Cosa ci chiede il referendum del 17 aprile

Da dove viene il referendum?

Domenica 17 aprile si terrà il cosiddetto “referendum sulle trivelle”, termine evocativo quanto inesatto, ma utile per il dibattito nell’agone politico. Il risultato è molto probabilmente già scritto, con un’affluenza insufficiente a raggiungere il quorum del 50 per cento degli aventi diritto, che renderà inutile lo sforzo dei cittadini e delle compagini politiche che invece andranno a votare per il “sì”. Interessa però notare che si tratta del primo referendum nella storia del nostro paese a essere stato ottenuto dalle regioni.

raccolta firme referendumTutto inizia nel settembre 2015, quando Pippo Civati e il suo movimento Possibile cercano senza successo di raccogliere le 500mila firme necessarie per chiedere otto referendum popolari su una serie di questioni piuttosto eterogenee. Fra queste ce n’è una legata al tema connesso alle operazioni di trivellazione ed estrazione di idrocarburi dal fondale marino. Alcune norme, approvate prima dal governo Monti (Decreto Sviluppo, Art. 35
Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi) e poi dal governo Renzi (Sblocca Italia, gli articoli 36, 36-bis e 38 hanno introdotto misure volte a dare implementazione agli obiettivi prefissati dal documento di Strategia Energetica Nazionale (SEN) tra cui il c.d. titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi) , avevano infatti reso meno complesso ottenere i permessi per esplorazione ed eventuale sfruttamento di giacimenti di idrocarburi offshore, aumentando il numero di anni di durata delle concessioni – sia di esplorazione che di sfruttamento – e rendendo possibili anche operazioni a meno di 12 miglia dalla costa.

Poche settimane dopo il fallito tentativo di Civati, dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) promuovono sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia. L’Abruzzo si ritira successivamente dalla lista dei promotori.

referendum contro le trivelleA dicembre dello scorso anno il governo propone alcune modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari. Per questa ragione, la Cassazione ne dichiara ammissibile solo uno, perché gli altri cinque – secondo la Corte – erano stati già recepiti dalla legge di stabilità. Il governo torna quindi sui suoi passi restituendo alle regioni gran parte della potestà su queste questioni.

Le Regioni hanno dunque già vinto il confronto con lo Stato centrale, vedendosi riconosciuti diritti che avevano perso con il decreto “sblocca Italia”. Ma anche la Corte costituzionale, cui spetta una seconda pronuncia sull’ammissibilità dei referendum, ha ritenuto che la legge di stabilità non depotenziasse tutti i quesiti, tenendone in piedi uno. Quello su cui si andrà a votare.

Cosa chiede il referendum?

La questione è molto tecnica e si ha l’impressione che non tutti gli elettori vadano a votare con un adeguato grado di preparazione. Il dibattito politico – ma non è una novità – non aiuta quando usa strumentalmente il referendum per esporre tesi, o sostenere posizioni, che hanno a che fare più con la stabilità del governo che con il tema vero e proprio.
referendum 17 aprileGli elettori dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa (poco più di 22 chilometri da terra) debbano durare solo fino al termine della concessione. Oggi la legge prevede infatti che le concessioni abbiano una durata iniziale di trenta anni, prorogabili una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione le aziende possono chiedere la proroga fino all’esaurimento del giacimento.

Solo le 21 delle 69 concessioni estrattive marine oggi operative che si trovano entro il limite di 12 miglia sono interessate al referendum: 7 in Sicilia e altrettante nel mar Ionio, 4 nell’Adriatico centrale e 3 in quello settentrionale. Le prime concessioni che scadranno sono ovviamente quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta.
In pratica, se il referendum dovesse passare, quelle 21 piattaforme verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali. In caso contrario, non cambierà nulla.

E dunque?

il punto sul referendumProviamo a mettere ordine cominciando dal nome: referendum no-triv. Le trivelle perforano, le piattaforme estraggono. Dove iniziano le prime finiscono le seconde. Il nome no-triv non rispecchia il contenuto del referendum, come non aiuta la comprensione e la consapevolezza su tutto quello che è connesso a produzione ed esplorazione.

