Il divorzio dalle centrali nucleari è lungo e costoso (meglio pensarci prima) (di Claudio Lombardi)

Smontare una centrale nucleare è un affare che richiede tempo e denaro, quasi quanto costa costruirla. Per non parlare delle scorie che hanno una vita radioattiva lunghissima e vanno messe in sicurezza per molti secoli. Limitandosi allo smantellamento delle centrali impressionano i dati resi noti dalla stampa e che provengono, in gran parte, da documenti ufficiali degli organismi che, nei singoli paesi, seguono le procedure di chiusura.

Ciò che si capisce dai dati è, in primo luogo, che non sempre si riesce ad avviare effettivamente lo smantellamento dopo la chiusura perché ci vogliono troppi soldi che non sempre si riesce a trovare. E così la centrale resta chiusa, ma, di fatto, sta lì come se funzionasse, con tutto il suo personale in attesa di tempi migliori perché è meglio non iniziare lo smontaggio se non si è sicuri di poterlo concludere.

In Inghilterra fu istituita nel 2005 la Nuclear Decomissioning Authority che doveva seguire l’eliminazione di 39 reattori e 5 impianti di riprocessamento del combustibile. Il costo stimato per concludere lo smantellamento fu stimato in 55,8 miliardi di sterline (circa 81 miliardi di euro nel 2005). Risulta che le centrali stiano ancora lì perché questa montagna di denaro non si è trovata.

Negli USA smontare i 25 reattori in lista di attesa costerebbe una media stimata di 500 milioni l’uno. I soldi li stanno mettendo insieme con un sovrapprezzo sull’energia prodotta, così pagano i consumatori e manco se ne accorgono. Sta di fatto che lo smontaggio non si è ancora avviato.

Come risulta dai dati che pubblichiamo tratti dal World Nuclear Association ci sono nel mondo 124 reattori in attesa di smantellamento e un altro centinaio si aggiungerà nei prossimi anni. Certo la vita del reattore si può prolungare, ma gli interventi sono molto costosi, come tutto ciò che riguarda il nucleare.

Ciò che colpisce, però, è che, dopo la chiusura, gli impianti restino lì ad aspettare lo smontaggio per un bel po’ di anni con il rischio che le strutture deperiscano e con costi di gestione e sorveglianza costanti.

Le ragioni di questi tempi lunghissimi non sono solo di tipo economico, ma anche legate alla radioattività di basso e medio livello che colpisce le parti strutturali (ma non il nocciolo e le barre del combustibile). Per questo occorre aspettare tanti anni. Secondo uno studio di una università degli Stati Uniti di cui ha dato notizia la stampa ci vorrebbero 50 anni di fermo impianto per ridurre la radioattività residua e almeno altrettanti per lo smantellamento effettivo. Cifre impressionanti che somigliano ad una maledizione.

Paese Anni di vita operativa Anni di chiusura Differenza (chiusura meno vita)
Armenia 13 20 +7
Belgio 24 22 -2
Bulgaria 26 7 -19
Canada 16 28 +12
Francia 19 22 +3
Germania 12 21 +9
Giappone 24 15 -9
Gran Bretagna 35 14 -21
Italia 20 25 +5
Olanda 28 14 -14
Russia 18 21 +3
Spagna 28 10 -18
Svezia 21 18 -3
Ucraina 13 17 +4
USA 15 30 +15

Claudio Lombardi

Referendum e disinformatia, primo passo il nucleare (di Alessandro Cossu)

Due giorni fa, annunciato da grandi titoli dei principali media, è stato finalmente approvato il regolamento per l’informazione in tema referendario della Commissione di Vigilanza della RAI. Finalmente perché, per chi non lo sapesse, era atteso il 4 di aprile; è stato licenziato il 4 sì, ma di maggio.

Saranno stati gli eccessivi impegni dei membri della Commissione, la preoccupazione per le sorti di Masi, magari un blocco del sistema di accessi a Palazzo san Macuto (sede della Commissione – ndr) la ragione di tutto ciò? Visto quello che accade, spero non me ne vogliate se proprio non credo alla buona fede. E cercherò di spiegarmi.

