Ragioni e limiti della vittoria del no

Vittoria del no. Il risultato numerico del referendum è chiaro: notevole partecipazione 68,48% i votanti, No 59,11% Sì 40,89%. Abbastanza uniforme in tutte le regioni e con picchi oltre il 70% in Sicilia e Sardegna al sud. Il risultato politico, pure: Renzi e il suo governo hanno perso. Tuttavia nel voto per il No si sono intrecciate e sovrapposte diverse motivazioni politiche e sociali. Quelle sociali sono quelle già operanti nel voto amministrativo di giugno, e già anticipato da quello dell’autunno del 2015 in Liguria, in Veneto, in altre numerose città e piccoli centri. In sostanza il racconto renziano di un’Italia fuori dalla crisi, in via di ripresa, con economia e lavoro in crescita, ha cozzato contro una realtà diversa percepita dagli italiani.

disoccupazione-giovaniL’insicurezza sociale, il diffondersi del lavoro precario, una continua erosione del welfare, non si è rispecchiata nello storytelling renziano sostenuto da un apparato comunicativo di tutto rispetto e un appoggio spropositato dei poteri economici domestici e anche esteri. Anche i provvedimenti di legge positivi di natura civile come le Unioni civili e quelle sul “Dopo di noi”, sull’autismo, sul divorzio breve ecc. non hanno sopravanzato il perdurare e l’aggravarsi di una “questione sociale” che sta alla base in tutto l’Occidente dell’avanzare delle forze populiste.

Per esempio, il risultato eclatante del voto giovanile dovrebbe far riflettere coloro che hanno messo dentro allo scontro elettorale la polarizzazione fra chi voleva cambiare e chi no, a prescindere di come e che cosa si cambiava nella Costituzione, se meglio o in peggio. I millennials che negli Stati uniti hanno votato la Clinton, e che se fosse dipeso da loro Trump avrebbero prevalso solo in cinque stati, e che in Gran Bretagna hanno votato leave e non Brexit, in Italia hanno votato No con una percentuale dell’81% nella fascia d’età fra i 18 e i 34 anni. Nella fascia media di età fra i 35 e 54 anni il No continua a vincere col 67% mentre il Sì ha avuto più successo fra gli strati più anziani e più garantiti della popolazione vincendo col 53% fra gli over 55.

voto-dei-giovaniCioè, in altre parole, il voto giovanile sarebbe stato, se fossero veri certi cliché dei sostenitori del sì, sorprendentemente più conservatore di quello anziano volto al cambiamento. Tutto ciò sembrerebbe contro natura se nell’analisi del voto non intervenisse, appunto, la valutazione della “questione sociale” che in larga parte è anche questione giovanile. Il racconto renziano nutrito dai dati percentuali dell’Istat, ma non dell’Inps, sui 600.000 posti di lavoro, sul Pil comunque in crescita, dai benefici sociali, emblematizzati dai bonus, distribuiti in modo abbastanza discutibile a destra e a manca, ha fatto a cazzotti con la crescita esponenziale dei voucher, delle prestazioni lavorative a ore, con la non diminuzione drastica delle tipologie di lavoro precario. E ha litigato ulteriormente con i dati sul crescere della povertà, assoluta (4,5 milioni di persone) e relativa (8 milioni di persone), della rinuncia alle cure sanitarie per ragioni economiche di 11 milioni di persone, e, da ultimo, con i dati del Censis, contemporanei a quelli un po’ farlocchi dell’Istat a due giorni del referendum, che fotografavano un’Italia ferma, in preda alla denatalizzazione con giovani generazioni angosciate e prive di futuro. Persone con un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media (-41,2%). “Nel confronto con venticinque anni fa – affermava il rapporto – rispetto ai loro coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% (periodo 1991-2014), mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto ‘solo’ dell’8,3% e per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3%”.

crisi-giovaniMa prima che con i dati il racconto renziano volto a vendere ottimismo, si è scontrato con il vissuto quotidiano di milioni di persone. Per contro il Sì, non a caso, ha vinto all’estero, col 64,70% contro il 35,30 dove questo “vissuto” non ha influito. La “questione sociale” ha pesato, pur nell’uniformità del risultato, più al sud che al nord, motivando, secondo l’Istituto Demopolis, i due terzi del No mentre un terzo è stato motivato dal merito della riforma.

A essa si sono intrecciate le cause più propriamente politiche del voto, in particolare gli errori di impostazione e conduzione della campagna elettorale e, prima ancora, di avvio del processo di riforma. Su quest’ultimo aspetto prima di Renzi ci sono le responsabilità del Presidente emerito Giorgio Napolitano. Alla fine, Renzi, ha messo non una ciliegina sulla torta, ma una bomba a orologeria. Quel “sulla riforma costituzionale mi gioco tutto”, seguito dal “se perdo lascio tutto anche la politica”, è rimbombato come un segnale per coagulare contro di lui sia gli avversari della riforma che quelli del suo governo. Praticamente tutto l’arco delle opposizioni.

crescita-estrema-destraMa la Costituzione che esce vincitrice da questo referendum potrà vivere sonni tranquilli, acconciandosi a futuri e mirati ritocchi come auspicava il costituzionalista Michele Ainis? Non credo. C’è qualcosa che agisce contro la natura della nostra Costituzione, ed è un disagio, un rancore, una disperazione sociale provocati dalle politiche neoliberiste che oggi ha giocato a favore della Carta, ma che nulla vieta che nel prossimo futuro possa travalicare anche l’argine del M5S per ingrossare le file della destra schiettamente populista e xenofoba, storicamente acostituzionale e anticostituzionale.

