parla da tanto tempo ed in alcuni casi anche da troppo tempo, arenandosi però sempre su quale sia la modalità migliore per effettuarla (il porta a porta piuttosto che i cassonetti stradali o le ecopiazzole…) senza badare troppo a quale possa essere la strategia migliore. Dal nostro punto di vista, qualunque sia la tipologia adottata, la raccolta differenziata richiede, per la sua riuscita, una seria collaborazione tra i cittadini e gli enti che la realizzano.

I cittadini rappresentano l’elemento cruciale di questo sistema e non possono essere semplicemente chiamati ad eseguire la raccolta differenziata senza un adeguato coinvolgimento nel processo di definizione della stessa e senza le informazioni sufficienti su tutte le fasi che vanno dalla raccolta all’effettivo smaltimento differenziato dei rifiuti.

Del resto la stessa Direttiva europea all’art. 31, Partecipazione del pubblico, afferma che “Gli Stati membri provvedono affinché le pertinenti parti interessate e autorità e il pubblico in generale abbiano la possibilità di partecipare all’elaborazione dei piani di gestione e dei programmi di prevenzione dei rifiuti e di accedervi una volta ultimata la loro elaborazione….”.

Sempre in tema di partecipazione civica il comma 461 dell’art.2 Legge 244/2007 (Legge Finanziaria per il 2008) sostiene che ai cittadini occorre richiedere non solo il pagamento di quanto dovuto per usufruire del servizio pubblico, ma un contributo proattivo per misurare la qualità di questi servizi, controllare il migliore uso delle risorse e per mettere a punto programmi di sviluppo.

Di certo, è utopistico pensare alla raccolta differenziata come allo strumento risolutivo del problema rifiuti nel momento in cui ci si trova di fronte a situazioni di emergenza. Per definizione ogni novità ha bisogno dei suoi tempi per entrare a regime e produrre degli effetti tangibili, soprattutto quando tali novità riguardano abitudini e modi di fare ben radicati.

Il punto è che su tematiche così importanti come quella dei rifiuti un ruolo particolarmente importante potrebbe essere giocato dalla cosiddetta “educazione civica” e concetti come quello della raccolta differenziate dovrebbero entrare a far parte del nostro bagaglio culturale a partire dai primi anni della scuola, per imparare sin da subito che i rifiuti, benché li chiamiamo con un unico nome, comprendono categorie di materiali molto diversi tra di loro e come tali possono essere raccolti, riciclati o smaltiti in modo diverso e quindi più sicuro.

Se la partecipazione dei cittadini è determinante, la corretta organizzazione del servizio non lo è di meno. Se gli impianti deputati al trattamento differenziato dei rifiuti sono inesistenti o insufficienti, come accade per la realtà romana, è evidente che la raccolta differenziata non produrrà risultati soddisfacenti in quanto i cassonetti stradali saranno sempre saturi e la gente sempre meno incentivata a proseguire la raccolta.

Ancora peggio: può capitare, dopo aver pazientemente depositato separatamente negli appositi cassonetti la plastica, la carta e il vetro, veder caricare tutto insieme su un unico camion. In alcuni casi anche l’organizzazione del cosiddetto “porta a porta” non è esente da critiche nel momento in cui il ritiro dell’umido non avviene quotidianamente e i cassonetti stradali sono ormai un miraggio.

Un ultimo aspetto riguarda i fantomatici risparmi in bolletta che dovrebbero derivare da una corretta applicazione della raccolta differenziata. Se l’ottica è quella del “chi più inquina più paga” dovrebbe valere anche il contrario, e cioè “chi meno inquina meno paga”, ma nella realtà dei fatti la carente organizzazione del servizio, nella maggioranza dei casi, rende impossibile individuare e premiare i comportamenti più virtuosi. Di conseguenza ci sarà chi continuerà comunque a differenziare i propri rifiuti per un suo personale spiccato senso civico, e chi invece rinuncerà e tornerà al semplice sistema dell’indifferenziato.

Tiziana Toto, Responsabile Servizi pubblici locali di Cittadinanzattiva

Emergenza rifiuti a Napoli e deficit di cittadinanza (di Fabio Pascapè)

Mentre scrivo vedo dalla finestra (e a Napoli e dintorni sono in buona compagnia) una piramide di immondizia che invade il marciapiede e la sede stradale. Stamane per accompagnare i bimbi a scuola dovrò passarci molto vicino e per la prima volta attrezzerò i bimbi con le mascherine bianche provando a tamponare le esalazioni venefiche che provengono dai cumuli che ormai invadono inesorabilmente il quartiere Materdei come altri quartieri di Napoli e come altre cittadine della Provincia di Napoli. Come Assemblea NAPOLICENTRO ci accingiamo ad organizzare (come tante altre assemblee) l’VIII Giornata della Sicurezza nelle Scuole. Confesso che ieri sera ho sentito il Presidente del Consiglio di Istituto per definire dettagli organizzativi della giornata e lei mi ha prontamente chiesto di attivare l’associazione sulla tematica dei rifiuti dandomi la sua disponibilità. Questo è un dato di enorme concretezza.

Sono convinto che la enormità del problema che affligge la mia comunità richieda uno sforzo: occorre mutare il punto di vista.  Il problema non è stabilire se spingere sui termovalorizzatori oppure sulla differenziata, a poco serve stabilire se è colpa di quelli che c’erano prima o di quelli che sono venuti dopo, a poco serve scagliarsi contro il livello di governo immediatamente superiore al nostro chiedendone l’intervento (sia come cittadini che come aderenti a Cittadinanzattiva).

