Il concorsone dei navigator

In migliaia hanno attraversato la penisola per aspirare a uno dei 2.980 posti da “navigator”, il mestiere di chi dovrebbe trovare un mestiere agli altri.

Fin dai tempi spensierati di Totò e Peppino, il “concorsone” è un classico della commedia all’italiana. La parola evoca folle sterminate che sgomitano e si accalcano, aule troppo piccole, bigliettini e appelli a voce alta, risse nei corridoi, caldo asfissiante, svenimenti e speranze al vento. In alto, tra minacciose nuvole estive, il grande Moloch del “posto fisso” sghignazza e si prende gioco dei candidati sfiniti.

Nulla cambia, nel nostro incorreggibile Paese, anche quando l’antico  concorsone serve a selezionare  una figura nuovissima  e misteriosa: il navigator.  «Chi siamo, che cosa siamo venuti a fare, dove andremo», si chiedono dunque con esistenziale interrogativo i quasi ventimila aspiranti navigators che proprio in queste ore affrontano la prova nei grandi spazi della Fiera di Roma.

Ecco una transumanza che conosciamo da decenni: in migliaia hanno attraversato la penisola a bordo di grandi autobus di linea, vengono in gran parte dal Sud ma anche dal Nord,  sono in maggioranza donne, sono giovani ma anche di mezza età, precari e disoccupati, laureati di tutte le risme. In sintesi: uno spaccato dell’Italia che conosciamo, incerta, stanca, alla ricerca di stabilità e piccole certezze.

Da questo esercito, come prescrive la legge, saranno selezionati i 2.980 fortunati. E dopo? qui le tavole della legge si fanno nebulose: i navigators dovranno aiutare i percettori del reddito di cittadinanza a trovare lavoro. Disoccupati diventati precari  che aiutano disoccupati a diventare precari: «spingitori di spingitori di cavalieri», come spiegava Corrado Guzzanti, raccontandoci a suo modo il meccanismo bellico del medioevo.

C’è poco da ridere, purtroppo. «Qui dentro ho incontrato tanti concorsisti di mestiere», si sfoga un ragazzo. «È un concorso per disperati. È il fallimento dello Stato». Ma così vanno le cose, nel paese dei concorsoni. Uno ci prova, magari ci riesce. Prova a rispondere a cento domande con cento crocette in cento minuti: un miscuglio di discipline, dai classici della macro-economia, al marketing, alle nuove leggi del governo del cambiamento. Con tanta buona volontà e un po’ di fortuna diventi navigator, risolvi per un periodo il tuo problema, in attesa –chissà –  di risolvere i problemi degli altri.

C’è sempre la vecchia anima dell’io speriamo che me la cavo,  nel Paese futurista che affronta  rombando i primi tornanti del terzo millennio. L’Italia di oggi è uno spettacolo, e il mondo – potete giurarci – guarda con stupore a questo miscuglio di prometeismo e arte di arrangiarsi: eroi e farisei. Scrive il New York Times: «Nell’attuale versione italiana della politica alla rovescia, il buono è denunciato  come imbelle, gli  esperti sono derisi e i più concreti dati economici vengono sottoposti ad analisi dadaiste».

In attesa della versione dadaista del reddito di cittadinanza restiamo al nostro concorsone, alle speranze allo scetticismo e ai tremori dei candidati, nelle aule affollate della Fiera di Roma: ce la spacciano per una rivoluzione, in realtà è solo la vecchia riffa di Totò e Peppino.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Gli stranieri e il Reddito di cittadinanza

Alla fine, dopo lunghe discussioni, infinite accuse e banali considerazioni, il Governo  è riuscito a rispettare il proprio dettato politico legato all’ormai famoso slogan “italian first”, rendendo così più complicato e difficile se non impossibile per gli stranieri  l’accesso al Reddito di cittadinanza, con una decisione dal forte sapore di discriminazione palese per una componente della nostra società. Una decisione che rischia, oltretutto, di essere anche incostituzionale.

In sede di conversione del DL 4/2019, infatti, è stato inserito nell’art.1 un nuovo comma, l’1-bis, che obbliga i cittadini extracomunitari alla presentazione di  una certificazione “aggiuntiva”  in merito al reddito e al patrimonio oltre che alla propria  composizione  del  nucleo familiare, una documentazione da richiedere al proprio Stato e da presentare poi in versione tradotta e legalizzata dall’autorità consolare italiana che ne deve attestare così la conformità all’originale.

Una procedura dunque più complessa e articolata che dovrà essere eseguita da tutti gli stranieri, anche da coloro che hanno già presentato la domanda (i quali saranno pertanto richiamati per l’integrazione documentale), una procedura che creerà quantomeno per loro  tempi più lunghi e costi più alti. Restano esclusi dalla presentazione di questa  documentazione aggiuntiva, da effettuare in sede di compilazione ISEE, i soggetti con lo status di rifugiato politico per ovvie ragioni di impossibilità oggettiva, inoltre la norma prevede delle altre esclusioni non soggettive ma solo nei  casi in cui le convenzioni internazionali dispongano diversamente e per quei soggetti nei cui Paesi sia impossibile acquisire la certificazione.