Questa destra non ci metterebbe cinque minuti a fare molto peggio di quel che ha combinato Renzi e prima di lui il centrodestra con la sua riforma nel 2005. Se oggi la “questione sociale” si è ancora sposata, per certi versi anche fortunosamente, con la “questione democratica”, il prossimo futuro non garantisce per niente la continuazione di questo “combinato disposto”.

L’insegnamento politico del risultato referendario che dovrebbe essere immediatamente colto da tutte le forze politiche progressiste, a cominciare dal PD nelle sue varie componenti, è che il programma fondamentale ed emergenziale di cui dotarsi si dovrebbe compendiare in tre punti: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Lavoro, non voucher, da creare attraverso l’attivazione di un poderoso complesso di interventi pubblici di natura keynesiana. Poi c’è tutto il resto, che non è poco ovviamente.

E’ un tema su cui anche il M5S appare parecchio inadeguato con la sua proposta di reddito di cittadinanza, dal sapore assistenziale più che emergenziale. Altrimenti resterà la disperazione di nuove generazioni che potrà, a breve, essere trasformata in ariete contro la Costituzione dopo esserne stata oggi la salvaguardia.

Aldo Pirone

Riflessioni sul referendum costituzionale

Mettiamo subito una cosa in chiaro: il quesito referendario ha giocato un ruolo marginale nella dinamica del voto e figura agli ultimi posti nell’elenco dei fattori che ne hanno determinato il risultato.

Due mi sembrano i fattori principali che hanno predisposto il successo travolgente del no.
Il primo è quello che potremmo considerare come la matrice di ciò che è successo ai seggi: un’Italia infelice. Il paese vive da decenni un processo di declino, cui nel 2008 si è aggiunta la crisi prima finanziaria e poi economica che ha investito l’economia globale.

declino-italiaI ceti che un tempo costituivano il nerbo economico e politico del paese si sono impoveriti e hanno sperimentato una progressiva perdita di ruolo, a partire dal mondo del lavoro. Il presente si è fatto grigio, il futuro si è fatto fosco e, soprattutto, incerto. I primi a risentirne sono stati i giovani, che si sono scontrati con un mondo del lavoro che non risponde alle loro aspettative sotto tutti i punti di vista, dalla qualità degli impieghi offerti, all’entità, spesso risibile, delle remunerazioni, alle prospettive di carriera. Nel sud del paese, probabilmente, questi problemi sono stati aggravati da inerzie e arretratezze secolari. L’impatto delle grandi ondate migratorie ha fatto il resto. Il clima sociale si è fatto pesante e si è rafforzata l’atavica tendenza a chiedere a chi comanda, talora a pretendere, la soluzione dei propri problemi.

Due aspetti rendono la percezione di questo stato di cose ancora più pericolosa. Da un lato, il fatto che la politica non ha registrato in tutta la sua gravità lo stato di declino e non l’ha quindi portato alla coscienza degli interessati, inducendoli a credere che si trattasse di difficoltà transitorie. Che i problemi dell’Italia sono profondi e vengono da lontano sono in pochi a percepirlo con la dovuta chiarezza. Ancora meno percepito, dall’altro lato, è il fatto che la soluzione dei problemi in cui versa l’Italia, da quelli economici, a quelli politici e istituzionali, a quelli culturali, richiede tempi lunghi e una visione prospettica che nessuno in questo momento mostra di avere.

matteo-renziIl secondo ha a che vedere con la figura dell’uomo – Matteo Renzi – che, seppur in maniera confusa, discontinua e anch’essa priva di una visione, questi problemi ha cominciato ad affrontarli. L’inevitabile personalizzazione, in tempi di partiti evanescenti, che inizialmente ha suscitato la sensazione di avere finalmente trovato una guida capace di affrontare la crisi, si è a poco a poco rovesciata in una demonizzazione, alimentata anche dal fatto che alcuni obiettivi basilari, come la crescita economica, l’occupazione, che il premier ha maggiormente enfatizzato, non sono alla portata di nessuno governo attuale e futuro che si trovi a operare nelle condizioni di un paese come l’Italia.

