Disuguaglianza, altro che meritocrazia! (di Samanta Di Persio)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Mi sono laureata nel 2004 all’età di 24 anni, l’anno dopo ho conseguito un master in statistica. Ho sempre lavorato e studiato perché a casa mia le cose funzionavano così ed anch’io ritenevo giusto non gravare completamente sui miei genitori.

Al primo superiore scoprii che la meritocrazia non esisteva. La professoressa di lettere mi interrogò insieme ad un altro compagno. Il pomeriggio precedente l’avevo trascorso a studiare, il risultato fu un 6 e mezzo per me e 7 e mezzo per il mio compagno. Scoppiai a piangere perché non ritenevo giusto quel voto, ricordo che si avvicinò Andrea e mi chiese: “Perché piangi?” “Ho studiato tutto il pomeriggio” risposi e lui aggiunse: “Ma lui è il nipote della Prof”. Diventai una furia, mi sentivo presa in giro. Dagli adulti avevo sentito ogni tanto pronunciare la parola lavoro accanto a quella raccomandazione, ma si erano dimenticati della scuola. Forse da quel momento ho iniziato ad avere repulsione per tutte le ingiustizie, prepotenze ed ingerenze. Capii che per essere appetibile nel mondo del lavoro avrei dovuto accelerare i tempi negli studi, così ho fatto.

Ma forse nel frattempo mi ero illusa che con la sola meritocrazia potessi fare grandi cose… nel 2006 passai una preselezione per l’Istituto San Paolo, ma sulla comunicazione c’era scritto: il fatto di aver superato la prova non mi dava diritto l’accesso alla prova successiva. Insomma, senza raccomandazioni non avrei trovato nemmeno il lavoretto da barista che mi ha permesso di pagarmi in parte gli studi.

Non serve un Ministro per dirmi che appartengo ad una generazione persa. Questa società l’ho trovata così, ma mentre si arrivava a questo punto io avevo 10 anni, il Premier Monti & co. erano già adulti, insegnavano, governavano, erano già in posti chiave, cos’hanno fatto per contrastare la disfatta politica, economica e sociale di questo Paese? Cos’hanno fatto per far restare i laureati della mia classe e delle successive in Italia? Nulla! Anzi, hanno partecipato a cene e banchetti offerti dai poteri forti, dalle lobby ed oggi sono stati chiamati, in base a quei rapporti coltivati nel tempo, a porre rimedio a qualcosa di irreparabile.

Mi ritengo fortunata perché almeno ho potuto realizzare il mio sogno, scrivere, parlare delle storture di questo Paese, dar voce a coloro che vengono considerati invisibili dai rappresentati che eleggiamo. Il distacco fra cittadino e politica ha creato un vuoto, questo vuoto è la causa delle generazioni perse perché i figli di papà possono studiare in scuole di prestigio, possono entrare in politica, in un consiglio di amministrazione o in aziende prestigiose, possono comperarsi un pezzo di carta (se proprio sono somari), quindi i genitori/governanti non possono nemmeno immaginare quali siano i problemi reali delle giovani generazioni (ma anche dei padri che perdono il lavoro). Devono essere contenti che non siamo una generazione violenta, perché abbiamo i nostri genitori che fungono da ammortizzatori sociali, ma quando anche loro verranno licenziati o la pensione diventerà sempre più irraggiungibile, le generazioni perse saranno diverse.

Se non pronunciamo più la parola futuro non è perché non ci piace, è perché ce l’hanno tolto ed i provvedimenti che stanno prendendo non fanno sperare nulla di buono. Alla fine: la Chiesa non paga l’Imu, gli uomini più ricchi d’Italia non pagano tasse in base al loro reddito, non è stato vietato il cumulo degli incarichi pubblici, non sono stati toccati coloro che gestiscono beni pubblici in concessione. Come potrebbe un Vescovo, un Befera o un trota sentirsi parte di una generazione persa? Al massimo potrebbero perdersi in Transatlantico! Allora chiamateci con il nostro nome: generazione indotta all’incazzatura causa disuguaglianze.

Marta Di Persio

Andare via o rimanere? (di Mila Spicola)

E’ stato presentato nei giorni scorsi il rapporto elaborato dalla SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sullo stato dell’economia nel sud del Paese.

Abbiamo voluto capirci di più e quindi siamo andati a sfogliare il corposo dossier che fotografa l’inesorabile decadenza del mezzogiorno.

