Il reddito di cittadinanza del M5S

Un articolo di Luca Ricolfi pubblicato sul sito www.fondazionehume.it analizza la proposta del reddito di cittadinanza presentata dal M5S. Seguiamo il suo ragionamento con sintesi e citazioni. Il tema del reddito minimo è presente in tutti i programmi elettorali dei partiti. Da quest’anno è operativo il reddito di inclusione voluto dall’attuale governo. Tuttavia il Movimento Cinque Stelle è la forza politica che ha fatto del reddito di cittadinanza (la sua bandiera regolamentato in dettaglio in un disegno di legge. L’obiettivo è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. Ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà.

Ecco le osservazioni di Ricolfi.

Primo punto: il costo. Ci sono varie stime ma un onere annuo intorno a 20 miliardi di euro appare plausibile. Secondo punto: il disincentivo a lavorare. Così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Una prestazione assistenziale di circa 780 euro al mese infatti eguaglia la retribuzione di molti lavori a tempo parziale.

In realtà è previsto che si perda il diritto al reddito di cittadinanza se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. Tuttavia si possono rifiutare ben 3 offerte di lavoro se non sono congrue. Che significa?

Lo specifica il Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua.

Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. Intanto sarà difficile “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione la possibile platea di beneficiari. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato. In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate.

Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. In effetti tutte le misure basate sul reddito nominale sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare dell’eterno problema degli evasori che usano le prestazioni del welfare, ma non vi contribuiscono.

Una riflessione va fatta sul possibile mutamento dello Stato da sociale ad assistenziale. Di fronte ad una trasformazione tecnologica che minaccia di sostituire gli uomini con i robot ci si può rassegnare a veder relegati alla condizione di assistiti un elevato numero di persone? Dal confronto con gli altri paesi emerge, invece, che sono molti quelli che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di dieci anni fa.

Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?

Da un po’ di tempo purtroppo se ne parla davvero poco, anche gli stessi promotori del M5S sembrano averlo accantonato, mentre in fondo tra le altre forze politiche nessuno sembrava prenderlo sul serio e allora per nessuno sembra oggi serio discuterne, insomma il reddito di cittadinanza è caduto nel dimenticatoio della politica, sommerso dagli eventi . E’ stato il cavallo di battaglia del M5S sin dagli esordi e soprattutto nella campagna elettorale del 2013 è sembrata la vera trovata “rivoluzionaria” del movimento, che dalle parole vomitate sui palchi le ha tramutate in una elaborata proposta di legge presentata in Senato (n.1148/2013) a settembre del 2013. Poi però, giorno dopo giorno, tra una campagna elettorale e l’altra, tra una lotta intestina e l’altra, quella proposta tanto ambiziosa mano a mano sembra abbia perduto fascino persino ai loro occhi e si è affievolita e così i “grillini” nel frattempo hanno perso tempo a prendere di mira il Governo e Renzi più che a sostenere e divulgare il loro progetto (uno dei pochi realmente definiti!).

povertaEppure è una proposta quella del M5S sulla quale sarà necessario discutere prima o poi e non lasciarla nel dimenticatoio perché il problema di fondo resta: come contrastare la povertà, come aiutare i giovani e l’inclusione sociale, come diminuire la disuguaglianza? A queste domande bisogna trovare giuste risposte o quantomeno provare a darle! Sono problemi reali del Paese cui il M5S ha tentato, e questo è un gran pregio da riconoscere, di trovare una risposta globale, non una semplice “pezza”, un tentativo di portare la questione delle “ridistribuzione reddituale” nel dibattito politico e di conquistare la “folla” al progetto di un reddito di cittadinanza che aiuti il povero e lo renda meno isolato nella vita sociale.

