Ancora sugli immigrati

Decisamente gli immigrati sono al centro di questa campagna elettorale. Che siano il problema numero 1 dell’Italia è falso. Per fortuna o per sfortuna i problemi numero 1 non ci mancano e nessuno fra questi ha a che fare con l’immigrazione. Ciò che conta, però, è la percezione di una parte dell’opinione pubblica che valuta “a pelle” il peso delle varie questioni sulla sua vita quotidiana. Nelle periferie delle grandi città o dovunque vi sia una discreta presenza di immigrati pochi avvertono come un problema l’inefficienza degli apparati pubblici, lo spreco di risorse, i limiti dell’economia, le carenze nei servizi pubblici e nelle infrastrutture. Si tratta di questioni che sfuggono al controllo e anche alla comprensione del cittadino medio che è portato più ad accettarli come dati di fatto, mentre, invece, considera gli immigrati un intralcio e un peso che gli si para davanti in carne e ossa.

Bisogna dunque ammettere che il problema immigrati esiste. La loro presenza si impone a chi conduce la vita normale di un italiano a medio e basso reddito che usa i trasporti pubblici, che vive in zone popolari, che è in graduatoria per l’assegnazione di un appartamento di proprietà pubblica, che teme un furto in casa o uno scippo per strada, che vede gli spacciatori agire indisturbati nel suo quartiere, che è in lista di attesa per prestazioni sanitarie. Si impone anche a chi vive da anni la concorrenza al ribasso nel mercato dei lavori di bassa qualificazione. E poi in un’epoca di contrazione delle risorse destinate ai servizi pubblici e all’assistenza e di crisi economica tutto viene, ovviamente, amplificato.

L’immigrazione in Italia ha una lunga storia. Forse molti ricordano l’epoca dei lavavetri polacchi che all’inizio degli anni ‘80 erano una presenza diffusa per le strade delle più grandi città italiane. Poi arrivarono gli albanesi con gli incredibili episodi degli sbarchi da 20 e 27 mila persone nell’estate del 1991 in Puglia (gestiti malissimo dal governo italiano, ma molto bene dai pugliesi). Poi fu la volta dei romeni, dei sudamericani, dei filippini, dei cinesi e di tanti altri. Da subito albanesi e romeni di distinsero nel mondo della criminalità e della prostituzione per la capacità organizzativa e la ferocia di cui diedero prova. Si disse allora che l’Italia era una meta preferita per la debolezza delle sue forze di polizia, del suo ordinamento giudiziario e la mitezza delle pene. Purtroppo era vero ed è vero anche oggi. Il controllo del territorio da parte dello Stato non c’è. Lo spaccio minore non viene di fatto più colpito (è caduto l’obbligo di arresto in flagranza degli spacciatori) e invade le piazze e gli spazi pubblici delle periferie e delle zone più frequentate. I furti in appartamento non sono perseguiti. Gli scippi non sono puniti (ci sono dei veri campioni con decine di denunce che continuano ad agire indisturbati). Tutti reati nei quali prevale la presenza degli immigrati. Inutile far finta di nulla di fronte alla realtà.

Il problema esplode, però, con gli sbarchi dei migranti provenienti dal nord Africa. Tra loro pochi in fuga dalla guerra e molti in cerca di una vita migliore o, semplicemente, di occasioni di guadagno.

I dati parlano chiaro. Dal 2002 al 2017 sono sbarcate sulle coste italiane oltre 913.000 persone, ma quasi 625.000 solo dal 2014 al 2017. Una pressione che ha coinciso con la chiusura delle frontiere che ha impedito, come avvenuto nel periodo precedente, una ridistribuzione “naturale” di migranti in altri Paesi europei. L’Italia non era preparata a tale afflusso. Non lo era per le norme che disciplinano l’immigrazione, non lo era per le strutture di accoglienza costose, inefficienti e persino fonte di traffici malavitosi, non lo era per i tempi di esame delle richieste di asilo. Di fatto centinaia di migliaia di persone che non avevano la possibilità legale di cercarsi un lavoro sono finite in strada a viveri di lavori malpagati, di espedienti, di delinquenza.