I governi, in generale, possono fare poco, al di là delle narrazioni, e quel poco richiede tempo e mosse azzeccate. Ci vogliono equilibrio e pazienza, due ingredienti che non erano a disposizione né del premier né degli elettori. I cittadini, gli elettori, aspettavano, pretendevano il miracolo e il miracolo non è arrivato, semplicemente perché non poteva arrivare. Quel poco che è arrivato, perché qualcosa è arrivato, era ben lontano dalla dimensione del miracolo atteso.

uomo-solo-al-comandoIn un regime politico come quello attuale, in cui non ci sono più i partiti a dare continuità e prospettiva all’azione di governo, i premier-star diventano usa e getta. Il tempo di metterli alla prova e poi, se non funzionano, come è molto probabile che avvenga, si buttano. Questo è il loop mortale che imprigiona le nostre democrazie. Non aiuta il fatto che ci sia una popolazione infelice e quindi arrabbiata, ma anche e soprattutto confusa, disorientata, che si muove sempre più sulla base degli umori acclamando presunti salvatori della patria che nel giro di poco tempo diventano nemici da abbattere.

Naturalmente, è un quadro approssimativo e disegnato con tratti molto grossolani, ma ritengo che aiuti a porre nella giusta prospettiva quello che è successo domenica scorsa. Se il contesto politico non offre prospettive da perseguire e metodi o pratiche da adottare, che consentano ai cittadini di dividersi e di dibattere “politicamente”, ci può essere solo una forte pulsione a identificarsi nel no, che ha l’enorme vantaggio di accogliere tutte le motivazioni possibili, senza, apparentemente, addossare nessuna responsabilità. Non è un caso che in molti abbiano votato no a prescindere, per dare un segnale, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze e, ancor meno, per le soluzioni da ricercare il giorno dopo la sfogo.

veritaQuesto è il punto a cui siamo. La vita non si ferma, tanto meno quella politica e, dunque, qualcosa succederà, qualcosa si farà. Compariranno nuovi leader o, peggio, ricompariranno quelli vecchi. Ma, sempre, senza aver prima fatto un bagno di verità collettivo in cui tutti, politici e cittadini, si dicono come stanno davvero le cose; e senza aver fatto lo sforzo di costruire una visione, in cui i cittadini possano riconoscersi e possano tornare a scegliere con la testa, lasciando la pancia ad altre, pur nobili, funzioni.

Un grande psicologo ed economista, Daniel Kahneman, ci ha insegnato che la “pancia” è un impulso primordiale che ci aiuta a decidere velocemente in situazioni di pericolo, in cui ne va della sopravvivenza. È con la “pancia” che l’uomo primitivo ha affrontato le prime fasi dell’evoluzione. Poi la vita si è fatta più complessa, si sono formate quelle aggregazioni sempre più complesse che sono le società moderne e l’uomo si è progressivamente attrezzato con una “testa” sempre più raffinata, che prende decisioni ponderate, che richiedono tempo. Forse oggi abbiamo bisogno di tutt’e due queste capacità, ma se ci fermiamo alla “pancia” non andiamo da nessuna parte e le decisioni che contano, alla fine, le prenderanno quelli che usano la “testa”.

Lapo Berti

Un voto di sfiducia a Renzi

Inutile girarci intorno: il risultato del referendum costituzionale è stato innanzitutto un voto di sfiducia degli italiani al governo e a Renzi. Sì certo, si votava sulla riforma della Costituzione, ma non è credibile tanto accanimento per una razionalizzazione del sistema di governo e delle competenze regionali. Non è credibile che, dopo anni di discussioni e innumerevoli prove di inefficienza, tutti si siano improvvisamente affezionati al bicameralismo paritario e alle competenze concorrenti delle regioni.

referendum-4-dicembreIl 60% dei voti non si raggiunge perché Rodotà o Zagrebelsky lanciano allarmi sul rischio di deriva autoritaria o dimostrano la complessità della suddivisione di funzioni di cui all’art 70 commi 2, 3, 4 e 5. Queste sono motivazioni buone per i convegni, per i saggi o per qualche osservatore che vuole approfondire l’argomento. Nello scontro politico, invece, sono buone soprattutto da rilanciare in comizi nei quali il “pezzo“ forte è l’attacco personale a Renzi, presentato come un bullo, un prepotente, un aspirante ducetto e al suo governo.

Certo la mobilitazione del fronte del NO è stata impressionante e ha coinvolto sindacati, magistrati (che si confermano protagonisti delle battaglie politiche in spregio alla loro funzione), docenti, associazioni e comitati della più varia natura. Tanti piccoli vascelli che hanno fatto da scorta alle tre corazzate che hanno guidato l’attacco: Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. Ha voglia D’Alema a dire che si è evitata l’impronta della destra sul voto perché un pezzo di sinistra ha votato No. La realtà è molto diversa e ci restituisce la conferma di una sinistra sbandata che ha fatto fuori l’ultimo governo europeo guidato da un suo leader in nome di una resistenza al cambiamento che ormai è diventata patologica.

campagna-referendariaLa gran parte dei voti sono arrivati dallo scontento per l’opera di governo e dall’antipatia per Renzi. Antipatia e simpatia sono ormai diventate categorie della politica nell’epoca del leaderismo e stanno assumendo un peso superiore a quello dei programmi e delle strategie. Lo è diventata anche l’impazienza. Il governo  è durato circa tre anni e ha sfornato provvedimenti importanti su scuola, lavoro, economia, diritti civili. Ha portato una nuova immagine dell’Italia in Europa con risultati tangibili in termini di elasticità sul deficit e di credibilità sulla scena internazionale.

