La burocrazia è meglio della politica?

Come ha fatto la burocrazia a sostituirsi alla politica e a diventare un centro di potere capace di ostacolare le riforme e lo sviluppo dell’Italia? Lo spiegano Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri nel libro, appena uscito per Longanesi, “I signori del tempo perso. I burocrati che frenano l’Italia e come provare a sconfiggerli” di cui riportiamo un piccolo stralcio a cui segue un ulteriore intervento degli autori in risposta alle critiche ricevute tratto dal sito http://www.lavoce.info

 

signori del tempo perso“Cinque anni fa uno di noi (Francesco Giavazzi) fu incaricato dal governo Monti – insieme al professor Fabiano Schivardi della Bocconi e al professor Marco D’Alberti della Sapienza – di elaborare un progetto per ridurre i sussidi pubblici alle imprese. Si trattava di una cifra considerevole, circa 30 miliardi di euro, due punti di Pil. A questi si sommavano altri 30 miliardi di agevolazioni fiscali a questa o quell’impresa, spesso a quelle più abili nell’attività di lobbying. L’incarico riguardava solo i sussidi. Analizzandoli con la lente di ingrandimento, si vide che di quei 30 miliardi i veri sussidi a imprese private (una metà circa pagati dallo Stato, l’altra metà dalle regioni) erano circa un terzo, 10 miliardi. Gli altri 20 miliardi erano sussidi a imprese pubbliche (la parte del leone la fanno le ferrovie), ma anche, per esempio, alle scuole confessionali, che nel bilancio dello Stato sono classificate come imprese private. […]

Il progetto consegnato al governo Monti mostrava, sulla base dell’evidenza empirica illustrata sopra, che quei 10 miliardi avrebbero potuto essere risparmiati. Meglio ancora, avrebbero potuto essere trasformati in una riduzione del carico fiscale su “tutte” le imprese. Insomma, si sarebbe scontentato qualche privilegiato, facendo contente la maggior parte delle imprese, quelle che non ricevevano alcun sussidio. Non sorprendentemente, Confindustria si disse favorevole al progetto, pur sostenendo che la cifra totale era inferiore a 10 miliardi. Direste: è fatta! Se anche chi rappresenta le imprese che ricevono i sussidi è favorevole alla loro eliminazione, chi altro può opporsi? Invece nulla accadde e il progetto finì in un cassetto.
sussidi alle impreseI motivi furono sostanzialmente due. Da un lato una quota significativa – quasi la metà – dei sussidi va a una singola categoria: le imprese di autotrasporto. La minaccia di uno sciopero degli autotrasportatori spaventa qualunque governo e puntualmente le agevolazioni sugli acquisti di carburante vengono rinnovate. Il secondo motivo è più interessante e spiega perché il ministro dello Sviluppo economico del tempo, Corrado Passera, si dimostrò tiepido verso il rapporto: questi tagli di spesa avrebbero comportato la chiusura di metà degli uffici del suo ministero. È un esempio perfetto: i sussidi non furono eliminati per l’opposizione di chi li riceveva – e di Confindustria che li rappresentava – ma per l’opposizione di chi li amministrava. Cioè dei dirigenti del ministero di via Veneto, che di fronte alla prospettiva di perdere (non il posto) ma il potere di gestire 10 miliardi di euro l’anno si sono «dati da fare». […]”

Ed ecco la risposta degli autori ad alcune critiche che sono state fatte al loro lavoro.

“Noi invece sosteniamo, e nel libro riportiamo numerosi esempi, che in Italia i rapporti di forza si sono ormai rovesciati e che nessuna vera riforma è possibile se la politica non è in grado di portare dalla sua parte la burocrazia (…).

spesa pubblicaI governi che finora hanno cercato di riformare la pubblica amministrazione, indipendentemente dal loro colore politico, lo hanno invece fatto con la triade “più leggi, più Stato, più repressione”. E hanno fallito. La soluzione che proponiamo è molto diversa: “Più liberalizzazioni, più concorrenza, meno leggi e regole”.

(….) Già da sindaco di Firenze, Renzi aveva capito la minaccia che una burocrazia forte può rappresentare per la politica e, arrivato a Palazzo Chigi, individuò i primi nemici da combattere proprio nei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato alla guida di gabinetti ministeriali e uffici legislativi. Mal gliene incolse perché, a ridosso della consultazione referendaria, la giustizia amministrativa gli ha presentato il conto smontandogli prima la riforma Madia sulla pubblica amministrazione e poi quella, attesa da anni, che imponeva alle banche popolari di trasformarsi in società per azioni. Perché Matteo Renzi ha perso la battaglia con la burocrazia? Innanzitutto perché ne ha sottovalutato il potere: non si può varare una nuova norma contro il Consiglio di Stato ed evidentemente contro la Corte costituzionale. E se si cerca di farlo, le norme varate devono essere inattaccabili.

riforma pubblica amministrazione(….) Sono le regole a rendere necessaria una burocrazia. Il guaio è che i burocrati non sono soggetti passivi, che si limitano a svolgere diligentemente il compito cui sono preposti. Sono individui e istituzioni che fanno i loro interessi e, come tutti, vogliono difendere a ogni costo i loro privilegi.