L’esasperazione di una parte degli italiani dunque è comprensibile. Sarebbe bene che le forze politiche che si presentano alle elezioni partano da qui. Il governo italiano ha imboccato la strada giusta puntando a limitare le partenze attraverso accordi con le tribù libiche e con alcuni Paesi africani. Non è possibile lavorare per mettere ordine nella gestione delle persone che sono già qui se non si bloccano gli sbarchi. Bisogna abolire il reato di clandestinità (che è una sbruffonata inutile e dannosa) e avviare un censimento di chiunque si trovi sul territorio italiano concedendo visti provvisori per la ricerca di un lavoro legandoli anche alla frequenza di corsi di italiano e di formazione professionale. Solo chi sfugge a questi obblighi o non accetta il permesso di soggiorno temporaneo dovrebbe essere rimpatriato (se esistono accordi col Paese di origine). Nello stesso tempo bisognerebbe realizzare una verifica di tutte le cooperative che hanno in gestione l’accoglienza per chiudere con la vergogna di chi specula sulla pelle dei migranti. Infine bisogna fare un grande investimento sulle forze di polizia perchè riprendano il controllo del territorio. Servono a poco i gipponi dell’esercito nelle piazze centrali. Servono decine di pattuglie in più nei quartieri popolari e nelle periferie. Serve che i reati siano perseguiti e non ignorati.

Invece di chiedere il voto facendo credere ad impossibili magie chi si candida a governare l’Italia dovrà fare sul serio partendo dal lavoro del governo Gentiloni

Claudio Lombardi

Reato di clandestinità: inutile e dannoso

Si discute molto, in questi giorni, dell’opportunità di abrogare il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato di cittadini extracomunitari, ma le ragioni dei favorevoli e dei contrari sono spesso obnubilate da una diffusa disinformazione circa la reale natura di questo illecito, dei motivi per cui fu introdotto, e delle ragioni per cui il Parlamento deliberò di depenalizzarlo.

Queste poche righe vogliono fornire un contributo in termini di chiarezza e comprensione, nella consapevolezza che solo se si conoscono le questioni ci si può formare un convincimento motivato e non falsato da ideologie e opportunismi.

migranti fugaLa natura del reato di clandestinità

La legge n. 94 del 2009 introdusse, nel Testo Unico delle norme sugli stranieri extracomunitari, l’art. 10 bis che sanziona la condotta dello straniero che fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni che disciplinano, appunto, l’ingresso ed il soggiorno in Italia dei cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea.

La sanzione è l’ammenda da 5.000 a 10.000 €: trattasi perciò di un reato punito con la sola pena pecuniaria, per il quale non è possibile l’adozione di forme limitative della libertà personale. Questa considerazione è molto importante, al fine di capire i meccanismi attuativi di questo reato: lo straniero che entra o soggiorna illegalmente in Italia non può essere arrestato, quindi viene denunciato a “piede libero”, e, nelle more del processo, è libero di andare dove vuole: quando dovesse essere condannato a pagare l’ammenda chi lo recupererà mai?

Una prima considerazione saltò subito agli occhi di tutti: che senso ha punire con una pena pecuniaria uno straniero irregolare che – proprio perché privo di permesso di soggiorno – non può accendere un conto corrente, non può essere assunto regolarmente, non può intestarsi beni immobili o mobili registrati?

mediterraneo e migrantiCioè, in che modo lo Stato ha la garanzia di recuperare le pene pecuniarie irrogate? Assolutamente nessuna, perché lo straniero irregolare condannato per questo reato non può possedere beni aggredibili alla luce del sole.

Fu subito evidente che mai la Pubblica Amministrazione avrebbe intascato nemmeno un centesimo delle pene pecuniarie irrogate, anzi, ci avrebbe rimesso perché non avrebbe nemmeno recuperato le spese di giustizia che lo Stato anticipa per la celebrazione di un processo e che, dopo, cerca di recuperare dal condannato.