Il referendum del 12 e 13 giugno prevede quattro quesiti distinti: due riguardano la privatizzazione dei servizi idrici, uno il ricorso all’energia nucleare e l’ultimo riguarda la legge sul legittimo impedimento.

Anzitutto, il referendum sul nucleare. Il Governo lo ha temuto e lo teme, per diversi motivi. Anzitutto, gli enormi interessi economici del business nucleare. Investimenti faraonici tutti a carico dello Stato, gestione e guadagni tutti a favore del privato. Cosa imporrebbe quindi la vittoria del si? Almeno uno slittamento di qualsiasi intenzione nuclearista di oltre dieci anni.

Ma il nucleare nel mondo è davvero in fase di sviluppo, e gli arretrati saremmo noi? Un recente studio del WorldWatch Institute evidenzia come l’energia atomica abbia iniziato la propria parabola discendente già dal 1980, e nel 1990 per la prima volta il numero di reattori arrestati ha superato il numero di avviamenti. Un trend confermato anche da ulteriori e più recenti analisi: con riferimento ad aprile 2011, risultano in funzione nel mondo un totale di 437 reattori nucleari per 30 Paesi, 8 in meno rispetto al massimo storico di 444 reattori nel 2002.

A partire da quest’anno i reattori avviati sono stati 25, mentre quelli spenti 32, compresi i 6 dell’impianto giapponese ed esclusi i 7 chiusi ‘provvisoriamente’ in Germania dopo gli eventi del Giappone. Per quanto riguarda la produzione mondiale di elettricità dall’energia nucleare, “nel 2009 – si legge nel documento – gli impianti hanno prodotto 2558 TWh, registrando un calo di 103 TWh (circa il 4%) dal 2006.

Ma cosa si deciderebbe con il referendum?

Il quesito prevede l’abrogazione di un importante numero di articoli e commi: in breve, la vittoria del si impedirebbe la costruzione di centrali sul territorio italiano. Il Governo ha però annunciato una moratoria che di fatto posticiperà ogni decisione sull’argomento per almeno un anno. Insomma, un rinvio a cui non corrisponde alcuna decisione importante. Un rinvio, nel tentativo di depotenziare il referendum e sviare l’attenzione.

Insomma, mentre i movimenti incalzano per una informazione corretta, esponenti del mondo della politica ci incolpano di voler impedire lo sviluppo, a danno (?) dei nostri figli, la Fondazione Veronesi gira le nostre scuole propagandando la bontà dell’energia nucleare (http://www.fermiamoilnucleare.it/?p=2364), esponenti dell’ambientalismo della prima ora si convertono alla “bontà” dell’atomo.

Mentre voi meditate sulla necessità del voto e della corretta informazione, io continuo a chiedermi: ma le scorie dove le metteremo? Ma questa non è una domanda per uno stupido come me. A queste cose ci penseranno “loro”.

Ma se proprio volete saperne qualcosina in più, cliccate qui, http://daily.wired.it/news/scienza/2011/04/27/dove-mettere-scorie-nucleari.html , e buone notti insonni.

A proposito, in tutto questo ho dimenticato la RAI. Ad oggi, 9 maggio, di dibattiti sui referendum neanche l’ombra. Ma solo uno spot sul voto in tarda fascia serale. Speriamo che il recente avvicendamento alla guida del servizio pubblico serva a dare nuovo coraggio a chi progetta i palinsesti, a fornire informazioni corrette ai telespettatori sui quesiti e un giusto spazio al confronto tra le posizioni opposte. Visto il passato, voi ci contate?

Alessandro Cossu

Il nucleare è per sempre, tanto vale affezionarsi (di Claudio Lombardi)

Si sa, la costruzione di una centrale nucleare non è cosa facile. Lunghi anni per progettarla, trovando, in primo luogo il sito più adatto; lunghi anni per costruirla, perché la sicurezza è, comunque, una priorità e la centrale custodisce un “cuore” di materiale radioattivo micidiale per gli esseri viventi e per l’ambiente.

Ma dopo, la centrale produce energia elettrica che non inquina e che costa poco. Per tanti anni. Durante i quali, si spera, non ci siano incidenti, sempre spiacevoli in qualunque installazione, ma, ovviamente, molto pericolosi quando si tratta di radioattività.

