Povertà e Rapporto Oxfam: un metodo fuorviante

Che la profezia marxiana sulla progressiva e ineluttabile concentrazione del capitale nelle mani di pochi si stia avverando? Devono averlo pensato in molti, ieri, leggendo i resoconti sul consueto rapporto anti-Davos di Oxfam, significativamente intitolato “Un’economia per il 99 per cento”. La “notizia”, quest’anno, è che nelle mani di otto sole persone si troverebbe altrettanta ricchezza che in quelle di altri 3,75 miliardi individui, ossia la metà più povera dell’umanità. Tutta colpa del neoliberismo, ca va sans dire.

poveri del mondoSe davvero il livello di concentrazione della ricchezza fosse questo, sarebbe stupefacente non vedere gli eserciti dei miliardi di poveri dare l’assedio alle ville stralussuose di un pugno di privilegiati. Fortunatamente, le cose non stanno esattamente in questi termini. Oxfam, infatti, usa una metodologia ardita, che porta a conclusioni davvero bizzarre. Il principale limite del lavoro sta nello strumento scelto per misurare la ricchezza: da un lato la lista dei miliardari della rivista Forbes, dall’altro il Global Wealth Report di Credit Suisse. Entrambi guardano alla “ricchezza netta“, cioè alla differenza tra attività (case, liquidità, azioni e obbligazioni, eccetera) e passività (mutui e altri debiti). E’ un indicatore importante sotto molti profili, ma non necessariamente è una buona misura del patrimonio dei singoli individui. I debiti finanziari, in particolare, non andrebbero confrontati col capitale accumulato, ma col valore attuale netto dei redditi futuri (con cui il debito stesso verrà ripagato). Operazione, ovviamente, impossibile. Ignorare questo aspetto, però, comporta degli autentici paradossi.

disuguaglianza ricchi e poveriQualche esempio: secondo i dati di Credit Suisse ripresi da Oxfam, il numero di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari negli Stati Uniti (85 milioni) sarebbe appena più basso di Russia e Brasile (entrambi attorno ai 102 milioni), dove il reddito pro capite è meno della metà. La percentuale di adulti con patrimonio negativo (cioè indebitati) in nord America e in Europa (rispettivamente 9 e 10 per cento) è uguale a quella africana e nettamente superiore a quella cinese (6 per cento). Gli europei che, pur avendo una ricchezza netta positiva, appartengono al quintile più povero (7 per cento) sono gli stessi dell’America Latina e surclassano i cinesi (1 per cento). Gli adulti europei appartenenti al quintile più basso della popolazione mondiale (101 milioni) superano sia i cinesi (72,4 milioni) sia i latinoamericani (69,9 milioni). Secondo questa metrica, il paese coi poveri più poveri (perché hanno una ricchezza netta pericolosamente sbilanciata in campo negativo) è tenetevi forte la Danimarca, dove il 10 per cento più ricco della popolazione avrebbe in mano addirittura il 73,7 per cento della ricchezza netta, contro il 56,6 per cento della Gran Bretagna.

La ragione per cui, in questa peculiare classifica, la neoliberista Londra batte la welfarista Copenaghen sul terreno dell’equità è la stessa per la quale nel 2016 i “super paperoni” che detengono la stessa ricchezza netta della metà più povera della popolazione mondiale sono solo 8, contro i 62 del 2015. Come spiega Credit Suisse, semplicemente, molti, anche nel mondo in via di sviluppo, stanno iniziando a contrarre debiti. Il fatto che individui relativamente poveri facciano un mutuo per comprare casa o avviare un’attività, però, non è un indice di impoverimento, ma un segno di fiducia nel futuro e nella propria stessa capacità di ripagare il dovuto.

globalizzazioneSimmetricamente, Oxfam passa disinvoltamente a seconda dei casi e addirittura a seconda dei Paesi dalla povertà alla diseguaglianza. Povertà e diseguaglianze sono entrambe questioni serie, ma concettualmente molto diverse: una nazione in cui nessuno possiede nulla è povera ma non diseguale; una in cui 1’1 per cento della popolazione è miliardario, e il restante 99 per cento “solo” milionario, è diseguale ma non povera. Ovviamente, nel mondo reale, le due cose si incrociano, ma vanno tenute ben distinte, anche perché non necessariamente le politiche adeguate per curare l’una sono anche adatte per affrontare l’altra.