Gli stranieri hanno più volte riscontrato negli anni  l’impossibilità di acquisire documenti e certificazioni dai propri Paesi non solo per le pratiche di cittadinanza o ricongiungimento familiare ma anche per la concessione delle detrazioni fiscali, per via della mancanza spesso di servizi anagrafici ad esempio. Lo Stato italiano, conscio di tale difficoltà, si è impegnato ad emanare un decreto entro 3 mesi,  concordato insieme  fra  il Ministero del Lavoro e degli Esteri, con l’elencazione esplicita  dei Paesi esclusi per i quali non sarà possibile fornire quanto richiesto ed esonererà i cittadini di detto stato alla presentazione.

Dunque per molti stranieri ad oggi la richiesta non potrà che essere  sospesa o non accettata, in attesa o dell’arrivo della documentazione o in attesa del Decreto, con un danno economico notevole per loro, oltre alla creazione per Legge di una nuova categoria sociale di poveri ancora più disgraziati!

Eppure questo comma 1-bis  potrà essere “neutralizzato” in seguito da un ricorso probabile presso la Suprema Corte ed è davvero strano che i nostri legislatori abbiano ignorato completamente quanto già successo per la storia delle mense scolastiche cui è seguita una  sentenza della Corte Costituzionale, fingono cioè  che non sia avvenuto o fingono di non sapere o hanno semplicemente deciso di sfidare la Corte? La Corte Costituzionale con sentenza n. 106 del 2018 ha sancito in maniera del tutto chiara che lo status di cittadino non comporta il privilegio di accedere a benefici dei servizi sociali rispetto allo straniero legalmente residente con tanto di permesso soggiorno UE, ribadendo, come già fatto più volte, che i soggiornanti di lungo periodo sono equiparati ai cittadini dello Stato membro ai fini del godimento delle prestazioni sociali anche in considerazione dell’art.11 della Direttiva europea 2003/109/Ce.

Perché dunque il legislatore ha volutamente ignorato la direttiva e la sentenza della Corte Costituzionale? Ha senso esporsi a nuovi ricorsi con la certezza  di essere sconfitti?

Purtroppo i motivi politici sono evidenti. Sono imminenti le elezioni europee e la scelta è chiara: gli stranieri nell’ideologia sovranista e populista vengono dopo gli italiani anche perché……non votano!!! Se più in là verremo sommersi di ricorsi, se la Corte Costituzionale toglierà questi obblighi e imporrà di risistemare la legge in conformità dei principi costituzionali, se la stessa Europa ci bacchetterà, se si dovrà rivedere le domande presentate e erogare il beneficio a chi volete che importi?

Non dimentichiamo che il soggetto con permesso di soggiorno UE ha dovuto già dimostrare allo Stato Italiano alcuni requisiti per ottenerlo, in primis il possesso di un reddito non inferiore all’assegno sociale (5.954,00) o di importi superiori nel caso vi siano anche familiari, avere un lavoro, e  la disponibilità di un alloggio per sé e la sua famiglia che rientri nei parametri minimi previsti dalle Leggi Regionali e che sia fornito dei requisiti igienico sanitari accertati dalla Asl competente. Dunque allo straniero non basta avere il permesso di soggiorno UE ed essere residente in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo,  ma per il RdC deve dimostrare altro e per molti sarà difficile poterlo fare

Alessandro Latini

L’Inps e il Reddito di cittadinanza: un matrimonio pericoloso

Il principale obiettivo del legislatore nel pensare al Reddito di cittadinanza è stato sin dall’origine quello di evitare gli abusi e di scuotere i potenziali “divanisti” dal loro torpore,  di colpire duramente i furbetti o, più propriamente, i malandrini e gli  approfittatori. Insomma, il Reddito di cittadinanza può funzionare, si è detto da sempre, solo se non è per tutti e se le sue regole sono chiare come le sue sanzioni. Già, le sanzioni: non c’è legge che non le preveda e anche in questo caso ci sono e sono pure pesanti, arrivando in caso di “dolo” alla reclusione in carcere, ma si colpiscono anche gli errori, le negligenze e le disattenzioni. Attenzione dunque, il Reddito di cittadinanza non permette errori e se si commettono si paga.

A chi spetterà l’onere di comminare le sanzioni ai cittadini? Ovviamente la risposta è scontata:  all’Inps!

Infatti la normativa riserva all’Inps la gran parte del lavoro per il Rdc. Spetterà all’Istituto accogliere e vagliare le domande presentate e entro 10 giorni comunicare il risultato all’utente. Sarà dunque l’Inps a dire Si o No al beneficio e dovrà altresì provvedere a determinarne l’importo e gestire mensilmente l’accreditamento sulla card, oltre a dover emettere i provvedimenti di revoca e decadenza del beneficio ed effettuare anche la decurtazione e la sospensione della card. Alla fine, gli toccherà pure recuperare le somme indebitamente elargite.