Lo sappiamo bene: la radioattività non si vede, ma gli effetti si sentono e durano così a lungo che possiamo anche scordarcene. Mille o diecimila anni, per noi, sono grandezze senza senso. Per la radioattività no, sono i tempi normali della sua vita attiva.

Purtroppo gli effetti sui viventi sono anche molto efficaci e rapidi. I nostri decenni di vita (ma anche meno) bastano tranquillamente per verificarlo.

Però, che meraviglia avere così tanta energia e pagarla poco. Vale la pena rischiare. Perché un rischio c’è sempre sia chiaro, mica siamo infallibili.

Vale la pena? Bè, certo, in mancanza di alternative…  Mica possiamo pagare troppo l’elettricità! Poi non avanzano i soldi per il resto. Quale resto? Mah…. La macchina nuova, per esempio. O altri vestiti, oppure tante altre cose, magari pure indispensabili.

Insomma, se l’elettricità costa troppo le industrie fanno pagare di più i loro prodotti ed è un problema, pagare di più la stessa cosa. Quanto? Anche il 10 o il 20 per cento. No, è cosa che non si può accettare.

La competizione, la globalizzazione ecc ecc……..  Saremmo messi fuori gioco rapidamente. Meglio rischiare. Ovviamente se non ci sono alternative per produrre elettricità a basso prezzo.

Pensa che bello se si potesse produrre elettricità dal sole o dal vento o, addirittura, dalle correnti marine. Sì, sarebbe una gran cosa se potessimo evitare i rischi dell’energia nucleare; varrebbe la pena fare qualunque sacrificio pur di avere un’alternativa che, tra l’altro, costerebbe ancor meno del nucleare dato che il combustibile sarebbe a disposizione senza limiti e senza costi. Anche le centrali per produrre energia sarebbero meno costose e, pensate un po’, ognuno potrebbe avere la sua piccola centrale perché sole e vento sono dovunque e sono di tutti.

Sì, però ci vorrebbe una tecnologia avanzatissima per produrre elettricità in questo modo. L’ideale sarebbe una struttura semplice semplice in grado di raccogliere l’energia termica del sole o quella del vento e trasformarla in elettricità. Una struttura leggera che, magari, si potrebbe mettere sui tetti delle case e, collegandola alla rete elettrica, cedere pure l’energia non utilizzata. Poi, in luoghi adatti, ci potrebbero essere impianti di grandi dimensioni in grado di produrre quanto una centrale nucleare. Ma non potrebbero esplodere e non ci sarebbe radioattività. E costerebbero pure molto meno e ci vorrebbe pochissimo tempo a costruirli.

Meraviglioso! Per non parlare di ipotetiche pale che, mosse dal vento, produrrebbero energia con l’unico costo dell’impianto che sarebbe pure economico e assolutamente sicuro (salvo il caso di crolli sulla testa di qualcuno) e riciclabile dato che sarebbe composto, in gran parte, di metalli.

Sì, sarebbe bello, ma è un sogno. Ancora non hanno inventato il modo di catturare l’energia solare e quella eolica e trasformarla in elettricità. Se lo avessero fatto chi sarebbe così folle da spendere somme colossali in centrali nucleari alimentate da un combustibile molto costoso e pericolosissimo con il rischio sempre presente di incidenti che potrebbero avere conseguenze catastrofiche e non rimediabili in alcun modo, con nessun mezzo attualmente conosciuto?

Se lo avessero fatto i governi si getterebbero su quelle che si possono definire, con termine ancora sconosciuto, energie rinnovabili, che sarebbero intrinsecamente inesauribili, pulite, economiche, sicurissime. In quel caso i governi farebbero di tutto per evitare l’energia nucleare rinviando ad un lontano futuro lo sfruttamento di una risorsa che ancora non può essere controllata con assoluta certezza.

Sì, ma, appunto, è un sogno perché il solare e l’eolico ancora non sono stati inventati e noi non abbiamo altra scelta che il nucleare. E pazienza se qualcuno ci rimette la vita e se ci costano un occhio della testa. Tanto siamo quasi sette miliardi sulla terra e poi se si spende molto si fa girare l’economia e in tanti possono guadagnarci.