Niente da fare. Per molti italiani il governo non ha cancellato la disoccupazione, non ha risolto tutti i problemi della scuola, non ha fatto ripartire l’economia ecc ecc.. In due anni e mezzo! L’impazienza deriva dalla semplificazione dei problemi e delle soluzioni. Non si accetta che una politica in uno qualsiasi dei settori sui quali è intervenuto il governo debba durare anni e che i conti si debbano tirare alla fine. Gli oppositori, ovviamente, soffiano sul fuoco e spergiurano di avere le soluzioni facili facili, basta far fare a loro. Ad esempio si potrebbe prendere la vicenda di Roma dove un M5S vincitore predestinato e collettore della rabbia e del malcontento dei romani ha fatto eleggere sindaco una sua inesperta consigliera che aveva come slogan “cambiamo tutto” . Ciò che a distanza di sei mesi Virginia Raggi sta realmente facendo è sotto gli occhi di tutti e lo sfascio della città è ormai a un livello che non si vedeva da molti anni. E tutto nella più assoluta opacità. Ed è solo un esempio della distanza che c’è tra la fase dell’attacco e quella della ricostruzione. A livello nazionale tutto sarebbe più drammatico. Gli italiani lo sanno che è così, ma è tanto gratificante sentire qualcuno dire le stesse cose che hai in mente tu anche se intuisci che governare non è proprio come dare sfogo al malcontento che hai dentro. Però tu non hai pazienza e hai solo il voto per esprimerti e così lo usi per punire o per dare un segnale.

renzi-5-dicembreCiò detto bisogna anche vedere quali errori siano stati commessi da Renzi e dal suo governo perché una disfatta di queste proporzioni non si giustifica solo con l’antipatia. Degli atteggiamenti di eccessiva sicurezza o di arroganza del premier si è detto molto e bisogna confermare che hanno pesato sia in senso positivo quando gli italiani videro in lui un leader sicuro di sé, propositivo e decisionista; sia in senso negativo quando le aspettative sono state in parte deluse e la fiducia iniziale si è tramutata in astio che in tanti casi ha sfiorato l’odio.

Bisogna anche dire che alcuni provvedimenti troppo esaltati come risolutivi si sono rivelati, invece, fonte di conflitti e di insoddisfazione (per esempio scuola e lavoro). Meglio sarebbe stato ammetterne i limiti. Questo è stato il primo errore del Renzi comunicatore: pensare che la propaganda potesse prevalere sull’esperienza diretta delle persone che sperimentavano su di loro le politiche del governo.

L’errore più grande di Renzi, però, è aver voluto portare a termine la riforma costituzionale che era parte importante del suo programma di governo, ma che poteva tranquillamente essere lasciata alla discussione parlamentare senza forzare la mano perché fosse approvata rapidamente. Non era quella riforma un’urgenza alla quale dare la priorità. Perché Renzi ha commesso un errore così grande? Voleva forse legare il suo nome alla prima vera riforma del sistema istituzionale dell’Italia repubblicana? Oppure è stata un’altra manifestazione del suo stile di governo improntato all’efficienza e alla velocità con relativa sottovalutazione degli ostacoli da superare? Entrambe le spiegazioni sono valide.

riforma-costituzionaleLa riforma in sé aveva una sua razionalità che la rendeva accettabile anche se l’esame parlamentare ne aveva complicato inutilmente alcune parti. Avrebbe funzionato con un po’ di rodaggio e con aggiustamenti successivi. Sarebbe stata una svolta, ma agli italiani i cambiamenti razionali non piacciono. Preferiscono le manifestazioni viscerali anche se non si sa dove portano perché è più facile dare sfogo al proprio malcontento che progettare e costruire il futuro.

Cosa resta di positivo in questa vicenda? Forse la scoperta della Costituzione da parte di tanti che non la conoscevano. È auspicabile, adesso che l’hanno conosciuta, che ne pretendano il rispetto da tutti e che siano esigenti anche con i governi che verranno. Esigenti nel senso che i governi devono governare senza subire ricatti da gruppi e gruppetti. Perché se i governi non sono forti e stabili comandano i poteri più opachi, quelli che non faranno mai nessuna campagna elettorale, ma che tutti sono costretti a rispettare. Chissà se i professori eretti a difesa della Costituzione ci hanno mai pensato?

Claudio Lombardi

Intermezzo tra sì e no

C’è il silenzio della vigilia del referendum costituzionale, e va bene. Ma ce n’è uno che durerà molto di più.

E’ quello tra parenti di diverse opinioni che regnerà – pesante – su tutti i cenoni e pranzoni delle Feste.