Ai più sembra naturale che sia l’Inps a svolgere anche il ruolo di “sanzionatore” oltre a tutto il resto. Ma, chi conosce da vicino l’Inps, le sue procedure e il suo modo di approcciarsi con gli utenti, non può che essere molto preoccupato. Sarà in grado, ci si chiede, di sostenere questa nuova mole di lavoro senza rendere l’operazione un calvario? Sarà in grado di essere anche giusto nell’applicazione delle sanzioni oltre ad essere preciso e rapido? Sarà in grado di dialogare con gli utenti? Non dimentichiamoci che il Rdc è destinato per sua natura ad una platea di persone in gravi difficoltà e questo dovrebbe rendere gli uffici dell’Inps ”umani”,  gentili e accoglienti e non avere (per favore toglietele!!!) nei box dell’informazione le “guardie”, i vigilantes, che già intimoriscono prima di porre qualsiasi domanda e che ormai fungono da filtro con i toni degli inquisitori.

Chi conosce  bene l’Inps o, in qualche modo, ci ha avuto a che fare, ha consapevolezza del suo modo di agire spesso confuso e disarticolato. Ha esperienza di quanto sia difficile farsi ascoltare (appuntamenti telematici non prima di 30 giorni!). Sembra che l’Inps sia chiuso in sé stesso, non voglia dialogare con gli utenti. In molti sono costretti a parlare con i call center che spesso non hanno le informazioni giuste e non danno risposte esaurienti.

E se i contatti sono difficili sarà problematica anche un’applicazione severa, ma giusta delle sanzioni.

Nel caso del Rdc sono previste sanzioni penali per chi tenterà di prendere il Rdc  senza averne diritto o falsificando i documenti con la reclusione da 2 a 6 anni e da 1 a 3 anni in caso di dichiarazioni e/o documenti falsi o attestanti cose non vere. Anche omettere con dolo di comunicare una nuova attività lavorativa intrapresa rientra in questo tipo di sanzione.

Ma sono previste anche sanzioni amministrative gestite direttamente dall’Inps. La revoca del Rdc sarà inflitta nel caso in cui si riscontrino inesattezze e non corrispondenze nelle domande presentate o di successive omissioni relative a notizie su nuove occupazioni. Si parla di quelle situazioni classiche nelle quali si sono verificati  errori e ritardi di comunicazione senza che vi sia stato il  dolo (per il quale è previsto il penale). L’Inps potrà inoltre decurtare il beneficio in presenza di comportamenti dei beneficiari in merito alle politiche attive (mancata presentazione ai progetti del Centro per l’impiego, mancata dichiarazione di immediata disponibilità, assenza alle iniziative di formazione ecc.). Come si sa la normativa è piuttosto complicata ed è prevedibile che saranno commessi anche molti errori involontari da parte dei beneficiari.

In conclusione se, da un lato, le sanzioni contro i furbetti appaiono doverose, non vorremmo che  la gestione elefantiaca dell’Inps, la sua rigidità  e la sua impreparazione alla fine si riversi contro gli stessi destinatari del beneficio, non vorremmo cioè che i “poveri” destinatari del Rdc debbano alla fine chiedere un prestito per pagare le sanzioni all’Inps

Alessandro Latini

Le aziende e il Reddito di cittadinanza

Come ormai sappiamo bene tutta l’operazione Reddito di cittadinanza si basa, oltre che sull’erogazione del sussidio, sulla ricerca di un lavoro e, quindi, sulle cosiddette politiche attive. Il coinvolgimento delle aziende è necessario  e, per scuoterle davvero, il legislatore ha pensato che l’unico modo fosse incentivarle con un sostanzioso beneficio economico sottoforma di sgravi contributivi e credito d’imposta.  Basterà?

Intanto vediamo i numeri dell’agevolazione:  l’azienda che assume il lavoratore che percepisce il Reddito di cittadinanza si prenderà come beneficio  contributivo (escluso INAIL) le quote a lui spettanti per i 18 mesi con un minimo di 5 mesi e potrà, altresì, cumulare detta agevolazione con altre agevolazioni, comprese quelle per assunzioni nel Mezzogiorno. Insomma si tratta di molti soldi che dovrebbero spingere le aziende ad assumere i beneficiari del Rdc.  Sarà effettivamente così?

Vediamo gli ostacoli. Le aziende dovranno iscriversi  sul portale dell’Anpal  per dichiarare la propria disponibilità e la carenza di organico. C’è poi la possibilità,  all’atto dell’assunzione, di vedersi costrette dal Centro per l’impiego alla stipula di un “patto di formazione” per il neo assunto per un percorso di riqualificazione a carico dell’azienda (come, con quali contenuti, con quali modalità?).

