I dubbi di Martina e la guida del Pd

È vero, come sottolinea Maurizio Martina, che il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai. Io però aggiungerei, come disse Cristoforo Colombo che un pochino di mare se ne intendeva, che per solcare l’oceano bisogna avere il coraggio di dimenticare le rive da cui si è partiti. Dico questo perché trovo invece nella lettera che Martina scrive in risposta ad un editoriale di Calabresi su Repubblica tanto materiale obsoleto, dichiarazioni di buoni principi general generici che nel corso della mia lunga militanza a sinistra (FGCI, PCI, PDS, DS, PD) ho sempre sentito dopo ogni sconfitta (e le sconfitte sono state tante, certo più delle vittorie).

C’è una sola cosa che trovo interessante come analisi nello scritto del segretario reggente ed è quando dice che la destra (nel mondo ed in Italia) dopo aver sostenuto da posizioni ultraliberiste la globalizzazione (impedendo la nascita di un contropotere politico transnazionale) oggi si maschera dietro un identitarismo nazionale e comunitario, ha sposato l’ideologia della chiusura e vuole apparire come chi difende i popoli oppressi da tutto ciò che loro stessi, soprattutto al volger del millennio, hanno messo in campo.

Ma se ci pensate bene queste due facce della destra hanno in comune una cosa fondamentale politicamente e cioè la negazione delle Istituzioni politiche sovranazionali.

Abbandonare le vecchie rive significa anche a mio avviso, abbandonare un europeismo di maniera che ha tolto sovranità agli Stati non trasferendola ad una Istituzione politica sovranazionale e federale ma ad istituzioni non elette e non democratiche, espressione dei governi nazionali. Da qui un euroscetticismo sempre più crescente. Limitarsi soltanto alla proposta della elezione diretta del capo della Commissione senza toccare i meccanismi che costruiscono le decisioni è veramente ben poco, avere una moneta unica senza nessuna sovranità democratica europea sulle politiche di bilancio e sulle scelte strategiche riferite alla moneta è un vero suicidio.

Abbandonare le vecchie rive significa a mio avviso capire che il mondo del lavoro ed il mondo dell’impresa sono realtà sociali complementari, che la lotta di classe come concepite nell’800 e nel 900 è un arnese inservibile, che la giustizia sociale si ottiene se si è capaci di combattere la povertà e la disuguaglianza senza distruggere la ricchezza.  Come dice in maniera molto efficace Claudia Mancina i ceti più deboli possono essere sostenuti in modo efficace soltanto all’interno di un progetto di crescita, e quindi soltanto all’interno di una alleanza con i ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida” e che quindi “lungi dal tornare indietro, si debba fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni. La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd”.

A quale popolo poi bisogna tornare?

Mi domando se sia chiaro a Martina che da almeno un ventennio il popolo come lo abbiamo conosciuto in passato non esiste più e che forse è più appropriata la definizione di “moltitudine” che molti sociologi hanno individuato come espressione che rappresenta meglio una massa di persone una diversa dall’altra, con bisogni atomizzati e che non aggregano né costruiscono solidarietà.

Una moltitudine che si presta alle fiammate estemporanee di rivolta ma che poi singolarmente è pronta, per difendere le proprie misere postazioni, a fare come nel confessionale del grande fratello eliminando le persone che più possono dargli fastidio (e non sono solo i diversi e gli stranieri ma anche quei vicini che hanno dei bambini che fanno troppo rumore, quei colleghi di lavoro che si applicano un po’ troppo e ci costringono a lavorare anche a noi, quella coppia omosessuale del piano di sopra che mette in discussione la mia identità e via e via e via).

A quale popolo bisogna quindi tornare? Domanda inutile perché non c’è nessun popolo a cui tornare. Almeno nella accezione che le sinistra hanno sempre dato a questa espressione. Che non era una accezione populista ma tendeva a portare il popolo, usando i meccanismi della democrazia rappresentativa, dentro le Istituzioni.

Giorgio Amendola diceva che la classe operaia doveva farsi Stato. Ma era un’altra epoca dove era più semplice stare insieme e stare uniti e dove le divisioni erano più nette, dove tutti lavoravano nello stesso posto (fabbrica o ufficio), nello stesso quartiere, frequentavano le stesse piazze e gli stessi bar, ma anche la stessa donna o lo stesso uomo per tutta una vita.

