Perché vogliono ammazzare il Pd? (di Claudio Lombardi)

pd senza guidaSembra proprio che lo vogliano ammazzare l’ultimo partito rimasto sulla scena politica. I signori delle tessere sono scatenati e mettono in scena per il congresso una rappresentazione disgustosa che umilia i militanti veri e colpisce al cuore la democrazia. La moltiplicazione dei tesserati finti distrugge la fiducia nella politica e la condanna ad essere il regno dei furbi e dei disonesti cioè dei peggiori.

Quelli che hanno organizzato il traffico dei finti militanti sono il prodotto di una cultura del potere per il potere alla quale ci hanno abituato le tante “razze padrone” che hanno dominato l’Italia.

Che questo capiti in un partito che era nato per cambiare proprio quella cultura significa che quel partito è nato male e che il sogno visionario di qualcuno non si è (ancora) tradotto in realtà. I gruppi dirigenti che hanno creato il Pd hanno scelto di trasformare il sogno in un sipario dietro il quale hanno organizzato i loro giochi di potere. Il sogno per affascinare, la dura realtà della spartizione dei posti per vivere la quotidianità della politica.congresso Pd

Non c’è da stupirsi che non siano stati capaci di opporsi al berlusconismo e di battersi con coerenza per un progetto di rinascita dell’Italia. Si sono specializzati nel governare gli stati di necessità rinunciando a qualsiasi serio tentativo di trasformazione. Gestire l’immobilismo prima con Monti e adesso con Letta è stato il loro orizzonte. Non è questo che serve all’Italia che ha tanto bisogno della politica e di partiti veri. Sarebbe ora di togliere ai signori delle tessere il potere e di sostituirli con gente onesta, capace e determinata che c’è già oggi in quel partito, ma molta di più ce n’è nella società. Bisogna che il Pd si convinca che deve essere uno strumento di partecipazione e di elaborazione politica a disposizione dei cittadini. Ha avuto il coraggio di introdurre l’elezione diretta del segretario con le primarie; può avere benissimo il coraggio di rinascere.

Claudio Lombardi

Ecco cosa manca al Pd: intervista a Fabrizio Barca

Pubblichiamo brani di un’intervista a Fabrizio Barca realizzata da Daniela Preziosi pubblicata su www.ilmanifesto.it.

dilemmaIl Pd doveva accettare di sospendere i lavori dell’aula per l’ennesimo guaio giudiziario del Cavaliere?

«Non credo proprio, ma lo ha fatto. E senza consultare i deputati. Leggo dichiarazioni del segretario Epifani molto critiche. E allora mi domando: chi è il Pd? Cos’è il Pd?».

Non vuole fare il segretario. Forse il personal trainer della base?

Il sollecitatore, piuttosto. Provo a capire se riesco a scatenare non solo nella base ma nei gruppi dirigenti, anche territoriali, l’idea che alcune cose di questi anni sono sbagliate: bisogna farne altre.

Ha dato dei ’dorotei’ ai vertici del Pd. Finirà per diventar loro antipatico. Invece fino ad ora l’hanno corteggiata, sperando di iscriverla a una corrente.

fabrizio barcaNella mia funzione posso dire quello che penso, del resto come ogni iscritto a un’associazione – perché il partito è un’associazione, non dimentichiamolo – può fare, se ne rispetta le regole. Uso l’espressione ‘dorotei’ perché verifico un’apparente condivisione ma una chiara non voglia di confrontarsi. Mi si dica che sbaglio; ma nessuno me lo dice. Non basta simpatizzare con me, vorrei ci si misurasse con la questione principale che pongo sul tavolo. La carenza
di confronto sulla cultura politica, l’indebolimento del rapporto del Pd con gli intellettuali e i tecnici, con i codici di conoscenza del paese, sono dati di fatto. L’incapacità di proporre un disegno di cambiamento da parte della sinistra, e poi di governare, è l’insuccesso ventennale. È dovuto a un deficit di autorità quando si governa, o di conoscenza e partecipazione, come credo?

La ’democrazia che decide’ è tema nel Pd area Veltroni.

Io dico invece che il problema del governare l’Italia è legato a una macchina dello stato che trascura i processi di attuazione: non li segue, non li monitora, non li valuta, non apprende, non informa. Annuncia, annuncia, annuncia; norma, norma, norma. Quindi ha potere; ma non segue l’attuazione quindi non può dire ai cittadini se quello che ha promesso avviene o no.