Siamo di fronte ad un dato di fatto: non riusciamo a venire fuori dalla crisi rifiuti nella quale ci dibattiamo da oltre quindici anni. Questa è una cosa che risiede nel regno dell’oggettività e non necessita di ulteriori commenti. Le altre comunità hanno affrontato crisi anche peggiori e dopo un cammino piu’ o meno lungo e tribolato sono riuscite a lasciarsi alle spalle il problema. E noi? Mah! un termovalorizzatore che funziona a scartamento ridotto, una quantità imprecisata di ecoballe da smaltire, discariche sature, differenziata al 19% e rifiuti per le strade. Questa è la cruda realtà. Credo che sia venuto il momento di prenderci le nostre responsabilità come cittadini assenti. O almeno presenti al momento di votare e al momento di protestare… e in mezzo? In mezzo c’è una delega totale ed incondizionata che viene interrotta solo da contatti clientelari nell’ambito dei quali si chiede per piacere quello che si dovrebbe avere di diritto. Quest’è. Naturalmente c’è uno zoccolo duro di cittadini che resiste che partecipa, che si fa sentire anche “in mezzo”. Ma sono sempre di meno e sempre piu’ demotivati soprattutto alla luce della cocente delusione che sono stati gli ultimi 15 anni.

Che fare? Non è facile dirlo. Nell’immediato sicuramente c’è da risolvere il problema dei rifiuti che però, paradossalmente, è molto piu’ semplice da risolvere del vero problema: un consistente deficit di cittadinanza. Lo stesso vale per la nostra classe dirigente che, non dobbiamo mai dimenticare, è esattamente quella individuata dalla comunità o perchè l’ha eletta o perchè non ha saputo trovare unità e lucidità tali da individuare alternative efficaci.

Guardo perplesso i miei concittadini svolgere la propria attività tra i cumuli di immondizia senza ormai articolare alcuna reazione significativa. Questo è inquietante… Significa che il guasto prodotto interessa il senso profondo di appartenenza ad un territorio dal quale quando si può si scappa e, se questo non è possibile, dal quale ci si difende. Questo è il compito che a mio avviso attende Cittadinanzattivae e le altre associazioni della cittadinanza attiva. Non: trovare soluzioni tecniche (ce ne sono tante e tutte piu’ o meno valide), ma trovare una soluzione al deficit di cittadinanza riuscendo validamente a invertire il trend e riportando i cittadini a partecipare in piena responsabilità alle scelte che li riguardano. Questo è un processo lungo, faticoso e delicato: è bene averne consapevolezza. Occorre tenere bene a mente che il deficit di cittadinanza è alla radice di tutte le grandi problematiche che attanagliano la nostra terra: crisi economica, criminalità organizzata, etc.

A riguardo segnalo gli spunti alla riflessione nati in sede di Convention nazionale dei Coordinatori di Cittadinanzattiva a partire dai fatti di Terzigno tra i rappresentanti di alcune delle assemblee della delegazione campana..

In buona sostanza i punti nodali emersi sono quattro.

1 – condanna della violenza  “Non riuscire a tenere in piedi un tavolo di confronto è incapacità di chi governa e miopia di chi è governato”. Il ricorso a forme di violenza è inaccettabile non solo per principio ma anche perchè di fatto allontana parti di un confronto che in ogni modo ed a ogni costo debbono essere tenute in collegamento.

2  – difetto di cittadinanza  “La verità è che la nostra terra, il nostro bene comune richiede una cura costante ed assidua. Richiede partecipazione. Richiede presenza in ogni luogo di decisione. Non possiamo permetterci piu’ il lusso di delegare tutto al momento del voto all’eletto di turno”. La partecipazione del cittadino deve avvenire in ogni luogo in cui ciò sia possibile. Il decisore deve essere sempre costantemente rifornito di feed-back che provengono dai cittadini.

3 – si finisce con il penalizzare le comunità che in modo responsabile hanno affrontato il problema “La Campania è una regione che, relativamente al problema dei rifiuti, viaggia a diverse velocità e questo comporta spesso che alcuni cittadini campani sopportino il prezzo della inefficienza di altri senza averne alcun vantaggio. E’ venuto il momento di chiedersi perchè cio’ accade e di individuare delle soluzioni per ripristinare una condizione di equità'”. Questa è una condizione assai delicata per la quale le comunità virtuose finiscono col pagare l’inefficienza di altre. Non è possibile che ciò duri in eterno, ma è possibile solo nelle more di una risoluzione veloce e definitiva delle problematiche.

4 – che fare? “Rispolveriamo l’esperienza fatta dalla Provincia di Torino quando per la localizzazione del termovalorizzatore si è realizzato un processo di consultazione delle popolazioni dei comuni della provincia stessa, con il risultato che ben due comuni finirono addirittura con il contendersi quella che vedevano come opportunità e non come minaccia. Altro che sindrome NimBY!” Occorre coinvolgere le comunità nei processi decisionali prima che le scelte vengano fatte e non dopo.

Concludo con una battuta finale tratta dal documento di Roma: “E non si dica che non c’è tempo! Il tempo perso in quindici anni di inefficienza ed inefficacia dell’azione politica è un prezzo che non puo’ pagare il cittadino”.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Assemblea Territoriale Napolicentro

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