La radio che zoppica e la Rai la taglia

Da qualche settimana i radiogiornali Rai sono stati tagliati. Sono saltate  9 edizioni giornaliere del Gr 2 e del Gr 3 . La scelta è della dirigenza Rai e la motivazione è quella classica: tagliare i costi. Giusto, risparmiare è un bene. Peccato quando lo si fa tagliando pezzi di informazione che, forse, dovrebbe essere l’ultima risorsa quando tutte le altre sono state esaurite.

Il sospetto che non sia così c’è e che di sprechi e privilegi ingiustificati da tagliare ce ne siano ancora parecchi in Rai resta. Ma, forse, il taglio ai radiogiornali contiene anche un messaggio non espresso esplicitamente, ma che conta molto: la radio è uno strumento vecchio che manteniamo come un tributo da pagare al passato e che, quindi, può essere tranquillamente ridimensionato.

In epoca di internet e di dominio delle immagini potrebbe sembrare un ragionamento sensato. E invece no perché la radio resta lo strumento di comunicazione più veloce e più flessibile che c’è sia per trasmettere che per ricevere. L’ascoltiamo col cellulare mentre camminiamo, in auto mentre guidiamo o mentre svolgiamo tante altre attività. Seguire le immagini richiede un’attenzione diversa sia che si navighi in rete sia che si guardi la Tv.

Però la radio non funziona bene. In particolare quando vogliamo seguire una stazione e non ci accontentiamo di un generico rumore di fondo fatto di un’ indeterminato mix musicale e di chiacchiericcio insulso. Se cerchiamo informazioni, approfondimenti, discussioni sensate dobbiamo fare i conti con l’invasione delle stazioni che non fanno servizio pubblico che possono permettersi di non preoccuparsi della qualità, ma soltanto di occupare uno spazio sgomitando tra le frequenze per farsi ascoltare. La Rai non può permetterselo perché ha una missione: il servizio pubblico.

La radio della Rai ha bisogno di investimenti e di una nuova infrastruttura tecnologica che permetta di scegliere e di restare connessi. In generale la radio ha bisogno di un servizio pubblico, ha bisogno di qualità e di un futuro

RAI e Santoro: i favori a Berlusconi li paghiamo noi (di Claudio Lombardi)

Finalmente c’è riuscito! Dopo tanti proclami, dopo minacce, telefonate di insulti e manovre più o meno sotterranee è riuscito o, meglio, sono riusciti, ad allontanare Michele Santoro dalla RAI.

Certo tutto ha un prezzo e questo consiste nella mortificazione della libertà e del pluralismo delle idee nella comunicazione, ma anche nella perdita di un bel po’ di soldi per l’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. Infatti, tutti sanno o si rendono almeno conto, che una trasmissione come quella realizzata da Santoro non solo rende un servizio all’informazione, ma porta anche tanti telespettatori e fa aumentare gli incassi della RAI.

Stando ai dati diffusi dallo staff di Annozero, nella stagione televisiva che sta per concludersi, il programma di Santoro ha avuto una media di 5,8 milioni di spettatori, con uno share del 20,71.

Garantendo così a Raidue (per la verità ben poco frequentata di solito) il successo in prima serata il giovedì: il 12 per cento in più rispetto alla media di rete.

A dimostrazione che Santoro porta guadagni sta il fatto che le azioni dei titoli ai quali fa capo La7 (che lo accoglierà nella prossima stagione) sono cresciute in Borsa di una percentuale a due cifre in un giorno.

Se fossero esistite le azioni RAI sarebbero crollate di altrettanto.

Dunque, in termini aziendali il Direttore generale ha fatto un danno all’azienda che dirige. Una mossa che, da sola, le farebbe guadagnare il licenziamento in una situazione normale.

Purtroppo tale non è la situazione in Italia dove domina un gruppo di potere, impropriamente chiamato partito, alle dipendenze di Berlusconi abituato a considerare lo Stato e tutti i suoi apparati come cosa di sua proprietà e i cittadini come sudditi da prendere in giro con lustrini e chiacchiere, quelle di cui sono piene le TV create e di proprietà del Presidente del Consiglio.

Una situazione simile sarebbe impensabile in qualunque altro paese occidentale, ma in Italia è diventata la realtà quotidiana con la quale fare i conti.

L’arroganza del potere e dei suoi servitori è tale che nemmeno il voto alle amministrative li induce a comportamenti più sensati e decidono di giocarsi il “tutto per tutto” in previsione della partita finale delle prossime elezioni politiche.

E nel “tutto per tutto” ci sta anche farsi gli affari propri cacciando o promuovendo chi vogliono loro.

Per esempio sarebbe interessante sapere quanto è costato alla RAI il fallimento della trasmissione di Vittorio Sgarbi, nume intoccabile e becero del berlusconismo e anche, sicuramente, strapagato con i soldi nostri.

Ma sarebbe anche interessante sapere perché ad un fazioso del calibro di Giuliano Ferrara è stato affidato uno spazio di assoluto rilievo su RAI1. Sempre a carico nostro ovviamente. Poiché il perché lo conosciamo – tentano in tutti i modi di far emergere gli amici di Berlusconi pure se non hanno niente da dire che interessi il pubblico – vorremmo sapere quale successo di spettatori o quali titoli professionali giustifichino il privilegio.

C’è, però, un altro problema che andrebbe posto perché corrisponde ad un gigantesco equivoco. La RAI la paghiamo in quanto servizio pubblico, ma, di fatto, è un apparato di potere al servizio della maggioranza che governa. Dovrebbe essere un’azienda che fa comunicazione innanzitutto della quale, tuttavia, non si capisce da molto tempo la linea editoriale. Per questo dà l’impressione di improvvisare senza costrutto in molti casi e, in altri, è impegnata in lotte politiche al servizio del potente di turno.

Sarebbe ora di finirla con questa storia: se la RAI deve essere una dependance della maggioranza smettiamo di pagarla noi.

Infatti, poiché qualcuno alla fine deve pagare tutti i favori e le manovre politiche messe in atto usando la RAI adesso il governo vuole l’aumento del canone. A quanto riportano i giornali, per compensare, fra gli altri costi, anche il mancato introito pubblicitario della cacciata di Santoro il ministro alle Comunicazioni Paolo Romani, prima si è congratulato con il direttore generale Rai Lorenza Lei per il favore fatto a Berlusconi e poi si è impegnato per un sostanzioso aumento del canone con il quale compensare questo e gli altri “favori”.

Certo, c’è il problema dell’evasione del canone, invocato dallo stesso Berlusconi poche settimane fa quando ha affermato che avrebbe smesso di pagarlo finché fosse rimasto alla RAI Michele Santoro.

Canone che, addirittura, nel Governo qualcuno vorrebbe far pagare con la bolletta elettrica.

Ma con che faccia ci si prepara a far pagare ai cittadini il conto dell’uso privato di apparati e aziende pubblici?

Con la stessa faccia con la quale questa destra ha allevato cricche di malfattori come quella che ruotava intorno alla Protezione civile o quelle che hanno succhiato tutti i soldi dell’emergenza rifiuti in Campania o con la stessa faccia del Presidente del Consiglio che, imputato di gravi reati comuni e non politici, ha piegato alle sue esigenze processuali l’intera maggioranza che lo sostiene in Parlamento rispondendo alle procedure giudiziarie con le famose leggi “ad personam” con le quali l’Italia è stata ridotta a un livello di rispetto della legalità e delle istituzioni che l’ha allontanata dall’Europa.

E poi il conto lo paghiamo sempre noi

Claudio Lombardi