Basterebbe un solo dato per chiarire, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto il sud si allontani sempre più dal nord del Paese: 281 mila unità lavorative perse nel periodo 2008-2010. Un dato drammatico a cui si aggiunge un ulteriore tassello di riflessione: nel periodo 2000-2009 hanno lasciato le Regioni meridionali ben 600 mila uomini e donne in cerca di un futuro migliore verso le Regioni del settentrione o all’estero.

Ma quello che davvero lascia interdetti è il dato fornito relativamente alle previsioni per i prossimi quarant’anni: un giovane su quattro sarà costretto a lasciare il sud della penisola. Come commentare questi dati? cosa aggiungere al senso di profonda frustrazione che chiunque, vivendo in questo sud, prova alla lettura di queste cifre? D’altronde lo stato delle cose è più che evidente a chi qui vive e prova a realizzare il proprio percorso di vita. Quanti nostri amici hanno scelto, con dolore, di provare a costruire il proprio futuro altrove? Io per prima sto per andare via di nuovo…e me ne dolgo. Mi verrebbe da dire: m’indigno.

Allora cosa fare? Tante le domande e  la solita retorica: una classe dirigente inadeguata ed insufficiente è probabilmente la prima responsabile di questo sfascio.

Sicuramente è così; ma solo questo? certo no. Vien da chiedersi a questo punto la gente dov’è? La risposta anche in questo caso non è scontata.

La gente probabilmente è impegnata nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che oramai è assoggettata ad un qualunquismo che impone atteggiamenti e comportamenti che sono comuni in questi luoghi ma che non hanno nulla, davvero nulla a che fare con quel necessario e doveroso rispetto delle regole. Ci si arrabatta per come meglio di può, ricorrendo alle amicizie, alle raccomandazioni, alla politica, ma non nel senso sano, bensì insano, quella che “ci sistema il figlio” o ci “aiuta nelle pratiche”.

Io non ci sto e mi incazzo: credo che questo sia il vero punto della questione. Qui si lavora, quando si lavora, preferibilmente in nero; qui si propinano solo ed esclusivamente contratti parasubordinati; qui la gente vive di espedienti. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento drammatico. Oggi chi paga più degli altri è la parte più avanzata della società culturale meridionale. E’ più facile “collocarsi” con una licenza media piuttosto che con un diploma o una laurea, annullando decenni di sviluppo e organizzazione sociale. Studiare in Sicilia non serve, secondo i dati Svimez. Studi solo per emigrare.

Un vero e proprio paradosso, un vero e proprio spreco di cervelli. Il 54% dei giovani che partono è laureato o diplomato e se ne va a far fruttare le sue competenze non qua, dove verrebbe umiliato e compresso, ma altrove.

Quei giovani che hanno acquisito, grazie al processo formativo, le migliori competenze per sviluppare e concretizzare il proprio futuro, e quindi quello dei luoghi dove vivono, oggi, per il perverso meccanismo che vede proprio nel mezzogiorno la presenza di una classe dirigente abbondantemente al di sopra dei 50anni, vedono letteralmente bloccato il proprio ingresso nella gestione del presente e nella costruzione del futuro.

Voglio raccontarvi la mia esperienza solo perchè  è indicativa ed è utile alla riflessione. Ricordo che non sono la sola, con me ci sono Antonio, Giacomo, Peppe, …e tanti tanti altri che hanno avuto esperienze fotocopia della mia. C’è la mamma di una ragazza ingegnere che adesso vive negli States e che è stata messa dai suoi letteralmente piangente in un aereo quando andò via la prima volta. Oggi è una ricercatrice affermata che produce sviluppo non per la sua terra ma per gli Stati Uniti.

Io poi…ero andata via nel ’92, sono ritornata nel 2007 e mi sa che rivado via, dopo 4 anni di lotte inenarrabili e sempre con gli occhi del sospetto per giustificare l’attivismo: perchè al sud se ti agiti troppo il retropensiero è sempre in agguato, meglio star fermi. Ma c’è chi si muove e vuole muoversi e c’è anche chi si muove per andarsene, una, due , più volte.