Claudio Lombardi

Referendum sul nucleare: una vera opportunità? (di Mauro Chessa)

Se fossi tornato oggi da un lungo viaggio, che mi avesse tenuto all’oscuro dei fatti nostrani, saluterei il referendum voluto dall’Italia dei Valori con entusiasmo. Non è così e devo articolare la mia opinione.

La proposta referendaria di Di Pietro è nata male, senza alcun tentativo per un raccordo, un confronto, una collaborazione con la galassia dei movimenti per il no al nucleare. Galassia costituita da corpi dispersi e tutt’ora non sufficientemente interagenti, ma dotata di alcuni grandi attrattori, che Di Pietro avrebbe dovuto considerare interlocutori.

Non vorrei essere frainteso, non si tratta della contestazione di una primazia usurpata, dico invece che se Di Pietro avesse voluto ascoltare chi è impegnato sul versante anti nuclearista avrebbe colto alcune criticità.

La maggiore delle quali sta nella sensazione che la coscienza collettiva non sia matura, che il tema del nucleare non avvertito come prioritario dai cittadini anche perché gli effetti di questa scelta non sono, oggi, percepibili e bisogna decidere con una visione strategica proiettata al futuro.

Siamo, quindi, anni luce lontani dal coinvolgimento che, purtroppo anche a causa di Chernobyl, precedette il referendum del 1987.

Oggi si tratta di una questione la cui penetrazione sociale richiede tempo e impegno, che sconta l’enorme potenza mediatica della lobby nuclearista, già dispiegata dal Forum Nucleare con budget plurimilionario.

Il caso della vertenza per la ripubblicizzazione dell’acqua è esemplare: ha condotto a risultati eccezionali, ma è stato il frutto di una straordinaria capacità di coordinamento delle realtà locali, di un impegno prolungato e convinto di migliaia di attivisti.

Tutto questo sul versante del nucleare a tutt’oggi non c’è. Ci troviamo quindi ad affrontare il referendum con la necessità di ottenere in corsa un diffuso coinvolgimento, e di realizzare ancor prima la struttura operativa che dovrebbe conseguire questo scopo; questa è proprio la seconda criticità: la sostanziale assenza di un coordinamento nazionale.

Sono in corso diversi tentativi di strutturarlo: il 5 e 6 febbraio a Cremona si tiene un Forum che vedrà coinvolte varie realtà del Nord e, in minor misura, del centro; già dal 2010 è attivo un Comitato nazionale che serve da raccordo tra i vertici di alcune associazioni ambientaliste; c’è il gruppo che ha sostenuto la presentazione della proposta popolare della legge per le rinnovabili ed il no al nucleare; ci sono poi altre realtà che costituiscono forme di coordinamento, come il LIGAS (Lega Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale) e il Coordinamento Toscano per il No al Nucleare. Tutte queste realtà stentano a dialogare tra loro, ci sono motivi di merito ed attriti di altra natura; francamente non so se l’impellenza della costituzione del comitato referendario potrà funzionare come collante.

C’è poi la non trascurabile questione di merito. Non sono un giurista e il testo del quesito referendario è particolarmente ostico, ma ho raccolto diverse perplessità sull’efficacia risolutiva di un eventuale successo. Questo avrebbe comunque un significato politico rilevantissimo, ma un’ampia condivisione avrebbe consentito il coinvolgimento di altre competenze (come è accaduto per i referendum volti alla ripubblicizzazione dell’acqua) che certamente avrebbe migliorato il testo e fortemente favorito un convinto sostegno.

Ora siamo di fronte al fatto compiuto, non serve rimpiangere quello che avrebbe potuto essere e dobbiamo gestire lo scenario che Di Pietro ci ha confezionato. Il rischio è grande, se il referendum ottiene il sostegno (ob torto collo, nella maggior parte dei casi) delle maggiori associazioni ambientaliste, ma vince l’astensione, avremmo un depotenziamento del contrasto al nucleare. Se invece il movimento no nuke prende le distanze dal referendum si crea una situazione facilmente strumentalizzabile dai sostenitori del nucleare.

A detta di molti le reali possibilità di successo del referendum sono legate all’effetto traino dei quesiti sull’acqua, il cui movimento ha ottimamente svolto il lungo e faticoso percorso di avvicinamento alle urne; il movimento no nuke dovrà rapidamente decidere se questa rappresenta una garanzia sufficiente e come affrontare una situazione comunque difficile.

