Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Bisogna dire che con la gassificazione si arriva ad un recupero massimo dell’80% dei rifiuti, con un 20% residuo di indifferenziata da eliminare in altro modo.

In effetti il processo di gassificazione è meno efficiente dal punto di vista energetico di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca

Rifiuti a Roma

Riceviamo e pubblichiamo: “Tanti anni fa la raccolta differenziata a Roma era un esperimento. C’erano poche campane per il vetro e per la carta. Io conservavo tutto e aspettavo di incontrarne una per buttare la mia differenziata. Da allora non ho mai sgarrato ed ho sempre pronta la busta (di carta) per la carta e un’altra per plastica e vetro.

Il “popolino” diceva che era inutile fare la differenziata tanto poi tutto veniva buttato in discarica a Malagrotta. Io mi arrabbiavo e dicevo che non era vero, che dovevamo fare la nostra parte di cittadini, ma oggi scopro che aveva ragione la vox populi e che, se non tutto, una buona parte veniva veramente mandata in discarica.

La banda Cerroni ha fatto un danno enorme perché ha dato ragione alla vox populi, ha creato e trasmesso disvalori. Pensiamo a quei lavoratori che eseguivano gli ordini: forse in quel modo erano motivati a lavorare meglio? Pensiamo ai politici che garantivano il loro impegno per la differenziata, ma poi sapevano prima e meglio degli altri che non era vero (quando non erano pagati proprio per dire il falso e sabotare la differenziata). Pensiamo ai cittadini che hanno avuto la conferma che l’alleanza tra politica, burocrazia e affaristi era una cosa più sporca dei rifiuti, ma invincibile.

Posso permettermi di essere infuriato verso tutti gli amici di Cerroni? Sì e anche schifato per quelli che recitavano da personaggi di sinistra e poi prendevano soldi da lui e dai costruttori (che a Roma hanno fatto il porco comodo loro alle spalle delle giunte Rutelli e Veltroni). Di quella gente lì ho la sensazione che tanti siano ancora in politica, magari ben sistemati alla Camera e al Senato con seggi conquistati grazie alle clientele fatte col potere e coi soldi di tanti “Cerroni”. Non si fanno un pò schifo?”

La strategia rifiuti zero 2020: trasformiamo un problema in opportunità (di Cittadinanzattiva dell’Umbria)

La strategia Rifiuti Zero, ideata e promossa nel mondo dallo scienziato americano Paul Connett, professore emerito della St. Lawrence University di New York e consulente sui rifiuti all’ONU, affronta in modo sostenibile il problema dei rifiuti, operando concretamente e su diversi piani, per andare verso l’obiettivo Rifiuti Zero entro il 2020.

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Rifiuti Zero richiede un cambiamento di mentalità. L’impegno non dovrà più essere quello di liberarsi dei rifiuti, ma di assicurare delle pratiche sostenibili a partire dal corretto utilizzo delle materie prime all’inizio del processo produttivo. Le comunità che si trovano a gestire materiali di scarto, quali imballaggi e oggetti che non possono riusare, riciclare o compostare non possono da sole assumere l’impegno di far funzionare il ciclo dei rifiuti, ma anche le industrie devono fare la loro parte perché il riciclo totale non è attuabile senza l’aiuto dell’industria. Rifiuti Zero, quiindi, collega “la responsabilità delle comunità” alla “responsabilità delle industrie” in maniera consapevole.
La strategia Rifiuti Zero individua la responsabilità estesa del produttore, come viene descritto nella direttiva europea 98/2008 (introdotta nell’ordinamento giuridico italiano con il decreto 205/10) dove si afferma l’importanza di rafforzare la prevenzione e facilitare l’utilizzo efficiente delle risorse durante l’intero ciclo di vita dei prodotti, comprese le fasi di riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti.
L’attuale sistema industriale e la società usa e getta sono basati su un flusso unidirezionale dei rifiuti verso impianti di incenerimento e discariche inquinanti; pratiche sicuramente non sostenibili. L’estrazione, la lavorazione, il trasporto e l’eliminazione di materiali è una causa primaria di distruzione ambientale e di riscaldamento globale. Il nostro compito è quello di trasformare il nostro sistema industriale uni-direzionale in un sistema circolare, chiuso, riciclando i materiali scartati dalle comunità.
La natura non produce rifiuti che sono un’invenzione umana. Il nostro compito – sia per le comunità, che per le industrie – è quello di riciclare questi materiali per essere in futuro utilizzate.
Per fare ciò, abbiamo bisogno di una forte leadership politica che unisca la comunità e gli apparati industriali.
L’obiettivo “RIFIUTI ZERO entro il 2020”, è un percorso metodologico scandito in 10 passi:
1.Separazione dei rifiuti alla fonte
2.Raccolta differenziata porta a porta
3.Compostaggio
4.Riciclaggio
5.Riuso e riparazione
6.Iniziative di riduzione dei rifiuti
7.Incentivi economici
8.Separazione del residuo e Centro di Ricerca Rifiuti Zero
9.Responsabilità industriale
10.Discarica temporanea per il non riciclabile e la frazione organica sporca stabilizzata.
La realizzazione dell’obiettivo Rifiuti Zero, o semplicemente l’avvicinarsi a quella realizzazione, non sarà facile. L’attuazione di questi sistemi, sebbene semplice come principi, richiede tanto duro lavoro, perseveranza e creatività da parte degli amministratori e dell’industria. Riteniamo che l’adozione dell’obiettivo Rifiuti Zero, come politica di un’amministrazione locale o di un’industria, sia il miglior modo per iniziare un percorso di tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Spinge a cambiare il vecchio modello per far sì che i rifiuti siano vere risorse da recuperare.
Per l’amministratore locale, il nuovo modello Rifiuti Zero trasforma il vecchio compito di “eliminare i rifiuti” attraverso discariche o inceneritori, mettendo in atto le buone pratiche per una gestione sostenibile degli stessi.
Il modello Rifiuti Zero significa anche lavorare costruttivamente: amministratori e cittadini che creano un fulcro di condivisione e partecipazione attiva.
Il percorso si concretizza in un protocollo “RIFIUTI ZERO entro il 2020” che si rivolge alle amministrazioni regionali e locali e alle associazioni di partecipazione civica. Il protocollo è importante perché il sistema “RIFIUTI ZERO”:
a. Va verso la direzione giusta.
b. E’ Sostenibile.
c. Migliora mano a mano che un numero sempre maggiore di produttori imparerà a riprogettare gli oggetti e immetterli nel mercato in modo ecocompatibile.
d. Favorisce la cittadinanza attiva perché i cittadini non sono il problema, ma parte della soluzione. Quando si rendono conto che la separazione dei rifiuti alla fonte è semplice, che è nell’interesse della nostra vita e del pianeta, che gli amministratori hanno organizzato sistemi efficaci per trattare i materiali scartati che loro separano, cooperano prontamente per far funzionare il sistema.
e. Porta dei vantaggi economici per quanto riguarda l’economia locale: il guadagno è maggiore rispetto al sistema di gestione dei rifiuti quali discariche e inceneritori. Per questi ultimi un’enorme quantità di denaro viene investito in macchine tecnologiche e la gran parte di questo lascia intere comunità e probabilmente il Paese e va nelle tasche di pochi imprenditori. Invece, con impianti a bassa tecnologia individuati secondo la strategia Rifiuti Zero, la maggior parte del denaro rimane nella comunità, permettendo la nascita di aziende locali e nuovi posti di lavoro.
f. Favorisce una consapevolezza ambientale, perché mette tutta la comunità di fronte la realtà di questo pianeta dove le risorse sono limitate.
Cittadinanzattiva dell’Umbria