Ho appena vinto un concorso per l’ammissione a una scuola di dottorato internazionale con un esame difficilissimo,  in due lingue, studiando come un’ ossessa per prepararmi nonostante le discipline siano il mio cavallo di battaglia: i sistemi d’istruzione. Abituata al peggio ero convinta di non vincerlo, lo davo per scontato. Io sconosciuta e di una città lontana. E per la seconda volta nella vita il partire mi ha premiata a fronte di un rimanere che non premia bensì soffoca.

Lo dico solo per raccontarvi che sono la stessa persona che nel ‘92 non li superava ancora i dottorati salvo poi superarli altrove e , recidiva, due anni fa  non superò nuovamente, un concorso di ammissione a un dottorato ben più modesto presso l’ateneo palermitano per “vizio di forma”. Il concorso era solo per titoli, e  io avevo una carrettata di titoli dovuti a 15 anni di ricerca universitaria da precaria della ricerca fuori da Palermo e fuori dall’Italia.

Partecipai quasi per gioco, pensai che non c’era manco “prio”, così si dice da noi…e invece. Al peggio non c’è fine e il “solo per titoli” che avevo valutato come una fortuna si trasformò in una beffa da non credere, se non l’avessi vissuta. Non seppero trovare di meglio che il vizio di forma nel progetto di ricerca per escludere “questa qua che nessuno la conosce e che nemmeno si è permessa di fare una telefonata“. Come se non bastasse la produzione scientifica certificata, due lauree, un altro dottorato, una specializzazione, due master e le pubblicazioni a garantire un curriculum: mancava l’essenziale e il vizio di forma fu la mancata telefonata di rito. Io riti non ne seguo se non quelli della legalità e della chiarezza e li mandai a quel paese. Pensai tutta la miseria del mondo e la penso ancora quando mi capita di passare da via Ernesto Basile, non me ne abbiano i pochi che fanno eccezione alla regola. Ma la regola infame è quella. Pensai che dal ’92, anno delle stragi, al 2010 non era cambiato nulla nel sistema cooptativo siciliano. Se non sei cooptato puoi pure essere Rubbia: non hai niente da fare nell’Università di Palermo.Lo stesso vale negli altri ambiti.

Non mi stupii, ma me ne addolorai, quando quel ragazzo si lanciò dal balcone perchè qualcuno gli aveva detto, tra quei corridoi, che “non aveva futuro”. Per fortuna molti il futuro lo hanno: altrove. E se ne vanno. Ma è questo che spetta ai nostri figli?

L’Ateneo palermitano è tra gli ultimi Atenei per qualità della ricerca che abbiamo in Italia. Vi chiedete perchè?

Ha un buco di bilancio impressionante. Vi chiedete perchè?

I cognomi di chi lavora sono pochissimi e sempre ricorrenti. Vi chiedete perchè?

Chi lo sostiene? I nostri e i vostri contributi.

A chi serve? Non certo alla ricerca. Non certo allo sviluppo libero e competente delle menti migliori.

A meno che non siano cooptate.

Chi lo guida adesso è da decenni connivente di tutto, e addirittura adesso si candida a Sindaco.

Dove se ne vanno i migliori? Dove non sono costretti a fare una telefonata, dove non sono costretti a fare parte di un clan  e dove non devono essere loro a dire grazie ma viceversa il grazie arriva quando sono capaci di produrre, di riuscire, di regalare sviluppo. Dove non dovranno aspettare i 50 anni per vincere un concorso da ricercatore, con i capelli solo un pò meno bianchi del professore ormai 80enne che non si decide ad abbandonare la poltrona. Dove non dovranno mettersi in fila di fronte alla segreteria di qualcuno.

Dove l’autonomia e la libertà di giudizio critico e di pensiero sono un valore aggiunto e una qualità e non un onta o un ‘offesa. In una parola: dove avranno la possibilità di usare la loro libertà e di metterla in frutto al meglio.

Se ne vanno. Altrove. Intanto in Sicilia affondiamo e ci illudiamo di “combattere per il cambiamento” armando qualche banchetto per strada, se siamo al di qua, o accaparrandoci qualche poltrona se siamo di là. Ma non viene in testa a nessuno che se non cambiano i modi c’è poco da fare: non cambierà nulla e il destino del degrado è già segnato e costante.

Palermo è in cima ai dati dell’emigrazione giovanile: 29.000 tra i nostri giovani migliori hanno abbandonato, con dolore, la nostra città.

Per non tornare fino a quando le cose non cambieranno. O per tornare al momento opportuno per cambiarle davvero, mutando il dna generazionale.  Io farei una legge che persegua penalmente in modo determinato i comportamenti illeciti in tal senso dentro gli Atenei, come altrove.