Mauro Chessa – ‘Ambiente e salute’ di Cittadinanzattiva Toscana e membro del Coordinamento Toscano per il No al Nucleare

Il decalogo da ricordare: 10 buoni motivi per opporsi al nucleare

Pubblicato un anno fa questo decalogo mantiene tutta la sua validità ancor più dopo la catastrofe di Fukushima e la decisione della Germania di uscire dal nucleare. Il Governo ha tentato una diversione facendo finta di abrogare la legge, ma ha fallito. Adesso è il momento di mettere la parola fine con il voto del 12-13 giugno e con una nuova politica energetica

1) Nucleare e petrolio – Le centrali nucleari producono solo energia elettrica, che è meno di 1/5 dei consumi energetici di ogni paese. La scelta del nucleare non riduce la dipendenza dal petrolio: la Francia produce il 78 % dell’energia elettrica dal nucleare, ma importa più petrolio di noi, ed ha i consumi di petrolio pro capite più alti d’Europa.

2) Il combustibile – Le riserve di uranio sono limitate: ai ritmi di consumo attuali si esaurirà in pochi decenni, ma se verranno costruite nuove centrali la sua disponibilità durerà ancora meno ed il prezzo aumenterà esponenzialmente. Inoltre il mercato dell’uranio è dominato da una lobby molto ristretta: sette società controllano l’85% dei giacimenti mondiali e quattro società forniscono il 95% dei servizi di arricchimento. Inoltre l’Italia non possiede Uranio e dipenderà completamente da altri paesi per il suo approvvigionamento.

3) I costi – Una valutazione realistica dei costi del nucleare deve tener conto non solo della costruzione delle centrali ma dell’intero ciclo di vita con particolare riguardo ai costi differiti dovuti al deposito delle scorie e allo smantellamento delle centrali di cui non si conosce ancora l’esatta incidenza. Considerati gli enormi costi di costruzione, le centrali nucleari non sono un affare per i privati a meno di ricevere ingenti sovvenzioni dallo stato, come conferma la recente decisione di Obama.
La costruzione del primo reattore EPR francese di nuova generazione in Finlandia (Olkiluoto) incontra grandissimi problemi, che hanno già causato rilevanti aumenti dei costi e dei tempi di costruzione. Nonostante ciò e senza che esista un’esperienza concreta del loro funzionamento (l’ente regolatore degli USA non lo ha neanche licenziato), l’ENEL vorrebbe ordinarne almeno 4!

4) Le emissioni di CO2 – Il processo di fissione del combustibile nel reattore non produce emissioni di CO2, che sono invece presenti in tutte le altre fasi: dall’estrazione e lavorazione dell’uranio, all’arricchimento (l’impianto di Paducah, nel Kentucky, utilizza due centrali a carbone da 1000MW), alla costruzione della centrale (che richiede enormi quantità di cemento e acciaio) fino alle fasi di stoccaggio delle scorie e di demolizione della centrale. Alla fase di estrazione sono associate le maggiori emissioni di CO2: basta pensare che per ottenere 1 Kg di uranio da un giacimento che ha un grado di concentrazione dello 0, 1% (la media mondiale è dello 0,15%) occorre estrarre e lavorare 1 tonnellata di minerale. Un calcolo rigoroso porta a concludere che l’intero ciclo nucleare comporta oggi emissioni minori rispetto al termoelettrico, ma che aumenteranno vertiginosamente quando si dovrà estrarre l’uranio da giacimenti più poveri. Non bisogna inoltre dimenticare che, poiché i 439 reattori in funzione coprono meno del 6% del consumo di energia mondiale, se anche si costruissero centinaia di nuovi reattori si avrebbe un contributo minimo all’abbattimento della CO2, a fronte di investimenti di migliaia di miliardi nei pochi anni nei quali è richiesta la riduzione della CO2, evidentemente incompatibili con la situazione finanziaria mondiale.