Un grande referendum mediatico sugli inceneritori? Meglio parlare di sistema integrato (di Claudio Passiatore)

Le visioni manichee, quelle che non prevedono sfumature, non facilitano mai la comprensione. E quando l’argomento è ostico (ammettendo che quello dei rifiuti lo sia), parte il valzer delle semplificazioni. Tre le ultime in ordine di tempo ci sono quelle che stanno alimentando una sorta di grande “referendum mediatico” tra favorevoli e contrari agli inceneritori, un quesito che di per sé non avrebbe niente di male se fosse posto in modo corretto (e supportato da informazioni esaustive).

L’elemento scatenante nel dare origine a una sorta di “bipolarismo” sul singolo tema degli inceneritori – o comunque uno dei fattori che mediaticamente ha più influito negli ultimi giorni nell’imporre sui media una direzione al dibattito – è stato, oltre alle consuete vicende napoletane e dei rifiuti spediti in Olanda, la posizione del neoletto sindaco di Parma Federico Pizzarotti, strenuo oppositore dei termovalorizzatori.

La posizione del grillino è chiara, niente da dire. Quella che non è chiara è la sua strategia. Perché dire no, o dire si, è già qualcosa, ma non basta. Il sindaco del Movimento 5 stelle dovrà infatti spiegare meglio di quanto non abbia fatto nel suo programma (dove ha citato come esempio virtuoso un impianto di produzione di Cdr, tra l’altro chiuso!) qual è la sua idea per gestire i rifiuti del suo comune, e non solo. Ma questi sono solo “particolari” di una visione (manichea, appunto) che ha sdoganato e imposto il messaggio che si può essere contrari, o anche favorevoli, agli inceneritori. Contrari o favorevoli, a prescindere dal contesto, dalle normative, dalla funzione degli impianti etc… L’effetto sui media è stato devastante.

Stamani il Corriere della Sera titola: “Quanto ci costa esportare i rifiuti nell’Italia senza inceneritori. Napoli li invia in Olanda”,  mettendo sul piatto l’aspetto economico, aspetto importante, ma non certo l’unico da tenere in considerazione quando l’orizzonte è quello di una gestione sostenibile. Perché il “quanto ci costa” non è riferito al peso ambientale e all’energia grigia prodotta per spedire le navi in Olanda. Ma un titolo è un titolo, è necessaria una sintesi, e allora andiamo al corpo del pezzo di Sergio Rizzo dove, purtroppo, sono evidenti ancora una volta le conseguenze delle semplificazioni (non solo quelle di Pizzarotti).

Con l’obiettivo di sostenere e fomentare uno pseudo-dibattito tra favorevoli e contrari e di stigmatizzare le contrapposizioni, Rizzo sostiene che “il Parlamento europeo ha approvato recentemente un rapporto sulla politica ambientale comunitaria che prefigura il divieto di incenerimento”. L’informazione, oltre a non essere corretta, vuole rappresentare un punto a sfavore del partito del “si”. Nell’ultima parte del pezzo, però, ce n’è anche per i contrari: “I danesi hanno 31 inceneritori, come gli svedesi. Trentuno per sette milioni di abitanti, mentre l’Italia ne ha 49 per 60 milioni di persone.

In Germania sono 70, ma distruggono quattro volte il quantitativo che si brucia da noi. La Francia ne ha 130″. Ebbene, in base a queste scarne informazioni, il lettore è posto di fronte a una scelta che nelle realtà non esiste, o almeno non esiste nei termini in cui è sviluppata. Non solo. Questo genere di semplificazione, come detto, genera solo confusione.

Per affrontare il tema rifiuti, e magari gestire meglio di quanto fatto fino ad oggi tutte le criticità (i risultati del caso e della crisi di Malagrotta sono un monito), un grande referendum sui termovalorizzatori non serve a niente e a nessuno. Ciò che è utile, invece, è ricordare che il ciclo integrato prevede una gerarchia dei interventi (riduzione, recupero di materia, recupero di energia), che tutti gli anelli della catena sono necessari, che nel nostro Paese la metà dei rifiuti finisce in discarica (al sud anche di più della metà). E ancora: che gli impianti sono necessari (tutti, dalla selezione al recupero di materia compreso il compostaggio al recupero energetico), e che per dare un senso alla raccolta differenziata deve essere sviluppata un’industria del riciclo, che differenziare i rifiuti come atto in sé non è sufficiente, che la prima azione per ottenere la sostenibilità è l’efficienza dei processi produttivi in grado di ridurre gli scarti (che ci sono sempre), etc … E’ ripartendo da questa impostazione, e evitando di alimentare la formazioni dei partiti del “no” e del “si”, che si smetterà di parlare solo degli inceneritori e si tornerà (si inizierà?) a affrontare tutte le criticità che hanno portato l’Italia a essere uno dei Paesi europei con il più alto numeri di infrazioni per il mancato rispetto delle direttive Ue sui rifiuti.

Claudio Passiatore da www.greenreport.it

Pubblica Amministrazione, Cittadino e Responsabilità Sociale d’Impresa: costruire una filiera civica (di Fabio Pascapè)

Viviamo in un mondo complesso come i problemi che lo affliggono.

Prendiamo ad esempio i rifiuti. La raccolta differenziata stenta a decollare in Campania con il 29,3% del totale dei rifiuti prodotti in regione (fonte: ISPRA, 2011), a fronte di una media nazionale pari al 33,6% secondo quanto emerge dal dossier rifiuti dell’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva. L’ultimo rapporto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (presentato nell’aprile 2011) evidenzia come in Campania la produzione pro capite di rifiuti urbani è diminuita solo dello 0,2% rispetto all’anno prima. Tutto questo a fronte del fatto che in Campania (378,00 €) la spesa media annua per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è più cara rispetto a qualunque altra regione italiana e questo nonostante nell’ultimo anno si sia registrato un decremento tariffario del -1,6% in controtendenza rispetto al dato nazionale che ha registrato un incremento del 2,1%.