Queste cose non possono avere il coraggio di dirle i ragazzi che le subiscono e che ne sono vittima, ma qualcuno dovrà pure iniziare a dirle.

Magari qualcuno di noi che sta già rifacendo la valigia per tornare ad andar via.

Io penso che la vera questione in Italia, la questione di tutte le questioni sia quella giovanile, connessa col merito, con la sfida dei saperi e delle conoscenze e con la possibilità di dar corso alle proprie aspirazioni in modo adeguato e libero.

Se non si risolve questa è inutile far altro.

Se non si risolve la questione l’esodo non diventerà mai un controesodo e la Sicilia, il sud, saranno destinati ad essere deserto.

Mila Spicola (Nota da FB 1° ottobre 2011)

Parentopoli romana: una lettera da chi preferisce il merito al favore (di Ilaria Donatio)

Caro Civicolab,

oggi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto una cosa di buon senso che purtroppo, solo per un attimo, ha abbassato il volume dell’inutile e rumoroso dibattito acceso dalla manifestazione del 14 dicembre e dagli episodi di violenza nelle piazze: “La protesta pacifica è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare”.

Un’osservazione banale, forse, proprio perché si tratta di un dato di realtà. Che “vale doppio” per chi vive nella capitale: qui, il malessere, almeno tra i giovani (e meno giovani) precari, in cerca di occupazione, vittime di questa crisi economica che sembra accanirsi proprio sui più deboli, è un macigno pesantissimo.

Che pesa più che mai, da quando le inchieste della Procura di Roma e della Corte dei Conti hanno tolto il velo che ammantava la parentopoli capitolina: è venuta così alla luce una gigantesca macchina illegale che ha permesso di effettuare centinaia di assunzioni a chiamata diretta, in aziende che gestiscono servizi pubblici (le romane Atac e Ama che, tra l’altro, “vantano” bilanci disastrosi): parenti più o meno lontani, amici, amici di amici, conoscenti.

Tutti assunti “sulla parola”! Il merito? Ridotto a un legame di sangue. O comunque a criteri del tutto esterni rispetto a quelli che dovrebbero informare la corretta selezione del personale. E non per una qualsiasi impresa a conduzione familiare della Bassa padana, ma per un’azienda municipalizzata.

E chi controlla la qualità del servizio affidato al cugino di secondo grado, o all’amica di amici? Chi verifica il lavoro svolto di chi è stato cooptato e non scelto per meriti propri? E con quale trasparenza?

Un atto di arroganza come l’ha definito bene, nel proprio pezzo su Civicolab, Roberto Ceccarelli, “che offende i disoccupati ed i precari che continuano a lavorare per pochi soldi, senza continuità e senza una prospettiva per il futuro; che offende coloro che proseguono a fare i sempre più rari concorsi pubblici, fidandosi ancora del settore pubblico e ben sapendo che le speranze di vincerlo sono davvero poche”. Ma non si tratta solo di questo.

Quello che è avvenuto a Roma, e che si ripete ogni volta che un’azienda pubblica viene amministrata secondo logiche familistiche, come una “cosa propria”, abusando di un potere al posto di esercitare una responsabilità e offrire un servizio, è un vero e proprio furto.

Furto dell’idea – prima ancora che del posto in sé – del lavoro come “bene comune”.

“Comune” proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la terra che tutti quanti calpestiamo.

Il giuslavorista Pietro Ichino, sul proprio sito web, utilizza una definizione forte per indicare il divario, sempre crescente – e in spregio del diritto sancito dalla Costituzione ad avere un lavoro dignitoso – tra “protetti e non protetti”. Ichino parla di apartheid e mi scuserai, caro Civicolab, se ti confermo di sentirmi esattamente così, vittima di una cattiva politica e di scelte normative peggiori, che hanno fatto della “segregazione” dei diritti (sicurezze e stabilità per pochi, eletti e privilegiati; instabilità e concessioni a singhiozzo per molti) una pratica ordinaria e non, invece, un’eccezione fuorilegge, come dovrebbe essere.