Oggi tra l’altro le divisioni passano anche dentro ciascuno di noi (ce lo spiegò mirabilmente anni fa Robert Reich che era stato ministro del lavoro di Bill Clinton).

Ognuno di noi è cittadino ed è anche consumatore. Con interessi contrastanti.

Come consumatori vogliamo comprare roba di qualità a poco prezzo e per fare questo è necessario che ci siano cittadini/lavoratori sfruttati e malpagati che consentano di produrre sottocosto. Ma come cittadini desideriamo un lavoro ben pagato, con il riconoscimento dei miei diritti (interessi che non quadrano con le esigenze di noi come consumatori, un bel conquibus).

E mi tornano in mente quei presidi di protesta installati nei quartieri contro l’installazione di antenne per la telefonia mobile dove la folla inferocita e preoccupata per la propria salute stava però attaccata al proprio telefonino per chiamare la stampa, i propri amici e conoscenti e si facevano le foto condividendole poi sui social., usando quei telefonini che funzionano con le antenne contro cui protestavano.

Semplifica quindi chi, come Martina e tanti altri, pensa di risolvere la crisi della sinistra predicando il tornare in mezzo al popolo. Ripeto, quale popolo?

Bisognerebbe invece porre la questione in modo completamente diverso: quali idee, quale organizzazione, quale visione deve avere un Partito o un movimento per essere empatico con un popolo frantumato in mille sfaccettature, dentro cui il processo di individualizzazione (forza potente che è stata sempre alla base di ogni progresso nelle diverse epoche) è andato avanti portandosi quasi al limite?

È un lavoro immane, spaventoso che necessita una grande freschezza di pensiero, di dirigenti in grado di fare, come diceva il filosofo, il salto della tigre, un lavoro da costruire adattandosi come una calcomania alla moltitudine di vite individuali che oggi formano il popolo.

L’attuale caminetto reggente del PD non è attrezzato per questo. È invece un gruppo anonimo, grigio, senza carisma, di gente macerata dai dubbi e che crede che basti recuperare qualcosa dal passato per rigenerarsi. Quando invece dal passato non ci può venire utile nulla.

Un leader vero lo avevamo. Pieno certo di difetti, sbruffone, dalla battuta facile ma un leader vero, uno in grado di guidare le truppe.

Lo abbiamo rosolato a fuoco lento ed invece di sostenerlo lo abbiamo aiutato a sbagliare molte mosse. Un leader che in questa fase fa bene a preservarsi ed a restare silente. Ha soltanto 43 anni. E ci sarà tempo per richiamarlo a gran voce in servizio. Perché questo avverrà, sono sicuro che avverrà nella speranza che non sia ormai troppo tardi.

Enzo Puro tratto da www.manrico.social

Solo questione di deficit e di spesa pubblica?

I funzionari della Commissione europea stanno per iniziare le loro verifiche negli uffici del Ministero dell’economia. La lettera con le osservazioni di Bruxelles sulla manovra di bilancio sta arrivando. È di ieri, domenica, la pubblicazione dell’intervista del ministro Padoan con la quale si indica un’alternativa netta: “L’Europa deve scegliere da che parte stare. Può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3% del Pil per far fronte all’emergenza terremoto e a quella dei migranti. Oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri, e che va rigettata. Ma così sarebbe l’inizio della fine”. Le carte sono in tavola. Ancora non si può dire se si stia andando verso una contrapposizione tra Commissione e governo italiano o se si stia svolgendo un gioco delle parti necessario per far passare la legge di bilancio così com’è, ma facendo finta di arrabbiarsi in modo da non scontentare le opinioni pubbliche dei paesi “virtuosi” cioè della Germania.

confronto-europa-italiaLa materia del contendere è il deficit di bilancio che anche quest’anno non scenderebbe come pattuito e come l’Italia si era impegnata a fare. Sotto accusa, ancora una volta, sono le regole dell’austerità imposte dal Fiscal Compact e inglobate nella nostra Costituzione ormai da quattro anni che imporrebbero di tendere al pareggio di bilancio al fine di ridurre il debito.