Eppure viviamo sempre sul filo di una incipiente ennesima crisi dei rifiuti. Occorre prendere coscienza del fatto che la complessità del problema è tale da richiedere un approccio alla risoluzione diverso da quello solito. Occorre in altri termini che tutti gli stakeholder della filiera dei rifiuti prendano coscienza e responsabilità della entità del problema sedendosi insieme intorno ad un tavolo con spirito collaborativo rendendosi disponibili a rinunziare ad una parte delle rispettive rendite di posizione per potere avere una chance concreta di risolvere il problema. Il cittadino deve collaborare alla realizzazione della raccolta differenziata, i produttori devono orientare la produzione al contenimento della quantità degli imballi, la grande distribuzione deve incentivare i dispenser per la vendita al dettaglio dei detersivi e così via.

Lo stesso discorso vale per altri problemi che affliggono il nostro tempo come ad esempio quello della legalità. Un imprenditore che decide di opporsi al pizzo, ad esempio, inizia un cammino molto delicato durante il quale prezioso può essere l’apporto di tutti gli stakeholder di filiera. Il fornitore che gli fa credito, le forze di polizia che forniscono protezione, il cittadino che ne premia l’iniziativa orientando il proprio consumo, etc. Insomma quello che emerge è un quadro nel quale il ruolo delle “filiere civiche” può essere determinante. Ad ognuno il suo.

In tema di responsabilità sociale di impresa ad esempio il ruolo degli attori della filiera costituita da cittadini, imprenditori, pubblica amministrazione è determinante laddove tutti prendano coscienza, appunto, di essere filiera civica. Il cittadino può contribuire orientando il consumo alle imprese socialmente responsabili, utilizzandolo, quindi, come una sorta di incentivo, di leva premiale. Come spesso abbiamo avuto modo di rilevare questo presuppone che un numero sempre maggiore di meri “abitanti” divengano “cittadini” attivi e proattivi sviluppando un “know-how civico” che renda il comportamento di consumo un atto consapevole, maturo e critico. Gli imprenditori intesi nella loro accezione più ampia devono prendere sempre più coscienza del ruolo chiave che possono svolgere nella risoluzione dei complessi problemi che affliggono la nostra società muovendosi in direzione di una “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate” come la Commissione europea ha evidenziato nel Libro verde del 2001.

La Pubblica Amministrazione ed in particolare gli enti locali possono, a dispetto di ciò che può apparire “prima facie”, svolgere un ruolo determinante adottando e promuovendo pratiche operative improntate alla cittadinanza di impresa. Il territorio è, peraltro, tutt’altro che inesplorato. Molti soggetti operanti nella P.A. hanno intrapreso questo cammino, molti di più di quanto non si possa immaginare. Il Comune di Roccastrada, ad esempio ha conseguito la certificazione SA 8000 e l’ISO 14001. Per quel che concerne in particolare l’ISO 14001 si contano ben 519 P.A. locali e nazionali che l’hanno conseguita. Al Global Compact hanno aderito enti come la Regione Toscana; il Comune di Canelli il Comune di Taranto, il Comune di Acerra; l’INAIL; l’ACI, l’ANAS; etc. Non mancano esempi avanzati di enti che hanno legiferato a riguardo come ad esempio la Regione Toscana con la legge 8 maggio 2006, n. 17 “Disposizioni in materia di responsabilità sociale delle imprese” o la Regione Liguria che con la Legge n. 30/2007 ha istituito il Registro dei datori di lavoro socialmente responsabili.

Vi sono poi esempi di interventi di sostegno pubblico come quello attuato dalla Regione Toscana che attraverso un bando pubblico copre parte dei costi sostenuti dalle imprese per l’ottenimento della certificazione SA8000 o quello della Regione Umbria che ha previsto la creazione di un albo regionale delle imprese certificate per le quali sono previsti vantaggi nell’assegnazione di concessioni autorizzative o per gli appalti di opere o servizi. A testimonianza del fermento citiamo in ultimo la proposta di legge del Deputato Miglioli, presentata a luglio del 2010 e finalizzata alla istituzione del marchio etico per il riconoscimento delle imprese socialmente responsabili.

Occorre considerare come anche un Comune di grosse dimensioni possa essere una leva decisiva per l’affermazione di prassi di responsabilità sociale d’impresa. Prendiamo ad esempio il Comune di Napoli che conta circa diecimila dipendenti, 150 dirigenti, ed un bilancio che considerando solo le spese correnti movimenta circa 1.500.000,00 euro l’anno (dato 2009) di cui circa 450.000,00 per il personale e 700.000,00 per acquisire prestazioni di servizi. I numeri (con la loro intrinseca qualità di facilitatori della partecipazione) non lasciano dubbi sul peso enorme che potrebbero esercitare la P.A. ed in particolare gli enti locali adottando e promuovendo comportamenti socialmente responsabili.

Sotto un profilo più squisitamente interno e, quindi, dell’adozione di comportamenti socialmente responsabili le politiche del personale potrebbero essere espressamente e decisamente orientate alla prevenzione del mobbing, delle pari opportunità, alla lotta alla discriminazione. Utilizzando i canali informativi interni si potrebbe fare opera di sensibilizzazione per suggerire ai dipendenti comportamenti improntati ad uno stile di consumo critico e responsabile. Nella gestione del patrimonio immobiliare di proprietà si potrebbe iniziare un percorso di efficientamento energetico.

Sotto un profilo più squisitamente esterno e, quindi, della promozione di comportamenti socialmente responsabili gli enti potrebbero ricorrere (laddove necessario ovviamente) ai fitti passivi privilegiando immobili in possesso di certificazione energetica. Nei rapporti con gli istituti bancari privilegiare quelli che si sono dotati di un codice etico. Definire capitolati di gara che premino le imprese eticamente e socialmente responsabili. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Quello che conta fare emergere in questa sede, però, è l’importanza delle filiere civiche nella risoluzione dei problemi complessi della nostra epoca. Un cittadino che consumi in maniera responsabile e critica incentiva imprenditori che abbiano fatto questa scelta a consolidarla nel tempo. Una Pubblica Amministrazione al passo con i tempi e cosciente fino in fondo del peso che esercita adotta ed incentiva l’adozione di comportamenti socialmente responsabili. Tutti uniti dalla consapevolezza che la complessità dei problemi che ci troviamo ad affrontare è tale da imporre alla totalità degli stakeholder una presa di coscienza della necessità di farsi “filiera civica” rinunciando a parte della rispettiva rendita di posizione.

Fabio Pascapè Assemblea Territoriale NAPOLICENTRO Cittadinanzattiva

 

Note:

La norma SA (Social Accountability) 8000 è uno standard internazionale elaborato nel 1997 dall’ente americano SAI, e specifica nove requisiti sociali (lavoro infantile, lavoro obbligato, salute e sicurezza sul lavoro, libertà di associazione, diritto alla contrattazione collettiva, discriminazione, procedure disciplinari, orario di lavoro, criteri retributivi) orientati all’incremento della capacità competitiva di quelle organizzazioni che volontariamente forniscono garanzia di eticità della propria filiera produttiva e del proprio ciclo produttivo. Si basa sulle convenzioni dell´ILO (International Labour Organization), sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino

La ISO 14001 è una norma internazionale ad adesione volontaria, applicabile a qualsiasi tipologia di Organizzazione pubblica o privata, che specifica i requisiti di un sistema di gestione che rispetti determinati parametri in funzione degli impatti ambientali dei processi dell’azienda.