Senza contare l’incidenza della rilevanza numerica di questa fattispecie negli uffici giudiziari, già oberati di cause pendenti.

E’ ovvio che anche sotto il profilo della deterrenza questo reato è inutile. Chi arriva in Italia dopo un viaggio a rischio della vita non si lascia spaventare dall’ipotesi di potere in futuro essere condannato al pagamento di una somma di denaro che sa benissimo non sarà in concreto esigibile!

migrantiD’altronde, nei sei anni di applicazione di questa norma gli ingressi illegali in Italia non sono affatto diminuiti, anzi.

Allora, perché è stata introdotta questa fattispecie e perché si fatica tanto a levarla di torno?

Gli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea forniscono la traccia da seguire per rispondere alla domanda. Nel 2008 il Parlamento europeo ed il Consiglio adottarono una direttiva, la “Direttiva rimpatri”, che prevedeva l’espulsione non coattiva cioè concedendo a chi doveva essere espulso un termine per la partenza volontaria, decorso invano il quale si poteva procedere all’allontanamento coatto. In Italia, invece, vigeva l’espulsione ad esecuzione immediata cioè il contrario delle norme europee.

Fu per mantenere l’espulsione immediata che il Governo italiano ebbe l’idea di introdurre un reato, quello di clandestinità, che aggirava la direttiva europea. Si previde, infatti, che il giudice potesse sostituire l’ammenda con l’espulsione, a titolo di sanzione sostitutiva della stessa pena pecuniaria. E così, per eludere gli obblighi derivanti all’Italia dall’appartenenza all’Unione europea, fu introdotto il reato che ha creato enormi problemi al sistema giudiziario.

espulsione immigratiMa la storia non finisce qui. Parallelamente alla denuncia per il reato di clandestinità, lo straniero che viene sorpreso in condizione irregolare sul territorio italiano, di norma deve essere obbligatoriamente espulso in via amministrativa dal prefetto. Dal momento dell’accertamento dell’irregolarità partono due procedimenti paralleli, entrambi volti all’allontanamento dall’Italia: quello penale e quello amministrativo, dando luogo ad una sorta di gara tra due autorità dello Stato.

Infatti, se nelle more dello svolgimento del processo penale l’Amministrazione esegue l’espulsione coattivamente, il giudice del procedimento penale emette una sentenza con cui dichiara che l’azione penale è diventata improcedibile.

Se, viceversa, all’atto della celebrazione del processo per il reato di clandestinità non si ha notizia dell’avvenuta espulsione dell’imputato, si prosegue e – in caso di condanna – il giudice irroga la pena pecuniaria, che può essere sostituita dall’espulsione disposta dello stesso giudice. Così lo straniero, che nel frattempo è uccel di bosco (perchè, come precedentemente chiarito, non può essere messo in carcere per un reato punito con la sola pena pecuniaria) fa collezione di espulsioni: quella amministrativa del prefetto e quella del giudice di pace.

complicazioni burocraticheIl normale buonsenso consente di domandarsi che senso abbia disporre una pluralità di espulsioni – con l’ulteriore aggravio dei costi di un processo penale – essendo sufficiente cercare di eseguirne una.

Ma neppure l’eventuale espulsione del giudice a titolo di sostituzione dell’ammenda può esser facilmente disposta ed eseguita: la legge, infatti, prevede che il giudice possa effettuare la sostituzione solo se non esistono ostacoli alla sua immediata esecuzione, cioè se lo straniero è identificato, se ha il passaporto, e se c’è un vettore disponibile a riportarlo da dove è venuto. Peccato però che la sussistenza di queste stesse circostanze avrebbe già determinato l’esecuzione dell’espulsione in via amministrativa, con conseguente sentenza d’improcedibilità in sede penale. Se, invece, si celebra il processo penale, ciò vuol dire che l’espulsione amministrativa non è stata eseguita, proprio per la sussistenza di quegli stessi impedimenti che ostano all’adozione dell’espulsione a titolo di sanzione sostitutiva.