Sì, perché i “NO-isti” e i “SI-isti” dovranno ritrovarsi nello stesso spazio critico di una tavolata ad improvvisare una tregua, dopo mesi di tensione. Mi raccomando, sarà l’accorata richiesta del parente che ti accoglie in casa aiutandoti a togliere il giaccone, non parlare di politica. Ecco, allora, norme igieniche di conversazione festiva, post-referendaria, per attraversare indenni un pasto comunitario, dai cappelletti al panettone.

pranzo-di-famigliaMeteo, un classico. Appassiona, ma non divide, dal forte potere evocativo. E qui – se siete bravi – potete porgere l’assist alla vecchia zia, per richiamare alla memoria la rigidità del clima dei tempi andati, con inverni che erano veri, non come questi freddini che durano un paio di giorni e poi svaniscono. Una raccomandazione: evitate di affrontare il tema del cambiamento climatico, perché è una rampa che porta alla politica e potrebbe essere sbarrata da un’occhiataccia del padrone di casa, accompagnata da una doccia di parole ignifughe ad alto volume: QUALCUNO VUOLE ALTRO COTECHINO?

Salute, ottimo coefficiente di neutralità politica, ma intristisce. Quasi tutti nella tavolata hanno acciacchi e non hanno piacere di condividerli. Ottimo invece come estintore verbale, per spegnere un principio di incendio sulla malasanità. In questo caso, niente di meglio che sovrastare tutti con un bel: MA LO SAPETE CHE HANNO TROVATO UN VACCINO CONTRO LA VECCHIAIA?

brindisi-al-referendumInformarsi sui giovani del tavolo va bene, ma da evitare  accuratamente la frase di rito a un neo-laureato: che fai adesso di bello? Sembra innocente, ma invece è devastante, perché è sale sulla ferita della disoccupazione e della precarietà del lavoro. Se questo accade, non pensate di migliorare le cose con una sterzata verso la sua situazione affettiva, perché andate ad impantanarvi con la sua impossibilità di vivere con la persona che ama da anni, sempre per mancanza di un lavoro. In questi casi, trovate subito un’uscita di sicurezza. Ottimo lo sport: quest’anno la vedo dura per la tua squadra. Se è un tifoso, è fatta. Se non lo è, farà un sorrisino annoiato, ma almeno avete evitato il peggio.

In caso di emergenza, è bene avere sempre i riflessi pronti per buttarla subito su Papa Francesco. E’ l’argomento Onu, che serve se il conflitto è già scoppiato ed ha assunto dimensioni fragorose. Quelle in cui gli interlocutori iniziano a darsi del voi, per accusarsi reciprocamente di non essere più liberi pensatori, ma mediocri appartenenti a fazioni.

Se siete arrivati sani e salvi al torrone, non rovinate tutto con il brindisi. Astenersi dall’evocare un anno migliore, perché l’augurio incorpora un’implicita critica politica a quello passato. Bene invece Viva la famiglia! o Alla nostra amicizia! Alla fine, sarete distrutti da tutti questi equilibrismi. Ma quando vi rimetterete il giaccone, vi consolerà pensare che siete solo uno dei tanti ad aver passato una serata festiva post-referendaria estenuante.

Massimo Marnetto

Calma è solo una riforma costituzionale

Già da un po’ la calma si è persa in una campagna referendaria che definire livorosa è poco. Si è detto che l’errore iniziale è stato fatto da Renzi che ha messo in gioco la sua permanenza al governo in base al risultato del referendum del 4 dicembre. E che c’è di strano? Il suo governo si è formato mettendo al centro del programma la riforma costituzionale; addirittura quando si è presentato al Senato per chiedere la fiducia nel febbraio del 2014 ha iniziato il suo discorso dicendo che sperava fosse l’ultimo a richiederlo in quell’aula. Chi lo critica per essersi messo in gioco fa finta che non ci siano state le elezioni del 2013, la paralisi del Parlamento, la rielezione di Napolitano a Capo renzi-fiducia-in-senatodello Stato, il governo Letta con i saggi messi lì a riscrivere la Costituzione. Importante per questi critici, Berlusconi innanzitutto, è farsi belli dimenticando il passato dal quale provengono. Anche la Lega di Salvini vuole che si dimentichi il passato e anche il M5S nato e cresciuto urlando contro le caste della politica e oggi schierato per il mantenimento dello status quo. Ovvio, se i problemi si risolvono contro chi urlerà Grillo in futuro? Possiamo definirli politicanti che abusano della creduloneria popolare? Sì.