Anzitutto un numero: il contributo al fabbisogno italiano di idrocarburi (2015) è pari al 9,4 per cento per il petrolio e al 10,2 per cento per il gas. Disporre di queste risorse comporta una riduzione della “bolletta energetica” per un valore di circa 3,2 miliardi di euro.
Il punto centrale allora è se esiste un interesse del paese a sfruttare le pur non enormi riserve di idrocarburi presenti. Diciamo che non esistono paesi che, avendo fonti energetiche da sfruttare, decidano di dipendere al 100 per cento dalle importazioni. Per quanto riguarda quindi gli investimenti già fatti (o fatti in gran parte) sembra ovvio poter continuare a utilizzare le strutture esistenti e sfruttare i pozzi fino in fondo.

Sulle nuove esplorazioni (onshoreoffshore, petrolio o gas, entro o oltre le 12 miglia) invece è tutt’altra storia, ma il referendum del 17 aprile non verte su questo tema.

Marzio Galeotti e Alessandro Lanza tratto da www.lavoce.info

L’irrilevanza del referendum del 17 aprile

Viviamo in un mondo costruito intorno alla generazione di energia tramite combustione di idrocarburi. La cosa non è più sostenibile per tutta una serie di considerazioni; non ultima, l’esaurimento delle risorse disponibili nei giacimenti. Industria, trasporti, riscaldamento, oltre alla generazione d’energia, dipendono in modo altrettanto massiccio dagli idrocarburi. Si tratta di cambiare alla radice l’intero mondo che conosciamo, modificando anche i nostri stili di vita. Dobbiamo passare a un modello di sviluppo che ancora non abbiamo definito bene nei dettagli, perché ci mancano perfino alcune conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili. E dobbiamo farlo assolutamente per gradi, perché i traumi e le crisi possono sconvolgere i nostri equilibri.

gas metanoChiudere adesso i rubinetti del gas metano perché è un idrocarburo e quella parola evoca immagini di pellicani ricoperti di petrolio, è semplicemente una fesseria ideologica e propagandistica.
Ma meno male che esiste il gas metano; che ci permetterà di passare gradualmente dal petrolio ad altre fonti pochissimo inquinanti senza spendere una follia e senza rovinare l’ambiente!
E, per essere chiari: per parecchi decenni sarà ancora indispensabile anche il petrolio. Anche nell’ambito di una strategia decisa e convinta per abbandonarlo. Inutile farsi illusioni miracolistiche. Pensate solo a quanto tempo occorrerebbe per convertire i riscaldamenti domestici di una sola grande città, dal gasolio e dal metano a un eventuale sistema elettrico (dal rendimento inferiore, ma già oggi tecnicamente possibile). E poi al momento, le fonti energetiche alternative non sono in grado di fare funzionare i trasporti: né su gomma, né su rotaia, né via mare, e tanto meno per via aerea. Persino i treni, per essere efficaci ed efficienti, possono funzionare solo ad alta tensione fornita da grosse centrali (e con che cosa le facciamo funzionare, le centrali?); le navi possono teoricamente andare a vela che, per quanto avanzata la possiamo immaginare, imporrebbe una drastica riduzione delle velocità commerciali e della capacità di carico (e addio celle frigorifere…). Insomma, fare campagna oggi contro il petrolio per ottenerne una forte e immediata riduzione produttiva e di utilizzo significa semplicemente ridurre la disponibilità di energia del paese. Né più, né meno.

energie alternativeMa farla contro il gas metano non significa solo ridurre la disponibilità di energia del paese: significa anche allontanare o rendere impossibile la transizione dagli idrocarburi alle fonti energetiche meno inquinanti; transizione che non può fare a meno del metano.
Ora, vorrei che fosse chiaro: senza energia nucleare, senza carbone e senza metano, l’esaurimento degli idrocarburi liquidi o solidi o la rinuncia al loro utilizzo farebbe ripiombare la disponibilità energetica mondiale ai livelli del XVIII secolo; ma con una popolazione moltiplicatasi molte volte. Torneremmo ai mulini ad acqua e a vento con la tecnologia di allora. Utilizzeremmo quantitativi spropositati di legname, depauperando ulteriormente le foreste. Ci ridurremmo a un’economia a km. 0 obbligata e le popolazioni di intere regioni morirebbero di fame. Sarebbe un salasso mostruoso per l’umanità. Questo per fare gli ambientalisti duri e puri ovviamente.

petrolio riduzione consumiDunque avremo bisogno di più metano – e non di meno metano – per compensare la riduzione del petrolio che ci siamo opportunamente imposta e per soddisfare il fabbisogno energetico con una soluzione pro-tempore durante la fase di crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Questo perché il metano è parecchio meno inquinante del petrolio ed è molto facile da usare. Tagliare anche il metano e già da subito (che poi è ciò che auspicano i promotori del referendum sia pure dilazionato nell’arco di un decennio) mi sembra assolutamente folle.