Nell’ansia di lanciare numeri sconvolgenti (otto individui contro 3,75 miliardi), rimangono in ombra gli enormi progressi compiuti nell’epoca della globalizzazione. Tra il 1990 e il 2010, la quota di persone in condizioni di povertà estrema, a livello globale, è crollata dal 43 al 21 per cento. Anche la diseguaglianza si è significativamente ridotta: uno studio di Tomas Hellebrandt e Paolo Mauro ha mostrato che, tra il 2003 e il 2013, l’indice di Gini a livello globale è calato sistematicamente, e continuerà a farlo. La stessa distribuzione dei redditi a livello globale messa a disposizione assieme a moltissimi altri dati da Max Roser sul suo sito OurWorldinData.org evidenzia una progressiva crescita del ceto medio.

La diseguaglianza non si crea a tavolino

La diseguaglianza è invece spesso cresciuta a livello nazionale (Italia inclusa) e questo interroga sia il nostro modello di sviluppo sia l’efficacia delle nostre politiche. Ma non autorizza a chiudere gli occhi di fronte a un benessere maggiore e più diffuso che mai nella storia dell’umanità. La selettività di Oxfam è funzionale, più che a una descrizione o comprensione dei fenomeni, a una narrazione nella quale tutto cambia (in peggio) tranne il capro espiatorio: il neoliberismo. Si legge nel rapporto: “Un’economia umana combatte il modo in cui la globalizzazione è stata usata per consolidare i principi neoliberisti che mettono i paesi l’uno contro l’altro nella corsa al ribasso su fisco e salari”. Come se l’economia globale fosse una gigantesca quanto cinica partita a Risiko, e come se il mondo non fosse enormemente più complesso della dickensiana favola di Natale.

Carlo Stagnaro tratto da http://www.brunoleoni.it

I super ricchi che aumentano la disuguaglianza

Il Rapporto Oxfam ogni anno richiama l’attenzione su una realtà dura da accettare: i super ricchi cioè il famoso 1% aumenta ancora la sua ricchezza tanto che oggi 8 persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità.

Secondo il Rapporto: “se lasciata senza controllo, la crescente disuguaglianza minaccia di lacerare le nostre società, causa un aumento della criminalità e dell’insicurezza e pregiudica l’esito della lotta alla povertà. Più persone vivono nella paura, meno vivono nella speranza.

finanza denaroDalla Brexit al successo della campagna presidenziale di Donald Trump, da una preoccupante avanzata del razzismo alla sfiducia generalizzata nella classe politica, sono tanti i segnali che indicano come sempre più persone, nei Paesi industrializzati, non siano più disposte a tollerare lo status quo. E del resto perché dovrebbero, se l’esperienza ci dice che lo stato attuale delle cose produce stagnazione dei salari, precarietà del lavoro e un divario sempre più marcato tra abbienti e non abbienti? La sfida del momento è costruire un’alternativa positiva, non una che accresca le divisioni. …

Una cosa è fuori discussione: nella nostra economia globale, a guadagnarci di più è chi sta al vertice della piramide sociale. …. 1.810 miliardari della lista Forbes 2016, 89% dei quali sono uomini, possiedono 6.500 miliardi di dollari: tanto quanto il 70% meno abbiente dell’umanità Invece di sgocciolare verso il basso, reddito e ricchezza sono risucchiati verso il vertice della piramide ad una velocità allarmante. Perché succede questo? Le grandi imprese e i super ricchi hanno un ruolo determinante in questa dinamica.

Le grandi imprese favoriscono chi sta al vertice

Per il “big business” le cose sono andate bene: nel biennio 2015/2016 dieci tra le più grandi multinazionali hanno generato profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche di 180 Paesi del mondo …. Le imprese sono la linfa vitale dell’economia di mercato e, se il loro operato va a vantaggio di tutti, sono di cruciale importanza per creare prosperità ed equità sociale. Ma se, al contrario, operano sempre più a favore dei ricchi, i vantaggi derivanti dalla crescita economica non giungono a coloro che ne hanno maggiore bisogno. Nella loro smania di produrre alti profitti per chi sta al vertice, le grandi imprese spremono sempre più i lavoratori e i produttori e ricorrono a pratiche di elusione fiscale, evitando così di pagare imposte che andrebbero a beneficio di tutti e in particolare dei più poveri.

Lavoratori e produttori sotto pressione

sfruttamento del lavoroMentre i redditi degli alti dirigenti, spesso pagati in azioni, sono aumentati in maniera vertiginosa, le retribuzioni dei lavoratori e produttori hanno registrato incrementi minimi e in alcuni casi sono diminuite. … In casi estremi, per mantenere bassi i costi di produzione si ricorre al lavoro forzato o alla riduzione in schiavitù. … In tutto il mondo le grandi imprese comprimono sempre più il costo del lavoro facendo sì che i lavoratori e produttori lungo le loro filiere ricevano una fetta sempre più sottile della torta: ciò acuisce la disuguaglianza e riduce la domanda.