Questione cruciale è che l’assunzione del beneficiario del Rdc  dovrà avvenire solo a tempo indeterminato e full time, e quindi sono escluse le attività a termine e stagionali oltre a tener fuori  altri settori  nel quale l’orario ridotto (part-time) è la prassi (pulizie-call center, pubblici esercizi, spettacolo ecc.). Infine, l’azienda dovrà attenersi al rispetto delle regole generali imposte per usufruire delle  agevolazioni che non sono poche ed è bene ricordarle:

  1. Essere in regola con il Documento unico di regolarità contributiva (DURC);
  2. Rispettare la contrattazione collettiva e quindi i minimi salariali previsti
  3. Rispettare le regole in materia di sicurezza sul lavoro
  4. L’assunzione non dovrà avvenire per  un obbligo di legge;
  5. Non devono esserci in corso sospensione del lavoro connesse a crisi aziendali;
  6. Rispettare il principio di precedenza nelle assunzioni

Oltre a queste ovvie, ma non scontate regole (il DURC è l’incubo di ogni azienda, basta poco a volte per vederselo negare!!!) si deve soggiacere anche al rispetto della cosiddetta regola del “de minimis” che impone un tetto massimo di sgravi nel triennio per non essere considerati “aiuti di Stato” come prescrive il Regolamento Europeo.

Se queste regole sembrano già abbastanza la norma sul Rdc  ne aggiunge altre 2 che non favoriscono di certo le assunzioni:

  • il lavoratore assunto deve dar luogo ad un incremento occupazionale netto del numero dei dipendenti, in riferimento ai soli lavoratori a tempo indeterminato;
  • il neo-assunto non deve essere licenziato se non per giusta causa o giustificato motivo.

Questa limitazione sul  licenziamento poi  sembra in effetti una punizione severissima visto che non ha neanche un termine, cioè sembrerebbe che se l’azienda licenzi fra 3 anni il lavoratore e le motivazioni addotte sono contestate e il giudice ravvisa che non vi sono gli estremi di “giusta causa o giustificato motivo” si dovrà restituire l’intero importo con tanto di interessi e sanzioni.

È chiaro che si tratta di ostacoli che possono scoraggiare le assunzioni e non incentivarle. È ovvio che l’azienda che volesse assumere un beneficiario del Reddito di cittadinanza  dovrà verificare in modo preciso  se la convenienza economica valga davvero il gioco ed è evidente che, per esserlo, si dovrebbe assumere subito chi percepisca un Rdc elevato. Le previsioni, invece, indicano la possibilità che il RdC medio sarà intorno ai 200 euro. Sembra proprio che il matrimonio fra aziende e Rdc sarà molto difficile da celebrare

Alessandro Latini

Il Reddito di cittadinanza e i disoccupati che dicono no

La situazione è davvero paradossale: circa 120 mila persone (ma il numero aumenta di giorno in giorno) hanno presentato la domanda e quasi altrettanti sono in attesa di farlo a breve dopo essere passati dal Caf per predisporre l’Isee eppure sul Reddito di cittadinanza  …….nulla è stato deciso!!!! Non c’è ancora la conversione in Legge del Decreto Legge 4/2019 e nel mentre si corre alla Posta e ci si affanna a predisporre carte e a fare dichiarazioni penalmente rilevanti, la politica è in pieno movimento e  discute ancora nelle commissioni su molti aspetti e si presentano continui emendamenti che porteranno dei cambiamenti rilevanti. E poi c’è la trattativa con le regioni che ha già prodotto il dimezzamento del numero dei navigator. Insomma sembra una follia talmente incomprensibile che diventa ridicolo tentare pure di entrarci dentro, si rischia anche di dire cose che il giorno dopo verranno smentite, di fare rilievi su questioni che vengono superate con un nuovo emendamento approvato. Sul Reddito di cittadinanza tutto è ancora molto fluido.

L’ultimo rilevante intervento in commissione Senato è quello legato al limite per dire No ad una offerta di lavoro non soltanto sulla base delle distanze chilometriche (nei primi 12 mesi l’offerta è congrua se è dentro i 100 km dalla residenza o è raggiungibile in meno di 100 minuti con i mezzi!) ma anche sulla base della retribuzione offerta oltre alla natura del  contratto: i tre elementi – distanza, tipo di contratto, retribuzione – ricordiamolo  devono essere presenti tutti e tre per poter definire l’offerta congrua.