E’ però doveroso precisare che la proposta “grillina” presentata in Senato non ha i requisiti di un “reddito di cittadinanza” vero e proprio bensì di un “reddito minimo garantito”, visto che così come impostato non sarà generalizzato a tutti i cittadini italiani (ricchi e poveri, lavoratori e pensionati ecc.) ma soltanto a quelli che necessitano di un sostegno rispetto alle proprie condizioni economiche, pertanto come da più parti evidenziato è necessario e obbligatorio che si cambi l’intestazione, non per puro formalismo ma effettivamente per non ingannare i cittadini: non è un reddito di cittadinanza generale quello proposto ma soltanto un reddito minimo!

sostegno-alle-famiglieLa proposta del M5S si sostanzia in effetti sul supporto da erogare ai cittadini in difficoltà economica tramite un importo dello Stato, indicando delle limitazioni sulla base di una soglia di povertà cui far riferimento e sulla base di determinate condizioni familiari, insomma lo Stato sarà tenuto a riconoscere delle somme a sostegno del reddito “minimo” con valori che possono oscillare da 780 euro al mese nel caso di single, e con scale di valori che portano a seconda della presenza di figli ecc. ad importi più alti (es. 1 genitore e 1 figlio minore = 1014 euro mese). Sono previsti poi obblighi per i cittadini di rispondere a chiamate al lavoro, a rendersi disponibili per formazioni ecc., accentuando un forte impegno del Centro per l’impiego nella funzione di ingresso al lavoro o reingresso (questo ci sembra già il primo grande limite: il CPI non è mai riuscito a svolgere una funzione così penetrante nel mercato del Lavoro!) con decadenze eventuali dal beneficio in mancanza di accettazione di offerte lavorative (fino a 3 volte ma tenuto conto di vari aspetti fra i quali la corrispondenza con il proprio percorso formativo, lo stipendio, il luogo ecc.) ed altre regole di decadenza legate al superamento della soglia di povertà.

Insomma il tanto conclamato “ reddito di cittadinanza” di fatto sarà un reddito riconosciuto non a tutti ma solo a quelli più in difficoltà e che dovrebbe costare allo Stato circa 16 miliardi di Euro, una cifra non da poco viste le penurie del nostro Bilancio anche se non eccessivamente distante dai 10 miliardi del costo per gli 80 euro, del governo Renzi.

giovani-e-lavoroUna proposta seria dicevamo ma accantonata, una proposta però che non ci convince sia per la sua difficoltà d’applicazione e i suoi costi (le procedure di riconoscimento non sono certamente semplici così come la gestione delle richieste e le verifiche ) oltre che per la sua capacità innata di dissuadere le persone ad accettare lavori se questo non comporti un reddito superiore a quello di sostegno percepito. Infatti, se ipotizziamo un giovane cui venga riconosciuto l’importo di 780 euro mese quale reddito minimo di cittadinanza perché dovrebbe impazzire per andare a lavorare magari per 1000 euro al mese? Perché dovrebbe accettare un tirocinio formativo, quale forma di ingresso al lavoro, a 400 euro quando stando senza fare nulla ne prende 780? E questo cosa porterà alla lunga se non una disaffezione al lavoro e alla crescita? Inoltre tale meccanismo farà lievitare inevitabilmente il lavoro nero cui ricorreranno tutti pur di mantenere il sussidio e questo comporterà un vortice pericoloso da bloccare.

E’ però una proposta che attende un serio dibattito e una risposta “politica”, una controproposta, una nuova idea, un nuovo modo di affrontare la questione della povertà innanzitutto e che non può essere solo quella del SIA (troppo limitato!) o degli ammortizzatori sociali (solo per ex lavoratori), forse si potrebbe pensare ad altre forme quali ad esempio l’imposta negativa o ad altre forme di sostegno alla povertà che siano generalizzate e non favoriscano il lavoro nero o la negazione del lavoro stesso. Però parliamone!

Alessandro Latini

Civanomics: idee per rispondere alla crisi dal PolitiCamp di Civati (di Salvatore Sinagra)

cambiamentoIl 5, 6 e 7 Luglio, a Reggio Emilia, ho partecipato, insieme ad altre 1.500 persone (presenze registrate dagli organizzatori) all’incontro – maratona indetto da Pippo Civati e chiamato W LA LIBERTA’.  Era inevitabile si parlasse di rapporto con l’elettorato, del partito democratico e di partecipazione politica, ma non poteva mancare uno spazio dedicato anche all’economia. Si è parlato di tasse (in testa a tutti l’IMU), ma soprattutto di mercato del lavoro e di disoccupazione giovanile.