Messa così è evidente che quelle regole che un po’ tutti abbiamo accolto come un benefico vincolo esterno che ci avrebbe forzato la mano (ma che ci avrebbe fatto bene), sono stupide cioè sbagliate e dannose. Lo sono perché ingessano la funzione propulsiva della finanza pubblica in parametri troppo rigidi per adattarsi ai periodi di crisi. E noi, per dimostrare la nostra buona volontà ai mercati che ci stavano aggredendo, le abbiamo pure inserite in Costituzione.

L’unica azione sensata sarebbe cambiare il Fiscal Compact e creare una unione fondata sulle politiche e su un bilancio dell’eurozona con tanto di ministro del tesoro comune. È ciò che caldeggia anche Mario Draghi da un po’ di tempo ed è una gran bella idea. Chissà se mai ci si arriverà. Certo è che se le cose non cambiano l’euro non potrà sopravvivere, perlomeno nella sua attuale estensione. Non è certo, ma è una probabilità che comincia ad essere presa sul serio dagli analisti.

fiscal-compactIl ragionamento potrebbe chiudersi qui magari aggiungendo solo il pieno sostegno all’impegno di Renzi e di Padoan per allargare i limiti entro i quali deve muoversi il nostro bilancio.

Però siamo sicuri che non c’è nient’altro da dire? No c’è molto altro perché l’Italia ha un problema tutto suo che è rappresentato dalla montagna del debito pubblico e dal suo rapporto con un Pil che non cresce. Si dice sempre che l’elasticità del deficit è la condizione fondamentale per la crescita dell’economia. Si ricorda ad esempio che gli Usa di Obama negli anni cruciali della crisi hanno superato il 10% di deficit e così sono riusciti a frenare la discesa e hanno conquistato un ritmo di crescita del Pil che l’Europa se lo sogna. E noi? Se noi potessimo sforare di quanto vogliamo, anzi, se non avessimo alcun limite ci svilupperemmo a ritmi cinesi? Ma per carità, nemmeno in sogno ce la faremmo.

A differenza degli Usa e anche della Francia e della Spagna che sforano allegramente da anni abbiamo qualche piccolo problemino perché il declino della crescita cioè della produttività dura da molto tempo. E l’inefficienza del sistema Italia è diventata una palla al piede che ci blocca. Purtroppo senza Pil resta solo il deficit che si trasforma in debito che deve essere rinnovato continuamente. Per la spesa corrente sia chiaro. Già adesso ogni anno dobbiamo prendere in prestito qualcosa come 400 miliardi di euro ed è solo grazie alla tutela della Bce e alla solidità dell’euro che la spesa per interessi non ci divora.

spesa-pubblicaInutile illudersi: non è spendendo e spandendo che potremo risollevare le nostre sorti. Dobbiamo avere il coraggio di rottamare un sistema che non funziona che si chiama innanzitutto spesa pubblica e pubbliche amministrazioni e che si tira appresso anche una società disunita sui valori fondamentali e una cultura civile quanto meno carente.

Si è parlato tanto di spending review e quando in qualche talk l’ospite di turno vuole fare bella figura si mette sempre ad invocare gli investimenti e il taglio della spesa improduttiva. Molto facile dirlo nei salotti televisivi, tanto non bisogna mica farlo sul serio. Renzi che era partito con la parola d’ordine della rottamazione ha dovuto frenare i bollenti spiriti perché il sistema Italia, (fatto anche di tante isole di eccellenza, sia chiaro), nel suo complesso è capace di sgretolare le migliori intenzioni.

Qualcuno che vede Renzi come il fumo negli occhi (due nomi secchi: Bersani e D’Alema) ha avuto il potere in anni lontani e più recenti e non è riuscito a cambiare un granchè. Anche qualcuno che esibiva una grande ammirazione per Renzi (Berlusconi tanto per non fare nomi) e molta amicizia e oggi gli da’ contro ha avuto tutto il potere nel nome di una rivoluzione liberale che nemmeno dipinta si è vista. Insomma un altro po’ di spesa pubblica può servirci per non affogare, ma stiamo sempre in alto mare

Claudio Lombardi

Ballottaggi: vincerà il migliore?