Il Global Compact è una iniziativa per la promozione della cultura della cittadinanza d’impresa lanciata, nel 1999, dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Alla quale possono aderire aziende ed organizzazioni che decidono di condividere, sostenere ed applicare un insieme di principi universali relativi a diritti umani, lavoro, ambiente e lotta alla corruzione, contribuendo così alla realizzazione di “un’economia globale più inclusiva e più sostenibile”.

Lettera aperta a De Magistris: l’emergenza di Napoli e la Coca Cola (di Alfonso Annunziata)

Caro Sindaco,

anche vivendo lontano da Napoli ho seguito con commozione l’entusiasmo della sua ascesa e non posso che indignarmi per i tentativi evidenti di ostacolare da subito la sua opera che si mettono in atto con ogni mezzo.

Il problema dei rifiuti si configura dunque come una battaglia di sistema, è l’affermazione di una città e del paese contro il malcostume che non vuole recedere, e la vittoria va ben oltre il semplice e pur enorme risultato.

È dunque importante la determinazione della Giunta di Napoli ad andare comunque avanti, anche da sola, anche ove tutte le altre Istituzioni dovessero venire meno.

Non si conosce il dettaglio del piano di emergenza autonomo della città, e, probabilmente, anche questa mia banale proposta qui di seguito sarà già stata considerata in esso da persone di ben altro valore e pertinenza; ritengo, comunque, di aggiungerla alle migliaia di suggerimenti che si stanno sicuramente sovrapponendo da parte dei cittadini in queste ore convulse nella speranza di migliorare la situazione.

Ciò a cui mi ispiro è un ricordo lontano, il sistema di ritiro del vetro di una nota bibita analcolica (la CocaCola) fino a una trentina di anni fa e per decenni tenuto in piedi senza grandi difficoltà. Sistema in sé addirittura remunerativo e conveniente per la Casa, consistente nell’offrire ai clienti che avessero riportato un certo numero di vuoti integri del prodotto null’altro che un prodotto integro. In genere coniugando un risparmio sul riciclaggio, uno sulla fidelizzazione del cliente, e uno sulla promozione integrata fra produttore e punto vendita.

Non è difficile comprendere che un sistema simile possa essere più semplicemente ripristinato ora, almeno a livello di strutture maggiori dotate di uno spazio di stoccaggio: centri commerciali, grande distribuzione, e ovviamente generalizzato a ben altro che il vetro: si può chiedere agli operatori del commercio di adoperarsi in convenzione (con gli ovvi rimborsi) e offrirsi di ritirare dai consumatori stock di bottiglie in vetro, contenitori PET compressi, tetrapak, lattine, cartapesta e cartone offrendo per ciascun tipo di stock ben ordinato la compensazione del corrispondente prodotto nuovo.

Il cittadino esasperato non più sensibile ai richiami di senso civico, probabilmente è ancora in larga misura attento ai richiami del portafogli in questa triste estate di tagli di budget per tante famiglie. E, a fronte dell’indifferenza dei meno attenti, una compensazione sufficientemente premiante potrà comunque indurre altri fra i meno abbienti a rilevare gli stock abbandonati in strada: non è una presunzione, l’esperienza non tanto antica della città di New York, dove un sistema simile è in uso per il riciclaggio delle lattine ha praticamente annullato la presenza di questo prodotto dalle strade, con i poveri e i barboni a farsi carico del minimo scarto ancora esistente non riciclato dal resto della popolazione.

Sono suggerimenti di emergenza… mi rendo conto… Ma si possono mettere su in prima battuta anche in poche ore; la versione definitiva può effettivamente essere persino un business remunerativo, il costo per l’Amministrazione sarebbe soprattutto nel forzare tempi di avvio rapidi, e nel promuoverli in spazi pubblicitari, il settore del Commercio sarebbe cointeressato in tutto a contribuire e sponsorizzare, il cittadino sarebbe indotto dalla formulazione stessa dell’iniziativa a stoccare in casa e collezionare classi di rifiuto non deperibili.

E ciò che resta dell’immondizia, componente ridotta, sarebbe solo la parte igienica e quella organica, di gran lunga più semplice da smaltire ovunque, e persino preziosa a certi usi.

Auguri per la battaglia in corso

Alfonso Annunziata, napoletano nel Lazio

Rifiuti a Napoli: costruire una via di uscita tra emergenza e conflitti (di Fabio Pascapè)

Nella realtà napoletana l’emergenza rifiuti è diventata uno degli assi strategici intorno a cui ruota la politica cittadina e il funzionamento delle istituzioni. Dopo oltre vent’anni anni il problema resta drammatico per l’intreccio fra incapacità e scarsa incisività dei vari livelli istituzionali coinvolti, collusioni con la malavita, affarismo, rendite di posizione di chi è riuscito a sfruttare l’emergenza per il suo tornaconto. A questo va aggiunto il graduale esaurimento delle discariche e l’altrettanto graduale esaurirsi della disponibilità delle popolazioni campane ad accettare l’apertura di nuove discariche in assenza di un tangibile percorso di risoluzione definitiva del problema rifiuti a Napoli ed in provincia.

In un simile contesto è molto probabile che la camorra operi perché l’emergenza e il flusso di soldi che questa comporta non abbia fine. Ciò significa che, non appena si iniziano a prospettare soluzioni praticabili, la camorra agisce per renderle impossibili. D’altra parte il caldo rende particolarmente insopportabile la presenza dei rifiuti che in grande quantità e per l’ennesima volta si accumulano sulle strade cittadine e si stanno moltiplicando i gesti di insofferenza soprattutto nelle zone popolari della città. Si tratta, però, di gesti di natura ed origini profondamente diverse e sarebbe un grave errore affrontarli in maniera identica o appiattirli in un medesimo disegno. E’ il caso, anzi, di porre in essere ogni iniziativa per intercettare, anche con l’aiuto della società civile, il malessere autentico della popolazione per tenerlo ben distinto da quei gesti che potrebbero essere funzionali a disegni di ben altra natura.

In tal senso vanno accolte positivamente tutte quelle iniziative di sostegno alle istituzioni civiche che dopo lunghe e sofferte consultazioni elettorali si trovano a confrontarsi con una situazione che si trascina da oltre 20 anni. Occorre, in altri termini, dare tempo al tempo consentendo all’attuale Sindaco ed alla sua Giunta, appena eletti, di lavorare per attuare il programma di governo della città. Ai cittadini il compito di partecipare, monitorare, dare feedback, valutare civicamente l’efficacia delle politiche e degli interventi.