Poche parole sulle tasse. Civati è favorevole alla riduzione delle imposte sul lavoro e quindi contrario al superamento dell’IMU. La sua posizione è assolutamente allineata a quella delle più importanti organizzazioni internazionali, che hanno di recente sottolineato che se vi fosse margine per ridurre le imposte sarebbe preferibile, ai fini della crescita, agire su quelle sui redditi e non su quelle sul patrimonio. Giustamente Civati ha ricordato che non sono circoli di intellettuali di sinistra o enti solidaristici che ammoniscono l’Italia di non toccare l’IMU, ma lo fa il Fondo Monetario Internazionale.

giovane lavoratore1Ancor più centrali sono stati i temi della disoccupazione ed in particolare della disoccupazione giovanile, su cui oltre Civati, sono anche intervenuti gli economisti Rita Castellani e Filippo Taddei (e l’ex ministro Fabrizio Barca in apertura). In questi anni le lunghe ed estenuanti discussioni sull’articolo 18 hanno forse portato molti a pensare che i problemi del lavoro si riducano solo alla normativa sui licenziamenti; il dibattito sul lavoro così è stato inquinato e deviato. Ora questa polemica si è spenta e si riecse a vedere la vera natura dei problemi.

Rita Castellani ha sottolineato che non ha senso analizzare il problema disoccupazione in prima battuta con la lente della normativa sui licenziamenti. I problemi occupazionali che colpiscono soprattutto i giovani, ma negli ultimi tempi anche lavoratori over 50, sono dovuti in gran parte alla debolezza della domanda cioè ci sono pochi datori di lavoro disposti ad assumere. E’ prioritario quindi effettuare azioni volte a rilanciare la domanda, ovvero è prioritario favorire la nascita di imprese nei settori a più alto valore aggiunto.

Castellani ha poi sottolineato che non è vero che in Italia ci sono troppi laureati, come non è vero che i giovani italiani sono poco qualificati, mentre sono molto alte le disparità e il cosiddetto ascensore sociale (la possibilità di migliorare la posizione rispetto al punto di partenza) non funziona più (ammesso che sia mai esistito).

Per questo è vaniloquio continuare ad invocare riforme strutturali come se fossero una bacchetta magica senza spiegare quali riforme e per fare che cosa.

direzione lavoroCivati su lavoro e disoccupazione ha affermato che è ormai necessario un welfare che parli a tutti, che si rivolga anche a coloro che sono fuori dal mercato del lavoro. Si è impegnato ad introdurre il contratto unico tanto caro a Boeri ed ha affermato che è prioritario aprire un dibattito sul reddito minimo garantito (l’estensione a tutti degli ammortizzatori sociali), ma ciò non può avvenire se non insieme ad un gigantesco sforzo per la riqualificazione della forza lavoro.

La questione del reddito minimo garantito, centrale nel dibattito politico di tutti o quasi tutti i paesi europei, è arrivata nell’arena politica italiana nell’ultima campagna elettorale, Civati ha ricordato che si tratta di una grossa sfida che implica doveri, sia per il percettore del reddito che deve accettare percorsi di riqualificazione, sia per lo Stato e per il nostro sistema educativo  e della formazione.

Le tasse, la normativa del lavoro e il sostegno ai disoccupati,  non costituiscono che la cornice del contesto economico. La Civanomics è fatta anche di politica industriale, di investimenti in settori produttivi innovativi e non convenzionali, a partire dalla cultura e dall’economia verde. Un quadro ampio, ma fattibile composto di assi strategici e proposte concrete e, soprattutto, di tanta serietà. Lo “stile” Civati insomma.

Salvatore Sinagra

Il governo c’è. Cominciamo dal reddito minimo garantito (di Claudio Lombardi)

Ora che c’è un governo si può dire: il 15 aprile 2013 è stata presentata alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare sull’istituzione del reddito minimo garantito. Le 50mila firme che devono accompagnare la proposta più le oltre 170 associazioni, movimenti, comitati, sedi di partito e sindacali che l’hanno sostenuta. Queste le credenziali di una legge pensata ed elaborata dalla società civile. Ora che si comincia a lavorare in Parlamento perché c’è un governo e c’è una maggioranza con un programma che prevede proprio l’introduzione di forme di reddito garantito è il momento di passare ai fatti.reddito minimo garantito

Che dice la proposta di legge? Il reddito minimo garantito consiste nell’erogazione di 600 euro al mese (rivalutate in base al nucleo familiare a carico del beneficiario). Somma non cumulabile con altri trattamenti di sostegno al reddito di natura previdenziale (compresa la cassa integrazione) ed assistenziali erogati dallo Stato.

