Anticorruzione: avanti piano fra mille ostacoli (di Vittorino Ferla e Giuseppe Bianco)

Il ddl anticorruzione passa al Senato e ora ritorna alla Camera per la quarta lettura. Certamente un risultato importante se si pensa al degrado della vita pubblica in questo momento storico. Il provvedimento è, da un lato, il frutto della maggiore autonomia del governo dei tecnici dalle pressioni delle diverse forze politiche, e, dall’altro, il frutto di una pressione molto forte da parte della società civile stanca di assistere allo squallore diffuso dei comportamenti degli ufficiali pubblici, siano essi politici o funzionari.

Alcune misure sembrano particolarmente efficaci: i protocolli di legalità obbligatori, il monitoraggio costante delle prefetture sulle aziende esposte al rischio di penetrazione mafiosa, la maggior tutela dei segretari comunali e provinciali, il divieto di collocare i pubblici impiegati condannati anche con sentenza non passata in giudicato in uffici deputati alla gestione delle gare di appalto (misura che serve ad ovviare la sostanziale disapplicazione della pena accessoria dell’estinzione del rapporto di pubblico impiego), la delega al Governo per la non candidabilità in organismi di rappresentanza politica di soggetti condannati per corruzione e reati similari.

Si tratta di misure che in qualche modo contribuiscono a creare un sistema di preallarme rispetto agli inizi dei fenomeni di corruttela. Ed è quanto suggeriva la Commissione Cassese già nel 1996.

Letta nel suo complesso, però, la legge approvata assume più un valore simbolico che reale, a causa delle numerose lacune che i diversi passaggi parlamentari non sono riusciti a colmare.

In primo luogo, non convince la formulazione dei nuovi reati. Per esempio, sono previste pene davvero minime per reati come il traffico di influenze. Ciò impedirà di condurre indagini approfondite attraverso, tra l’altro, l’uso delle intercettazioni. Il reato di corruzione fra privati – che serve a perseguire le forme di corruzione conseguite al processo di esternalizzazione dei compiti pubblici (società miste, consulenti, general contractor) – riguarderà solo i vertici delle strutture private e mai i quadri intermedi o i dipendenti: esattamente al contrario delle raccomandazioni del rapporto GRECO (il Gruppo degli Sati Europei contro la Corruzione).

In secondo luogo, nel provvedimento spiccano soprattutto gli assenti: non si accenna al ripristino del falso in bilancio né al reato di autoriciclaggio (fattispecie suggerite dallo stesso Fondo Monetario Internazionale) che incidono sui campi limitrofi della corruzione sistemica. L’evasione e i bilanci falsi servono a creare le provviste in nero prima della corruzione, il riciclaggio in tutte le sue forme serve a nasconderne dopo i proventi.

La Autorità Anticorruzione è individuata nella CIVIT, organo che non ha alcun profilo di indipendenza dall’autorità politica, privo di poteri ispettivi e sanzionatori, di profilo modesto sul piano delle competenze attualmente messo in campo e il cui ex presidente – oggi ancora membro del collegio – ha fatto parlare di sé per essere protagonista di casi che oggi – proprio con la nuova legge – sarebbero classificati come esempi di traffico di influenze. Difficilmente i funzionari pubblici disponibili a segnalare comportamenti illeciti di altri colleghi – saranno davvero spronati a denunciare ad un ente di nomina governativa in un sistema complessivo in cui gli organismi indipendenti di valutazione sono tutti occupati da colleghi dirigenti.

In verità, dunque, resta ancora molto da fare per questo Governo, a partire dal rendere immediatamente effettiva l’incandidabilità dei condannati in vista delle prossime elezioni.

Segnaliamo almeno quattro azioni concrete che il Governo dovrebbe fare subito per essere credibile: 1) rendere trasparenti gli atti della PA fin dalla loro formazione e, in particolare, rendere pubblici e comprensibili i bilanci di enti pubblici e partiti a tutti i livelli istituzionali, centrali e territoriali; 2) attribuire alla Civit (futura commissione anticorruzione) piena autonomia dalla politica e poteri ispettivi e sanzionatori reali, perché finché sarà così nessun dirigente pubblico sarà libero di denunciare episodi di peculato e malversazione; 3) allungare i tempi della prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione per garantire lo svolgimento dei processi e la condanna dei corrotti; 4) rendere sempre più diffuso il recupero delle risorse sottratte e poi la loro restituzione alla collettività, anche attraverso la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti.

Ecco perché l’impegno dei cittadini per la trasparenza e la legalità non può diminuire proprio adesso.

Articolo tratto da www.cittadinanzattiva.it

Vittorino Ferla – Responsabile Cittadinanzattiva per la Trasparenza e la Legalità
Giuseppe Bianco – Magistrato, Procuratore della Repubblica, Firenze

La “Grande Manovra” che possono fare gli italiani (di Claudio Lombardi)

La ricerca delle cause dovrebbe essere il primo interesse degli italiani chiamati, in gran maggioranza, a pagare un prezzo salato per una crisi che nel nostro Paese ci sorprende più deboli e impreparati. A parole non c’è nessuno che rifiuti di andare oltre l’immediatezza dei problemi e delle soluzioni, ma nei fatti è molto più difficile sradicare abitudini consolidate, situazioni di comodo, patti di potere e di denaro che avviluppano buona parte della società, dell’economia, della politica e degli apparati pubblici. Spesso sono coinvolti semplici cittadini abituati a vedere come una concessione personale ciò che spetterebbe loro come diritto. Scoprire e riconoscere la verità e prendersi le proprie responsabilità dovrebbe essere la parte principale della grande “manovra” per risanare l’Italia. Senza questa parte raddrizzare i numeri significa solo una guadagnare un po’ di tempo fino alla prossima crisi.