Dal canto mio, continuerò a inviare curricula, da cui, diligentemente, dovrò cancellare master, pubblicazioni, esperienze importanti: per non sentirmi ripetere, tutte le volte, sempre lo stesso ritornello. “È certa di voler fare questo lavoro? Con un curriculum pesante come il suo…”. Ed io, tutte le volte, che vorrei rispondere: “Di pesante c’è solo la paura del futuro”.

Ilaria Donatio

Sanitopoli umbra: alla fine solo raccomandazioni, hanno scoperto l’acqua calda (di Gabriele Silvestri)

Ogni giorno la stampa locale continua a insistere con titoli roboanti su quella che ormai viene da tutti chiamata la “sanitopoli” umbra e allora viene voglia di fare qualche breve riflessione.

 In primo luogo mi sembra che dalla grande messe di intercettazioni telefoniche e ambientali emerga che nella sanità e nel pubblico impiego umbro c’è una pratica diffusa della raccomandazione, per favorire l’assunzione di persone vicine a questo o a quell’altro esponente politico.

 Francamente mi viene da suggerire alla magistratura e alle forze dell’ordine che stanno conducendo le indagini da anni, che si potevano risparmiare lo sforzo e potevano risparmiare i tanti soldi pubblici che hanno speso per le intercettazioni, bastava che si mettessero in abiti borghesi e facessero un giro nei bar e avrebbero potuto avere informazioni molto dettagliate e circostanziate su precise situazioni e fattispecie.

 Perché è noto a tutti che il malcostume della raccomandazione è ampiamente diffuso in Italia; il popolo, nella sua immensa saggezza, sa benissimo a chi rivolgersi, sia esso politico o potente in genere, per ottenere un piacere, come sa altrettanto bene quanti politici e finti potenti praticano a piene mani il millantato credito.

 È evidente che la raccomandazione è un malcostume, non solo per quanto concerne le assunzioni, ma anche per tutto quanto riguardi l’intervento della mano pubblica, perché tutti sanno benissimo che in Italia e quindi anche in Umbria, quando si deve interloquire con la pubblica amministrazione, ivi compresa la sanità, è sempre bene farsi precedere da una telefonata del notabile di turno. I nostri amici del Tribunale dei Diritti del Malato nella loro encomiabile e decennale lotta per ridurre le liste di attesa, sanno benissimo che ogni giorno c’è qualcuno che essendo “amico degli amici” salta miracolosamente tutta la lunga lista, anzi qualche volta viene il dubbio che la lista sia lunga proprio per consentire di fare “il piacere” di saltarla a qualcuno che poi possa “ricambiare”.

 Questo malcostume purtroppo è sedimentato nella coscienza del popolo italiano, è il frutto di un millennio di dominazione straniera, quando il potere parlava una lingua diversa e incomprensibile ai più e c’era bisogno di ingraziarsi le forze occupanti per tirare a campare. Lo stesso valeva anche quando il potere era “indigeno”, come nello stato pontificio che comprendeva l’Umbria, il popolo sapeva benissimo che chi esercitava il potere era solito predicare bene e razzolare male e che se si voleva ottenere qualcosa bisognava prenderlo per la “gola”.

 Centocinquant’anni di unità nazionale e sessant’anni di democrazia non solo non hanno scardinato questo malcostume, ma al contrario lo hanno rafforzato. La storia ci dirà che nei cinquant’anni di governo democristiano la pratica della raccomandazione ha garantito un’amministrazione pubblica docile al volere dei politici e un solido consenso elettorale tra i pubblici dipendenti, come baluardo della democrazia occidentale.

 Ma ormai la pratica della raccomandazione non tutela più la democrazia, al contrario è essa stessa una minaccia, perché in fin dei conti piegarsi alla raccomandazione significa di fatto chiedere un piacere laddove invece c’è un diritto, che viene negato da un potere politico dispotico e clientelare o da una struttura pubblica inefficiente.

 Per scardinare il malcostume delle raccomandazioni c’è bisogno di un cambiamento profondo della cultura dominante, cioè delle abitudini e delle consuetudini che regolano la vita reale di tutti i giorni, il funzionamento della società e le regole non scritte ma ferree che presiedono alle relazioni sociali, economiche, politiche tra le persone e i soggetti collettivi. In altre parole ci sarebbe bisogno di dare concretezza a quel bellissimo slogan di cittadinanzattiva che campeggiava su molti opuscoli e che rappresenta un’ispirazione profonda del nostro stare insieme: non basta essere cittadini bisogna fare i cittadini.