Il reddito minimo può essere attribuito ai residenti in Italia da almeno ventiquattro mesi; iscritti alle liste di collocamento dei centri per l’impiego (oppure ai lavoratori autonomi, a tempo parziale, sospesi dalla retribuzione); che abbiano un reddito personale imponibile annuo non superiore ad 8 mila euro; che stiano in un nucleo familiare che non superi determinati livelli di reddito; che non abbiano maturato i requisiti per la pensione; che non siano in possesso di un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a livelli decisi col regolamento di attuazione della legge. Il medesimo regolamento stabilisce la soglia patrimoniale oltre la quale si perde il diritto al reddito minimo garantito (prima casa esclusa).

In aggiunta al reddito minimo le regioni e gli enti locali possono prevedere ulteriori prestazioni come abbonamenti ai trasporti pubblici, la fruizione gratuita di servizi (cultura e sport); contributi al pagamento delle forniture di pubblici servizi; gratuità dei libri di testo scolastici; contributi per gli affitti; gratuità di prestazioni sanitarie; erogazioni in denaro.

Il reddito minimo viene erogato per dodici mesi. Alla scadenza chi ne ha ancora bisogno deve presentare una nuova domanda anche per dimostrare di avere ancora i requisiti richiesti.giovani e lavoro

Ovviamente nel caso di dichiarazioni false chi ha preso il reddito minimo deve restituirlo e non può chiederlo per un periodo doppio di quello in cui ne ha beneficiato illegittimamente.

Raggiunta l’età pensionabile o i 65 anni il reddito minimo cessa. La stessa cosa accade se il beneficiario lavora (anche da autonomo) o se questi rifiuta una proposta di impiego offerta dal centro per l’impiego territorialmente competente.

La legge prevede tre deleghe con le quali il governo deve riordinare la disciplina delle prestazioni assistenziali erogate dallo Stato; riformare la disciplina degli ammortizzatori sociali, in modo tale da introdurre un sussidio unico di disoccupazione, esteso a tutte le categorie di lavoratori in stato di disoccupazione, indipendentemente dalla tipologia contrattuale di provenienza e dall’anzianità contributiva e assicurativa; stabilire un compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione lavorativa, inclusi quelli di natura parasubordinata e quelli con contenuto formativo in modo tale che non sia inferiore al reddito minimo garantito.

Questa in sintesi è la proposta che i cittadini e la società civile organizzata hanno lanciato al Parlamento. Anche la semplice lettura rivela un disegno serio e impegnativo che merita di essere preso come base dal governo o almeno dalla parte più sensibile a questo tema all’interno della maggioranza.

tasche vuoteCertamente c’è un problema di soldi perché a tutto non si può arrivare e così sembra veramente inopportuno e fuori tempo prevedere di abolire l’IMU con una spesa di oltre 4 miliardi di euro che, invece, sarebbero spesi molto meglio con questa proposta di legge.

L’IMU può aspettare e così svariate spese militari (prima di tutto i famigerati F35 e la digitalizzazione delle forze armate che messi insieme fanno decine di miliardi di euro).

Ora che c’è un governo e c’è una maggioranza vogliamo cominciare a lavorare sul serio?

Claudio Lombardi

Il Problema Lavoro: intervista a Francesco Giubileo

Francesco Giubileo è un sociologo del lavoro autore del libro “Una possibilità per tutti, proposta per un nuovo welfare”.

D: In Italia, quando si parla di mercato del lavoro, si fa riferimento solo all’articolo 18, ma dai miei pochi ricordi di diritto del lavoro mi pare ci sia molto di più, come mai non si parla anche d’altro?

R: Ciò avviene essenzialmente per due motivi: anzitutto l’articolo 18 ha assunto grande rilevanza politica per ragioni storiche e culturali, inoltre l’attenzione del pubblico è spesso asimmetrica, un diritto che si perde fa più notizia di uno guadagnato. Certo le preoccupazioni dei lavoratori non sono sempre insensate, poiché anche nei paesi con una flexsecurity  iper-inflazionata chi perde il lavoro, soprattutto se non è giovanissimo, fa fatica  a trovarne un altro.