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: quella introdotta nel 2009 è una fattispecie del tutto inutile. Persino la Procura nazionale antimafia si è schierata a sostegno dell’abrogazione, evidenziando come il reato in questione ostacoli le indagini volte all’accertamento delle responsabilità dei trafficanti di esseri umani. Infatti, se gli immigrati debbono essere indagati per ingresso illegale, non possono essere sentiti come persone informate sui fatti, ma debbono essere interrogati con la necessaria assistenza di un difensore e possono avvalersi della facoltà di non rispondere.

Inoltre, si registra ormai da tempo una sorta di disapplicazione di questo reato, soprattutto nei grandi uffici giudiziari  dove il carico di lavoro è tale per cui i processi per il reato di clandestinità non si celebrano.

Stando così le cose, perché il Governo non procede subito all’abrogazione? Si dice perché la gente non capirebbe. Accertato che il reato è inutile e produce conseguenze dannose per il sistema giudiziario e per le indagini contro i trafficanti di migranti cos’altro c’è da capire?

Tratto da un testo di Guido Savio, avvocato,  Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione

L’Italia, l’Europa e la disperazione dei migranti (di Salvatore Sinagra)

mediterraneoAncora una volta, di fronte ad una catastrofe umanitaria, il governo  e buona parte del popolo italiano invocano “più Europa”, richiesta moralmente legittima ma che deve essere circostanziata.  La questione del nostro posizionamento in Europa, dei nostri diritti e dei nostri doveri non può che essere affrontata alla luce delle scelte politiche e del diritto comunitario ed internazionale che ci sono oggi.

L’Unione Europea, nonostante il Trattato di Lisbona avesse l’ambizione di superare le vecchie strutture, è riconducibile a tre macroaree: politica economica, politica estera, politica della giustizia e affari interni. Nelle ultime due aree non esiste una politica comune dell’Unione Europea, esiste solo un blando coordinamento delle politiche nazionali. Poiché la materia dell’immigrazione è riconducibile agli esteri e agli affari interni, è determinata dal Consiglio dei ministri, ovvero dai rappresentanti dei governi degli Stati membri e  le istituzioni comunitarie, Parlamento e Commissione,  hanno limitatissimi poteri e pochi margini per andare oltre lo status quo.

schengen areaL’area Schengen, che solo parzialmente si sovrappone all’Unione Europea (vi prendono parte quattro paesi che non aderiscono all’UE, e non vi prendono parte Gran Bretagna, Irlanda e alcuni paesi dell’Europa Orientale) fino al 2004-2005 era semplicemente una zona in cui erano stati aboliti i controlli sistematici alle frontiere con alcune finalità dichiarate tra cui la lotta all’immigrazione clandestina, al terrorismo, al traffico di esseri umani, di armi e di droga. Tutti i paesi dell’area Schengen sono obbligati ad adottare i medesimi standard di controllo alle frontiere esterne dell’Unione. Inizialmente non fu posto il problema dei costi della “frontiera di Schengen” che sarebbero gravati solo su alcuni Stati; la prospettiva era quella che comunque i paesi bagnati dal Mediterraneo e al confine orientale dell’Unione avrebbero sostenuto comunque costi di “pattugliamento”.

Con l’accesso di alcuni paesi dell’Europa Orientale a Schengen è stata istituita Frontex, un’agenzia che ha il solo fine di coordinare i pattugliamenti delle frontiere esterne dell’Unione ed ha un budget di circa 70 milioni l’anno di cui metà vengono spesi nel Mediterraneo. Frontex non ha nessun ruolo per la prima accoglienza dei profughi né riguardo alle richieste di asilo. Di fatto, Schengen è un confine comune senza una politica dell’immigrazione comune.

richiedenti asiloNon esiste nemmeno una vera e propria politica comune dell’asilo, poiché gli accordi di Dublino II che disciplinano a  livello europeo il diritto di asilo, hanno la principale finalità di dirimere le controversie tra gli Stati dell’Unione su chi debba prendere in considerazione le richieste di asilo dei migranti. In realtà l’articolo 17 della convenzione da’ la possibilità, ad oggi non utilizzata, di modificare lo stesso accordo ed istituire un regime di asilo europeo.