Questa sua analisi deriva dall’esperienza di confronto dei tempi di Bankitalia con il progetto di programmazione territoriale ‘Cento città’? Il governo D’Alema aveva un’idea diversa.
differenza bene male
No. Deriva da casi più recenti, dai tentativi non riusciti di riformare la scuola, dalle continue non riuscite spending rewiew, dall’insuccesso della realizzazione delle infrastrutture strategiche, le attività primarie dello stato: è la differenza fra governare bene e male.

Lei insiste sul deficit di conoscenza nella cultura di governo del Pd. Per la prima volta, c’è un candidato come Gianni Cuperlo, dirige un centro studi e dei saperi ha fatto il suo lavoro politico.

Quando parlo di deficit di conoscenza non mi riferisco a singole persone o al partito, parlo di quelli che governano. Quando sei ministro, o presidente di regione, o sindaco, anche se sei il più bravo, le conoscenze che hai sono una parte infinitesima di quelle che servono a ben governare. La capacità di ben governare consiste nella capacità di fare squadra e di presidiare il processo di attuazione dei processi che proponi. La stragrande maggioranza della conoscenza non è nella tua testa o in quella dei soggetti che la attuano o in quelli che ne beneficiano: è fra gli insegnanti, i medici, gli ingegneri che attuano gli interventi.

Come può un partito chiedere partecipazione se poi ignora le scelte degli elettori? Le larghe intese, prima del governo Letta erano persino un tabù nel Pd.

primarie pdPromettendogli che mai più la selezione dei candidati sarà così mal congegnata. Non c’è nessun altra promessa credibile. Il punto dove siamo arrivati deriva dall’aver selezionato un numero troppo elevato di deputati non affidabili. Ma un partito, per selezionare persone affidabili, deve essere un’associazione viva. Non la definiremmo neanche associazione, una cosa che si riunisce ogni 5 anni. I candidati devono emergere dal confronto, anche con gli esterni.

Il governo Letta non è uno stato di necessità ma un punto cui si è arrivati per 101 inaffidabili?
In politica non esistono gli stati di necessità. Esistono scelte che possono essere ritenute superiori a seguito di eventi. Ma non obbligate. Questa vicenda è stata uno sbandamento drammatico.

Il suo Pd è di sinistra. Anche quello del Bersani del 2009. Se oggi si pensa a Renzi, non sono certa che venga in mente l’idea di un partito di sinistra.

svolta a sinistraDiscuto spesso di questo punto. C’è un equivoco però, nato alla fondazione del Pd, che ha portato erroneamente a identificare ’sinistra’ con la matrice socialcomunista. Se si fosse discusso di più di cultura politica, si sarebbe sciolto a suo tempo l’equivoco: avere come obiettivo il miglioramento della società e delle sue persone, coltivare la tutela della concorrenza contro i tentativi di monopolizzazione, sono principi di sinistra e pezzi forti del pensiero liberale. Tant’è che gli azionisti e i liberalsocialisti erano di sinistra. Come i cristiano sociali.

Contro la legge Mammì, madre di tutti i conflitti di interesse, si dimisero 5 ministri della sinistra Dc.

La Dc aveva molte anime. Aveva una sinistra più a sinistra del Pci. Del resto ha più dimestichezza e sintonia con il capitalismo un ex comunista che un ex cristiano sociale.

Il suo Pd si iscriverebbe nel Pse?

E’ l’ultimo dei problemi. Il Pd dovrebbe lavorare in stretto collegamento con i partiti del gruppo socialista e democratico del parlamento europeo, cosa che non avviene. C’è la scadenza elettorale decisiva di maggio, è indispensabile arrivarci con un candidato unitario per la presidenza della commissione e una piattaforma minima comune per l’accelerazione dell’integrazione politica e di bilancio. La situazione dell’Europa al momento è insostenibile. Anche su questo la discussione del Pd è scarsa.

Voci nuove nel Pd: belle notizie per l’Italia (di Claudio Lombardi)

w la libertàNiente auto blu, niente buffet gratis, niente mobilitazione di tv e fotorepoter, niente giacca e cravatta, niente aria condizionata, niente star della politica e del giornalismo sul palco. Solo passione per un impegno che serve a stare meglio tutti e convinzione che la realtà sta cambiando perché le persone stanno cambiando; già adesso non sono poche e presto saranno molte di più. Il “Politicamp” organizzato da Pippo Civati a Reggio Emilia lo scorso fine settimana è un albero già un po’ cresciuto, ma che, piantato al momento giusto, si svilupperà in fretta e darà i suoi frutti.