Tralasciamo la questione della distanza e concentriamoci sugli altri due: in primis il contratto offerto dev’essere esclusivamente a tempo indeterminato e full-time. Questa, che potrebbe sembrare una ovvia disposizione, di fatto comporta una limitazione fortissima per molti settori nel quale l’attività part-time è la prassi e pertanto queste attività non avranno la passibilità di accedere ai benefici previsti in caso di assunzioni di persone con il Reddito di cittadinanza anzi rischieranno di trovarsi a corto di personale. Basti pensare al settore delle pulizie (il 70% sono part-time), della ristorazione per qualifiche quali camerieri, aiuto cuochi, lavapiatti, oppure i call-center per finire al lavoro domestico (colf-badanti e baby sitter). Restano, inoltre, escluse tutte le attività stagionali soprattutto nei settori quali il turismo, lo spettacolo e l’ agricoltura in particolare, dove la scarsità di manodopera purtroppo spinge non solo al sommerso più spietato ma anche a livelli di sicurezza e sfruttamento indicibili.

Queste considerazioni già renderebbero la questione spinosa ma c’è un altro elemento che complica ancora di più la vicenda:  l’offerta deve avere una retribuzione minima da offrire non inferiore a 858 euro mese (oltre alla tredicesima ed eventuale 14 mensilità e tfr?). Anche qui leggendo superficialmente potrebbe sembrare ovvio e sensato ma nella realtà le cose non stanno così:  ad esempio un apprendista parrucchiere al primo anno non arriva a 830 euro mese e questo lo dice il Contratto nazionale non lo decide il datore di lavoro. E allora addio a camerieri e parrucchieri, conducenti e commessi, giardinieri e manutentori, lavapiatti e badanti? Oppure molti preferiranno non lavorare oppure lavorare poco e in nero pur di non perdere il RdC?

Insomma sembra che trovare un lavoro congruo ai  beneficiari del RdC  sarà davvero  impresa ardua. Fra distanza, contratto a tempo indeterminato full-time e retribuzione minima è prevedibile che le offerte di lavoro scarseggeranno. Ma c’è un’altra considerazione da fare. Chi non percepirà il reddito di cittadinanza pur essendo disoccupato/inoccupato sarà penalizzato perché dovrà prendere quello che viene senza poter andare troppo per il sottile. Quanti potranno permettersi di rifiutare offerte di lavoro a termine? Quanti potranno rifiutare i part-time a 600 euro?  Quanti non percettori di Rdc potranno dire No ad apprendistati da 900 euro mese?

Attualmente i lavoratori in disoccupazione involontaria e percettori di  Naspi (indennità di disoccupazione) non possono permettersi di rifiutare una offerta di lavoro. Contrariamente ai loro colleghi in Reddito di cittadinanza, infatti, a loro basta un rifiuto per fargli  perdere l’indennità. Sembra che con il Reddito di cittadinanza si sia introdotta una nuova categoria di disoccupati: quelli che possono dire NO al lavoro.

Alessandro Latini

Il reddito di cittadinanza alla prova dei fatti

Parte il reddito di cittadinanza : dove andrà  a finire? E’ chiaro, nell’inferno dei Centri per l’Impiego!

Oggi i cittadini possono presentare la domanda per il reddito di cittadinanza presso le poste, i Caf o tramite internet, e attendere poi la risposta dell’Inps entro (presumibilmente in questa prima fase) il 15 aprile (poi dovrà essere entro cinque giorni) e nel caso di accettazione (dopo controllo dell’Isee e dei requisiti) vedersi accreditare entro i primi di maggio sulla Post-Card i soldi da spendere.

Tutto facile e tutto semplice, peccato che le ombre sono ancora moltissime sulla norma simbolo del governo a cominciare dalla partenza senza che il Decreto Legge 4/2019 sia diventato legge e quindi con la possibilità di qualche modifica (per esempio si prevedono regole più complesse per gli extracomunitari e verso le coppie separate), mentre è ancora più complessa la situazione dell’assunzione come co.co.co dei Navigator, figura determinante per assistere i beneficiari presso i Centri per l’impiego sia per la ricerca del lavoro che per l’accesso ai corsi formativi (quali? dove? Non si sa).  Insomma si parte, ma la macchina amministrativa ancora non c’è.

Il reddito di cittadinanza è un provvedimento troppo ambizioso e quindi eccessivamente complesso. Si vuole, di fatto,  con un solo strumento risolvere più questioni di enorme impatto quale la povertà, il lavoro, il reddito e l’assistenza, troppe cose insieme che avrebbero bisogno di soluzioni diverse e anche di diversi approcci. Poi ci sono anche troppi enti coinvolti, Anpal-Cpi ,Inps, Poste, Comuni per non parlare dei Caf , una miscela esplosiva in un Paese burocraticamente incasinato, che non potrà che rendere il processo maggiormente  lento e confuso, con competenze che si rincorrono e si accavallano e scambi di dati che produrranno per lo più tempi lenti e risposte inesatte.

“Abolire la povertà” è un sogno e un grande obiettivo che presuppone strumenti semplici e regole chiare che il Rei sembrava in tutta la sua difficoltà aver assolto, certo l’importo poteva essere troppo basso e la platea dei beneficiari troppo esigua ma si poteva ragionare su questa base invece di creare un “mostro” che non ha se non in partenza importi più alti e una platea più ampia.