D: A destra affermano che l’articolo 18 causa il precariato: non potersi liberare dei lavoratori improduttivi scoraggia  i datori di lavoro ad assumere  a tempo indeterminato. L’articolo 18 è veramente un freno per la crescita? I piccoli imprenditori e Confindustria dicono di sì.

 R: Il mercato del lavoro italiano in entrata è tra i più flessibili al mondo, anzi è tra i più precari al mondo. L’Italia rischia di fare la fine della Spagna, dove i giovani hanno iniziato con Aznar con un contratto atipico e oggi, se sono fortunati, si trovano non più giovani e con in mano un contratto ancora atipico. Comunque, il modo più semplice ed efficace per ridurre l’utilizzo di contratti atipici è quello di renderli più costosi. Le imprese, soprattutto quelle piccole,  fanno grande ricorso a contratti a termine perché costano meno; renderli più costosi potrebbe incentivare il sommerso, tuttavia oggi la capacità di effettuare controlli dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS e degli enti locali è notevolmente cresciuta.

D: La disciplina del mercato del lavoro avrà pure in Italia i suoi elementi di rigidità, eppure l’Italia è anche un paese in cui abbondano precariato, lavoro in nero, dimissioni in bianco, finte partite iva (esempio tirocinanti). Qual è il livello di protezione effettiva del lavoratore in Italia?

R: La riforma Fornero ha introdotto alcuni strumenti contro le dimissioni in bianco, e sono stati positivi (anche se non pienamente condivisibili) gli interventi contro le finte partite iva. Gravissimo è invece il fatto che sia stata abolita la causale dei contratti a termine, infine una grossa carenza che permane è la mancanza di un obbligo di pagare una exit free nel caso in cui venga lasciato a casa un apprendista, ovvero chi non garantisce la stabilizzazione a chi termina l’apprendistato dovrebbe pagare una penale. L’apprendistato oggi è un contratto assolutamente indeterminato, che non impone al datore di lavoro alcun obbligo di assunzione.

D: Quanto è cambiato l’art. 18 con la riforma Fornero? Qualcuno dice che non c’è stata alcuna modifica sostanziale.

R: In linea con quanto avviene negli altri paesi europei, la riforma spinge verso la conciliazione, che può risultare una soluzione soddisfacente per il datore di lavoro, ma anche per il lavoratore. Statisticamente il numero di reintegri è molto limitato, anche perché sovente il lavoratore, anche con sentenza favorevole, preferisce il risarcimento. Spesso il lavoratore reintegrato viene inserito in una black list e lasciato a casa alla prima ristrutturazione ed in questo caso non c’è articolo 18 che tenga.

D: Esistono in altri paesi europei meccanismi di reintegro del lavoratore licenziato? Non pochi affermano che la Germania cresce perché è più facile licenziare. Forse la disciplina dei licenziamenti tedesca è estremamente flessibile?

R: I meccanismi di reintegro esistono anche in Europa e in Germania licenziare è più difficile che in Italia. L’obbligo di reintegro scatta dopo il periodo di prova (al massimo sei mesi) e vige in tutte le imprese con oltre dieci dipendenti, anche se vi sono significativi incentivi alla conciliazione. L’unico caso in cui è escluso il diritto al reintegro è la chiusura  del reparto del lavoratore licenziato. Inoltre le regole dei licenziamenti collettivi sono molto rigide e tutelano i lavoratori più anziani e con carichi di famiglia.

D: Ma se è più difficile licenziare in Germania che da noi che valore ha la correlazione tra la nostra scarsa crescita e la regolamentazione del mercato del lavoro? Per inciso l’Ocse ha verificato che la difficoltà di licenziare in Italia risulta essere inferiore a quella dei paesi  scandinavi e della Germania.

R: Non esistono robuste analisi statistiche o di correlazione che dimostrino un legame univoco tra la deregolamentazione del mercato del lavoro e la crescita del Pil. In Olanda, per esempio, licenziare non è difficile, ma c’è un controllo preliminare sulla legittimità e poi contano molto la forte spinta verso il part time, un sistema di servizi per l’impiego tra i più efficienti al mondo e un sistema economico che regge la crisi.

 D: In Italia si parla tanto di Flexsecurity, è vero che il paese che l’ha inventata, la Danimarca, l’ha già abbandonata?

