Working poor: lavoratori a rischio povertà

Di povertà si parla molto, ma nel presupposto che la cura più efficace sia il lavoro. E invece anche lavorando si può diventare poveri. Nei giorni scorsi Eurostat ha diffuso uno studio sulla In-work poverty in EU relativo al 2016 cioè sui lavoratori maggiori di 18 anni di età a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. Ebbene l’Italia si colloca al quinto posto per numero di lavoratori poveri dopo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il dato è l’11,7% degli occupati. In un solo anno. Quanti saranno in futuro? Cresceranno o diminuiranno? E quanti di loro diventeranno pensionati poveri?

Milioni di persone povere o a rischio di diventarlo che crescono nel corso degli anni rappresentano un problema sociale che può diventare ingestibile e causa di enormi tensioni oltre che di drammi umani. Secondo Censis Confcooperative c’è il rischio che nei prossimi trent’anni i poveri crescano di sei milioni di persone. Che poi sarebbero i giovani di oggi. Le cause sono quelle ben conosciute del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, della discontinuità contributiva causata dal precariato e delle retribuzioni troppo basse. Inevitabile che ciò si ripercuota sulla pensione futura. Di fronte a questa realtà poco possono fare la nuova indennità di disoccupazione (la Naspi), il Reddito di inclusione attiva già in vigore da quest’anno e anche un ipotetico reddito di cittadinanza. A meno che quest’ultimo non diventi il sostituto di un vero reddito da lavoro, uno stipendio di Stato.

Il problema è che le retribuzioni in Italia sono generalmente basse. Quelli dei nuovi impieghi in modo particolare. Così è normale considerare il livello dei mille euro al mese come un traguardo più che rispettabile per un giovane quando è noto che può, forse, esserlo in una provincia del Mezzogiorno, ma non certo in una città del Centro-Nord. E poi mille euro al mese per quanto tempo? La questione delle basse retribuzioni ha una sua specificità tutta italiana. È noto infatti che le retribuzioni italiane sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. Se poi si prende in esame anche l’aspetto dei servizi, da quelli di pubblica utilità al welfare, il confronto penalizza ancor più il nostro Paese.

La crescita del Pil che è finalmente arrivata non sembra aver modificato questa situazione. E nemmeno l’aumento dell’occupazione che pure c’è stato. Tuttavia il problema grava sulle mansioni meno qualificate perché, di contro, c’è domanda per lavoratori specializzati e tecnici che il sistema dell’istruzione non prepara in numero sufficiente (e che non sono intercettati e indirizzati dai servizi per il lavoro). Sicuramente non si tratta solo delle conseguenze della crisi, ma di un mutamento epocale che è composto da più elementi. La globalizzazione ha spinto lontano dall’Italia le produzioni a minor valore aggiunto determinando una tensione nei rapporti di forza tra le componenti sociali e una contrazione generale delle retribuzioni nei livelli bassi e medi. Mentre le mansioni dirigenziali, i professionisti e i tecnici ai più alti livelli nonché gli imprenditori attivi sui mercati globali hanno goduto di una redistribuzione della ricchezza a loro favore. È significativo che da molti anni le notizie sui guadagni dei top manager e di chi manovra le leve della finanza vengono accolte con fatalismo e rassegnazione.

In Italia abbiamo poi avuto una tappa speciale in questo processo di redistribuzione: il passaggio dalla lira all’euro. In quegli anni un grande economista, Marcello De Cecco, intravide subito lo spostamento di ricchezza a favore di chi fissava i prezzi e a danno di chi poteva solo pagarli. Così si esprimeva in un’intervista del 2011.

“Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.” E ancora: “Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille”.

Eppure i dati di Bankitalia sui bilanci delle famiglie (anno 2016) mostrano un incremento medio significativo del reddito. Il problema è che sempre più va a beneficio degli anziani, del Nord e delle città e sempre meno ai giovani, alla provincia e al Sud. E non basta a scongiurare il rischio povertà che grava su una elevata percentuale delle famiglie. In particolare si tratta di quelle con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Aumentano anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Infatti nel 2016 il 5% deteneva il 30% della ricchezza complessiva mentre al 30% delle famiglie più povere andava invece l’1% della ricchezza.