Comunque, nei due anni successivi il cammino della riforma è stato tormentato, ma costante e con un contributo parlamentare alla sua scrittura determinante. Si è detto che questa è la riforma del governo. Ah sì? E come la vogliamo mettere con le decine e decine di emendamenti accolti durante i sei esami conclusisi con sei voti a favore? Alcune di queste modifiche hanno portato a complicazioni inutili nel testo finale, ma comunque non ne hanno pregiudicato la sostanza. Il bello è che alcuni di quelli che le hanno pretese e che poi hanno votato sì a tutta la riforma adesso hanno cambiato idea e lavorano per il no. Un nome per tutti: Pierluigi Bersani. Cosa non si farebbe in politica contro il proprio avversario!

si-no-referendumIn ogni caso noi cittadini dobbiamo dire se questa riforma ci sta bene oppure no. E qui la scelta è semplice: se passa il sì la riforma entra in funzione; se passa il no non cambia niente. Ovviamente se non cambia niente poiché sono tanti anni che si denuncia l’inadeguatezza delle istituzioni e il malfunzionamento dello Stato, qualche preoccupazione sul nostro futuro è giusto averla.

Ma se la riforma entra in funzione che succederà di così sconvolgente da far gridare alla deriva autoritaria, alla sottrazione di libertà, allo stravolgimento della Costituzione? Vediamo.

Cambia il bicameralismo, da paritario a differenziato. Che vuol dire? Semplice: la Repubblica in Costituzione è sempre stata definita come l’unione di regioni, comuni, province (non compaiono più nella riforma), città metropolitane (definiti enti autonomi e con propri statuti) e Stato. Cosa c’è di più ovvio che avere un Parlamento composto da una Camera espressa da tutti i cittadini alla quale fa capo il governo nazionale e un’altra Camera, il Senato, che rappresenta le istituzioni territoriali?

bicameralismoLa vera anomalia è quella che c’è stata fino ad ora con due camere equivalenti e nessuna sede istituzionale per regioni e autonomie territoriali (la Conferenza Stato regioni che c’è oggi non è assolutamente equivalente ad una Camera del Parlamento). Un’anomalia spiegata e rispiegata con la situazione post bellica che vedeva due blocchi contrapposti, centrista e social comunista, che dovevano fronteggiarsi senza che prevalesse il secondo anche se avesse vinto le elezioni. Per questo bisognava inventare un “sistema di blocco” istituzionale che lo impedisse. Di qui le infinite alchimie della prima repubblica per ostacolare l’ascesa dei comunisti e sopire le tensioni sociali con la mediazione corporativa. Di qui anche la duplicazione delle sedi decisionali e il depotenziamento del governo.

Il bicameralismo differenziato risolve questa anomalia e, ovviamente, per farlo richiede un po’ più di complessità nella definizione delle rispettive funzioni. “Ci tolgono la libertà di votare i senatori”, questo uno degli argomenti dei sostenitori del NO. Praticamente un dramma se si pensa a quanto ci abbiano sempre tenuto gli italiani alla scelta dei senatori preferiti. Vero o falso? Falso, perché gli italiani non hanno mai scelto i senatori bensì il partito che decideva il nome da proporre (per anni scritto proprio sulla scheda). Ma alcuni hanno voluto a tutti i costi introdurre una sorta di elezione diretta e così l’art 57 comma 5 prevede che l’elezione da parte dei consigli regionali dei senatori avvenga in conformità alle scelte espresse dagli elettori. Ce n’era bisogno? No perché il Senato rappresenta le istituzioni territoriali le quali sono elette direttamente dai cittadini. Ma tant’è, la politica è fatta di compromessi.

riforma-costituzionaleAltra modifica, le competenze delle regioni e dello Stato che vengono modificate dopo la pessima esperienza della riforma del Titolo V del 2001. Finora tutti dicevano che quelle norme andavano cambiate e che buona parte del debito pubblico era stato provocato da regioni con troppi e confusi poteri. Ora che la riforma c’è è partita la lamentela sulle autonomie soffocate e la denuncia di stravolgimento del regionalismo previsto nella Costituzione del 1948. Che ipocrisia! Quello del 1948 è finito nel 2001 e oggi è questo che si cambia. In un lontano futuro sarà auspicabile procedere ad accorpare un po’ di regioni perché 20 sono troppe ed abolire gli statuti speciali che sono stati un sicuro rifugio per ceti politici regionali voraci e spreconi. Ma non sarà affatto facile.

valutazione politiche pubblicheNovità rivoluzionarie, ma poco notate perché poco utili per le polemiche, invece sono quelle di aver previsto tra le competenze del Senato la valutazione delle politiche pubbliche nazionali ed europee alla luce del loro impatto sui territori; l’introduzione dei referendum propositivi e di indirizzo e di altre forme di consultazione delle formazioni sociali “al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche; la diminuzione del quorum per i referendum abrogativi; la certezza dell’esame delle proposte di legge di iniziativa popolare; la citazione del criterio della trasparenza nell’articolo dedicato all’organizzazione dei pubblici uffici; la previsione di uno statuto delle opposizioni nel regolamento della Camera; il taglio dei compensi per i consiglieri regionali e di quelli per i gruppi consiliari; la stretta sui criteri per l’emanazione dei decreti legge da parte del governo; la soppressione del Cnel; l’abolizione delle province. (In questi ultimi due casi dopo anni di litanie contro sono spuntati fuori gli estimatori che hanno tanti dubbi sulla cancellazione. Bastava che Renzi avesse detto che dovevano rimanere per sentire i cori contrari).