La visione

La problematica dei rifiuti è di una tale complessità e trasversalità che la sua risoluzione deve coinvolgere tutti (istituzioni, imprenditori, cittadini, sindacati, commercianti) i quali debbono lavorare in maniera concertata rendendosi disponibili a rinunciare ciascuno ad un “pezzetto” della propria rendita di posizione assumendo un atteggiamento flessibile e socialmente responsabile. Non è pensabile ad esempio realizzare la raccolta differenziata senza un coinvolgimento attivo dei cittadini che devono essere responsabilizzati direttamente. Non è pensabile lavorare per diminuire il problema del volume dei rifiuti senza acquisire la disponibilità dei produttori, dei distributori e dei dettaglianti ad istallare dispenser per la vendita dei detersivi. Gli esempi sono molti.

Rilievi e suggerimenti in ordine alla politica comunale sul tema.

“Primum non nocere”

Innanzitutto troviamo intollerabile, esasperante e rischioso (in termini di salute) che i rifiuti debbano permanere nelle strade per molti giorni prima che si arrivi alla dichiarazione dello stato di emergenza. Per noi l’emergenza deve cominciare prima che i rifiuti si spargano, divengano putrescenti, proliferino insetti, ratti, etc. In altri termini occorre individuare siti di trasferenza, anche con il coinvolgimento dell’esercito per la raccolta straordinaria, avvalersi dell’ausilio della protezione civile, prevedendo la possibilità che si crei un’emergenza prima che essa stessa si verifichi.

“Trasparenza assoluta e accountability”

Sulla tematica dei rifiuti scontiamo un deficit informativo gravissimo che si ripercuote anche in una mancata rendicontazione dell’efficacia delle politiche. Occorre creare urgentemente un unico interfaccia con il cittadino attraverso il quale sia possibile effettuare un monitoraggio civico delle misure adottate e della loro efficaciaefficienza.

“Partecipazione”

Il cittadino deve essere coinvolto semplicemente applicando il comma 461 della finanziaria 2008 (Protocollo Confservizi 25 ottobre 2010) di cui abbiamo chiesto l’applicazione svariate volte all’amministrazione uscente senza neanche ricevere risposta….

“dalla TARSU alla TIA”

Non è piu’ rimandabile il passaggio alla tariffa che è piu’ adatta ad incentivare comportamenti virtuosi in quanto legata ai volumi prodotti

“facilitare i rimborsi TARSU in caso di mancata raccolta dei rifiuti”

L’attuale regolamento TARSU deve essere rivisitato in quanto prevede un meccanismo di abbattimento della tassa (-60%) in caso di mancata od irregolare raccolta dei rifiuti farraginoso e di difficile praticabilità da parte del cittadino. L’assurdo è, tra l’altro, che si nega la possibilità di avere l’abbattimento della tassa se la mancata o irregolare raccolta dipende dalla saturazione delle discariche!!! (vedi contributo pubblicato su CIVICOLAB http://www.civicolab.it/?p=1322)

“impatti sulla salute dei cittadini”

i dati sull’impatto che la crisi rifiuti ha avuto ed ha sulla salute dei cittadini devono essere raccolti e resi pubblici

Idee e proposte concrete per la rapida costruzione di un ciclo virtuoso dei rifiuti

L’obiettivo di lungo periodo deve essere quello dei “rifiuti zero” mediante differenziazione e riciclo. E’ un obiettivo però ancora distante il cui raggiungimento presuppone la partenza del porta a porta in tutta la città e deve essere perseguito utilizzando diverse leve come ad esempio:

1- incentivare la raccolta differenziata con meccanismi premiali. Occorre creare un collegamento diretto tra coloro che riciclano i rifiuti ed i cittadini. Ad esempio gli imprenditori del riciclo potrebbero essere incentivati ad installare punti di raccolta automatici del vetro, del pvc, dell’alluminio, etc. rilasciando in cambio benefit come ad esempio sconti, etc.

2 – diminuire gradualmente il volume degli imballi ed il numero dei contenitori monouso spingendo la produzione e la distribuzione ad utilizzare dispenser per i detersivi, per le bevande;

3 – in generale incentivare tutto ciò che è ricaricabile

4 – costruire forme di incentivazione del cittadino che leghino la quantità di rifiuti conferiti e la qualità della differenziazione a dei benefit per il cittadino come ad esempio sconti sulla TARSU, etc.

Idee e proposte per una efficace partecipazione democratica alle scelte dell’Amministrazione.

Semplicemente adottare il comma 461 della finanziaria 2008 (di cui al Protocollo Confservizi-Associazioni del 25 ottobre 2010) che prevede:

a) obbligo per il soggetto gestore di emanare una «Carta della qualità dei servizi», da redigere e pubblicizzare in conformità ad intese con le associazioni di tutela dei consumatori e con le associazioni imprenditoriali interessate

b) consultazione obbligatoria delle associazioni dei consumatori;

c) previsione che sia periodicamente verificata, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, l’adeguatezza dei parametri quantitativi e qualitativi del servizio erogato fissati nel contratto di servizio alle esigenze dell’utenza cui il servizio stesso si rivolge, ferma restando la possibilità per ogni singolo cittadino di presentare osservazioni e proposte in merito;

d) previsione di un sistema di monitoraggio permanente del rispetto dei parametri fissati nel contratto di servizio e di quanto stabilito nelle Carte della qualità dei servizi, svolto sotto la diretta responsabilità dell’ente locale o dell’ambito territoriale ottimale, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori ed aperto alla ricezione di osservazioni e proposte da parte di ogni singolo cittadino che può rivolgersi, allo scopo, sia all’ente locale, sia ai gestori dei servizi, sia alle associazioni dei consumatori;

e) istituzione di una sessione annuale di verifica del funzionamento dei servizi tra ente locale, gestori dei servizi ed associazioni dei consumatori nella quale si dia conto dei reclami, nonché delle proposte ed osservazioni pervenute a ciascuno dei soggetti partecipanti da parte dei cittadini;

f) previsione che le attività di cui alle lettere b), c) e d) siano finanziate con un prelievo a carico dei soggetti gestori del servizio, predeterminato nel contratto di servizio per l’intera durata del contratto stesso.

Fabio Pascapè coordinatore Assemblea Cittadinanzattiva Napoli Centro

La Campania verso l’autodistruzione ? (di Paolo Miggiano)

Secondo i più autorevoli esperti del campo dei rifiuti, la cosiddetta emergenza rifiuti in Campania in realtà è tale solo perché è stata interrotta in più punti la catena raccolta differenziata – tritovagliatore – compostaggio – termovalorizzatore – discarica.

La catena si spezza già al primo anello: la raccolta. Infatti, in regione si producono ogni giorno circa 7mila tonnellate di rifiuti; un groviglio di appalti e subappalti mette in gioco diverse società con migliaia di dipendenti (a Napoli: ASIA 3mila, che affida il servizio a Enerambiente con 470 addetti che si avvale della cooperativa Davideco con 120 dipendenti e degli interinali che sono altre 150 unità). In tal modo lievitano costi e clientele.

Secondo anello: la differenziazione. Per legge la raccolta differenziata dovrebbe essere al 40% in modo da far finire in discarica poco più della metà dei rifiuti prodotti. Oggi siamo in tutta la regione a 1400 tonnellate differenziate delle oltre 3mila teoriche. Purtroppo oltre ai controlli inadeguati bisogna dire che una responsabilità ce l’ha anche la scarsa sensibilità di una parte della popolazione.