Se dietro ai dati si considera la vita reale delle persone non si può dire loro di rassegnarsi perché l’incertezza è il segno di quest’epoca. E nemmeno che nel lungo periodo migliorando i sostegni sociali, la formazione e le politiche attive del lavoro tutto andrà, forse, meglio. Il voto del 4 marzo racconta anche di un’esigenza di essere presi sul serio che molti elettori hanno voluto manifestare votando i partiti che non dicevano loro di stare buoni e tranquilli, ma li invitavano a prendere una posizione netta. È rimasto penalizzato il Pd che non è riuscito a trasmettere il senso della sua serietà. Eppure il primo a superare i vincoli del rigore era stato il governo Renzi con la restituzione fiscale degli 80 euro, la defiscalizzazione delle assunzioni, i nuovi ammortizzatori sociali, il reddito di inclusione. Chi avrebbe potuto fare di più in quegli anni?

Claudio Lombardi

Perché lavorare in UK? (di Chiara Albanese)

Risposta: perché il Guardian, a 6 giorni dalla pubblicazione di un articolo, ha già pagato.

alunna disegnoA sei giorni di distanza dalla pubblicazione di un articolo online, mi arriva la notifica via email. Il conto in sospeso tra me e il quotidiano inglese The Guardian, 90 sterline (circa 110 euro) per 4mila battute online, è stato saldato.

Nessuna notula basata sul calcolo algoritmico di battute, nessun codice identificativo dell’ordine, nessuna ora trascorsa al telefono per sollecitare il pagamento.

Scenario fantascientifico per un giornalista freelance italiano. E che rinforza la soddisfazione per aver deciso di cercare la fortuna come giornalista a Londra.

“Cambiare vita per i soldi? Triste…” osserva qualcuno.

No, non per i soldi, anche se per pagare l’affitto fanno comodo.

Perché in Inghilterra c’è rispetto del lavoro, del tempo e impegno impiegati per consegnare un pezzo in tempo, oltre che maggiore trasparenza su come vengono calcolati i compensi per i giornalisti.

Nel mercato anglosassone, la retribuzione viene determinata prima dell’assegnazione del pezzo. Il Guardian paga nella maggior parte dei casi un compenso fisso a pezzo (era 80 sterline nel 2010, ora aumentato a 90 per quanto riguarda la mia esperienza), e non è senz’altro tra i più generosi.

La maggior parte delle pubblicazioni paga in base alla lunghezza del pezzo, solitamente tra 15 e 30 centesimi a parola, con bonifico diretto o assegno entro la fine del mese in cui l’articolo è stato pubblicato.

Torniamo invece in Italia, dove al momento collaboro in modo continuato con 4 testate.

Ognuna ha i suoi comandamenti. Chi paga una cifra fissa a articolo (30 euro senza alcuna considerazione della lunghezza o/e della complessità del tema), chi in base al numero di battute (per un pezzo di 4mila me ne vengono in tasca una quarantina), chi a spazio occupato nella pagina pubblicata (e le fotografie in alta definizione aiutano), chi si affida alla decisione insindacabile del direttore (e speriamo che ce la mandi buona).

E c’è chi mi manda il totale (e io fatturo), chi manda il totale (e io aspetto passivamente il pagamento), chi vuole il conto. E chi nulla. Prima o poi i soldi arriveranno.

Solitamente poi che prima. Il tempo medio di pagamento é infatti di 3 mesi. Il che, visto da un’altra prospettiva, é comodissimo. Infatti a Natale ricevo i soldi di settembre, mese tradizionalmente ricco.

Ma può andare molto peggio. A volte le notule si perdono nell’etere delle trasmissioni email. A volte i pagamenti saltano causa ferie dell’ufficio contabile. A volte i compensi dei freelance vengono decurtati per decisione centrale senza che il freelance ne sappia nulla.

Giungla familiare per i freelance italiani. Che resta parte della cultura anche dopo 4 anni a Londra.

Tanto che lo shock per la mail del Guardian a 6 giorni dalla pubblicazione è stato talmente forte che per superarlo sono qui a scriverne.

Chiara Albanese da www.valigiablu.it