 Allora la parolina magica è ancora: PARTECIPAZIONE! Nel senso che solo se si metteranno in atto meccanismi di vera e reale partecipazione sarà possibile avere contemporaneamente un controllo sull’esercizio del potere e una emancipazione culturale dei cittadini, cioè le due condizioni per impedire l’esercizio della pratica della raccomandazione. Questo dovrebbe essere l’interesse anche degli amministratori onesti che pure ci sono e tutti i giorni sono confusi con quelli disonesti, perché spesso nell’immaginario collettivo si fa di tutta l’erba un fascio, nel silenzio generale.

 In questo ambito la leva giudiziaria può contribuire ben poco, perché in Italia non c’è più (ma c’è mai stata?) un’opinione pubblica che si indigna e reagisce quando viene a sapere di queste cose. Mi sembra che la gente abbia una reazione molto più vicina all’interesse di tipo scandalistico che altro, in altre parole è interessata al gossip e al chiacchiericcio che si fa intorno alle rivelazioni sulle telefonate di tizio e caio, ma non vedo in giro una forte indignazione. D’altronde anche gli stessi giornali non hanno nessuna intenzione di suscitare indignazione, ma solo la curiosità morbosa di chi guarda dal buco della chiave; in effetti il loro interesse è diventato quello di vendere più copie non quello di dare voce alle coscienze libere e pulite.

 L’Associazionismo dei cittadini non deve cadere nella trappola di trasformare tutto in una telenovela a sfondo gossip, ma deve mantenere il profilo politico di chi lavora per l’emancipazione dei cittadini, per una sollevazione dal basso che rivendichi spazi di partecipazione alla gestione della cosa pubblica, per impedire qualunque malcostume e garantire trasparenza, efficienza ed efficacia all’azione della pubblica amministrazione.

 Quando parlo di partecipazione, mi riferisco alla messa in atto di meccanismi cogenti e vincolanti, cioè ad una partecipazione che conta davvero, non a quelle forme di ascolto delle esigenze dei cittadini che in molte amministrazioni locali si praticano ancora oggi, con una presenza che scema costantemente perché la gente si rende conto che non basta esporre le problematiche, poi bisogna fare i conti con le limitate possibilità economiche della mano pubblica e allora l’esigenza di pochi, ma raccomandata da chi conta, sopravanza l’esigenza dei tanti che non hanno trovato un santo in paradiso.

 Oggi ci sono molti strumenti legislativi che consentono di mettere in pratica forme di vera e cogente partecipazione, ma manca una reale volontà politica di realizzarla veramente, su questo le associazioni dei cittadini utenti possono e debbono svolgere un ruolo di primo piano, ricordando che solo creando una forte consapevolezza dei propri diritti e un’altrettanto forte volontà di non scambiarli per piaceri che possiamo evitare il degrado democratico che si sta rischiando nel nostro paese.

 Gabriele Silvestri Cittadinanzattiva Umbria

Anche in Umbria arrivano gli scandali nella sanità? Il ruolo dei cittadini (di Annarita Cosso)

Ebbene sì, avremmo preferito non doverne mai scrivere, ma i fatti degli ultimi giorni ci dicono che anche in Umbria è scoppiato un caso di “sanitopoli”, definizione mutuata dalla ben più celebre “tangentopoli” che sta ad indicare la diffusione, a cavallo fra politica e amministrazioni pubbliche, di un malcostume fatto di piaceri, di gestione piegata ad esigenze personali, di affari privati trattati dai posti di potere di qualunque livello e tipo essi siano.

Le indagini della magistratura sono in corso ed è presto per pronunciare giudizi, sia di colpevolezza che di assoluzione. Ciò che è chiaro, però, e che emerge dalle intercettazioni che sono state divulgate sulla stampa (e meno male che ci sono e che sono rese pubbliche senza violare alcuna legge!) è che esiste un sistema di gestione del potere che è più forte delle “fedi” politiche e che tradisce una cultura dello Stato e una concezione della politica che non sono quelle che ci piacciono.
Non è mia intenzione impartire lezioni e sviluppare approfondite analisi. Desidero solo, oggi, scrivere delle brevi note a margine della “sanitopoli” umbra e porre qualche interrogativo che chiama in causa tutti noi.