Detto questo, bisogna quindi fare attenzione. In tempi in cui ci si illude di poter risolvere i mali dell’Italia cacciando la cattiva politica e mettendo in pensione i politici, non ci si rende conto di quali rischi si corrano. Esiste infatti un potere che è più forte della politica, quello della burocrazia, che, inevitabilmente, finisce per prenderne il posto. La differenza è che il politico si può mandare a casa con le elezioni, il burocrate no.

Bisogna allora fare attenzione a voler smontare la politica senza chiedersi cosa verrà dopo. Nel libro proponiamo tre possibili vie d’uscita per limitare potere e privilegi dei burocrati, riflettendo anche se non sia il caso di riproporre il sistema che esisteva in Italia fino a vent’anni fa, in cui la responsabilità delle decisioni amministrative era in capo alla politica anziché alla burocrazia. Con tutti i rischi che ciò comporta, ma che potrebbero essere inferiori a quelli provocati da una cattiva amministrazione: immobilismo e altrettanta corruzione.

Referendum sull’acqua: le ragioni del sì (di Claudio Lombardi)

Il referendum sull’acqua ci pone due domande.

Con la prima ci chiede se va cancellata la norma che prevede di affidare la gestione dell’acqua (nonché dei rifiuti e dei trasporti locali perché la norma da abrogare riguarda tutti e tre) in due modi: o con gare pubbliche o mantenendo gli affidamenti diretti (di solito a società di proprietà pubblica ex municipalizzate che da sempre hanno gestito il servizio) purché sia fatto entrare un socio privato con compiti operativi e una quota di azioni del 40%. Nel caso di SpA quotate in borsa gli affidamenti diretti cessano se gli enti locali proprietari non vendono la maggioranza delle azioni limitando la propria partecipazione ad una quota massima del 30%.

Perché l’ingresso dei privati è stato ritenuto essenziale dal Governo tanto da imporlo per legge? Perché, si dice, l’acqua ha bisogno di grandi investimenti (64 mld di euro) e i soldi lo Stato e gli enti locali non ce l’hanno. Si dice anche che solo la concorrenza può far scendere le tariffe aumentando la qualità.

È vero? No, non nel caso dell’acqua. A giudicare dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva le tariffe più alte sono quelle delle gestioni private. Ma i servizi sono rimasti gli stessi: più o meno efficienti (ad Agrigento l’acqua non arriva nelle case però i privati si fanno pagare molto caro il servizio)

Allora perché un privato dovrebbe accollarsi un servizio che ha bisogno di grandi investimenti e nel quale l’obiettivo dovrebbe essere la diminuzione delle quantità erogate attraverso la riparazione delle falle negli acquedotti e la cultura dell’uso responsabile dell’acqua? Misteri della fede nelle privatizzazioni!

Per chi non vuole avere fede la cosa più ragionevole è cancellare la norma aprendo la strada ad una riforma dei servizi idrici che parta dal fissare gli obiettivi pubblici di un servizio essenziale, dal decidere i lavori da fare e con quali risorse senza atti di fede in un mercato nel quale si moltiplicherebbero per magia i miliardi di euro, dallo stabilire i gradi di responsabilità e le regole da rispettare, dalla ricerca del coinvolgimento dei cittadini.

Ciò che interessa i cittadini, infatti, è che i servizi pubblici funzionino non che ci siano i privati a gestirli. Dunque sorprende tanta sicurezza del legislatore nell’approvare una “riforma” che tocca solo l’aspetto della proprietà delle società di gestione.

Possiamo dubitare della buona fede del legislatore? Sì, e la risposta sta nel secondo quesito sull’acqua, quello che si occupa del calcolo della tariffa, stabilendo un rendimento del 7% del capitale investito da parte delle aziende di gestione.

La questione è semplice: le tariffe dei servizi idrici garantiscono un’entrata sicura che può solo aumentare; i cittadini non possono fare a meno dell’acqua e prima o poi sono costretti a pagare quello che una gestione comunque monopolistica (l’acqua non può essere prodotta in concorrenza, ma è un monopolio locale per natura) chiede che loro paghino; chi si prende le società di gestione dell’acqua si prende una rendita sicura, una delle poche rimaste sul mercato.

Quindi, gestione sotto controllo pubblico necessaria per assicurare l’acqua a tutti, per gestire gli investimenti necessari per riparare gli acquedotti (eliminate il Ponte sullo stretto di Messina se non trovate i soldi), ma necessaria anche per risparmiare l’acqua visto che l’interesse di un privato non è certo quello della diminuzione dei consumi di un bene che vende.

Dal sì al referendum deve venire anche una sfida alla politica a prendersi la responsabilità di un rilancio della cultura dei servizi pubblici. Dopo molti anni in cui i servizi sono stati visti come un peso per i bilanci pubblici e una facile mangiatoia per i politici corrotti in combutta con imprenditori avventurieri e criminalità organizzata è arrivato il momento di rimettere le cose a posto. E non significa che lo Stato deve tornare a costruire di tutto (dalle automobili ai panettoni), ma che di alcuni servizi essenziali (ciclo dell’acqua, ciclo dei rifiuti, trasporti e, ovviamente istruzione e sanità) non se ne può lavare le mani dicendo che ci deve pensare il mercato.

Qui c’è spazio per una nuova politica.

Claudio Lombardi