Prendiamo ad esempio  l’importo simbolo del reddito di cittadinanza,  i 780 euro al mese. È un importo che è bene ricordare si compone di due distinte somme:  i 500 euro quale integrazione reddituale per un single con un reddito pari a 0 (zero) e 280 euro di contributo nel caso in cui la stessa persona debba pagare l’affitto di casa.  Mi chiedo: come si può pagare un affitto avendo reddito zero? E se così fosse non è passibile di controllo dell’Agenzia Entrate? Non è forse un cittadino che magari svolge lavoro in nero?  E se fosse così gli conviene ……scoprirsi? Non dimentichiamo che la normativa del Rdc prevede tutta una serie di pesanti sanzioni.  Ovviamente nel caso di reddito Isee invece pari ad esempio 2500 euro l’integrazione reddituale scende (6000-2500 = 3500 pari 291,66 euro mese) e via dicendo, quindi possiamo affermare che la misura standard e bandiera del reddito di cittadinanza è effettivamente piuttosto alta.

Ma quanti lo richiederanno? Il provvedimento richiede delle dichiarazioni piuttosto complesse come la compilazione della DSU che contiene  molte indicazioni sui redditi e sulle residenze dei familiari ed è necessaria l’assistenza  dei Caf per la corretta compilazione. Come già detto, inoltre, le sanzioni sono piuttosto elevate  qualora le informazioni fornite si dimostrino “inesatte e/o false”. Non dimentichiamo poi che  tutti i soggetti del nucleo familiare del richiedente il Rdc dovranno attivarsi per la ricerca di un lavoro, partecipare a colloqui, come indicato dal Patto per il Lavoro che dovrà essere firmato una volta ottenuto il diritto all’importo.

Insomma si sono messi insieme sostegno ai poveri e politiche attive del lavoro, senza averne però i mezzi e gli strumenti, senza capire cosa faranno i famosi “navigator” e quali saranno  le loro competenze e le loro capacità, senza rendersi conto che spesso manca la materia prima: le offerte di lavoro! Le aziende è presumibile che andranno presso i CPI oppure li ignoreranno del tutto? Le aziende storicamente non si sono mai fidate dei Centri per l’impiego , li hanno sempre visti come Enti inutili e carrozzoni burocratici  e non capiamo perché dovranno farlo ora, in fondo il risultato da cui si parte è scoraggiante, solo il 3% trova lavoro in Italia grazie ai CPI! Sarà possibile senza una programmazione seria e senza investimenti corposi invertire la rotta dei Cpi? La paura è che il reddito di cittadinanza seppur riuscirà a superare i troppi ostacoli “brucerà” nell’inferno dei Centri per l’impiego, da dove molti si sono già scottati e altri definitivamente perduti!

Alessandro Latini

Come riscriverei la manovra

Articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Visto che in questo paese ogni occasione è opportuna per organizzare giochi di società ed ingannare il tempo in attesa del dissesto, oggi vorrei dedicarmi ad una “riscrittura” della manovra del nostro confuso governo pro tempore, anche per rispondere alle stucchevoli obiezioni di chi non mi legge né ascolta su base regolare ma trova modo (da anni) di uscirsene con la solita frasetta scema del tipo “fai troppe critiche, proponi qualcosa, invece”. E quindi, giochiamo.

Vediamo come rettificare le misure principali di una legge di bilancio fatta di spesa corrente con coperture una tantum, al punto che persino Moody’s ha fatto confusione (forse), oppure ha dato prova di ottimismo, pensando davvero che l’intervento sulle pensioni alla fine non andrà oltre il 2019.

Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica. Presentare il ritorno delle pensioni di anzianità nel paese più vecchio del mondo come misura per spingere l’inesistente staffetta generazionale, o addirittura per “rendere le aziende più competitive”, indica solo il micidiale mix di ignoranza e malafede dei proponenti. Per i seniores in azienda si potrebbe pensare a forme di part-time con protezione della contribuzione piena, comunque.

Misure come l’Ape sociale dovrebbero restare, essendo una sorta di “salvaguardia” implicita all’impianto della legge Fornero.

In luogo di reintrodurre la Cigs per cessazione, che alla fine tutela il posto di lavoro (morto) e non il lavoratore, servirebbe potenziare la Naspi.

Quanto al reddito di cittadinanza, la mia proposta è di irrobustire invece il reddito di inclusione e non fare casini col mercato del lavoro, perché qui finiremo a disincentivare l’offerta ed incentivare il nero. Il Rei è misura del tutto tardiva e quantitativamente insufficiente dei governi Pd della scorsa legislatura ma non per questo va buttata nello sciacquone. Il reddito di cittadinanza, per come è costruito e per gli importi in gioco, sarà solo una devastante rendita parassitaria travestita da ibrido tra mercato del lavoro e politiche sociali. In pratica, sarà la forma terminale del voto di scambio.