Domenica si voterà per i sindaci e per i consiglieri comunali che andranno ad amministrare alcune fra le città più importanti d’Italia: Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna innanzitutto. L’ideale sarebbe fare un augurio ormai fuori moda: che vinca il migliore. Non è forse sempre auspicabile che i rappresentanti dei cittadini, quelli che avranno il compito di gestire le istituzioni (locali, regionali e nazionali) che prendono le decisioni di comune interesse e che le devono attuare (assemblee elettive, amministrazioni, governo) siano selezionati fra i migliori? Lo sarebbe, ma, purtroppo, non è così.

Di questi tempi la faziosità, la litigiosità e un’applicazione esasperata di una vecchia e malintesa massima machiavellica( “il potere giustifica i mezzi”) hanno reso difficile la vita a chi volesse ragionare tenendo conto solo di un pò di obiettività e dell’interesse generale.

cittadino e politicaD’altra parte il mondo è così pervaso di violenza che ad essere moderati nei ragionamenti e nella loro comunicazione pubblica si rischia di fare la figura dei perdenti. E così ogni competizione politica rischia di sfociare nello sfogo di rabbie di varia natura. Sia chiaro: la rabbia è un sentimento spesso giustificato dagli innumerevoli casi di cronaca nei quali si è manifestato un sistema di potere che ha origini lontane nel tempo e che corrisponde ad una cultura civica e nazionale che non si sono mai veramente consolidate. La frammentazione degli interessi da noi si è messa al posto di comando ed è diventata la vera norma-madre non scritta alla quale tutti noi ci siamo, con infinite sfumature, volenti o nolenti, uniformati.

Il problema è che questa rabbia nasce non solo per il ripetersi di abusi dei potenti, ma anche, e, forse, soprattutto, per la crisi economico-finanziaria che ha tolto risorse da redistribuire e per l’instabilità politica che ha ridotto le capacità decisionali della classe dirigente. L’appartenenza ad una unione economica e monetaria ha fatto il resto togliendo sovranità in cambio di stabilità finanziaria priva però della condivisione del potere politico.

Insomma ce n’è abbastanza da provocare una crisi di nervi fra i cittadini che si sentono minacciati da più parti e che pagano i prezzi maggiori di questa situazione. Di qui la profonda sfiducia contro chiunque rappresenti il potere. “Sono tutti uguali”, “tutti rubano”, “bisognerebbe metterli tutti in galera”, “cacciamoli via tutti”. Chi dice “tutti” senza ulteriori specificazioni ha già rinunciato a ragionare e vuole solo sfogarsi manifestando la sua paura per aver perso le vecchie certezze senza capire cosa gli si offra in cambio.

Raggi GiachettiDi tutto questo bisogna tener conto anche ragionando di governo delle città. Sarebbe bello poter dire che c’è stata una campagna elettorale tutta dedicata ai temi locali che non sono affatto ristretti, ma, specie nel caso delle grandi città, hanno un respiro nazionale se non europeo e mondiale. Si pensi al caso di Roma il cui solo nome evoca una storia e una ricchezza di cultura che non eguali al mondo. Possiamo pensare che occuparsi di questa città voglia dire confinarsi nei temi esclusivamente locali? Ovviamente no.

Eppure molto più presente nella campagna elettorale è stato il tema del destino del governo e di Renzi in particolare. Praticamente nessuno, anche trattando di temi locali, ha trascurato di aggiungere gli effetti attesi o auspicati a livello nazionale. Dare addosso a Renzi è diventata una specie di fissazione che ha unificato in una sola battaglia una specie di “santa alleanza” che ha unito la destra estrema alla sinistra estrema passando per le molte variazioni dell’opposizione all’attuale maggioranza.

frammentazione partitiNulla di male, le opposizioni fanno il loro mestiere, ma, anche se ottenessero il risultato massimo da tutte auspicato – cacciare Renzi e il governo – cosa proporrebbero di fare? Nulla di concreto perché ogni gruppo in campo ha la sua linea e nessuna maggioranza alternativa si intravede all’orizzonte. Un groviglio di NO, di rabbia, di sfiducia, di insoddisfazione. Questo sarebbe il risultato della vittoria delle opposizioni. E l’Italia andrebbe a picco.