Abusi fiscali

Uno degli strumenti utilizzati dalle società per massimizzare i profitti consiste nel pagare meno imposte possibili, e vi riescono grazie ai paradisi fiscali o forzando una competizione al ribasso tra Paesi per la concessione di agevolazioni ed esenzioni fiscali o di aliquote più basse. Le aliquote fiscali sugli utili d’impresa si riducono ovunque nel mondo e questo fenomeno, insieme alle sempre più diffuse pratiche di abuso fiscale, minimizza il volume di imposte pagate da molte grandi imprese. … Chi ne soffre maggiormente le conseguenze sono le persone più povere in quanto più dipendenti dai servizi pubblici che questi miliardi perduti avrebbero potuto finanziare ….. Che cosa genera questo comportamento da parte delle imprese? I fattori scatenanti sono due: la ricerca di profitti a breve termine per gli azionisti e l’ascesa del “capitalismo clientelare”.

Un capitalismo azionario ipertrofico

capitalismo finanziarioIn molte regioni del mondo l’attività delle grandi imprese mira ad un unico obiettivo: massimizzare i compensi degli azionisti. Ciò significa non soltanto massimizzare i profitti a breve termine ma anche versare una quota sempre crescente di tali profitti ai proprietari delle imprese stesse. … Ogni dollaro di profitto versato agli azionisti delle società è un dollaro che avrebbe potuto essere impiegato per pagare di più i lavoratori e i produttori o per versare le tasse, oppure investito in infrastrutture o innovazione.

Capitalismo clientelare

Società operanti in vari settori (finanziario, minerario, tessile, farmaceutico ecc.) usano il proprio enorme potere e la propria influenza per far sì che le normative e le politiche nazionali e internazionali siano formulate in modo da garantire loro una redditività costante. …. Le piccole imprese invece lottano per far fronte alla concorrenza e i comuni cittadini finiscono per pagare di più per beni e servizi, perché devono fare i conti con i cartelli e il potere di monopolio delle grandi imprese e con i loro stretti legami con i governi.

Quale alternativa? Un’economia umana

redistribuzioneDobbiamo creare insieme un nuovo senso comune e rovesciare completamente la prospettiva, dando vita a un’economia umana il cui principale obiettivo sia quello di favorire l’interesse del 99% e non quello dell’1%. …

I mercati sono il motore vitale della crescita e della prosperità, ma non possiamo continuare a far finta che sia il motore a guidare la macchina o a decidere qual è la direzione migliore da prendere. I mercati devono essere gestiti in modo oculato e nell’interesse di tutti affinché i proventi della crescita siano equamente distribuiti. ..  Il modello di Economia Umana proposto da Oxfam parte dal presupposto che il mercato da solo non è in grado di rispondere in maniera adeguata ed equa ai bisogni di tutti i cittadini e di rispettare l’ambiente. Pertanto è necessario l’intervento dei Governi per tutelare i diritti di tutti e per salvaguardare il bene comune.”

Qui di seguito i punti essenziali suggeriti nel Rapporto Oxfam.

  1. Governi che si adoperano per arginare l’estrema concentrazione di ricchezza. … Può essere realizzato aumentando le imposte sulla ricchezza e sui redditi più alti e assicurando sistemi fiscali più progressivi che permettano di recuperare risorse da investire in servizi pubblici come sanità e istruzione oltre che in politiche di sostegno al lavoro.
  2. Governi che cooperano, invece di competere in una corsa al ribasso sulle politiche fiscali e sui diritti dei lavoratori. ….
  3. Governi che sostengono modelli di business non orientati alla sola massimizzazione dei profitti, ma attenti al benessere dei propri lavoratori e al contributo che l’azienda porta al bene comune della società …..
  4. Governi attenti a garantire pari opportunità di sviluppo a uomini e donne. ….
  5. Governi che incoraggiano l’innovazione tecnologica a condizione che vada a beneficio di tutti. ….
  6. Governi che promuovono una transizione verso l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della nostra economia. ….
  7. Governi che promuovano lo sviluppo guardando ad una molteplicità di indicatori relativi al benessere dei cittadini e non soltanto alla crescita economica misurata attraverso il PIL.

La grande disuguaglianza

Le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 62 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Il rapporto di ricerca diffuso da Oxfam, evidenzia come l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza.

poveri del mondoUna situazione che riguarda i paesi sviluppati, oltre quelli in via di sviluppo, dove l’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.

