Mettere un limite al potere economico

Pubblichiamo uno degli ultimi scritti di Lapo Berti, economista e studioso dei fenomeni sociali recentemente scomparso.

La crisi finanziaria globale ha riportato alla luce, con drammatica evidenza, un problema che da tempo affligge i regimi democratici, ma che finora si è fatto ben poco per affrontare o anche solo nominare: quello della ricchezza eccessiva e del potere economico in mani private, che la produce e la presuppone.

crisi economicaLa crisi esplosa nel 2007-2008, presa insieme con quella di quasi ottant’anni prima, ci pone sotto gli occhi alcuni fenomeni, fra loro interconnessi, che non possono fare a meno di suscitare l’attenzione di chi si preoccupa del funzionamento e del destino della democrazia nei paesi che da tempo l’hanno scelta per regolare la loro vita politica, economica e sociale. L’esplosione della disuguaglianza economica, la crescita inarrestabile di una finanza senza regole e la crisi economica sembrano essere i tre fattori caratteristici che si riuniscono nel momento culminante di un processo che la politica non ha governato o ha addirittura favorito. Come ottant’anni fa, senza apprezzabili differenze, la crisi finanziaria si è scatenata dopo che la disuguaglianza aveva raggiunto il suo massimo. Basta osservare i dati di lungo periodo che mostrano l’andamento della disuguaglianza negli Stati Uniti. In tutt’e due i casi, ne è scaturita poi una pesantissima crisi economica. Non è sufficiente per ricavarne una teoria, ma è abbastanza per porsi un certo numero di interrogativi.

Com’è noto, il patto sociale consegnato alle carte costituzionali che regolano la vita delle nostre società dagli inizi della modernità, non trattano del potere economico. Fra i poteri che esse si sono sforzate di contemperare e controllare non figura quello economico. I padri fondatori di quella che è ancora oggi la democrazia di riferimento, quella americana, erano tuttavia consapevoli del fatto che la libertà democratica dei cittadini era garantita solo da un sistema economico composto di piccoli produttori concorrenzaindipendenti, in cui non esistessero concentrazioni di potere e di ricchezza. Thomas Jefferson è l’antesignano più celebre e convinto di questa visione. Ma il capitalismo aveva deciso altrimenti e il XIX secolo americano è stato il periodo di una crescita impetuosa dell’economia e della concentrazione del potere economico. Gli americani, sotto la spinta di pressioni populistiche ostili al big business, tentarono di porre un freno all’esercizio indiscriminato del potere economico con la legge antitrust, lo Sherman Act, del 1890. A distanza di più di un secolo, si può tranquillamente affermare che, nonostante qualche sporadico successo, quella normativa si è dimostrata incapace di raggiungere l’obiettivo che si proponeva: quello di garantire che i mercati fossero rigorosamente regolati dal principio della concorrenza, ritenuto l’unico e più efficace antidoto agli abusi del potere economico. Le imprese hanno continuato a concentrarsi e ad abusare del loro potere, spesso piegando alla loro volontà gli organismi di controllo, tramite la “cattura” dei loro funzionari. Non è andata meglio nei paesi che, nel corso del secolo passato, hanno via via adottato normative simili. In Europa, negli anni trenta del secolo scorso, si affermò una corrente di pensiero giuridico-economico, l’ordoliberalismo, che, partendo dalla consapevolezza del ruolo che le concentrazioni eccessive di potere economico avevano avuto nel crollo dell’esperimento democratico della repubblica di Weimar e nell’ascesa del nazismo e dell’economia di guerra, proponeva una rigorosa limitazione del potere economico e l’altrettanto rigorosa applicazione di una normativa antitrust che ritroviamo, sostanzialmente, nel Trattato di Roma del 1957. Anche qui, i successi sono stati assai esigui, se si guarda all’evoluzione complessiva del sistema economico capitalistico. Ogni dubbio scompare, in ogni caso, se si guarda all’economia globalizzata, alla formazione delle imprese globali e all’espansione della finanza.

disuguaglianzaLa globalizzazione è un processo multiforme e multidimensionale, di cui ancora si stenta a cogliere l’immagine complessiva. La cosa che più frequentemente sfugge è che la globalizzazione è sì un processo trainato da movimenti economici di lungo periodo, ma è anche la soluzione che talune forze economiche hanno consapevolmente perseguito per agevolare la loro crescita. La globalizzazione è, in primo luogo, uno spazio economico creato da grandi operatori economici e finanziari nel tentativo di sottrarsi ai limiti e ai controlli che vigono negli spazi economici nazionali. È uno spazio in cui è stato ripristinato il laissez-faire che dominava i mercati nell’epoca pre-keynesiana.