Anche perché non è che le fonti rinnovabili siano esenti da problemi: l’idroelettrico è devastante per l’ambiente (operazioni di sterro e sbancamento per la costruzione della diga, con possibile emersione di amianto e rovina paesaggistica; sommersione di intere vallate e mutamenti del microclima locale con l’invaso); l’eolico è fortemente avversato perché rovina il paesaggio; il solare è molto costoso, sottrae superficie alle terre emerse e la produzione dei pannelli fotovoltaici produce scarti inquinanti.

Perciò certe uscite estemporanee come l’attuale referendum mi sembrano assolutamente velleitarie e – al più – propagandistiche. Come, d’altra parte, taluni dei promotori più onesti ammettono (“Il referendum vuole essere un segnale“). A me i segnali stanno bene; quando non coinvolgono l’economia del paese e qualche migliaio di posti di lavoro

referendum 17 aprileNon si tratta di promuovere o contrastare il ricorso alle fonti energetiche alternative, visto che sarà comunque obbligatorio, che lo vogliamo o no. Si tratta di discutere del modo per arrivarci. E in quest’ambito, si tratta di discutere del referendum al quale siamo chiamati a dare una risposta e del suo reale significato. Che non è “volete il ricorso alle fonti energetiche alternative o volete impiastricciarvi di petrolio da qui all’eternità?”, ma più semplicemente “volete che l’estrazione di gas e petrolio dai giacimenti marini entro le 12 miglia dalla costa prosegua fino ad esaurimento o volete interromperla prima?”.

Che le fonti fossili debbano essere abbandonate in un futuro che non possiamo adesso definire è inevitabile, ma ciò implica una transizione che questo referendum non aiuta a compiere

Pino Modola

Perché votare SI il 17 aprile

Fra qualche settimana si voterà per abrogare la frase contenuta nella legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento” concernente la rimozione delle trivelle già esistenti entro le 12 miglia marine dalla costa. Su questo semplice quesito esiste un mare di malintesi e di forzature politiche. Tentiamo di capire perché invece è importante andare a votare rimanendo sui fatti:

referendum

  • Perché votare è sempre utile alla Democrazia. Il referendum sarà reso nullo solo se non andrà a votare oltre la metà degli elettori aventi diritto segnando, come in altri casi in passato, una brutta pagina per la partecipazione democratica. Comunque i costi per la giornata elettorale saranno elevati a priori se saranno in tanti o in pochi i cittadini che eserciteranno il proprio diritto al voto. Dunque è utile andare a votare proprio per non far sprecare finanze pubbliche inutilmente e perdere una occasione per contare, visto che il referendum è stato già indetto e si svolgerà comunque.
  • Perché i proponenti non provengono da una sola parte politica. A differenza di molti altri referendum del passato non è una unica forza politica che ha promosso tale referendum, ma ben 9 Regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) del nord e del sud, sia governate da una maggioranza di destra che di sinistra. Ciò è esplicitamente previsto dall’articolo 75 della Costituzione che permette ad almeno cinque Consigli regionali di richiedere un referendum abrogativo proprio per tutelare la funzione di rappresentanza di prossimità dei cittadini attribuito a queste istituzioni locali. Dunque per sua stessa natura il referendum non può essere letto come un’arma di una parte politica contro un’altra.