In Campania non funzionano impianti per il compostaggio e così là dove si raccoglie l’umido i comuni si devono caricare di una spesa aggiuntiva di 200 euro a tonnellata per portarlo fuori regione.

Terzo anello: i trito vagliatori, creati per trasformare la spazzatura in materiale ad alto potenziale calorifico (CDR) che dovrebbe finire nei famosi termovalorizzatori. Invece ci sono le ecoballe prodotto dell’uso dei trito vagliatori come semplici sminuzzatori del rifiuto tal quale limitandosi a separare l’umido dal ferro.

Altro anello: il termovalorizzatore. Dovrebbe trattare 2mila tonnellate al giorno. Invece non va oltre 500 tonnellate e nemmeno sono CDR e producono problemi come sbalzi di temperatura dannosi per l’impianto.

Ultimo anello: le discariche. Se il sistema funzionasse riceverebbero non più di 2mila tonnellate al giorno. Invece ne ricevono più di 5100 con inevitabili tempi più rapidi per il loro esaurimento.

Dunque la Campania va verso l’autodistruzione, non in generale, ma nella gestione dei rifiuti.

A ciò hanno contribuito tanti fattori con in prima fila la gestione “politico-amministrativa” fatta di tante ordinanze “strane”, di errori e di finta ignoranza della situazione reale. Come quella esibita dalla legge n. 1 del 2011 dedicata al subentro delle amministrazioni territoriali della regione Campania nella gestione del ciclo integrato dei rifiuti. Come se fosse facile in questa regione per un comune organizzare e gestire il ciclo integrato dei rifiuti quando già non si riesce, con alcune importanti eccezioni, a gestire la sola raccolta. È chiaro che la legge non serve a questo, bensì a moltiplicare i centri di spesa e a ridurre le resistenze istituzionali alle infiltrazioni della camorra perché, ovviamente, un sindaco è più debole di un presidente di regione. Ricordiamoci che pochi mesi fa è stato ucciso il sindaco Angelo Vassallo perché si stava opponendo alla delinquenza.

Di fronte all’incapacità delle istituzioni di far fronte ad un problema così importante che sta alla base della vita delle comunità locali fa impressione leggere gli articoli dello Statuto regionale che proclamano solennemente la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, del territorio, dell’ecosistema, la difesa delle piante e dei diritti degli animali ecc ecc.

Intanto le strade si stanno di nuovo riempiendo di rifiuti mentre è ripartita la caccia alla discarica guardando in primo luogo alle cave dismesse da riempire.

Ora, il problema è che la quasi totalità delle cave dismesse in Campania è stata ubicata in ammassi rocciosi permeabili (calcare, tufo, ghiaia) che nel sottosuolo ospitano le falde idriche che alimentano gli usi agricoli, industriali, potabili.

Inoltre, molte cave sono state scavate a fossa come quelle che si trovano ai margini della pianura campana tra Pozzuoli, Giugliano, Villaricca, Chiaiano, la zona vesuviana, il casertano (Lo Uttaro) e il nolano.

Purtroppo applicando le discipline vigenti per la trasformazione delle cave in discariche non è possibile garantire l’impermeabilità dei terreni per più di venti anni e se saranno immessi i rifiuti senza altre precauzioni è certo l’inquinamento delle acque sotterranee di tutta la pianura campana.

E che vuol dire questo nel quadro delle variazioni climatiche in corso che determinano un innalzamento delle temperature? Semplice: si pomperà più acqua dal sottosuolo e si arriverà alle acque più inquinate quindi non utilizzabili. La Campania non avrà acqua in futuro.

È facile immaginare che su questa strada in Campania la questione rifiuti continuerà ad essere una minaccia per la salute dei cittadini, un colpo alle attività del settore agroindustriale, uno spreco immenso di risorse pubbliche e di soldi dei cittadini (a Napoli i cittadini pagano più che in tutta Italia per l’inesistente servizio rifiuti).

Ecco perché, continuando su questa strada, c’è solo l’autodistruzione che parte dai rifiuti, ma giunge a paralizzare un’intera regione.

È una situazione che dura da molti anni creata e gestita da una classe dirigente che, secondo indagini della magistratura, si basa sempre più su un patto di ferro che unisce politici e  imprenditori della camorra.  Alcuni di questi politici sarebbero anche arrivati ad incarichi di grande responsabilità e di rilievo nazionale. In pratica dirigono snodi fondamentali dell’azione dello Stato o dirigono le forze politiche che esprimono i vertici delle istituzioni regionali e locali.

Ciò determina un effetto “trascinamento” anche fra i cittadini che vedono l’esempio calare dall’alto e si abituano alla violazione delle regole e alla distruzione dei beni comuni.

Questo è, forse, il danno maggiore perché tocca le culture che formano le collettività e che indirizzano le vite dei singoli.

Paolo Miggiano

L’Italia delle finte emergenze: i rifiuti (di Walter Ganapini)

Sintesi della relazione presentata al seminario della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva il 12 marzo 2011 .

I rifiuti sono parte di diritto dei cicli di materia- energia- informazione che sottendono il nostro essere al mondo. Non sono altro che la quota di entropia che rilasciamo nella trasformazione da materia prima a merce e nell’uso della merce. Sono, quindi, un misuratore e un indicatore dei nostri stili di vita. Giorgio Nebbia negli anni 70 stabiliva l’equazione: società dei consumi = società dei rifiuti.

Per questo non possiamo assolutamente immaginare di affrontare il tema dei rifiuti come fosse un tema settoriale o tecnico. Riguarda i nostri stili di vita e ha una valenza etica.

Prendiamo come riferimento l’Unione europea. Nel 76 la Commissione europea affermava che il tema rifiuti andava affrontato in un’ottica globale, non settoriale e fissava una gerarchia di azioni tradotta in quattro punti da allora sempre confermata:

  1. ridurre all’origine pericolosità e quantità dei rifiuti prodotti ;
  2. massimizzare il recupero di materia dai rifiuti (le trasformazioni materia- materia sono molto più efficienti delle trasformazioni materia- energia cioè carta da carta, polimeri da polimeri, vetro da vetro piuttosto che bruciare per avere energia)
  3. recuperare energia dalla parte combustibile dei rifiuti. Su questo tema c’è stata una elaborazione costante che ha portato già nel 2003 la Corte di Strasburgo (che fa giurisprudenza) ad affermare in due sentenze che: non è recupero energetico di rifiuti il loro uso in impianti dedicati anche se in schemi cogenerativi anche se vi è recupero di calore (caso tipico: con inceneritore) e l’ha cancellato dalla lista positiva di recupero e  riciclaggio. E questo perché aggiungono gas serra anche se al camino sono perfettamente a norma.
  4. Minimizzare la messa in sicurezza sotto forma di discarica a lungo termine. La discarica è una infrastruttura ancillare cioè deve andare in discarica soltanto il rifiuto del rifiuto. La Commissione disse già allora no al trattamento massivo di rifiuti indifferenziati. Non si può mandare in discarica i rifiuti tal quali indifferenziati ma devono essere sottoposti al trattamento. In discarica non deve andare l’organico che produce percolato che può inquinare le falde acquifere e sviluppa biogas (se non captato e utilizzato costituisce gas serra e aggredisce lo strato di ozono).