Non è questa la strada che può portare qualcosa di positivo, anzi, è oggi il rischio maggiore cui andiamo incontro: tanti gruppi che uniscono le forze, abbattono il governo magari usando la leva del referendum costituzionale e partendo da una sconfitta del centro sinistra a queste amministrative e poi si mettono a litigare tra di loro per dividersi il potere.

Dunque è molto difficile dire “vinca il migliore”. Ma bisogna dirlo lo stesso. La situazione è piuttosto chiara in verità. Fra i vari ballottaggi a Roma la situazione più emblematica. Una giovane consigliera comunale, Virginia Raggi, con un’esperienza di tre anni in Consiglio si propone di diventare sindaco. È evidente che è legittima la sua aspirazione, ma nel voto dei suoi elettori non può esservi la consapevolezza che lei è la migliore in campo. Prevalgono, invece, la rabbia e il desiderio di colpire il Pd e indirettamente Renzi. Dunque è abbastanza chiaro che il migliore è Roberto Giachetti che ha esperienza anche se è indebolito dalla pessima reputazione del Pd romano della quale lui, però, non ha alcuna responsabilità.

In generale votare per punire più che per costruire può servire a dare un segnale, ma poi bisogna pur domandarsi che succede dopo aver rotto un equilibrio. Purtroppo l’esperienza dice che il cittadino arrabbiato spesso non arriva a porsi questo interrogativo e non sa quale nuovo equilibrio possa formarsi. Potrebbe scoprire, a sue spese, che rompere è più facile che costruire

Claudio Lombardi

Una via concreta per l’Europa, altro che la rabbia

soluzionni per l'EuropaLe soluzioni ottimali non sono quasi mai quelle che si affermano. Quelle sub ottimali, invece, sono quelle che arrivano all’obiettivo. Che vuol dire? Vuol dire che in politica c’è sempre qualcuno che gioca a spararla grossa, specie quando sta all’opposizione e vuole colpire chi sta al governo. Recita la sua parte come altri recitano la loro. Basta saperlo.

Per esempio il M5S comandato da Grillo è scatenato nel denunciare qualunque cosa e chiunque invocando ancora il “tutti a casa” che ha funzionato nelle elezioni del 2013. Ma per l’Europa cosa e chi propone? Un pasticcio, cioè un referendum sull’euro che dovrebbe concludersi nell’unico modo logico: l’uscita dalla moneta unica. Altrimenti perché farlo? Contemporaneamente però dice che ci vorrebbero gli eurobond cioè la condivisione dei debiti degli stati europei. Su queste basi chiede il voto e spera di eleggere tanti deputati europei. Ma che sta’ a dì? Ci ha preso per scemi? Evidentemente sì anche perché, visto che vuole il 100% dei voti, è costretto a spararle grosse. Speriamo che di voti ne prenda meno di quelli che si aspetta.

Berlusconi pure recita la sua parte. Fa il condannato disciplinato che si preoccupa solo degli italiani e del loro futuro. Ma che idea ha dell’Europa? Quella dei conservatori che hanno provocato questo casino vedendo solo il 3% e la salute delle banche e null’altro. Bocciato.

Un po’ meglio vanno le cose dalla parte di Renzi e di quelli che pensano ad un’alternativa europea sub ottimale ossia praticabile con il candidato dei socialisti europei Schulz alla presidenza della Commissione europea. Niente miracoli, ma una svolta concreta magari a piccoli passi. Meglio delle scemenze urlate nei comizi è.

Europa ed euroA sinistra di Renzi e dei socialisti europei ci sono novità perché Tsipras non si limita agli slogan ai quali la sinistra sinistra ci ha abituato (tanto altisonanti quanto inefficaci, ma consolatori), ma fa proposte concrete che richiedono determinazione e i numeri giusti per attuarle. I numeri giusti, già, e chi ce li avrà nel prossimo Parlamento europeo?