Serve poi “riqualificare” gli 80 euro di Renzi, dieci miliardi che ingessano ogni anno il bilancio dello Stato. In che modo? Due opzioni: creare l’equivalente di un EITC, cioè tax credit rimborsabile (quindi a beneficio anche degli incapienti) per aiutare i working poor, quindi mantenendo la misura legata alla presenza di lavoro. Oppure usare quei fondi per ridisegnare la curva Irpef, smorzandone la pendenza attraverso azione sulle detrazioni.

Sarebbe poi utile introdurre anche in Italia la fiscalità in base al nucleo familiare, per evolvere verso il quoziente in modo da non disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito della famiglia.

Servirebbe poi prevedere altre risorse per la riduzione strutturale del cuneo fiscale, dopo che anche la scorsa legislatura è stata sprecata preferendo la via alternativa di decontribuzioni a termine o generazionali, che di conseguenza hanno favorito distorsioni del mercato del lavoro e mantenuto il tempo determinato come forma contrattuale elettiva per il datore di lavoro. Quando i costi dell’indeterminato sono elevati, così come l’incertezza (domestica ed esterna), mi pare evidente che le imprese non si fiondino ad assumere in via permanente. Ma qui purtroppo serve fare i conti con la scarsità di risorse fiscali disponibili. Di certo, se dovessi andare in guerra contro la Commissione Ue e gli altri governi europei per un ampio sforamento dei conti pubblici, lo farei per misure di questo tipo, non per demenziali misure clientelari.

In sintesi, e dopo alcune proposte certamente non esaustive: servono soldi, e tanti. Questi interventi sono il correttivo minimo ad una manovra da scappati di casa che sta mettendo il cappio attorno al collo del paese. Innegabile che nella scorsa legislatura sono state sprecate molte risorse e, se la memoria non mi inganna, ne ho scritto e parlato ad nauseam, con buona pace della memoria selettiva (e della malafede) di quanti mi chiedono conto ora. Le risorse costano, perché per definizione sono scarse, nel mondo reale. Quindi, se proprio devo cercare di lottare per prendermi margini, meglio farlo per misure differenti dalla pura spesa corrente. A proposito: ma dove sono tutti questi investimenti?

Il reddito di cittadinanza del M5S

Un articolo di Luca Ricolfi pubblicato sul sito www.fondazionehume.it analizza la proposta del reddito di cittadinanza presentata dal M5S. Seguiamo il suo ragionamento con sintesi e citazioni. Il tema del reddito minimo è presente in tutti i programmi elettorali dei partiti. Da quest’anno è operativo il reddito di inclusione voluto dall’attuale governo. Tuttavia il Movimento Cinque Stelle è la forza politica che ha fatto del reddito di cittadinanza (la sua bandiera regolamentato in dettaglio in un disegno di legge. L’obiettivo è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. Ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà.

Ecco le osservazioni di Ricolfi.

Primo punto: il costo. Ci sono varie stime ma un onere annuo intorno a 20 miliardi di euro appare plausibile. Secondo punto: il disincentivo a lavorare. Così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Una prestazione assistenziale di circa 780 euro al mese infatti eguaglia la retribuzione di molti lavori a tempo parziale.

In realtà è previsto che si perda il diritto al reddito di cittadinanza se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. Tuttavia si possono rifiutare ben 3 offerte di lavoro se non sono congrue. Che significa?

Lo specifica il Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua.

Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. Intanto sarà difficile “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione la possibile platea di beneficiari. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato. In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate.

Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. In effetti tutte le misure basate sul reddito nominale sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare dell’eterno problema degli evasori che usano le prestazioni del welfare, ma non vi contribuiscono.

Una riflessione va fatta sul possibile mutamento dello Stato da sociale ad assistenziale. Di fronte ad una trasformazione tecnologica che minaccia di sostituire gli uomini con i robot ci si può rassegnare a veder relegati alla condizione di assistiti un elevato numero di persone? Dal confronto con gli altri paesi emerge, invece, che sono molti quelli che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di dieci anni fa.

Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?

Da un po’ di tempo purtroppo se ne parla davvero poco, anche gli stessi promotori del M5S sembrano averlo accantonato, mentre in fondo tra le altre forze politiche nessuno sembrava prenderlo sul serio e allora per nessuno sembra oggi serio discuterne, insomma il reddito di cittadinanza è caduto nel dimenticatoio della politica, sommerso dagli eventi . E’ stato il cavallo di battaglia del M5S sin dagli esordi e soprattutto nella campagna elettorale del 2013 è sembrata la vera trovata “rivoluzionaria” del movimento, che dalle parole vomitate sui palchi le ha tramutate in una elaborata proposta di legge presentata in Senato (n.1148/2013) a settembre del 2013. Poi però, giorno dopo giorno, tra una campagna elettorale e l’altra, tra una lotta intestina e l’altra, quella proposta tanto ambiziosa mano a mano sembra abbia perduto fascino persino ai loro occhi e si è affievolita e così i “grillini” nel frattempo hanno perso tempo a prendere di mira il Governo e Renzi più che a sostenere e divulgare il loro progetto (uno dei pochi realmente definiti!).