La direttiva 55 del 2001 istituisce il regime della protezione temporanea, ovvero il Consiglio europeo, su proposta della Commissione può accertare l’afflusso massiccio di sfollati e decretare misure a favore di uno o più Stati membri che non possono fronteggiare da soli l’emergenza. I singoli Stati membri vareranno provvedimenti straordinari a favore dei migranti finanziati, in tutto o in parte, dal Fondo europeo dei migranti.

schengen area1Le polemiche scatenate da esponenti della Lega Nord e del Popolo delle Libertà che imputano all’Europa una “limitazione della sovranità nazionale” in materia di immigrazione sono ridicole e paradossali, poiché, come già detto, non esiste una politica europea dell’immigrazione cioè il singolo Stato membro non ha alcun vincolo nella determinazione  del numero dei migranti che hanno diritto di entrare nel paese, dei requisiti per ottenere il permesso di soggiorno e di molte regole per l’accesso al lavoro degli extracomunitari. Sono gli Stati membri che definiscono cos’è l’immigrato irregolare, che gli stessi Stati sono liberi di espellere. L’Unione Europea, quindi, non impone niente e il problema è proprio l’assenza delle politiche comuni per l’immigrazione e i richiedenti asilo. Casomai è proprio l’aggravante introdotta in Italia con il reato di clandestinità che suscita un dubbio di legittimità anche nell’ordinamento europeo perché va oltre la semplice espulsione.

aiuto migrantiC’è poi la questione della richiesta avanzata nel 2010 (inizio della primavera araba) da Roberto Maroni e Angelino Alfano di ripartire quote di immigrati tra diversi paesi europei. Ebbene si tratta di una richiesta paradossale: primo è incompatibile con l’attuale diritto comunitario che, prevede, invece, la possibilità, in casi eccezionali, di finanziamenti per interventi gestiti dai singoli stati sul loro territorio; secondo, appare difficile per l’Italia invocare la “solidarietà europea” dal momento che tale solidarietà non è stata chiesta da paesi come la Francia e la Germania che ogni anno concedono l’asilo a molti più richiedenti di quanto faccia l’Italia; terzo, la solidarietà che da destra si chiede all’Europa è stata più volte rifiutata dai presidenti leghisti di Piemonte e Veneto.

Inutile e fuorviante, quindi, rigettare sull’Europa una responsabilità in materia di immigrazione che ad oggi non può avere. Probabilmente per distogliere l’attenzione dalla politica italiana sui migranti e dall’ipocrita legge Bossi-Fini si cerca di confondere i discorsi. Però, visto che si vuole tirare in ballo l’Europa, ricordiamoci che tra qualche mese ci saranno le elezioni del Parlamento europeo. Quella sarà l’occasione per chiedere alle forze politiche un impegno serio anche per una politica comune sull’immigrazione. E vedremo chi lo farà.

Salvatore Sinagra

La farsa del governo e il dramma dei disperati (di Angela Masi)

farsa e dramma ItaliaUn teatro di marionette che si prendono gioco dell’Italia, della democrazia e degli italiani: questo lo spettacolo che ci si è presentato l’altro giorno in Parlamento, durante la seduta per la fiducia al governo Letta. E tutto perché il Parlamento è stato chiamato ad applicare semplicemente l’art. 68 della Costituzione che esclude dall’immunità parlamentare chi è  gravato da “una sentenza irrevocabile di condanna” al caso del condannato Berlusconi.

Un PdL impaurito, impazzito, sballottato da una parte all’altra dal leader della nuova Forza Italia che, geniale come è sempre stato nella comunicazione, sbalordisce tutti (ma forse solo Enrico Letta) accordando la piena fiducia al Governo.

Sbeffeggio delle istituzioni bloccate a parlare di lui che tecnicamente è un senatore condannato in 3 gradi di giudizio e che in Parlamento non ci può più stare.

doppiezza BerlusconiEppure è lui che porta il governo alla crisi, è sempre lui che muove le carte in tavola con le dimissioni date e poi ritirate, è sempre lui che si attacca all’IMU e poi all’IVA per ricattare il Governo dimostrando di non preoccuparsi delle conseguenze di queste mosse da baro sui fragili equilibri di un paese in crisi.