Questo dovrà decidere il voto del 25 maggio. La speranza è che il centro sinistra (e la sinistra) abbia la maggioranza perché è l’unica parte che ha un’idea di Europa seria e praticabile dopo i disastri della destra neoliberista. Il resto, ossia la protesta antieuro e lo sfogatoio delle tante rabbie individuali e sociali valgono come testimonianza e stimolo. Niente di più

L’indignazione dei cittadini serve, ma per costruire (di Martina Monti)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Io ho iniziato a fare politica all’età di 18 anni (quindi all’incirca 6 anni fa) non perché i miei genitori lo facessero a loro volta, infatti fui io a portare interesse politico in famiglia, ma per un motivo molto semplice: con l’acquisizione del diritto di voto non volevo mettere una croce su un simbolo a caso o su un simbolo consigliato dalla mia famiglia, volevo capire e scegliere con la mia testa.

Mi rattristò molto constatare il fatto che questo senso civico era nato solo in pochi miei compagni di classe e non in chiunque avesse maturato il diritto di voto.
Comunque, approfondendo il tema della politica e i programmi di partito decisi di mettermi in gioco, poiché da sempre penso che la politica sia qualcosa che deve ringiovanire, ma non nel senso anagrafico del termine e non solo come slogan elettorale, credo che ringiovanire sia semplicemente adattarsi al mutare dei tempi.

Non vedo, nel panorama politico attuale, grande capacità di adattarsi ai mutamenti sociali, vedo un rinnovamento di facciata o a parole. Paradossalmente nel 1948 i nostri Padri Costituenti scrissero una Carta Costituzionale decisamente più all’avanguardia rispetto agli ideali che oggi permeano i programmi politici di gran parte dei partiti moderni.

Così scelsi il partito che mi convinceva di più e decisi di mettere tutta me stessa nell’obiettivo di portare avanti i miei ideali e quelli che io consideravo e tuttora considero VALORI. Ma valori veri, non quelli che finiscono abusivamente negli slogan della peggior politica italiana. Per valori veri non intendo dire che i miei siano i valori assoluti o quelli per forza giusti, ma quei valori che caratterizzano in maniera positiva il mio agire nella società e che costituiscono i miei obiettivi per una società più liberale e più democratica.
Nel partito in cui stavo divenni rappresentante nazionale dei giovani in Europa e in quel modo scoprii l’abissale differenza tra la nostra politica e la politica di molti paesi dell’UE soprattutto nordici. A ripensarci siamo davvero solo noi a non voler mai esplicitare gli ideali a partire dai simboli e dai nomi dei partiti: in Europa ci sono i Liberali, i Democratici, i Centristi, i Cattolici, i Conservatori, mentre da noi ci sono Rose nel pugno, Asinelli, Margherite, alleanze di dubbio orientamento, fiamme, leghe e chi più ne ha più ne metta. Certo che un’alleanza tra i Cattolici e i Liberali in Europa potrebbe far venire i brividi a chiunque, mentre qui in Italia con la storia dei simboletti e delle figure retoriche si cerca di indorare la pillola improvvisando le alleanze più strampalate.
Partiamo dal fatto che non ho più tessere poiché ho avuto problemi con il mio partito e così adesso io mi trovo nella situazione di molti cittadini italiani. Chi votare? Ancora questo non mi è dato saperlo, ma ci sono due cose che più di tutte mi preoccupano: le primarie all’interno del centro-sinistra e il grillismo.

Per quanto riguarda le nuove leve della sinistra, la mia riflessione è semplice: al di là dello slogan ‘’rottamiamo’’ che davvero non tollero, poiché trovo che il cambiamento e il rinnovamento debbano essere graduali e non debbano prescindere da una buona e necessaria parte di esperienza, trovo impossibile che una persona di sinistra come me, in caso il Sindaco della culla del rinascimento vincesse le primarie, possa votare un elemento palesemente di destra. Per non parlare del fatto che disapprovo la smania di potere che porta un Sindaco a candidarsi alle primarie per diventare potenziale Premier mettendo in secondo piano l’importanza di chi gli ha dato il proprio voto per guidare una Città.