La notizia non è che Civati ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori per lanciare la sua candidatura a segretario del Pd. La notizia è che c’è una parte di militanti e sostenitori o osservatori del Pd che vuole rifondare questo partito tirandosi fuori dalle logiche di corrente e vede in Civati un rappresentante capace di realizzare questo cambiamento. Più che un leader in senso classico un “facilitatore” dei rapporti tra mondo del Pd e cittadini e, prima ancora, di quelli tra base di iscritti ed elettori e vertici.

In effetti se si trattasse solo di un ennesimo posizionamento in vista del congresso non varrebbe la pena nemmeno parlarne (se non in maniera critica). E invece si tratta dell’emergere di una spinta di base molto forte che ha già assunto molte forme (Occupy Pd e tanti altri) a rimettere il baricentro del Pd sulle politiche che fanno bene all’Italia e sulla politica come funzione di cui ogni cittadino si deve sentire investito.

responsabilità pdChe il Pd sia un problema per l’Italia è evidente a tutti. D’altra parte non è poca cosa portare sulle spalle la responsabilità di essere (quasi) l’ultimo partito rimasto in piedi dopo lo stravolgimento che i partiti hanno subito nel corso degli ultimi venti anni. Partiti personali cioè controllati o di proprietà di una sola persona, partiti macchine elettorali in combutta con i peggiori gruppi di potere e malavitosi, partiti camuffati da movimento, ma dominati da un ferreo potere arbitrario perché non sottoposto ad alcuna regola. Il campionario è vasto e registra l’emarginazione del partito “normale”, genuino, semplice; quello fondato su meccanismi democratici e sulla contendibilità delle cariche dirigenti. Certo, anche un partito così può cadere preda di gruppi di potere e di raggiri per eludere le procedure democratiche. Può accadere, ma può anche accadere che i titolari del potere di decisione, militanti ed elettori, si organizzino e rovescino i gruppi di potere. Nei partiti personali invece non è previsto né possibile perché c’è chi ha la proprietà del marchio o comanda in virtù dei suoi soldi e non può essere rovesciato.

Detto semplicemente i partiti personali o proprietari sono un cancro per la democrazia italiana perché stravolgono il sistema della rappresentanza nonché la lettera e lo spirito dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) sostituendo il metodo democratico con la fedeltà personale.leader al comando

Trincerarsi dietro un partito proprietario significa blindare per sempre il potere di chi conquista i partiti per conquistare lo Stato e usarlo per i suoi scopi. O di chi ha in mente modelli di governo che affidano a capi carismatici e incontrollati tutto il potere.

Ebbene bisogna dire chiaramente che queste soluzioni sono una condanna per l’Italia perché sanciscono il predominio assoluto di ristrette oligarchie che rappresentano lo stadio finale della degenerazione dei vecchi partiti di massa, quella che fu denunciata da Enrico Berlinguer nella famosa intervista ad Eugenio Scalfari nel 1981 (I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”).

cambiere la politicaPer questo ciò che sta accadendo nel e intorno al Pd interessa la democrazia italiana. Se il Pd risolve la sua crisi e rinasce dalle ceneri di un correntismo esasperato e clientelare tutta la politica italiana riceverà una carica innovativa che si spanderà in altre formazioni politiche e darà impulso alla formazione di nuove classi dirigenti.

Questa è la posta in gioco che Civati (non da solo ovviamente) ha capito benissimo. Ha chiamato l’incontro di Reggio Emilia “W la libertà” non solo e non tanto in omaggio al bel film di Roberto Andò, ma proprio perché il compito che spetta ad una nuova politica è quello di liberare l’Italia e gli italiani liberando, appunto, tutte le energie, le capacità, le competenze, i meriti, le potenzialità che sono state represse e mortificate in decenni di degenerazione oligarchica.

Diciamolo chiaramente: il Pd sotto la spinta dei suoi iscritti, elettori, simpatizzanti, critici può essere la chiave che sblocca la situazione e rimette in moto la politica e la democrazia italiane.