Cambiare i meccanismi che ci rendono più fragili e che corrodono ogni sforzo di risanamento non è impossibile perché le cause non sono al di fuori della comunità nazionale, anzi, sono il frutto coerente di scelte ben precise che sono state fatte in passato e che mantengono tutta la loro validità anche nel presente.

Una di queste cause è sicuramente la corruzione.

La corruzione non è fatta solo dello scambio di favori tra un funzionario pubblico e un privato che paga con denaro il favore. Questo è quello che si legge spesso nelle cronache dei giornali, ma è solo una parte della verità ed è persino fuorviante se appare come un incidente di percorso in un contesto sano ed efficiente. Purtroppo non è così, la corruzione è qualcosa di più vasto e profondo ed è una delle ragioni della fragilità italiana.

Il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha rilasciato un’interessante intervista pubblicata su Repubblica del 27 dicembre. Ad una domanda sul voto da dare all’Italia per la lotta alla corruzione la risposta è stata netta: “meno della sufficienza” perché “la lotta alla corruzione deve essere di sistema”.

La corruzione, infatti, ha una portata così vasta da stravolgere tutte le regole di convivenza, ma anche l’andamento dell’economia. Giampaolino sottolinea la “portata disastrosa della corruzione per l’economia in generale” nella quale finiscono per prevalere le peggiori imprese e si distrugge la concorrenza e il mercato.

Il Presidente della Corte dei Conti indica la necessità di ripristinare “in tutta la sua portata” il reato di falso in bilancio e di ratificare le Convenzioni internazionali sulla lotta alla corruzione che attendono da anni. Bene, ma è giusto chiedersi perché il governo Berlusconi si affrettò a depotenziare il reato di falso in bilancio e perché da allora sono passati ben dieci anni e nessuno ha pensato a ripristinare la situazione precedente. La mancata ratifica italiana delle convenzioni internazionali contro la corruzione viene giudicata da Giampaolino “un grave errore”. Un commentatore meno “istituzionale” potrebbe dire tranquillamente che si è trattato di una scelta politica e direbbe la verità.

Nell’intervista si esprime un giudizio preoccupante sull’espansione della corruzione “soprattutto perché non si avverte un reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale; l’onestà in ogni rapporto anche privato; la valenza del merito; l’etica pubblica; il rispetto del denaro pubblico e di tutte le risorse pubbliche”.

In questo giudizio siamo chiamati in causa tutti perché la rivolta morale, il rifiuto della corruzione in ogni sua forma non sono materia legislativa, ma di cultura civile e di politica intesa come scelta dell’assetto e delle regole sociali. Nessuna legge potrà mai determinare una rivolta morale e non è sufficiente indicare questo o quel partito come responsabile di un sistema così vasto che agisce come una palla al piede dell’Italia.

Ecco un esempio. Un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza ha consentito di scoprire un vero e proprio saccheggio del denaro pubblico nel campo della sanità. Due miliardi di euro di danni al fisco e 500 milioni di frodi in soli tre anni. I casi scoperti vanno dal rimborso ai medici di base per assistiti inesistenti, all’esagerata prescrizione di farmaci, alle false autocertificazioni per l’esenzione dai ticket, alle false attestazioni di ricovero, alle visite ambulatoriali fatte passare per day hospital, agli interventi di chirurgia estetica mascherati per farli pagare al servizio sanitario pubblico.

Il campionario è vasto, ma non esaurisce tutta la casistica del saccheggio cui viene sottoposto il Ssn da molti anni. Se in tre anni il danno è stato quantificato in 2 miliardi quanto è costato il saccheggio in un decennio?

Si potrebbe dire: cosa c’entra con la corruzione che è reato tipizzato in fattispecie ben precise?

C’entra perché qui non si parla solo del reato di corruzione, bensì del più generale fenomeno della corruzione delle regole di convivenza civile e di gestione della cosa pubblica che spinge chiunque ne ha la possibilità ad esigere per sé una parte delle risorse pubbliche sia appropriandosene direttamente sia vendendo le proprie funzioni o i poteri di cui dispone.

Nel caso della sanità è difficile sottrarsi all’impressione che le truffe siano possibili grazie ad un sistema che le accetta o non le contrasta e che, in qualche sua parte, è persino conosciuto e visibile da parte dei cittadini.

Il danno, inoltre, non consiste solo nel denaro speso in più per compensare i corrotti o per favorire i corruttori, ma nello stravolgimento del rapporto fra cittadini e Stato improntato alla conquista di risorse e dei poteri che servono per impadronirsene. In questo sistema alternativo non vi è più la legalità, bensì un sistema sotterraneo, ma vincolante perché permette di ottenere dei risultati.

Ognuno di noi potrebbe rievocare un episodio della propria vita che dimostra l’esistenza di questo sistema parallelo che non richiede esplicite adesioni se non quando si ha bisogno delle sue prestazioni..

Che fare? Cittadinanza attiva e responsabile, trasparenza e informazioni. Queste sono le armi che i cittadini possono utilizzare per scoperchiare il sistema sotterraneo, denunciarlo e imporre il suo superamento. La società civile ha la grande forza di essere dovunque e di essere una rete “naturale” che oggi è più forte perché dispone della rete di internet, ma anche, ovviamente, delle associazioni, dei comitati e dei movimenti. Diffondere la consapevolezza e organizzarsi per scoprire la corruzione diffusa è un compito fondamentale in questi tempi di crisi e sicuramente la più grande manovra che non un governo, ma tutti gli italiani possono fare.

Claudio Lombardi