5) Sicurezza e salute – Si accumulano studi scientifici che dimostrano aumenti di leucemie infantili ed altre malattie nelle popolazioni che vivono attorno alle centrali nucleari. Segno evidente che rilasci radioattivi si verificano nel normale funzionamento dei reattori, anche se ufficialmente vengono sottaciuti. Questi si aggiungono ai rilasci inevitabili nei frequenti incidenti (spesso minimizzati o negati dalle autorità), sommandosi ad altri inquinanti e danneggiando gravemente la salute della popolazione: le malattie tumorali sono in aumento, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia un preoccupante incremento nella diffusione dei tumori a livello mondiale.
I reattori di terza generazione come l’EPR sono proposti come molto più sicuri, ma stanno emergendo inquietanti problemi di sicurezza, denunciati ufficialmente il 22 ottobre 2009 da tre Agenzie di Sicurezza europee, che hanno richiesto modifiche al sistema di controllo del reattore giudicandolo inadeguato a far fronte ad una situazione di emergenza. L’Autorità di Sicurezza Finlandese ha riscontrato ben 2.100 difformità nella costruzione del reattore EPR a Olkiluoto e ha bloccato i lavori.

6) Le scorie radioattive – Comprendono il combustibile esaurito e tutto ciò che è stato contaminato dalle radiazioni, cioè i materiali utilizzati per il funzionamento della centrale ed il reattore stesso, che a fine ciclo andrà smantellato. Nessun paese ha ancora trovato una soluzione sicura al problema delle scorie, che devono essere custodite per tempi che possono raggiungere le centinaia di migliaia di anni. Si sono sviluppati invece traffici illegali per lo smaltimento nei paesi del terzo mondo, con un criminale risparmio sui costi e conseguenze sanitarie ed ambientali facilmente prevedibili.
I pur limitati programmi nucleari dell’Italia hanno lasciato in eredità quattro centrali da smantellare, grandi quantità di fusti con scorie radioattive, provvisoriamente collocati all’interno delle centrali o inviati all’estero, con rilevanti spese per la custodia e gli affitti. Questa situazione costituisce un rischio permanente per l’ambiente e la salute. Nell’interesse generale sarebbe logico risolvere questi problemi, prima di prendere in considerazione la realizzazione di nuove centrali.

7) Nucleare civile e militare – La tecnologia nucleare è intrinsecamente dual-use: non è possibile separare le applicazioni civili da quelle militari. Tutti i paesi che hanno realizzato la bomba sono passati attraverso la costruzione di reattori nucleari. La Francia ha un potente arsenale nucleare, che ha assorbito i costi dei programmi civili. La diffusione nel mondo di programmi nucleari aumenterà indubbiamente i rischi di proliferazione militare.

8) L’Italia ha bisogno delle centrali nucleari? – Non è vero che l’Italia è costretta ad importare energia elettrica dalla Francia: la potenza elettrica installata in Italia era nel 2008 di 98.625 MW, a fronte di un picco di domanda di 55.292 (il massimo storico era stato raggiunto nel 2007 con 56.822 MW), dando luogo alla maggiore eccedenza tra tutti i paesi europei. Ma il nostro sistema elettrico è diventato sempre più inefficiente con le privatizzazioni, e non verrebbe certamente migliorato dall’investimento in centrali elettronucleari. La Francia “svende” energia elettrica nelle ore di calo della domanda, perché il sistema nucleare è rigido e non si adatta alle variazioni di carico; in compenso, in momenti di picchi eccezionali di domanda è costretta ad importare energia elettrica, a caro prezzo, dai paesi confinanti.

9) Ridurremmo la dipendenza dal petrolio? – La dipendenza energetica italiana ha ben altre cause. Importiamo quasi tutto il petrolio, che viene utilizzato, con grandi sprechi, in usi in cui non è sostituibile dal nucleare: circa un terzo, per un sistema dei trasporti totalmente sbilanciato sul trasporto su gomma e privato, buona parte per il riscaldamento di edifici costruiti senza isolamento termico, e altre importanti quote per attività produttive energivore, che producono male e in modo inefficiente.