Claudio Lombardi

Il rinnovamento del Partito Democratico secondo Occupy PD

Di crisi dei partiti si parla ormai da molti anni e di notizie su ciò che sta accadendo all’interno del Pd sono pieni i giornali. Le crisi, però portano anche cambiamenti. Uno di questi, il più rilevante, è la nascita tra i militanti del Pd di un movimento che si è dato il nome di Occupy Pd. Abbiamo raccolto il punto di vista di Paolo (41 anni), Francesco (33 anni) e Raffaele (41 anni)

bandiere pd

D: Nella sua breve storia il Pd ha suscitato ondate di partecipazione (le primarie ad esempio) ed ondate di delusione o di sfiducia. Il movimento Occupy Pd appare un pò anomalo perchè esprime un grande bisogno di partecipazione partendo dalla delusione, ma invece di guardare ad altre forze politiche vuole rilanciare proprio il PD. Inevitabile chiedere ai protagonisti i motivi di questa scelta sotto due diversi profili. Cominciamo dal primo: il Pd è riformabile ovvero è possibile sottrarlo ai giochi di corrente e di gruppo che sembrano dominarlo?

Paolo: Non so se il PD è riformabile, ma so che il vero PD, quello in cui molti di noi avevano creduto al momento della sua costituzione, deve ancora nascere realmente. Il nostro tentativo è quello di far capire che o il PD sarà qualcosa che innova la politica italiana ed europea o non sarà. Per questo in modo spontaneo ci siamo organizzati, per dimostrare che siamo molti di più, e soprattutto meglio, di quei 101 che hanno affossato una idea di partito nuovo, prima che una persona non votando Prodi alla Presidenza della Repubblica. Per questo diciamo che il vero PD siamo noi insieme a migliaia di militanti che si impegnano ogni giorno e non i soliti nomi che da oltre 20 anni si leggono sui giornali o si vedono in TV che ripetono sempre le stesse cose e di certo non possono essere il simbolo del cambiamento.

centroRaffaele: Il PD è senz’altro riformabile. Certo non sarà facile. La vicenda dei 101 (o forse più) rappresenta la sintesi di tutto ciò che il PD non è stato, a partire dalla sua fondazione. Però il Pd è anche fatto dai suoi militanti e dai suoi elettori, che nella maggior parte dei casi si sono mostrati migliori dei propri dirigenti. Ed è fatto anche da amministratori, uomini e donne, serie e competenti che sono stati premiati, pur in presenza di un’astensione senza precedenti e nonostante il PD nazionale, alle recenti elezioni comunali. Il PD potrà tanto più riformarsi quanto più si mostrerà aperto e inclusivo nei confronti degli elettori, soprattutto dei giovani elettori. Quanto più saprà “contaminarsi”. Quanto più abbandonerà i riti che si consumano nei circoli e che, a salire, si ripetono nei vari livelli di governo del partito. Decisioni prese nei cosiddetti caminetti e che non nascono mai da un dibattito aperto, libero da condizionamenti. Auspico una partecipazione “alla pari” del singolo iscritto, del singolo elettore, che discutono con il parlamentare, con il sindaco, con l’assessore. Giorno per giorno, e non soltanto in occasione dei congressi o delle primarie. Ecco, credo che con questo metodo di lavoro le correnti sarebbero in grande difficoltà. E il PD ri-acquisirebbe appeal presso l’elettorato. Un buon metodo anche per sconfiggere l’astensionismo.

Francesco: Il partito ha bisogno di una rigenerazione, è confortante il fatto che questo bisogno provenga proprio dalla base perchè a cambiare i dirigenti si fa sempre in tempo. Il congresso lo si fa per parlare del partito e del tipo di società che vogliamo cioè di come vogliamo cambiare attraverso questo partito la società. Il partito democratico non è quindi l’obiettivo finale (certe volte sembra questa la logica delle correnti), ma è il modo per avvicinare l’individuo al benessere collettivo. Rigenerazione del Pd significa anche riscoperta di una partecipazione più attiva della base che non si esprime solo con le primarie, (che restano imprescindibili), ma anche con lo strumento del referendum presente nello statuto e finora mai utilizzato.direzioni diverse

 

D: La seconda domanda è un po’ brutale: perché le vicende del Pd dovrebbero interessare gli italiani?