referendum contro le trivelle

  • Perché il referendum non è contro il governo. La legge che vieta la costruzione di nuove trivelle entro le 12 miglia marine dalla costa è stata introdotta dal governo in carica con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità. Questa norma non è messa in discussione in alcun modo. La questione posta anche dal governo riguarda solo il quando e il come smaltire le vecchie trivelle “indesiderate” già esistenti nelle prime 12 miglia.
  • Perché il SI è la logica conseguenza della legge. Se il governo giustamente ha deciso che non si possano installare nuove trivelle a ridosso della costa, logica impone di smantellare quelle esistenti il prima possibile, tutelando gli interessi privati acquisiti tramite concessioni pubbliche. Dunque non ha senso mantenere le trivelle lì “vita natural durante” (8 sono già considerate improduttive ma non è stata ancora avviata nessuna procedura per la loro rimozione). Viceversa nel caso di vittoria del SI il loro smaltimento avverrebbe al termine naturale della concessione, ossia mediamente tra oltre dieci anni.

economia sostenibile

  • Perché gli effetti del SI sono sostenibili e innovativi. Delle 69 concessioni totali per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi presenti in Italia, solo 26 sono attualmente operative entro 12 miglia dalla costa e dunque interessate dal quesito referendario. Se vincesse il SI queste verrebbero smaltite alla scadenza prevista dalle concessioni, avendo tutto il tempo necessario per pianificare il loro legale ricollocamento oltre le 12 miglia e la riconversione del personale coinvolto. Diversamente senza una data certa la ripianificazione di queste risorse potrebbe diventare oggetto di diversi interessi. E’ evidente che una volta chiuse nessun soggetto esterno potrebbe usufruire dei relativi eventuali giacimenti, ricadendo questi nelle acque territoriali con esplicito divieto di nuove trivelle. Inoltre la vittoria del SI sarebbe interpretata come una chiara espressione della volontà popolare a sostegno dell’impegno del governo a supporto della ricerca di innovative tecnologie per la reale riconversione delle politiche energetiche nazionali verso uno sviluppo sostenibile.

Sono solo 5 semplici ragioni per andare a votare SI al Referendum. Se ne potrebbero citare altre, anche di una certa rilevanza, ma si correrebbe il rischio di travisare il significato del voto di domenica 17 aprile. Invece è importante ricordare ad ogni cittadino che occorrono solo 5 minuti per esercitare un proprio diritto costituzionale pronunciandosi unicamente su un quesito referendario specifico. Perché SI, la Democrazia è partecipazione.

Paolo Acunzo

 

Il referendum del 17 aprile: infondato e fuorviante

Pubblichiamo stralci di un post su facebook di Michela Costa che espone il suo punto di vista sul referendum del 17 aprile.

Siccome sono chiamata a dare un voto e mi piace pensare e agire con la mia testa, ho deciso di prendermi del tempo per informarmi e andare oltre le immagini e le informazioni che fonti “orientate” ci propinano in rete, soprattutto in materia ambientale, visto il tipico vizio che hanno certe campagne ambientaliste di puntare i piedi e otturare le orecchie. E quello che ho trovato in rete mi ha molto stupita.

Premetto che ho molto a cuore l’ambiente ma rifiuto la definizione di ambientalista (parola che come “fondamentalista” e “integralista” denota un estremismo spesso privo di qualsiasi tipo di raziocinio). E no, non sono un geologo che lavora in piattaforma, sono un geologo disoccupato che manco ci pensa ad andare a lavorare in piattaforma, per carità. E non ho nessuno in famiglia che lavora alla Eni. Insomma nessun interesse personale nelle mie opinioni.

piattaforme petrolifereLasciando stare le motivazioni occupazionali (in caso di vittoria del SI, circa settemila lavoratori impiegati nel settore perderebbero il posto di lavoro, motivo per cui diversi sindacati si sono schierati a favore del NO) e le motivazioni economiche (dismettere gli impianti prima del tempo significa chiaramente un costo enorme per le spese di ammortamento, perché vuol dire non usare quell’impianto per l’intera vita operativa per cui era stato progettato) voglio discutere di seguito i motivi per cui non andare a votare nella speranza che non venga raggiunto il quorum, mi sembra la soluzione “più sostenibile”:

1) Lo stop che prevede il referendum riguarda più il gas metano che il petrolio. In Italia il petrolio, l’oggetto più demonizzato dalle campagne “No-Triv”, viene estratto per la maggior parte a terra e non in mare. Gli impianti che saranno oggetto del referendum estraggono fondamentalmente metano, che sebbene fossile, è una fonte di gran lunga meno dannosa del petrolio e ancora per molti versi insostituibile (attualmente il 54% dell’offerta energetica mondiale). Nonostante Greenpeace si faccia portavoce di immagini con ragazzi in costume da bagno ricoperti di catrame e poveri pennuti starnazzanti nel petrolio, scorrere velocemente l’elenco degli impianti farà capire brevemente come la percentuale di impianti a GAS sia in netta maggioranza rispetto a quelli a OLIO. Questo si traduce con una sola frase: Siamo disinformati e pronti ad abboccare a qualsiasi cosa, basta che sia green.