In Africa le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà; in India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l’accesso globale a un’alimentazione sana e nutriente. Negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione. Recenti studi statistici hanno dimostrato che, proprio negli USA, gli interessi della classe benestante sono eccessivamente rappresentati dal governo rispetto a quelli della classe media: in altre parole, le esigenze dei più poveri non hanno impatto sui voti degli eletti.

ricchi e poveri“Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”, afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. “Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”.

Il rapporto di Oxfam evidenzia, ad esempio, come sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi sia diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse.

Questa conquista di opportunità dei ricchi a spese delle classi povere e medie ha contribuito a creare una situazione in cui, nel mondo, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni, e dove l’1% delle famiglie del mondo possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari)

povertà“Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’ ‘asso pigliatutto’, conclude Winnie Byanima.

Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale e le disparità di reddito sono considerate come un pericolo per la stabilità sociale e la sicurezza su scala globale. Anche per questo Oxfam chiede ai decision maker politici e istituzionali di assumere un “impegno solenne” volto a:

  • sostenere una tassazione progressiva e contrastare l’evasione fiscale;
  • astenersi dall’utilizzare la propria ricchezza per ottenere favori politici che minano la volontà democratica dei propri concittadini;
  • rendere pubblici tutti gli investimenti nelle aziende e nei fondi di cui sono effettivi beneficiari;
  • esigere che i governi utilizzino le entrate fiscali per fornire assistenza sanitaria, istruzione e previdenza sociale per i cittadini;
  • adottare dei minimi salariali dignitosi in tutte le società che posseggono o che controllano;
  • esortare gli altri membri delle élite economiche a unirsi a questa causa.

evasione fiscale repressioneOxfam chiede inoltre ai governi di affrontare la diseguaglianza reprimendo più severamente la segretezza finanziaria e l’evasione fiscale investendo nell’istruzione universale e nell’assistenza sanitaria.

Oxfam lancia Sfida l’ingiustizia una nuova campagna per agire con urgenza contro l’aumento vertiginoso della disuguaglianza, partendo da un primo passo: la messa al bando dei paradisi fiscali. Il continuo ricorrere da parte di super-ricchi e grandi multinazionali agli investimenti offshore è infatti uno dei fattori che sottrae alle casse degli Stati risorse essenziali per la lotta alla povertà e alla disuguaglianza.

A livello globale gli investimenti offshore dal 2000 al 2014 sono quadruplicati, e si calcola che 7.600 miliardi di dollari di ricchezza di privati individui (una somma equivalente ai tre quarti della ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2015) sia depositato nei paradisi fiscali. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno

Lo scandalo della diseguaglianza

“Lo scandalo della diseguaglianza”…. Così lo chiamava Norberto Bobbio. Un dibattito aperto da anni a livello mondiale che non stanca, anzi brucia. Ottantacinque (85!) persone detengono un patrimonio complessivo di 1,7 trilioni di dollari. Vale a dire lo stesso di tre miliardi e mezzo di persone (3mila e 500 milioni) messe insieme. Lo dice il rapporto dell’associazione Oxfam. L’1 per cento dei terrestri possiede collettivamente 110 trilioni di dollari, pari a metà della ricchezza mondiale.

Quando se ne parla si pensa che il problema sia del Capitalismo mondiale e delle politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni come se fossero entità astratte e lontane e come se gli Stati fossero esenti da responsabilità. Eppure, il dato mondiale si compone di tanti dati nazionali…. Il nostro, per esempio, dice (Rapporto ISTAT 2012) che il 29,9% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale. Un rischio di 5,1 punti percentuali più elevato rispetto a quello medio europeo (pari al 24,8%) come conseguenza della più elevata diffusione della severa deprivazione (14,5% contro una media del 9,9%) e del rischio di povertà vera e propria (19,4% contro 16,9%).

Una differenza insostenibile di redditi e, quindi, di possibilità di costruirsi il futuro. Un problema determinato da un sistema economico e di governo che, specie nell’ultimo decennio, ha favorito i ricchi e fatto pagare il conto della crisi ai ceti medi e bassi. Certo così non si può continuare altrimenti la situazione diventa esplosiva: occorre una scossa e una inversione di tendenza. Riforme sì, ma non quelle che spremono i ceti medi e i poveri bensì quelle che danno loro la possibilità di risollevarsi. Per esempio rimettiamo l’istruzione pubblica al primo posto (il più naturale ascensore sociale) e facciamo pagare le tasse ai ricchi. Pensiamo che i 2 miliardi di euro evasi da quella vergogna dell’Italia che si chiama Angiola Armellini (1243 case su cui non ha mai pagato imposte) sono l’equivalente di una manovra finanziaria