 Paolo: Perché può essere lo strumento per cambiare il paese. Questa era l’ambizione originaria e a questo obiettivo noi rimaniamo legati. In primis attraverso nuovi strumenti di coinvolgimento democratico tipo le primarie, ma poi per dare uno spazio di discussione e di decisione a tutti quei soggetti della società civile che si impegnano su questioni specifiche. Dare spazio a chi sta fuori da un partito significa imparare sempre qualcosa. Far contare nelle decisioni chi è dentro un Partito significa realizzare in concreto la democrazia nel nostro paese. E’ questo che è in gioco nel prossimo congresso di “rifondazione” del PD, e credo che il risultato che ne uscirà non sarà indifferente per il futuro del governo, degli assetti politici nazionali e dunque degli italiani.

aprire il pd Francesco:  Le vicende del Pd necessariamente e direi naturalmente interessano la gran parte dei cittadini in primo luogo perchè dal Pd può partire la riforma dei partiti e questo migliorerebbe di molto il funzionamento del sistema democratico (il che farebbe un gran bene all’Italia e magari sarebbe il caso che anche altri partiti si ponessero il problema). In secondo luogo un partito rinnovato deve essere più aperto e accogliere e dare voce anche a tante persone che si sentono respinte oggi da una logica di chiusura (le giovani generazioni, i precari ecc.). E pure questo farebbe bene all’Italia.

Raffaele: Perché la sorte del Pd deve interessare gli italiani? Perché l’uomo solo al  comando non risolve i problemi del Paese. L’abbiamo visto in questi vent’anni, lo stiamo vedendo in questi giorni. I partiti “uninominali” non sono in grado di dare risposte ai problemi dei cittadini, delle imprese, delle giovani generazioni. Serve un progetto collettivo. Serve la politica. E nel campo del centrosinistra italiano l’unica “entità” in grado di dare una prospettiva al Paese si chiama Partito Democratico. Certo, serve tornare allo spirito costituente del 2007 e parlare di temi, di idee, di proposte politiche piuttosto che di leadership. Auspico quindi che il prossimo congresso sia davvero fondativo e che da esso scaturisca un progetto che parli agli italiani e che indichi una direzione verso la quale muoversi insieme, da qui ai prossimi anni.

Elezioni a Roma: una democrazia a metà (di Claudio Lombardi)

Il 52% di votanti per il sindaco e il consiglio comunale di Roma è un dato preoccupante che parla di un mezzo fallimento: quello delle forze politiche che chiedono il voto ai cittadini. Non di una o due, ma di tutte, movimenti di contestazione e forze antagoniste compresi. Chi è immune dalla degenerazione della corruzione, dalla concentrazione sui propri interessi e dall’assalto alla cosa pubblica per costruirci carriere personali dovrà pure domandarsi se il messaggio che lancia agli elettori è in grado di parlare oltre una ristretta cerchia di fans. Perché quando un candidato come Medici espressione di un vasto mondo di associazioni, forze politiche e comitati prende poco più del 2% dei voti bisogna domandarsi se questa cerchia sia il limite ineluttabile o se esiste la volontà di andare oltre.voto romano

Chi, invece, fa della protesta gridata la propria ragione di esistenza come il M5S si dovrebbe rendere conto che non si può vivere di sola protesta e che l’urlo “mandiamoli tutti a casa” a lungo andare stufa e appare un espediente teatrale, ma non una proposta di governo seria.

Poco c’è da dire sulla lista di Alfio Marchini evidentemente un personaggio inventato dal marketing che ha tentato di sedurre i romani presentandosi come una novità alternativa, ma non riuscendo a tirar fuori, nonostante un investimento milionario, più che una modesta percentuale di consensi. D’altra parte ciò che è riuscito a Berlusconi nel 1994 e cioè inventare da una rete pubblicitaria un partito, non è detto che possa riuscire sempre magari all’ombra del “partito” degli immobiliaristi romani.

Poco c’è da dire anche sul Pdl unione di una estrema destra romana fascista da sempre aggressiva e incapace (che Alemanno ha incarnato benissimo) e di uno pseudo partito agli ordini di Berlusconi. Cosa avrebbe potuto dire Alemanno di così forte da scalzare l’osservazione diretta e la vita vissuta di milioni di cittadini romani? Poco e, infatti, non sembra che le percentuali riflettano i successi che vengono declamati sui cartelloni pubblicitari in giro per la città. Il fatto è che il giudizio su Alemanno i romani lo hanno dato non andando a votare perché c’è un limite a tutto e anche un elettore di destra può avere un sussulto di ripulsa di fronte a ciò che la giunta comunale ha saputo fare in cinque anni.pollice versoMolto c’è da dire, invece, sul Pd perché questo partito avrebbe dovuto raccogliere la spinta al cambiamento che è fortissima. Marino prende il 43% dei voti espressi, ma questa percentuale sul 52% dei votanti fa poco più del 20% degli elettori. Cosa significa questo per il Pd? Forse bisognerebbe chiederlo al gruppo dirigente romano del partito che si è autotraslocato in Parlamento grazie a primarie fatte apposta perché fossero vinte da qualunque dirigente di partito si fosse presentato. Autocooptazione attraverso le primarie l’ha chiamata Fabrizio Barca in un recente discorso chiarendo che è il peggior sgarbo allo spirito delle primarie si potesse fare. Forse i giovani dirigenti romani potevano capire che c’è più bisogno di costruire il Pd a Roma che di avere loro stessi eletti in Parlamento. Il Pd deve decidere cosa vuole essere perché continuando così potrà eleggere un sindaco, ma la china è discendente e un partito che voglia atteggiarsi a partito-pigliatutto (un po’ di destra, un po’ di centro, un po’ di sinistra) e che si concentra sugli equilibri interni o si estingue o segue la strada del clientelismo sistematico per conquistarsi i consensi.dubbio2