R: La flexsecurity si basa un welfare generoso e sullo sviluppo del capitale umano. In Danimarca attorno al 2000 si è rilevata l’esplosione del numero di persone che hanno deciso di smettere di cercare lavoro, si è assistito a veri fenomeni “parassitari del sistema” (la cosidetta Carovana dei benefici) e tra l’altro i risultati dello sviluppo del capitale umano sono stati quasi nulli, deludenti in relazione alle ingenti risorse investite. Il welfare a favore dei licenziati non è stato abolito, ma ridotto.

D: Al di là della disciplina del licenziamento, ovvero della protezione del posto di lavoro, esiste anche la protezione del lavoratore e del cittadino. Qual è la relazione tra politiche attive del lavoro, sistema di sussidi e normativa dei licenziamenti? E’ possibile pensare di rendere più facile licenziare magari potenziando i sussidi? Sarebbe auspicabile?

R: La Commissione Onofri, una commissione parlamentare incaricata nel 1997 dal governo Prodi di formulare proposte per la revisione della spesa sociale e che ha fatto importanti analisi in merito all’esclusione sociale, proponeva l’introduzione di un reddito minimo garantito. Oggi tuttavia percorrere tale strada non è per nulla facile; anche con un significativo programma di riqualificazione e ricollocamento si rischia di produrre un esercito di sussidiati per via della strutturale carenza di domanda di lavoro. Se da un lato potenziare i sussidi potrebbe rendere possibile snellire l’articolo 18, dall’altro un’impennata dei licenziamenti potrebbe rendere insostenibile il sistema dei sussidi. Vi sono almeno tre tipologie di strumenti per attenuare il problema della disoccupazione: il salario minimo, il reddito minimo e il sussidio di disoccupazione. Tuttavia oggi in Italia tutte queste strade sono difficili da percorrere, soprattutto perché vi sono aree in cui la disoccupazione è troppo alta e il sistema diverrebbe insostenibile.

 D: Cosa si intende per politiche attive  del lavoro?  Quanto spende l’Italia rispetto ad altri paesi europei e quanto sono efficaci le sue politiche attive?

R: Si tratta di programmi di riqualificazione e di ricollocamento per i disoccupati: formazione, orientamento, accompagnamento all’inserimento. Per tali attività in Italia si spende pochissimo, meno di mezzo punto di PIL, ma sulla  loro efficienza non ci sono studi affidabili, quei pochi studi che esistono non portano a conclusioni confortanti. C’è un significativo opportunismo da parte dei privati che gestiscono tali servizi. Spesso vengono erogate prestazioni di formazione nell’interesse di chi le fornisce e non di chi cerca lavoro e infine le prestazioni di collocamento sono quasi inesistenti.

D: Certe formule come la job rotation hanno senso in Italia? Ha senso dalle nostre parti parlare di formazione continua? Come si può mettere al centro del mercato del lavoro la formazione?

R: La formazione pagata dalle aziende solitamente funziona. La job rotation, insieme ai contratti di solidarietà, è alla base del miracolo tedesco di questi anni, dove, anche a fronte della riduzione del PIL, non vi è stata una crescita significativa della disoccupazione. Sono questi gli strumenti su cui deve puntare il legislatore italiano.

(Intervista a cura di Salvatore Sinagra)

Reddito minimo garantito, non un’utopia (di Toni Castellano)

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista  a Luca Santini presidente del Bin Italia (Basic Income Networking) che riunisce sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni studiano, progettano e promuovono l’introduzione di un reddito minimo garantito. L’intervista è tratta da www.lib21.org

Cosa si intende per Reddito minimo garantito?

Si tratta di una dotazione di risorse, erogata sia in termini monetari, sia con prestazioni di servizi, che si propone di dotare l’individuo che ne sia privo di un ammontare di risorse sufficienti a garantirne la partecipazione alla vita pubblica o comunque a fronteggiare le condizioni di maggiore privazione. Il reddito minimo garantito mira ad assicurare la persona dal rischio di esclusione sociale, sempre più diffuso nelle società contemporanee.

Quanto costerebbe metterlo in pratica nel nostro Paese?

La stima sui costi di una misura del genere è uno degli esercizi di scienza delle finanze più complessi che esistano, perché la predisposizione di stime accurate si scontra con l’indisponibilità di dati certi sui redditi degli italiani e perché soprattutto il costo complessivo della misura dipende da una quantità di variabili demandate alla decisione politica.