referendum contro le trivelle2) la vittoria del SI porterà inevitabilmente alla costruzione di altri impianti. La costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata per legge dal 2006 (comma 17 dell’art. 6 del D.Lgs 152/06) e su questo possiamo stare sereni. La vittoria del SI non potrà, però, impedire alle compagnie di spostarsi e costruire nuovi impianti poco oltre questo limite. Praticamente con il SI quello che vogliamo dire alle compagnie è: << Sentite, anche se avete ancora un botto di gas da estrarre in questo giacimento, chiudete tutti i rubinetti e spostatevi più lontano oppure andatevene in un altro paese >>. Sì, significa questo, ridotto ai minimi termini. Inevitabilmente, altri impianti saranno costruiti e altri saranno potenziati, per sopperire al fabbisogno energetico. Se vietiamo l’utilizzo degli impianti esistenti, da qualche altra parte questo gas dovremo andarlo a prendere, no?

3) La vittoria del SI non scongiura un rischio ambientale, anzi, contribuisce ad aumentare l’export petrolifero e quindi anche l’inquinamento. Lo stop delle piattaforme esistenti si tradurrebbe in un maggiore traffico di petroliere che vanno a spasso per i nostri mari per portarci i combustibili che noi abbiamo deciso di non estrarre più ma di cui avremo ancora bisogno. Petroliere alimentate a petrolio, che trasportano petrolio e che possono esplodere o essere soggette a perdite e sversamenti. Senza dimenticarci che, sempre in Adriatico, anche la Croazia e la Grecia trivellano e, in futuro, potrebbero attingere ai giacimenti che l’Italia abbandonerà in caso di vittoria del SI. Insomma, a livello di rischio ambientale non cambia proprio nulla.

energie alternative4) La vittoria del SI non si traduce in una politica immediata a favore delle energie rinnovabili che a conti fatti da sole non possono ancora bastare. Cosa vi aspettate, che all’indomani della cessazione delle attività nelle piattaforme, l’Italia magicamente si sosterrà solo con le rinnovabili? Siamo d’accordo che l’utilizzo dei combustibili fossili non sia una pratica sostenibile. Ma appunto per questo bisognerebbe puntare non alla costruzione di altri impianti, bensì allo sfruttamento residuo di quelli già esistenti che devono fare da supporto alle energie rinnovabili sempre più in crescita ma non ancora autonome. In un futuro (credo ancora troppo lontano) si auspica l’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili ma ciò deve essere fatto un passo alla volta, con la consapevolezza che un periodo di “transizione” è fisiologico e l’utilizzo delle fonti fossili, soprattutto del gas, ci dovrà accompagnare in questo passaggio.

5) Il referendum fa leva sulla disinformazione dei cittadini e sulla cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune. Non è un referendum lo strumento più adatto per risolvere un tema così complesso e così tecnico. O meglio, potrebbe esserlo se fossimo tutti degli esperti di coltivazione d’idrocarburi, ma non lo siamo. Trivellare non vuol dire necessariamente essere contro le politiche green, anzi, la normativa di settore è piuttosto severa e restrittiva nei confronti delle concessioni e degli adempimenti a cui le compagnie devono prestare attenzione.

gas domestico6) La vittoria del SI contribuirà allo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Dal momento che nel giro di qualche anno verranno dismesse le nostre piattaforme e che il passaggio verso le rinnovabili è ancora qualcosa di molto lento, la vita continua e noi dovremo pur accendere i fornelli di casa e per farlo ci servirà ancora del metano. Metano che le compagnie si dovranno andare a cercare da qualche altra parte e che ci venderanno (a costi più cari, ma questa è un’altra storia che ricorda tanto quello che successe per il nucleare). E noi lo compreremo questo metano, lo compreremo più caro ma con la coscienza più pulita perché siamo ambientalisti e abbiamo detto che il nostro mare “non si spirtusa”. Il nostro mare, appunto. Noi quindi ci prendiamo da loro gas e petrolio e loro si prendono solo gli eventuali rischi più qualche spicciolo che andrà nelle casse del governo locale. Molto comodo essere ambientalisti così, evvero?