Dall’altra parte il PD terrorizzato dalla possibilità delle elezioni: litigano sulle regole del Congresso, devono tenere a bada Matteo Renzi e convincere i padroni del partito ad abbandonare le poltrone e favorire il ricambio generazionale. Una via faticosa per risalire la china della sfiducia dei cittadini.

In fondo Letta è una “brava persona”, ha credibilità in Europa e poco importa che le riforme serie, urgenti e irrimandabili ancora aspettano di essere approvate: la questione della legge elettorale è impronunciabile, altrettanto la questione della patrimoniale…..

Italia aspettaE Beppe Grillo e i suoi seguaci che avevano promesso fuoco e fiamme in Parlamento? Perfettamente inutili: quattro urla e due schiamazzi e in sei mesi di presenza parlamentare nessun vero risultato concreto per i cittadini… Eppure avevano una grande opportunità: fare esercizio istituzionale (che non significa necessariamente essere corrotti ed impastarsi con il malaffare), sperimentare un nuovo modello di partecipazione e provare ad avviare la nascita di una classe dirigente nuova.

E così l’Italia aspetta. Aspetta senza alzare la voce, non prova a forzare la mano alla classe dirigente.

barcone migrantiChi non aspetta sono i disperati che dall’altra parte del Mediterraneo provano a conquistarsi una vita nuova. Clandestini secondo una legge ipocrita; esseri umani che fanno quello che hanno sempre fatto dall’alba dei tempi: spostarsi alla ricerca di condizioni migliori di vita. Decine di milioni di italiani lo hanno fatto tra l’800 e il ‘900 e sono stati accolti in tutto il mondo. Se adesso lo fanno gli altri qualcuno si allarma. Eppure l’Italia ha bisogno di loro. Fanno parte della nostra vita quotidiana: cucinano le pizze che mangiamo nelle nostre pizzerie, curano i nostri anziani, costruiscono i mobili che compriamo e che esportiamo, raccolgono le arance e i pomodori che nascono sulla nostra terra e tanto altro ancora.

La politica, però, è ferma alla legge Bossi – Fini; così gli equilibri fra i partiti sono salvi e i barconi della morte sguazzano nell’illegalità come tutti i trafficanti di morte. Ovviamente gli italiani rischiano anche loro perché dando lavoro ad un clandestino diventano complici del reato, addirittura i pescatori devono stare attenti a soccorrere i barconi dei migranti perché rischiano di finire sotto processo. Ma poi qualcuno chiude sempre (o quasi sempre) un occhio e tutto continua nell’ipocrisia. Chi lo capisce questo, chi protesta, chi impone ai politici di risolvere i problemi? Pochi, veramente pochi. E questo è il problema italiano

Angela Masi

Il linguaggio della verità di Francesco e l’ipocrisia della destra (di Claudio Lombardi)

corona di fiori lampedusaUna scelta importante: il primo viaggio del Papa è la prima terra toccata da molti di coloro che provano a raggiungere l’Europa via mare. É la terra che vede per prima gruppi di persone disperate, sfinite da viaggi inumani.

I commenti di politici e giornalisti di destra si sono distinti per aver contrapposto la predicazione alla politica. Alcuni hanno richiamato la drammaticità della situazione economica italiana per affermare che di questa il Papa si sarebbe dovuto occupare prima di rivolgersi a chi viene da “fuori”. Ovviamente appartengono a quella corrente di pensiero per la quale i poveri sono importanti quando si possono usare come arma politica: la disperazione di chi attraversa il mare contro quella dei molti italiani impoveriti (dalle politiche di destra).

Quasi mai questi commentatori parlano dei migranti come persone; preferiscono chiamarli clandestini e, implicitamente, accusano il Papa di legittimazione della clandestinità.