Cosa succede  quando i cittadini, la politica e la pubblica amministrazione scambiano i diritti per piaceri ? Una domanda che rappresenta un paradigma fondamentale nel rapporto fra Stato e società che ci riporta al senso e alla funzione della politica. Il potere, che si esprime attraverso le istituzioni democratiche e gli apparati che da queste dipendono, esiste per far funzionare la pubblica amministrazione e raggiungere gli obiettivi che soddisfino l’interesse della collettività oppure quelli di gruppi ristretti che vivono su un sistema parassitario di scambio di favori ? 

Le indagini sono in corso, ma già si è capito che, anche in questo caso, ci si muove in quel consueto terreno posto al confine tra lecito e illecito che è fatto dal voto di scambio, dal  clientelismo e dall’assuefazione o dall’inclinazione a scambiare le pubbliche funzioni con gli affari privati senza curarsi dei comportamenti e delle regole.
Su questo, non sulle responsabilità personali che dovranno essere accertate, qualche riflessione occorre pur farla. Grande è lo sconcerto che si è diffuso, vergognoso il contenuto delle intercettazioni rese pubbliche, brutta l’immagine che ne emerge e tanti gli ipocriti giudizi che si sentono in giro. Dobbiamo domandarci se tutto ciò riguarda solo amministratori e assessori oppure dobbiamo dire qualcosa di più.
Non credo di dire nulla di originale se denuncio l’esistenza di un mondo nel quale tanti cercano di risolvere i loro problemi affidandosi alle “conoscenze” giuste.

Sono in lista di attesa e voglio anticipare una visita? Parlo con Tizio, uomo politico, e in un batter d’occhio anticipo.
Mio figlio non ha lavoro? “Ma perché tu che conosci tanta gente non cerchi di imbucarlo da qualche parte?”
Ho un pezzo di terra e ci voglio costruire? Prendo la tessera e poi con la santa pazienza comincio a tampinare , a sollecitare, a far presente il problema a chi ha il potere di decidere.

Perché dobbiamo parlare chiaro ed andare oltre la denuncia dei soliti politici o degli eventuali corrotti e dei dispensatori di favori? Perché se è insopportabile che i politici ricerchino il voto di scambio, è anche insopportabile che tanti fra noi, cittadini onesti, si siano lasciati corrompere così profondamente da questo sistema, da non poter più dare tutte le colpe solo agli altri.
Una persona che gode di un’ ottima posizione nella sua vita professionale mi diceva : “Ho fatto la campagna elettorale per XXX. Ma dopo non mi ha  aiutato a far carriera. Alle prossime elezioni non mi chiamassero; perché se  mi chiamano, metto in chiaro prima di tutto che voglio un passaggio di grado!!!”

E’ vero, noi stiamo dalla parte dei cittadini, sempre, perché è evidente di chi è la colpa primaria  di tanta corruzione dei costumi.
Però, se un politico è bravo “perché ci pensa lui al mio problema”, allora dobbiamo essere anche noi a lanciare un grido d’allarme e aver chiara la posta in gioco e la distinzione tra interesse generale e particolare.

Sappiamo che la questione non è dire : tanto lo fanno tutti.
Bisogna dare ai cittadini gli strumenti per contare; bisogna avere la consapevolezza di valere noi cittadini, semplicemente per come siamo e non perché conosciamo il politico di turno, bisogna impegnarsi per far prevalere una cultura di rispetto delle regole e dei valori senza i quali uno Stato non può reggersi. E se occorre battersi per dare una soluzione collettiva a problemi che ci riguardano in tanti dobbiamo farlo e non girare la testa dall’altra parte rifugiandoci in comodi ruoli di spettatori distratti o, peggio, di opportunisti profittatori. Non dobbiamo nemmeno, e qui parlo al vasto mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva (della quale dovrebbero far parte anche le organizzazioni territoriali dei partiti se vale ancora il loro ruolo costituzionale) accontentarci di gestire il nostro piccolo pezzo di attività godendo anche noi della condiscendenza di chi tiene in mano il potere.

Dobbiamo essere noi la coscienza critica, attiva e vigile, che partecipa e controlla e che sempre lo fa alla luce del sole e di fronte ai cittadini. Perché la politica non è quella che fanno gli specialisti: deve essere anche quella che noi sappiamo praticare con la nostra presenza. 

Questa è a mio parere la vera rivoluzione civica, di cui dobbiamo avere il coraggio di parlare

Anna Rita Cosso Segretaria regionale Cittadinanzattiva dell’Umbria