10) Trasparenza, efficienza, democrazia nei lavori – La costruzione di centrali nucleari muove quantità enormi di capitali, in gran parte pubblici, ed un loro corretto utilizzo prevederebbe l’esistenza di un sistema economico e politico di gestione degli stessi assolutamente trasparente. Sappiamo bene che così non è e quanto sia frequente che intermediari senza scrupoli, (quando non addirittura la criminalità organizzata), si inseriscano nell’attribuzione degli appalti in maniera illecita. Infine, con l’entrata in vigore della Legge Sviluppo (luglio 2009), lo Stato potrà avvalersi dei poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni in materia di energia (aspetto per cui molte Regioni hanno fatto ricorso), equiparando di fatto i siti scelti per le centrali alle aree militari d’interesse strategico. Con grave detrimento dei principi di partecipazione democratica nella condivisione delle localizzazioni.

a cura del COORDINAMENTO TOSCANO per il NO al NUCLEARE:

Ambiente e Lavoro Toscana – Cittadinanzattiva Toscana – Forum Ambientalista – Greenpeace – International Society of Doctors for the Environment – Italia Nostra Toscana – Legambiente Toscana – Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio – WWF Toscana

Nucleare: ma se io avessi previsto tutto questo..(di Alberto Biancardi)

Va be’, lo ammetto che mi son sbagliato…

In effetti, sono uno di quegli ex ventenni che nel 1987 votarono contro il nucleare. Ora, sono passati molti anni. La situazione è cambiata. Sarà l’età, sarà Kyoto, ma devo ammettere che la mia decisione è stata un po’ leggerina. Qualche dubbio mi rimane, però. Cercando di essere il meno presuntuoso possibile. In una materia del genere, la scommessa è implicita e nessuno può dichiarare di disporre della Soluzione.

Appunto. Allora, abbiamo peccato di ideologia. I ventenni degli anni ’80, ma anche i trentenni, i quarantenni e così via pensavano di averla ben chiara in testa, questa Soluzione. Il risultato è stato modesto, sotto il profilo della competitività del nostro sistema elettrico. Non so se sono davvero 65 miliardi di euro i costi che hanno gravato sulla nostra bolletta energetica a causa della decisione di uscire dal nucleare (dato dichiarato dal ministro Scajola un paio di mesi fa), però non sembra un caso che i Paesi che usano questa tecnologia abbiano prezzi dell’energia elettrica inferiori ai nostri.

Ora, con l’incombere delle preoccupazioni sui cambiamenti climatici, anche un ambientalista convinto può dichiarare che il nucleare è l’opzione su cui puntare. In effetti ce n’è più di uno e non solo in Italia.

Faith Birol, presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che non è ambientalista, ma non può nemmeno essere tacciato di fanatismo pro nucleare, nel presentare il World Energy Outlook a fine 2009 non ha lasciato dubbi. Per scostarsi da quello che ha definito il Reference Scenario, il nucleare è un pilastro essenziale. Questo scenario rischia di essere terribile. È molto simile a quello descritto qualche anno fa dalla famosa Stern Review (un lavoro molto dettagliato finanziato dal governo britannico e redatto da un gruppo di esperti guidati da Nicholas Stern). Si tratta di un incremento della temperatura terreste di 6° C entro il 2030, con mutamenti climatici irreversibili.

Tutto ok, dunque? Sotto un certo profilo, la risposta sembra positiva, almeno per la sua chiarezza (non per l’ottimismo). Le cose sembrano di nuovo allineate. Inoltre, se investo nel nucleare, faccio bene all’ambiente ma anche al mio portafoglio. Questo perché dal nucleare si ottiene energia senza emissioni di CO2 e a costi inferiori a quelli attuali.

Come dire, industriali ed (ex)ambientalisti tutti in fila verso un percorso individuato con ritardo ma chiaro. Quattro o cinque centrali nucleari, un’agenzia, ecc. Il che, tutto sommato, sarebbe il frutto di una decisione analoga a quella di altri Paesi. Fra tutti, il Regno Unito: centrali per 12.000 MW con l’entrata in funzione del primo impianto forse già dal 2018.

Io, però, mi permetto di avanzare qualche dubbio. Non tanto sulla sicurezza della tecnologia, un campo che va al di là delle mie competenze. Bensì sull’economicità della scelta, naturalmente se vista nel contesto del sistema energetico italiano. Purtroppo, dico subito che i numeri che porterò a sostegno dei miei dubbi sono incompleti. Necessiterebbero di un approfondimento che va oltre i limiti di questa analisi.