Ipotizzando però una misura di sostegno in linea con le indicazioni europee (cioè pari al 60% del reddito mediano) destinata a tutte le persone prive di altri redditi, si può immaginare un impegno per le finanze pubbliche nella misura di 35 miliardi di euro. Questo costo lordo non tiene conto dei risparmi che ci si possono attendere dal riassorbimento di misure assistenziali che non avrebbero più ragione di esistere (gli assegni sociali, i sostegni ai nuclei familiari numerosi, alcune prestazioni di invalidità), né dei ritorni in termini di maggiori entrate dovuti all’aumento dei consumi (e della produzione).

Più che di veri e propri costi, si dovrebbe parlare di redistribuzione delle ricchezze esistenti. E’ bene comunque ricordare che l’Agenzia delle Entrate ha stimato di recente in 120 miliardi l’ammontare annuo dell’evasione fiscale nel nostro Paese, e che secondo la Corte dei Conti ammonta a 60 miliardi ogni anno il costo della corruzione nel settore pubblico. Dunque l’ordine di grandezza indicato pone la proposta del reddito minimo garantito su un piano di concretezza e di praticabilità, anche se ovviamente non ci si può nascondere che si tratterebbe di una riforma economico-sociale di vasta portata, che potrebbe richiedere un tempo abbastanza lungo per la sua completa attualizzazione.

Quali “scogli” si trova a fronteggiare il vostro movimento? Quali sono gli argomenti di chi avversa l’introduzione di un Reddito minimo garantito nel nostro Paese e come ribattete a queste critiche?

L’ostacolo principale all’introduzione di una misura di garanzia del reddito è dipeso in passato da una sorta di “ideologia del lavoro” che accomunava le principali forze politiche e sociali del Paese. Si pensava (e talvolta si sostiene ancora oggi) che l’unico modo “degno” di partecipazione alla vita pubblica dipendesse da una mediazione con il lavoro, e che tutto ciò che fosse fuori da questa sfera della produzione meritasse l’epiteto di “assistenzialismo”. Di fronte alla falcidia di posti di lavoro che la crisi economica internazionale sta provocando, e ancor prima di fronte all’emergere di una precarizzazione di massa del lavoro, queste posizioni conservatrici paiono destinare a cedere.

Si fa strada sempre più ampiamente la consapevolezza che alle vecchie tutele “del lavoro”, occorre associare delle nuove tutele “del cittadino lavoratore”, del soggetto cioè inserito nel mondo produttivo, anche se spesso in condizioni di inattività forzata, oppure di autoimpiego, oppure ancora in continua transizione da un impiego all’altro.

Oggi in verità l’ostacolo più impervio all’introduzione o al rafforzamento degli schemi di reddito minimo è dato dal vento di austerità che si è abbattuto sull’Italia e sull’Europa. Le politiche restrittive attualmente in auge rischiano di vedere sacrificati i diritti sociali sull’altare della competitività. A questo ritorno di fiamma del neoliberismo va contrapposta un’opzione forte per la difesa del modello sociale europeo, che ha fatto della tutela della persona e della sua dignità uno dei punti qualificanti del suo successo.

Quali sono i vantaggi di questo sistema di sostegno per chi si ritrova senza reddito? In che modo l’introduzione del reddito minimo garantito potrebbe essere motore di una nuova forma di partecipazione alla res pubblica?

Il reddito minimo è una misura a favore della cittadinanza attiva. La sua introduzione rafforzerebbe il senso di appartenenza alla collettività (che non può ridursi a un fatto meramente psicologico). Determinerebbe inoltre un allentamento della presa del lavoro sull’esistenza e favorirebbe la nascita o il consolidamento di modalità alternative di produrre e di vivere. Si instaurerebbe un clima sociale meno esasperato, meno competitivo, più disponibile alla cooperazione.

Guardando al panorama europeo, dove il reddito minimo garantito è molto diffuso, sebbene con formulazioni differenti, quale ritenete sia “esportabile” in Italia?
Non esiste probabilmente un modello europeo direttamente esportabile in Italia. L’Italia avrà ampia possibilità di orientarsi al fine di prescegliere una strada originale, forte anche dell’esperienza altrui.