Il punto di maggiore consonanza con la normativa europea lo abbiamo trovato nel 96 con il cosiddetto decreto Ronchi. In media, però, già avevamo dieci anni di scarto tra le indicazioni della Commissione e le nostre normative.
La logica che sottende la normativa europea è che il cittadino deve pagare con la tariffa solo per i rifiuti che produce effettivamente. Nel decreto Ronchi questo principio c’è e, quindi, il rifiuto dovrebbe essere pesato e tracciabile.
L’applicazione della tariffa rifiuti comporta una straordinaria facilitazione a favore della famiglia : più la famiglia è numerosa, infatti, meno paga perché la famiglia produce meno di tanti singoli.

In Italia, invece, c’è ancora la tassa che fa pagare in ragione dei metri quadri di superficie il che è fonte di ingiustizie poiché un singolo con una casa grande paga più di molte persone in una casa più piccola. La tassa resiste perché dietro la TARSU ci sono tributi occulti che con la tariffa dovrebbero scomparire. Ciò spiega anche il motivo per cui molti enti locali hanno detto che la legge non era applicabile. Non si voleva, evidentemente, incidere col bisturi su questa stranissima tassa rifiuti.

Dobbiamo tener presente un dato tipico di questo paese: i rifiuti da sempre sono un terreno fondamentale di interfaccia affari/politica. E’ un fenomeno di una trasversalità assoluta che storicamente rappresenta un canale fondamentale di finanziamento della politica. Questo risulta da innumerevoli atti processuali e faccio fatica ad individuare delle eccezioni se non individuali.

In questo contesto parliamo adesso della Campania. Circa 6milioni di abitanti e una raccolta quotidiana nell’ordine di 7200 tonnellate di rifiuti. Grazie al fatto che oltre 350 comuni su 551 sono impegnati attivamente nella raccolta differenziata, la quantità quotidiana di rifiuto urbano residuo è intorno a 5600 tonnellate. Questi numeri sono noti  oggi perché il Comando logistico sud dell’esercito nel 2008 dovette mettere sotto controllo il cosiddetto Ufficio Flussi del Commissariato verso il quale, fino al febbraio 2008, vi erano forti sospetti di corruzione per come venivano gestiti i flussi.

Infatti, trasportare rifiuti in Campania costa 93 euro a tonnellata quando nel resto d’Italia costa 10 euro a tonnellata. Mettere sotto controllo i flussi era, quindi, necessario.
In Campania esistono impianti di trattamento tedeschi acquistati nei primi anni 2000 che operano la separazione del secco dall’umido, del leggero dal pesante, quindi fanno la differenziazione e hanno anche aree attrezzate per il trattamento dell’organico. 7 impianti che hanno una capacità di trattamento di 8500 tonnellate al giorno persino eccessiva per le necessità della Campania.
Si tratta di una dotazione impiantistica per il trattamento del rifiuto urbano residuo post differenziazione che non ha nessun’altra regione. Di impianti così ce ne sono in giro per l’Europa 400 e funzionano benissimo. È difficile non farli funzionare perché è tecnologia semplice con macchine rustiche. In Campania non funzionavano e la cosa più semplice è stata di impaccare i capannoni di rifiuti pressati.

Dunque ci sono questi 7 impianti, 8500 tonnellate contro 5600 di fabbisogno. Il risultato del trattamento dovrebbe essere una piccola percentuale di rifiuti, tra il 10% e il 20%, che va in discarica. Inoltre, per la quota dell’organico esistono in Campania 12 impianti di compostaggio che aspettano da anni di essere messi in funzione; non ne funziona neanche uno.

Altro esempio per dimostrare la peculiarità della Campania: le isole ecologiche. In tutta Italia fare un’isola ecologica costa 100-120mila euro. In Campania ce n’erano 136 e non ne funzionava una però , mediamente, erano costate da 300.000 a 500.000 euro l’una. Al termine del mio mandato, comunque, delle 136, 94 funzionavano.

E perché non dovevano funzionare le isole ecologiche? Perché bisognava andare da un unico operatore per tutta la Campania che li mandava in Sicilia o, addirittura, nel lodigiano a 200 euro a tonnellata. Quando a Bologna Hera fa pagare 48 euro.

Discariche: quando sono venuto via avevamo, anzi, ci sono ancora, discariche con un tempo di vita residuo di almeno 5 anni.
Allora dove sta l’emergenza? In realtà, non aveva nessuna ragione di esistere.

Il commissariamento dovrebbe essere inteso come nell’antica Roma: un Dictator che si nomina di fronte ad un’emergenza assoluta con poteri illimitati in un tempo limitato.
Invece in Campania il commissariamento dura dal 1994, è diventato una struttura autoreferenziale e conservativa con 400 persone, stipendi poderosi e competenze molto limitate; una struttura che ha pure annullato le competenze istituzionali deresponsabilizzandole. Quando sono arrivato in Regione ho trovato una rete istituzionale compromessa nella quale nessuno parlava con nessuno, ma tutti erano uniti a chiedere soldi allo Stato.

Va sottolineato che l’assessore all’ambiente in Campania è una figura insignificante perché sono 17 anni che c’è il commissariamento e ogni cosa è commissariata e assegnata a terzi esterni. Dentro all’assessorato all’ambiente, che ha 600 dipendenti, nessuno si occupa di rifiuti. Purtroppo c’è un costume italiano che fa morire le riforme semplicemente non attuandole.

Questa emergenza  in tanti anni ha generato almeno due miliardi di euro di debiti del Commissario verso terzi. Addirittura sono fallite aziende per questo.
Questo spreco di soldi aveva uno scopo principale: l’inceneritore di Acerra. È per questo che sono stati fatti i 7 impianti di trattamento. Infatti, la normativa europea non permetteva il trattamento dei rifiuti tal quali. L’inceneritore di Acerra doveva essere l’affare del secolo, il più grande inceneritore del modo. Però ad Acerra non si potevano portare i rifiuti tal quali perché la Commissione europea sarebbe intervenuta e quindi la Impregilo (della famiglia Romiti) doveva portare rifiuti passati in un trattamento di preselezione e gli impianti tedeschi a questo dovevano servire.