Espongo il mio ragionamento. Anche ammesso di identificare siti adatti per l’accoglimento di un numero minimo di impianti – diciamo per 10.000 MW – necessari per poter parlare di rientro nel nucleare e di lotta alle emissioni CO2, e anche ammesso di aver identificato un sito per lo stoccaggio delle scorie, nonché aver ottenuto il consenso dei cittadini, i parametri economici dell’operazione non mi appaiono chiari.

Il nucleare è conveniente se gli impianti vengono realizzati con rapidità, pena un incremento dei costi finanziari. Si tenga conto che ciascuno dei quattro – cinque impianti previsti costerebbe oltre 5 miliardi di euro e che questi costi non tengono conto dei costi di smantellamento. In caso di ritardi di una certa entità, la via di produrre energia elettrica da gas potrebbe risultare più conveniente. Ma anche qui voglio adottare un atteggiamento del tutto positivo verso il nucleare. Ipotizziamo che gli impianti vengano realizzati senza ritardi.

Tuttavia, pur in questa ipotesi mi resta un dubbio, su cui non ho visto una sufficiente attenzione. E, voglio dirlo il più chiaramente possibile, è proprio dallo scioglimento di questo dubbio che dovrebbe discendere la decisione se avviare nuove centrali nucleari. Una decisione positiva aprioristica rischia di essere ideologica quanto quella del 1987.

Infatti, noi arriveremmo al nucleare – diciamo da qui a una decina d’anni – con un sistema elettrico caratterizzato da almeno due condizioni. La prima riguarda la domanda: i consumi dovrebbero mantenersi sui livelli attuali, o per meglio dire, del periodo precedente alla crisi economica (attorno a 340 TWh/a). In caso contrario, intendo in presenza di sensibili incrementi dei consumi, vorrebbe dire che non saremmo comunque stati in grado di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Il che vuol dire che anche il punto minimo dei consumi di energia elettrica non dovrebbe scostarsi di molto dal livello attuale, pari a 32.000 MW. La seconda caratteristica riguarda l’offerta. L’Italia ha quasi ultimato un ampio processo di rinnovamento del parco impianti, che oggi è uno dei più efficienti al mondo. Inoltre, ha in atto un processo di una certa dinamica nella costruzione di nuova capacità di produzione da fonti rinnovabili.

Cosa intendo dire? Semplicemente che i nuovi impianti nucleari rischierebbero di spiazzare una buona parte delle unità oggi in funzione (basandosi anche su una probabile priorità di dispacciamento riconosciuta al nucleare). Questo sia nel picco dei consumi, ma anche nella base.

Questo spiazzamento avrebbe a sua volta come effetto di far rimanere poche ore nella giornata per le centrali a gas, nonché per gli altri impianti, per recuperare gli investimenti effettuati. In sostanza, i prezzi nelle ore piene dovrebbero incrementare a sufficienza per consentire il rientro dei capitali investiti negli impianti a ciclo combinato, ecc.

Si tenga conto che un impianto a energia nucleare, come si dice in gergo tecnico, non è modulabile e, dunque, la sua capacità produttiva è utilizzata deve essere utilizzata con continuità per anni e anni. Come dire che, una volta costruito, un impianto nucleare va fatto operare praticamente a pieno regime per periodi molto prolungati.

Tornando all’effetto spiazzamento, nel caso i prezzi delle ore piene non fossero sufficienti a remunerare i cicli combinati già costruiti, vi sarebbe l’alternativa – che oggi può apparire poco più di una battuta, ma che rischia di diventare tema ben più serio – di iniziare a vedere qualche produttore di energia chiedere il recupero in tariffa degli stranded cost legati all’entrata nel nucleare. È cosa ben nota che stiamo ancora pagando i costi per l’uscita del 1987.

Che dire? Servirebbe un confronto aperto su queste previsioni. In assenza di ciò, non mi sembra che i dubbi sull’economicità del nucleare siano fugati. L’allineamento fra ambiente e portafoglio rischia di saltare ed è meglio di saperlo per tempo.

Nel caso, tutto da verificare, di economicità modesta dell’opzione nucleare, il discorso si chiuderebbe come nella canzone di Guccini, che, vorrei ricordare, termina proprio con un bel: ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso…

Alberto Biancardi economista