Il problema del potere economico in mani private si ripropone, dunque, in tutta la sua gravità e la sua estensione a livello globale, dove predomina l’assenza o l’insufficienza delle regole e degli istituti deputati a farle rispettare. L’idea che la soluzione del problema possa consistere nella costituzione di un organismo globale dotato del potere di applicare una normativa antitrust unitaria appare del tutto peregrina.

redistribuzioneLa strada da battere è un’altra ed è quella delle regole che fondano un ordine sociale. Già per altre e svariate ragioni, la terza e la quarta rivoluzione industriale in atto richiedono la revisione profonda delle nostre leggi fondamentali, anche tenendo conto del pluralismo costituzionale transnazionale che sta prendendo forma. È in questa prospettiva che va posto e risolto anche il problema del potere economico. Ne deve essere conosciuta la valenza costituzionale. Deve essere posto un limite invalicabile all’ammontare del reddito e della ricchezza di cui un singolo può venire a disporre e alle modalità del suo utilizzo. E non si può consentire, inoltre, che il potere economico privato trabocchi nella sfera della politica, falsando se non distruggendo il gioco democratico. Non è semplice, ma è un nodo inaggirabile, se non vogliamo che prevalgano oligarchie politico-economiche che operano e decidono al di fuori dei circuiti democratici. La nostra libertà, come oggi già in parte è, ne risulterebbe gravemente limitata, impoverita, svuotata.

La via più semplice e immediata per impedire che il reddito e la ricchezza di un individuo superino un determinato livello, giudicato compatibile con il principio dell’uguaglianza che è alla base di ogni regime democratico e, più specificamente, con l’idea che nessuno debba disporre di un potere che gli consenta di condizionare indebitamente le scelte politiche dei cittadini, è quella di ricorrere a qualche forma di redistribuzione del reddito e della ricchezza considerati eccessivi. Ciò significa avvalersi degli strumenti della tassazione per dare vita a una nuova forma-stato e a nuove forme di “solidarietà”. La necessità di garantire la dignitosa sopravvivenza dei cittadini in una fase in cui il loro lavoro viene sempre più massicciamente sostituito da sistemi di macchine intelligenti potrebbe costituire il rationale di una riforma che muova in questa direzione

Lapo Berti

Abbattere la disuguaglianza: cominciamo con un tetto alle retribuzioni dei top manager (di Lapo Berti)

Nell’anno 2010 il rapporto tra il compenso percepito da un lavoratore dipendente e un amministratore delegato è stato di uno a ottantasei nel settore del credito (con picchi oltre le cento volte) e di uno a centodieci nell’economia nel suo complesso. Non siamo ai livelli massimi dell’economia mondiale, dove la retribuzione di un top manager può essere 900 volte quella di un lavoratore medio, ma ce n’è abbastanza perché anche qui suoni un campanello d’allarme.

Il 15 marzo scorso le segreterie nazionali delle associazioni del credito hanno inviato al Presidente del consiglio, al Governatore della Banca d’Italia e al Presidente dell’ABI una lettera in cui chiedono che venga posto un limite al divario fra le retribuzioni dei manager del settore bancario e quelle dei semplici dipendenti. Nella lettera, tale limite di “sostenibilità” della disuguaglianza è fissato a 20 volte.

A parte la misura con cui l’attuale governo ha posto il limite di 300.000 alle retribuzione percepite dai manager della Pubblica amministrazione, è la prima volta, per quanto ne so, che si affronta direttamente il problema dell’abnorme disuguaglianza fra i redditi percepiti dai manager delle grandi imprese e quelli dei comuni lavoratori.

Un divario, anche consistente, fra le retribuzioni di queste due categorie c’è sempre stato, naturalmente, ma è solo negli ultimi decenni dominati dalla versione neo-liberale della parola d’ordine “Arricchitevi!”, che esso ha raggiunto il livello di guardia, segnalando che nei nostri sistemi economici c’è qualcosa che non va. Un sistema che produce al proprio interno queste intollerabili, e ingiustificate, differenze di reddito e, quindi, di ricchezza fra coloro che ne fanno parte e che contribuiscono variamente al suo mantenimento, alla fine è destinato a implodere di fronte all’incapacità di mantenere un ordine sociale degno di questo nome. Tutte le statistiche mostrano, infatti, una stretta correlazione fra il livello di disuguaglianza che domina in un certo paese e i problemi sociali che esso si trova ad affrontare: dal basso livello di fiducia alle malattie mentali, dalle aspettative di vita e la mortalità infantile all’obesità, dagli omicidi al numero dei detenuti, dalla riuscita scolastica alla mobilità sociale.