In conclusione non una riforma perfetta, ma una sfida per attuarla e fare meglio in futuro. Bocciarla non significa farne una migliore subito dopo, ma stare fermi ancora a lungo. A lamentarsi (e chi ci vive di lamentele, rabbia e protesta sarà contento)

Claudio Lombardi

Referendum costituzionale: perchè voto SI’

I toni accesi intorno al referendum del 4 dicembre dovrebbero lasciare il posto a ragionamenti pacati. Chi negli ultimi vent’anni si è occupato di diritto e costituzione sa che i principali problemi che affliggono il nostro sistema  sono: 1) l’abuso di decreti legge, fiducie e leggi “mille proroghe” da parte del governo; 2) la disastrosa riforma dei poteri delle regioni del 2001 che ha comportato un’esplosione della spesa pubblica senza un miglioramento della qualità della vita per i cittadini e continui contenziosi tra lo Stato e le Regioni; 3) l’avvelenamento dei rapporti politici con la legge elettorale del 2005 (porcellum) fatta non solo a maggioranza e con l’uso della fiducia ma in frode alle opposizioni. Il nuovo testo della costituzione prova a dare una risposta a tutti questi problemi.

riforma-costituzionalePer quanto riguarda i rapporti tra Parlamento e governo e il procedimento legislativo la riforma si basa su tre punti:

  • solo la Camera voterebbe la fiducia al governo. Le leggi ordinarie verrebbero approvate dalla sola Camera, ma quelle relative alle regole del gioco, si pensi alle leggi elettorali, a quelle concernenti i rapporti tra lo Stato e le sue suddivisioni territoriali,  a quelle relative ai referendum ed alle forme di partecipazione popolare, alle riforme costituzionali ed alle ratifiche di trattati relativi all’Unione Europea verrebbero votate anche dal Senato nel quale il governo non potrebbe ricorrere alla fiducia. Quindi alleggerimento del procedimento legislativo, ma un limite ad eventuali forzature del governo sui provvedimenti esaminati anche dal Senato;
  • per limitare il ricorso ai decreti legge viene introdotta la possibilità per il governo di chiedere un voto a data certa (entro 70 giorni) per i disegni di legge che reputa essenziali per attuare il suo programma. Ciò produrrebbe due effetti positivi: il decreto legge sarebbe lasciato solo per i casi di reale necessità ed urgenza e il governo sottoporrebbe le sue priorità al giudizio della Camera che dovrebbe concedere il voto a data certa;
  • nel caso dei decreti legge in caso di rinvio alle camere da parte del Presidente della Repubblica i termini per la conversione verrebbero portati da 60 a 90 giorni. Sembra un dettaglio e, invece, supera un problema perché oggi il Presidente della Repubblica quando si trova tra le mani una legge di conversione di un decreto discutibile deve scegliere tra fare decadere il decreto legge con conseguenze spesso devastanti o accettare una legge di conversione controversa perché i termini sono troppo brevi.

deriva-autoritariaNon si può certo affermare che tale riforma ci porterebbe verso una deriva autoritaria perché molte leggi verrebbero approvate da una sola camera: l’iter monocamerale per le leggi ordinarie caratterizza quasi tutti i paesi europei. Né tanto meno è possibile affermare che una legge elettorale fortemente maggioritaria possa rendere un sistema monocamerale non democratico, in tal caso infatti l’assunto del nostro ragionamento sarebbe che tra gli altri grandi paesi europei, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, solo l’ultimo è una democrazia.

La riforma del titolo V più che azzerare i poteri delle Regioni, attribuirebbe allo Stato competenze che e’ assurdo siano regionali, come quelle sulle grandi reti dei trasporti e dell’energia, o che la storia ha dimostrato debbano essere esercitate a livello statale, come quelle afferenti agli istituti di credito locali.

L’abolizione delle competenze concorrenti non decreterebbe la fine delle controversie tra Stato e Regioni, ma di certo ridurrebbe gli spazi per il contenzioso. Molti contrasti tra Stato e Regioni si potrebbero risolvere in Senato e non con ricorsi alla Corte Costituzionale come avviene oggi.

legge-elettorale-italicumMaggiori garanzie anche per l’approvazione delle leggi elettorali. Con la riforma ogni nuova legge elettorale, per la Camera o per il Senato, dovrebbe essere approvata anche dal Senato in cui il governo potrebbe non avere la maggioranza e dove di sicuro non potrebbe usare la fiducia o la minaccia dello scioglimento anticipato. Se a ciò si somma il vaglio preventivo della Corte Costituzionale su richiesta di una minoranza al Senato o alla Camera con la nuova costituzione sarebbe impensabile l’approvazione di una legge elettorale che abbia la sola finalità di danneggiare le opposizioni.