povertaEppure è una proposta quella del M5S sulla quale sarà necessario discutere prima o poi e non lasciarla nel dimenticatoio perché il problema di fondo resta: come contrastare la povertà, come aiutare i giovani e l’inclusione sociale, come diminuire la disuguaglianza? A queste domande bisogna trovare giuste risposte o quantomeno provare a darle! Sono problemi reali del Paese cui il M5S ha tentato, e questo è un gran pregio da riconoscere, di trovare una risposta globale, non una semplice “pezza”, un tentativo di portare la questione delle “ridistribuzione reddituale” nel dibattito politico e di conquistare la “folla” al progetto di un reddito di cittadinanza che aiuti il povero e lo renda meno isolato nella vita sociale.

E’ però doveroso precisare che la proposta “grillina” presentata in Senato non ha i requisiti di un “reddito di cittadinanza” vero e proprio bensì di un “reddito minimo garantito”, visto che così come impostato non sarà generalizzato a tutti i cittadini italiani (ricchi e poveri, lavoratori e pensionati ecc.) ma soltanto a quelli che necessitano di un sostegno rispetto alle proprie condizioni economiche, pertanto come da più parti evidenziato è necessario e obbligatorio che si cambi l’intestazione, non per puro formalismo ma effettivamente per non ingannare i cittadini: non è un reddito di cittadinanza generale quello proposto ma soltanto un reddito minimo!

sostegno-alle-famiglieLa proposta del M5S si sostanzia in effetti sul supporto da erogare ai cittadini in difficoltà economica tramite un importo dello Stato, indicando delle limitazioni sulla base di una soglia di povertà cui far riferimento e sulla base di determinate condizioni familiari, insomma lo Stato sarà tenuto a riconoscere delle somme a sostegno del reddito “minimo” con valori che possono oscillare da 780 euro al mese nel caso di single, e con scale di valori che portano a seconda della presenza di figli ecc. ad importi più alti (es. 1 genitore e 1 figlio minore = 1014 euro mese). Sono previsti poi obblighi per i cittadini di rispondere a chiamate al lavoro, a rendersi disponibili per formazioni ecc., accentuando un forte impegno del Centro per l’impiego nella funzione di ingresso al lavoro o reingresso (questo ci sembra già il primo grande limite: il CPI non è mai riuscito a svolgere una funzione così penetrante nel mercato del Lavoro!) con decadenze eventuali dal beneficio in mancanza di accettazione di offerte lavorative (fino a 3 volte ma tenuto conto di vari aspetti fra i quali la corrispondenza con il proprio percorso formativo, lo stipendio, il luogo ecc.) ed altre regole di decadenza legate al superamento della soglia di povertà.

Insomma il tanto conclamato “ reddito di cittadinanza” di fatto sarà un reddito riconosciuto non a tutti ma solo a quelli più in difficoltà e che dovrebbe costare allo Stato circa 16 miliardi di Euro, una cifra non da poco viste le penurie del nostro Bilancio anche se non eccessivamente distante dai 10 miliardi del costo per gli 80 euro, del governo Renzi.

giovani-e-lavoroUna proposta seria dicevamo ma accantonata, una proposta però che non ci convince sia per la sua difficoltà d’applicazione e i suoi costi (le procedure di riconoscimento non sono certamente semplici così come la gestione delle richieste e le verifiche ) oltre che per la sua capacità innata di dissuadere le persone ad accettare lavori se questo non comporti un reddito superiore a quello di sostegno percepito. Infatti, se ipotizziamo un giovane cui venga riconosciuto l’importo di 780 euro mese quale reddito minimo di cittadinanza perché dovrebbe impazzire per andare a lavorare magari per 1000 euro al mese? Perché dovrebbe accettare un tirocinio formativo, quale forma di ingresso al lavoro, a 400 euro quando stando senza fare nulla ne prende 780? E questo cosa porterà alla lunga se non una disaffezione al lavoro e alla crescita? Inoltre tale meccanismo farà lievitare inevitabilmente il lavoro nero cui ricorreranno tutti pur di mantenere il sussidio e questo comporterà un vortice pericoloso da bloccare.

E’ però una proposta che attende un serio dibattito e una risposta “politica”, una controproposta, una nuova idea, un nuovo modo di affrontare la questione della povertà innanzitutto e che non può essere solo quella del SIA (troppo limitato!) o degli ammortizzatori sociali (solo per ex lavoratori), forse si potrebbe pensare ad altre forme quali ad esempio l’imposta negativa o ad altre forme di sostegno alla povertà che siano generalizzate e non favoriscano il lavoro nero o la negazione del lavoro stesso. Però parliamone!

Alessandro Latini