Il grillismo mi preoccupa per altri motivi, ovvero per la smania di smontare senza avere grandi idee per risistemare le cose. Non che le idee siano sbagliate, anzi, molte le condivido, non condivido l’atteggiamento arrogante e sanguigno di voler scardinare un sistema senza offrire un’alternativa sobria e applicabile. L’entusiasmo che muove il movimento 5 stelle è apprezzabile, ma saprebbero muoversi all’interno delle istituzioni senza sembrare elefanti in una cristalleria? Questo sinceramente è un interrogativo che mi pongo e che finora ha avuto una risposta non molto edificante.

Quello che serve è che la gente si indigni, ma in maniera positiva, non distruttiva, che decida di mettersi in gioco anche all’interno dei partiti o dei movimenti o anche delle associazioni in modo che la propria idea influisca davvero a livello politico. Starne fuori e criticare è facile, ma stare nelle istituzioni e promuovere cambiamenti graduali e intelligenti è davvero ciò che serve. Il fervore rivoluzionario è positivo ma bisogna sforzarsi di capire quale sia la via migliore per incidere davvero sul cambiamento che tutti noi stiamo spasmodicamente cercando.

Per quanto riguarda la mia esperienza di Assessore posso solo dire che c’è bisogno di un concreto cambiamento di prospettive e di metodologie di fare politica. In un momento di estreme ristrettezze economiche c’è sempre più bisogno di stare davvero al fianco dei cittadini per far loro comprendere che la politica deve esserci, deve fare i LORO interessi.
Trattando di Sicurezza urbana mi rendo conto che la maggior parte del problema, almeno qui da noi, sta nel concetto di percezione. La sicurezza non è solo quella oggettiva che si basa sui dati statistici legati ai reati, ma è anche ciò che tu senti quando cammini per strada o quando torni a casa. Se non ti senti a tuo agio o senti di essere in pericolo questo significa che c’è bisogno di intervenire, talvolta solo a parole spiegando fenomeni che spesso non vengono compresi (ad esempio quando due nigeriani parlano tra loro e sembra che stiano litigando quando invece nel loro paese hanno la particolarità di parlare a voce molto alta e può sembrare che siano aggressivi), talvolta invece con interventi strutturali come un impianto di videosorveglianza. Ma per capire davvero cosa sente il cittadino non si può restare in ufficio o parlare unicamente con le Autorità di Pubblica Sicurezza, l’unico modo per capire è girare la città, stare con le persone a prescindere dal loro colore politico e comprendere quale sia la radice del problema per intervenire. Stando dietro una scrivania si perde la parte migliore della politica, ed io sinceramente preferisco essere un ‘’Assessore stradale’’.

Sul tema immigrazione ci sarebbero tante, troppe cose da dire. Uno degli obiettivi fondamentali per me dovrebbe essere quello di garantire la parità di diritti ai servizi e alla partecipazione alla vita pubblica per coloro che vivono stabilmente in Italia. Noi a Ravenna stiamo valorizzando molto la partecipazione degli stranieri nelle istituzioni poiché troviamo che dar voce ai rappresentanti degli immigrati nelle istituzioni sia dare il quadro reale dei mutamenti della società. A febbraio avremo l’elezione di due consiglieri aggiunti in Consiglio Comunale provenienti dal mondo degli immigrati Extra UE che potranno intervenire nel dibattito politico istituzionale ed avremo l’elezione dei Consigli Territoriali (in sostituzione alle Circoscrizioni che sono state abolite), dove gli immigrati residenti sul territorio comunale avranno diritto di voto attivo e passivo.

Il cambiamento si può ottenere, basta avere pazienza e perseveranza. La cosa che spero venga superata il prima possibile è il pregiudizio che si ha verso i giovani. Quando si chiede una politica nuova si parla di giovani, ma alcuni considerano giovani quelli di 35 anni e bambini quelli della mia età (cioè 24 anni). Questo è assolutamente controproducente, io spero che un giorno si arrivi al punto di valutare competenze e contenuti a prescindere dall’età. Non bisogna per forza puntare su una fascia d’età, mi piacerebbe che si valorizzasse chi dimostra di essere ONESTO a prescindere dai dati anagrafici. Quando si valorizzeranno i contenuti senza badare all’immagine, probabilmente avremo molto più margine di crescita collettiva.

Martina Monti – assessore alla sicurezza e all’immigrazione nel comune di Ravenna