Più garanzie per le minoranze anche nel caso dell’elezione del Presidente della Repubblica con l’innalzamento del quorum, che, dopo il sesto scrutinio, sarebbe di tre quinti contro l’attuale maggioranza assoluta. Con questa modifica qualsiasi maggioranza dovrebbe concertare con almeno una parte delle opposizioni l’elezione del Presidente della Repubblica.

valutazione politiche pubblicheInfine l’attribuzione al Senato del compito di valutazione delle politiche pubbliche dello Stato e dell’Unione Europea e dell’attività delle pubbliche amministrazioni potrebbe portare ad un più sano confronto tra i tecnici, le burocrazie ed i politici con vantaggi per un migliore sviluppo delle politiche in tutte le fasi di attuazione. Se poi consideriamo i nuovi istituti di partecipazione popolare come i referendum propositivi o di indirizzo o le consultazioni con i soggetti sociali abbiamo il quadro del tentativo di introdurre criteri nuovi per affrontare le scelte e valutarne l’efficacia.

In conclusione esistono molti motivi per sostenere una riforma e non esiste alcun rischio di derive autoritarie. Certo l’anomala composizione del Senato, con soli 100 membri quasi tutti con doppio incarico pone non poche incognite, ma è preferibile avere una sola camera legislativa ed una camera “di garanzia” che interviene solo sulle norme che determinano le regole del gioco e che e’ indipendente dal governo rispetto a due camere che svolgono le medesime funzioni.

In ogni caso affinché il nuovo bicameralismo abbia senso e’ necessario che gli stessi equilibri politici della Camera non siano riprodotti al Senato. L’elezione su base regionale ed il fatto che le scadenze in cui verranno rinnovati i senatori non coincidono con la legislatura della Camera garantisce che nelle due camere non ci  siano automaticamente gli stessi equilibri politici. E’ quindi il caso di votare questa riforma costituzionale.

Salvatore Sinagra

Referendum costituzionale: per un SI europeo

La campagna referendaria è partita nel peggior dei modi. Inizialmente ci si è concentrati più sulle sorti di parte rispetto a quelle riguardanti la nostra comune legge fondamentale, scadendo spesso in facili populismi. Ora però che si entra nel vivo è giunto il momento di confrontarsi unicamente sui contenuti proposti al giudizio dei cittadini il prossimo 4 dicembre. Uno degli aspetti più innovativi della riforma riguarda quei nuovi meccanismi costituzionali che mirano ad ammodernare la partecipazione italiana nel processo d’integrazione europea, ritenuto ormai in modo condiviso un elemento qualificante del nostro sistema istituzionale. Più dei timori per le conseguenze tipo “Brexit” nel sistema politico o sul possibile indebolimento del governo nel negoziato con Bruxelles nel caso di mancata riforma, un SI consapevole si costruisce analizzando le concrete proposte che migliorano l’attuale testo costituzionale.

si-o-no-referendumLa principale modifica proposta riguarda il voto di fiducia al governo richiesto solo alla Camera dei Deputati (art. 55). Essa stessa può essere letta come un avvicinamento del sistema politico nazionale a quello degli altri partner europei. In sostanza solo da noi vige una doppia fiducia di Camera e Senato che spesso si è tramutata in una disomogenea maggioranza politica a sostegno del governo. Alla lunga questa disomogeneità indebolisce il governo in carica e ne limita la linearità di condotta, in primis proprio verso gli impegni assunti con Bruxelles, venendo spesso strumentalizzati come vincoli esterni per far digerire decisioni impopolari al suo elettorato “perché ce lo chiede l’Europa”.

Tale fondamentale riforma è strettamente legata al superamento del bicameralismo perfetto e all’introduzione del Senato delle regioni. Finalmente il Senato diventerebbe un organo legislativo specializzato, essendo chiamato a co-decidere unicamente nelle materie che riguardano gli aspetti costituzionali, regionali e la “partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’Unione europea” (Art.70). In questo modo oltre a sopperire alla mancanza di un chiaro riferimento all’integrazione europea ammodernando il testo, il diritto comunitario viene “quasi costituzionalizzato”, riconoscendone la sua rilevanza primaria nel nostro ordinamento giuridico. Infatti a differenza degli ordinari trattati internazionali, la cui ratifica spetta solo alla Camera, nel caso di qualsiasi modifica riguardante i trattati comunitari viene richiesta l’approvazione di entrambe le camere (art. 80). Nello stesso modo il Senato eletto su base regionale “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” (art. 57) concorre ad una verifica di stampo federale sia sulla creazione della normativa comunitaria e sia sul controllo dei suoi effetti.

referendumInfine viene introdotta la possibilità costituzionale di tenere anche in Italia dei referendum di tipo propositivo e d’indirizzo, non limitandosi ad una riforma del tradizionale referendum abrogativo, ma incentivando in questo modo la partecipazione popolare alle scelte fondamentali del paese, grazie al rafforzamento di alcuni istituti di democrazia diretta che da decenni vengono ampiamente utilizzati in tutta Europa (art. 71).

Speriamo che questi ed altri aspetti di merito potranno essere approfonditi nelle prossime settimane, grazie ad un libero e costruttivo confronto con tutti coloro che hanno a cuore non solo il futuro dell’Italia, ma anche dell’Europa.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com