Non basta la ricchezza in sé a risolvere o ad attenuare i problemi sociali. Occorre anche che sia distribuita in maniera sufficientemente egualitaria. E’ quanto ci mostrano le statistiche che mettono costantemente in cima alle classifiche dei paesi che meglio affrontano i problemi sociali quelli che non solo hanno elevati livelli di reddito e di ricchezza, ma li distribuiscono in maniera egualitaria fra le diverse categorie di cittadini. Il drappello dei paesi virtuosi comprende, in ordine, il Giappone, la Finlandia, la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, il Belgio, l’Austria, la Germania. Non cercate l’Italia fra questi, perché essa tende a stare con quelli meno virtuosi, in cui la distribuzione del reddito è più disuguale, il Portogallo, gli Stati Uniti, la Grecia, la Nuova Zelanda.

Se ne ricava una morale semplice da enunciare, ma difficile da mettere in pratica, specialmente nei paesi, come il nostro, in cui una politica debole e alla disperata ricerca di consenso non può permettersi scelte drastiche in termini di tassazione. Se si vuole uscire dalla crisi, da questa crisi, e incamminarsi verso un ordine economico e sociale protetto dagli eccessi cui abbiamo assistito, occorre dedicare molta attenzione alla distribuzione del reddito e della ricchezza. La riduzione della disuguaglianza è il modo più efficace e immediato per migliorare la qualità della vita di tutti noi e anche la qualità dell’ambiente sociale in cui viviamo.

Fissare un tetto massimo al divario fra le retribuzioni dei top manager e quelli della media dei lavoratori può essere un primo passo, può essere un segnale, un modo forte di attirare l’attenzione su di un problema che sta dissestando gli equilibri sociali, oltre che ponendo in questione l’efficacia dell’ordinamento democratico delle nostre società. Ma non può essere la soluzione definitiva. Prima di tutto perché non si può affidare alla contrattazione fra parti sociali la fissazione di condizioni e parametri che hanno a che vedere con il bene comune e ne definiscono i contenuti. Una contrattazione fra parti sociali, per quanto animata dalle migliori intenzioni, è sempre esposta al rischio di scambi politici che, per quanto legittimi in ambito sindacale, non lo sono quando si devono fissare le regole che governano una comunità nel suo insieme. Occorre, quindi, aprire una stagione di riflessione collettiva e di dibattito pubblico in cui porre il problema di un nuovo modello economico e sociale e di un nuovo patto sociale che consenta di affrontarlo.

L’iniziativa delle associazioni italiane del credito è, comunque, da salutare con favore e da sostenere con forza, perché pone sul tavolo un problema di fronte al quale nessuna forza politica che aspiri a guidare l’uscita dalla crisi che stiamo attraversando potrà sottrarsi o evitare prese di posizione chiare ed esplicite. Da questa crisi di sistema si esce stabilmente soltanto se riesce a indirizzare l’economia capitalistica entro un sistema di regole che definisca, in primo luogo, i limiti, anche di rango costituzionale, che vanno posti all’esercizio del potere economico in mani private. Il potere economico deve essere strutturalmente separato dagli altri poteri che governano la società e posto in condizione di non interferire con il loro equilibrato esercizio. Il primo passo in questa direzione sta nell’evitare che gli uomini che si trovano a gestire il potere economico privato e pubblico lo sfruttino a fini personali, per creare disuguaglianze che la società non è in grado di tollerare, perché minano le basi della coesione fra gli individui. Il secondo passo, ancora di là da venire, sarà quello di regolare le dimensioni delle imprese economiche in modo da porle in equilibrio con le capacità di governo nazionali e sovranazionali. Non è più tollerabile, infatti, che formazioni economiche private possano accumulare un potere di condizionamento economico e, quindi, anche politico, capace di fronteggiare e, talora, di sovvertire le decisioni dei governi. Sono questi, crediamo, i primi punti nell’agenda politica del nuovo millennio.

Lapo Berti da www.lib21.org