Già utilizzare questa terminologia implica un giudizio. Proviamo, invece, a parlare di persone prive di regolari documenti di ingresso, in molti casi potenziali richiedenti asilo. Qualcosa cambia e anche parlare della loro morte diventa più impegnativo perché non muoiono “clandestini”, ma uomini, donne, bambini. L’indifferenza di cui ha parlato Francesco è favorita se si parla di clandestini cioè persone che commettono un reato e non di persone.

barcone migrantiL’ossessione di questi commentatori è la legalizzazione della clandestinità e mostrano una grande paura di perdere una supposta identità nazionale italiana come se questa fosse un corpo compatto di valori, di regole, di culture, di comportamenti isolati da influenze esterne. E, invece, le identità, come le lingue, sono costruzioni umane che cambiano, sono permeabili alla storia, alle modifiche del contesto.

Ciò che fa paura e che riesce difficile accettare in realtà è proprio una caratteristica umana e naturale ineliminabile e cioè che chi vive sul pianeta Terra si è sempre spostato alla ricerca di migliori condizioni di vita. O forse pensiamo che esista un Homo Italicus fin dall’inizio dei giorni? La paura fa brutti scherzi soprattutto quando si inserisce in un ambiente culturale dominato dall’egoismo e dall’individualismo. Così un problema di organizzazione e di razionalizzazione, di politiche e di strategie diventa un problema di ordine pubblico. Irrisolvibile per di più.

protesta migrantiSpesso viene tirato in ballo il legame tra clandestinità e i giri di affari della criminalità organizzata come se i migranti ne fossero protagonisti e responsabili e non vittime. Chi se ne approfitta, invece, sono altri e sono tanti. È semplice ed è esperienza quotidiana: tante persone prive di regolari documenti sono “invisibili”, e quindi facilmente ricattabili e sfruttabili nelle campagne, nei cantieri, nelle case. Per accorgersene non serve studiare corposi documenti né andare tanto lontano: basta guardare nelle nostre case e nei mille luoghi di lavoro dove i migranti sostengono tante attività economiche e erogano servizi a costi molto convenienti per i datori di lavoro. Possiamo farne a meno, possiamo rimandarli a casa? No, ovviamente no e lo sappiamo tutti molto bene perché poi non sapremmo come sostituirli.

immigrati sfruttatiAl contrario contro lo sfruttamento dell’immigrazione irregolare dobbiamo fare qualcosa. Innanzitutto bisogna cambiare la normativa che è fondata su una colossale ipocrisia. Ora per venire in Italia occorre essere in possesso, ancora prima di arrivare, di un contratto di lavoro, a condizioni ben lontane da quelle che l’attuale mercato del lavoro riesce ad assicurare. La legge Bossi-Fini è indegna di un paese civile e riflette la cultura di un centro destra che si straccia le vesti per le sorti di un pluricondannato per reati comuni come Silvio Berlusconi che pretende di essere posto al di fuori della legalità e poi mostra la faccia feroce con i migranti gettando il problema sulle spalle degli italiani. La destra ha saputo solo lavarsene le mani facendo finta di creare norme che tutti sanno essere inapplicabili.

È evidente che se ci sono persone disposte a spendere tanti soldi, pericoli e sofferenze per venire in Italia ciò accade perché sono mosse dalla disperazione. O, forse, la destra pensa che ai migranti piaccia fare le gite in barca nel Mediterraneo? Il problema è che la destra è disposta anche ad attaccare il Papa se osa parlare il linguaggio della verità. La Chiesa e il Papa per la destra vanno bene fino a che si pongono a guardia del potere delle classi dirigenti per quanto corrotte e corruttrici possano essere (basti pensare a quel grande corruttore che è Berlusconi).

Sempre più la destra appare inadatta a governare la collettività. Un’ideologia di chiusura, del “noi contro loro”, della “cultura minacciata”, che serve solo a difendere il potere di classi dirigenti o gruppi di potere che hanno dato l’assalto allo Stato e hanno fatto della corruzione e della sistematica compravendita di persone a tutti i livelli il loro principale valore non può guidare un paese che vuole guardare al futuro.

Claudio Lombardi