Detto tutto questo l’inceneritore di Acerra, che è costato più di mille miliardi di lire, sarebbe più che sufficiente. Anche se è un dato scontato per tutti ormai che l’incenerimento è la tecnologia più costosa per investimento e più costosa per esercizio. Il rapporto è 10 a 1 rispetto alla raccolta differenziata porta  a porta. In ogni parte d’Italia dove si è fatta, con  il porta a porta, in poche settimane si può arrivare  al 65 % a costi comparabili con la raccolta stradale. Il 35 % che rimane deve essere trattato meccanicamente e biologicamente; tolto il 40% di umidità, rimane il 18 % da mandare in discarica. E qui si arriva allinnovazione più potente  che viene da Treviso, da San Francisco e da Bristol : i rifiuti zero. In pratica da questa rimanenza del 18 % si ricavano dei materiali per l’edilizia.
Ciò rispecchia la nuova filosofia imprenditoriale : “dalla culla alla culla” cioè progettare le cose perché siano immediatamente recuperabili e generino il minor quantitativo di rifiuti.

Quindi in Campania non doveva sorgere nessuna emergenza.
Sono terrorizzato dall’insistenza con cui pezzi dello Stato (poi diventati la cricca) hanno fatto finta che noi non fossimo in Europa. Sono stati fatti decreti nei quali si è stabilito che dovevano essere bruciati rifiuti tal quali. E infatti l’Italia è sotto procedura di infrazione perché ad Acerra abbiamo bruciato il tal quale. Per non parlare del fatto che l’inceneritore è stato fatto su un progetto vecchissimo ed è costato pure mille miliardi. La gestione era sostenibile finché si davano alle aziende i contributi CIP 6, quelli che dovevano lanciare le fonti rinnovabili e che per il 90% di 60.000 miliardi di vecchie lire, pari a 54.000 miliardi, sono, invece, andati alle famiglie Moratti, Brachetti Perretti e Garrone per la gassificazione degli scarti di raffineria. Non a caso Mario Monti chiamò il CIP 6 droga del mercato e furono cancellati. Poi li hanno rimessi ed applicati ad Acerra ed era evidente che sarebbe arrivata una sanzione europea.

Detto questo, uno degli elementi per cui non aveva senso l’emergenza era la discarica di Parco Saurino 3. Dal 2004 c’è una discarica da 600mila tonnellate vuota, mai usata. Secondo la magistratura quella discarica è in un sito chiamato BA-SCHI (Bardellino Schiavone) ad un chilometro da Santa Maria La Fossa. E a Santa Maria La Fossa doveva essere costruito uno dei 5 inceneritori di cui si doveva dotare la Campania quando sappiamo che quello di Acerra era sufficiente. Per questo la discarica non è stata usata: perché doveva servire all’inceneritore degli Schiavone.

Il paese ha pagato un prezzo devastante per questa finta emergenza. Hanno mangiato ( la camorra innanzitutto) sui 93 euro a tonnellata dei trasporti, sulla proprietà delle aree delle discariche o dei depositi di ecoballe.

Per rompere le ossa sul versante del trasporto eravamo riusciti a fare le società provinciali di gestione dei rifiuti anche qui scontrandoci con persone con incarichi istituzionali e amministrativi che sostenevano, invece, la frammentazione delle gestioni a livello comunale. Basta domandarsi qual è il sindaco che riesce a resistere alle pressioni della criminalità per capire cosa c’era dietro quella posizione. Facendo delle multi utilities provinciali invece si alza la barriera di ingresso e il livello di negoziazione e si ostacola la criminalità.

Con la logica antecedente a Caserta c’era il Consorzio unico rifiuti, 1200 addetti quando ne sarebbero stati sufficienti 250. Secondo i carabinieri fra questi 1200 almeno 800 dovevano ritenersi soldati del Clan Belforte di Marcianise. Nessuno ha mai raccolto un rifiuto e gli stipendi erano molto alti: 4.000 euro al mese per i dipendenti semplici, e ogni trenta di questi un capo a 10.000 euro al mese; a dirigere il Consorzio c’era un amministratore su cui pendevano due richieste di custodia cautelare. Il tutto costava 6,5 milioni di euro al mese per non fare nulla. Lo Stato non aveva nemmeno più gli occhi per piangere però ha pagato 6,5 milioni al mese a questa gente.

Questa cosa l’ho messa per iscritto, l’ho detta in televisione: non si riusciva a far circolare le informazioni fuori della Campania.

Questa situazione indica che siamo nel pieno di un fenomeno a forte grado di innovazione: la camorra non si accontenta più di trasporti e discariche, ma sta andando sulle nuove tecnologie cioè diventa un interlocutore finanziario e industriale. E questo configura uno scenario devastante contro il quale occorre aumentare l’iniezione di anticorpi di tutti i tipi e non lasciare da soli le forze dell’ordine, gli inquirenti e i giudici.

La questione Napoli: io sono arrivato giù dicendo alle persone amiche : “Lontani dal fare i Masanielli, lontani dalla logica della Stagione Illuministica che fu al tempo di Eleonora Fonseca. Cerchiamo di andare nel corpo vivo del problema e cominciamo a metter in moto delle dinamiche virtuose a partire dalle richieste delle persone sulla raccolta differenziata”.

C’era un piano per la raccolta differenziata redatto dai migliori pianificatori italiani. Via per via, numero civico per numero civico fino al numero di telefono del responsabile della singola scala: c’era tutto e la raccolta differenziata si poteva fare. Come avviene a Salerno, Avellino, Benevento, tutte oltre il 50%.

Facemmo un Forum degli stakeholders e c’erano tutti: dalla Confindustria all’ultimo dei comitati. Lo guidava Guido Viale; dopodiché il minoritarismo mescolato col massimalismo ha fatto sì che non si sia andati avanti.

Le  emergenze rifiuti sono sempre eterodirette, determinate. Come quella di Milano nel 1995 che venne messa in emergenza perché il gruppo Fininvest aveva 4.200 miliardi di debito verso il sistema bancario e tra le pochissime voci attive c’era la discarica di Cerro Maggiore della società SIMEC di Paolo Berlusconi e bisognava che Milano andasse in emergenza per portare i rifiuti in quella , raccolta differenziatadiscarica a 250 lire al chilo. Poi Milano ha risolto il suo problema facendo gli impianti in città per la separazione e un inceneritore pagando 110 lire al chilo. E Paolo Berlusconi è stato condannato a 6 anni e  ha evitato la prigione in seguito patteggiando per 160 miliardi. Il guadagno in nero per la SIMEC fu calcolato in 70 miliardi.

Quindi non esistono emergenze rifiuti in Italia. Esistono stranezze.

Eccone una. La Società che gestisce i rifiuti a Perugia vince la gara al Cairo (5 milioni e mezzo di abitanti) per la raccolta porta a porta, trattamento meccanico biologico, recupero organico, ecc., A Perugia dice che non lo può fare perché Perugia è troppo densamente abitata.

Un’altra. La Sicilia ha già comprensori che fanno la raccolta a porta, ma qualcuno voleva fare 6-7 inceneritori con un costo enormemente superiore.

A Roma e nel Lazio poi parlare di emergenza è una cosa ridicola: è volerci far  prendere per i fondelli.

Walter Ganapini (sintesi della relazione al seminario di Cittadinanzattiva del 12 marzo 2011)

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