Io sinceramente non mi sentirei a posto con la coscienza a votare SI e poi accendere i fornelli con il gas che viene non dall’Adriatico (no per carità, il nostro mare va tutelato) ma dal Mozambico che accoglie le compagnie petrolifere che noi abbiamo cacciato, accollandosi il rischio ambientale perché ha solo gli occhi per piangere e nessun potere contrattuale per dire “no, noi le vostre trivelle qui non le vogliamo”.

risparmio energeticoQuindi mi auguro semplicemente che chi deciderà di votare SI abbia un comportamento ineccepibile dal punto di vista energetico. Questo non significa solo fare la differenziata e andare in bicicletta. Significa essere pronti, per coerenza personale, a rinunciare all’indomani del referendum a qualsiasi forma di utilizzo dei combustibili fossili. Significa non possedere né auto né moto che non siano elettriche; significa non viaggiare né in aereo né in nave; significa avere una casa totalmente sostenuta da rinnovabili, con stufe a pellet o i raggi infrarossi; significa non comprare tantissimi prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana e per la produzione dei quali vengono usati combustibili fossili. Insomma, significa essere degli integralisti energetici, avere uno stile di vita molto più che green. Ma quanti, tra quelli che voteranno SI hanno una condotta del genere?

Michela Costa

Referendum trivelle: 5 punti per capirlo

Il 17 aprile si svolgerà un referendum sulle trivelle. Di più, per ora, non si capisce perché è un referendum chiesto da alcune regioni e non è stato preceduto da alcuna raccolta di firme e relativa campagna dei promotori. Iniziamo a parlarne pubblicando una sintesi per punti scritta da Pino Modola.

    • Le trivelle non c’entrano un accidente. Si parla SOLO di impianti già in esercizio, a trivellazioni già concluse da anni, se non da decenni.
    • Il quesito riguarda solo gli impianti entro le 12 miglia dalla costa e non tocca quelli più al largo.
    • La vittoria del sì comporterebbe la chiusura di impianti ancora produttivi che si limitano a convogliare il gas estratto nei gasdotti già costruiti e già in uso (oltre un quarto di tutto il gas prodotto in Italia, che è parecchio: il 26,7%) e una piccola percentuale di petrolio prodotto in Italia, che è pochissimo, anch’esso in condotte già costruite e in esercizio (meno del 10%).

domande referendum trivelle

  • Con la vittoria del sì, dovremmo ridurre i consumi energetici (riscaldamento, autotrazione, generazione elettrica, gas da cucina), oppure, a parità di consumi, acquistare all’estero e a prezzi di mercato le risorse energetiche che producevamo per conto nostro. Ai prezzi bassissimi di oggi, almeno mezzo miliardo di euro ogni anno. Più – incidentalmente – la perdita di alcune migliaia di posti di lavoro. Ma questo non è un aspetto ambientale e quindi non interessa in alcun modo: nella moderna cultura per la quale un cucciolo puccioso dall’aria tenera vale emotivamente più di un bambino affogato o ucciso sotto le bombe, non c’è speranza che qualche migliaio di disoccupati in più possano turbare i sonni di qualcuno. Oltretutto, trovare un lavoro è facilissimo….
  • Nei decenni di attività delle piattaforme interessate dall’iniziativa referendaria, non si è registrato alcun incidente significativo: pare che in Italia sappiamo costruire bene le piattaforme. La perfezione non è di questo mondo, naturalmente; e nessuna persona dotata di senno garantirà in scienza e coscienza che nessun incidente si verificherà mai (come nessun chirurgo garantirà mai che durante l’intervento non si verificherà alcun evento spiacevole). I precedenti positivi, però, vogliono dire qualcosa (e affidiamo con una certa sicurezza la nostra vita alle mani di un chirurgo che non ha mai sbagliato un intervento).

I termini della questione sono questi. Ciascuno deciderà poi come comportarsi: ogni parere è lecito; purché si sappia di che cosa si sta parlando.

Pino Modola