Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

La Scozia e i rischi delle secessioni (di Salvatore Sinagra)

referendum ScoziaIl prossimo 18 settembre gli scozzesi si esprimeranno sull’indipendenza. Già in due precedenti occasioni – nel 1979 e nel 1997 – un referendum con analogo quesito ha vinto e ha portato un governo e un primo ministro scozzesi.

La posta in gioco è sicuramente alta ma non è chiaro quali sarebbero gli effetti di un’eventuale vittoria del Si, visto che gli indipendentisti non vogliono comunque rinunciare alla sterlina. Forse Glasgow pretenderebbe più margini di manovra sulle politiche fiscali, forse si perverrebbe ad uno stato federale.

E’ evidente che l’insoddisfazione degli scozzesi negli ultimi 40 anni è cresciuta molto: pensano di essere stati ridimensionati dalla fine dell’impero, mentre Londra è riuscita a conservare un ruolo nello scacchiere economico mondiale, cambiando pelle, grazie alla City. Inoltre gli scozzesi non hanno mai digerito le politiche liberiste e considerano i tre principali partiti britannici troppo simili, troppo inglesi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è l’attuale esecutivo liberal-conservatore: Cameron governa con stile thatcheriano la Gran Bretagna, ma i conservatori in Scozia hanno guadagnato un solo seggio su 59 alle ultime elezioni generali britanniche.

La vicenda scozzese non poteva che spaccare il fronte dei progressisti ed anche quello degli europeisti. Non sono pochi quelli che per convinzioni economiche o per fede nell’UE  sarebbero contenti di vedere andare in frantumi la Gran Bretagna tra le mani di Cameron, senza chiedersi quali potrebbero essere le conseguenze di ciò. Si pensi al caso della Spagna, dove i catalani vorrebbero tenere analoga consultazione, ma Madrid non la consente; oppure al Belgio dove Nuova Alleanza Fiamminga vuole l’indipendenza delle Fiandre “nel quadro dell’Unione Europea”  ed a molti Stati dell’est europeo, che per eterogeneità linguistica ricordano molto l’Ucraina.

effetto domino secessioniÈ ragionevole pensare che la secessione scozzese potrebbe provocare un effetto domino, affievolire ulteriormente gli Stati nazione e condurre, anche l’Europa, dopo l’Africa, l’Ucraina e il medio-oriente in quello che alcuni studiosi della globalizzazione chiamano Nuovo Medioevo. Anche se autorevoli commentatori ricordano la particolarità della situazione del Regno Unito nel quale la costituzione consente il referendum sull’indipendenza non c’è da illudersi che gli altri movimenti indipendentisti si muovano in base a ciò che le rispettive costituzioni consentono oppure no.

Forse qualcuno sogna Londra fuori dall’UE e Glasgow nell’Euro, ma ciò sarebbe molto difficile, perché la Scozia non succederebbe alla Gran Bretagna in tutti i suoi rapporti, dovrebbe chiedere di  aderire all’UE e probabilmente incontrerebbe il veto di Spagna, Belgio e  di mezza Europa dell’est. Ammesso e non concesso che una Scozia indipendente possa rientrare nei parametri di Maastricht.

In realtà, se la Scozia scegliesse la strada dell’indipendenza, per evitare una crisi valutaria Glasgow e Londra sarebbero costrette a collaborare. In ogni caso, per non andare dietro ai sogni, bisogna pur domandarsi se uscire dal Regno Unito renderebbe la Scozia più ricca. Oggi la Scozia appare abbastanza allineata ai valori medi della Gran Bretagna in termini di reddito medio e di tasso di disoccupazione. Se la Scozia si facesse carico della sua quota (in proporzione alla popolazione) del debito pubblico britannico partirebbe con un rapporto debito Pil prossimo al 90%, con un indebitamento pro-capite simile a quello italiano e con un deficit stimato tra il 10 ed il 15%. Alto che parametri di Maastricht!!

interessi debito pubblicoE poi che succederebbe con i tassi sul debito scozzese? Oggi la Gran Bretagna paga sui suoi titoli di debito pubblico a dieci anni circa il 2,5%, e, dal 2009 in avanti, gli stessi titoli raramente hanno pagato tassi superiori al 3,5%, (a fronte di deficit che hanno toccato punte del 10-11% del Pil). Per avere un’idea bisogna ricordarsi che gli interessi sui titoli italiani analoghi hanno superato, nei momenti peggiori, il 7%, nonostante l’Italia non abbia mai avuto deficit superiori alla metà di quelli britannici.

Sono differenze che non si spiegano solo con i numeri del debito e del PIL, ma anche  con una grande fiducia degli investitori nella Gran Bretagna, difficile da ricondurre solo a parametri economici e che è controverso stimare in che misura sia meritata. Non vi è dubbio che tali benefici siano andati anche agli scozzesi. Una Scozia indipendente li manterrebbe? O non sarebbe più esposta alle speculazioni dei mercati da cui Londra è, per ragioni su cui non c’è unanime consenso, obiettivamente immune?

L’economia scozzese è molto finanziarizzata. Qualche colosso come Royal Bank of Scotland potrebbe trasferire la sua sede e le sue attività più redditizie a Londra. Una spinta ad abbandonare il paese potrebbe essere costituito dall’incertezza sulle normative fiscali e regolamentari che potrebbero essere emanate dal nuovo governo. Nell’ipotesi, a breve termine migliore, che nessuna grande azienda  abbandonasse il paese, gli attivi delle banche scozzesi sarebbero pari a circa 12 volte il Pil. Praticamente la Scozia sarebbe una nuova Cipro seppure non appesantita da capitali esteri di dubbia provenienza.

promesse indipendentisti ScoziaAppare assai illusoria la promessa del premier scozzese Salmond di trasformare la Scozia in uno Stato che vive dei proventi del petrolio: 3 miliardi di proventi fiscali che si stima si otterrebbero ogni anno dalle attività petrolifere, infatti, non possono bastare per vivere di rendita. Tanti sono i punti oscuri di un disegno che vorrebbe emulare la Norvegia senza tener conto delle differenze. Ovviamente promettere è facile, ma immaginare tasse sui livelli degli Stati Uniti e welfare scandinavo sembra veramente troppo.

Come suggerisce il buonsenso anche l’eventuale divorzio tra Spagna e Catalogna non sarebbe a costo zero per entrambi. La cosa più probabile, per limitarsi al debito pubblico, sarebbe che sia i titoli della nuova Spagna che quelli della Catalogna pagherebbero più dei titoli della vecchia Spagna.

Insomma i rischi economici e politici dell’indipendentismo sono elevati come sempre accade quando si sconvolge un assetto e bisogna costruirne uno nuovo. Sarebbe quindi preferibile imboccare un’altra strada e chiedere che l’Unione Europea si faccia garante della sussidiarietà perché le secessioni espongono a rischi più grandi, e più concreti, dei benefici che promettono.

Salvatore Sinagra