In un paese nel quale la percentuale di votanti non è mai scesa sotto al 90% alle elezioni politiche dal 1948 al 1979; che ha oscillato dall’88% all’80% tra il 1983 e il 2008 e che si è fermata al 75% nel 2013 il 75% non si può dire che il popolo non esprima la sua voglia di partecipazione. Bisogna però che ci si presenti con opzioni chiare e con identità riconoscibili e rispettate.

Io non vedo proprio un distacco irreparabile tra popolo e istituzioni, tra elettorato e democrazia. Vedo i limiti di una democrazia azzoppata da decenni di degenerazione partitocratica e clientelare e da una deriva verso la sistematica illegalità del potere che ha caratterizzato il periodo berlusconiano. La riscossa dovrà essere culturale, politica, organizzativa e dovrà consistere in un cambiamento radicale rispetto al sistema attuale.

La democrazia non vive di sole elezioni e muore se la si riduce a delega permanente agli eletti che diventano un corpo separato e autorigenerantesi di gente che vive di politica. Per questo occorre pensare a percorsi di partecipazione che non coinvolgano soltanto gli iscritti dei partiti, ma tutti i cittadini nei confronti delle istituzioni. Dopo tanti anni nei quali il partito è stato anteposto allo Stato richiedendo ai militanti una fedeltà primaria e ai cittadini una delega in bianco ci vuole una svolta.assemblea di cittadini

La democrazia vive di partecipazione alla politica e non di soli partiti e di questo bisogna parlare perché il fondamento del governo della collettività è il rapporto tra cittadino e Stato e già a questo livello la strada deve essere aperta per l’ascolto e la responsabilizzazione. Nessuno sbarramento, ma tanti momenti di condivisione tra cittadini e istituzioni nei quali i partiti possono far valere la loro funzione di produrre sintesi e progetti politici. Se non ci si mette a questo livello non si tocca il cuore della crisi attuale della politica.

Claudio Lombardi

Un governo c’è e deve lavorare (di Claudio Lombardi)

Ormai la storia è nota: per sfuggire alla paralisi politica e istituzionale si è formato un governo composto da forze politiche che stanno su fronti opposti. Anche se si fosse trattato di un governo tecnico o del Presidente i voti dovevano comunque arrivare da Pd, Pdl e Scelta Civica. Il M5S si è tirato fuori da qualunque soluzione che non fosse l’assurda proroga del governo Monti o la ridicola proposta di un governo targato Grillo sostenuto non si sa da chi. L’alternativa era tornare a votare senza alcuna garanzia che i risultati sarebbero stati diversi, ma con la certezza di uno sbandamento lungo fino alla fine dell’estate. Uno sbandamento che avremmo pagato noi ovviamente.Italia in fuga

L’alleanza fra centro destra e centro sinistra non è scandalosa di per sé; in Germania si è fatta diverse volte e con risultati importanti. Formare un governo e far lavorare le istituzioni e gli apparati dello stato è un dovere non un’opzione a disposizione delle convenienze degli eletti. Quindi che adesso ci sia un governo è un fatto positivo e l’unico problema che si dovrebbe porre è come farlo lavorare per ottenere i risultati più utili agli italiani in attesa di tempi migliori per alleanze più coerenti.

Dunque un governo c’è e deve produrre dei risultati. Per quanto tempo? Non si misura in mesi il tempo di questo governo, ma in obiettivi da raggiungere. Cassa integrazione, trattativa in Europa per l’allentamento dei vincoli di bilancio, provvedimenti contro la disoccupazione e la povertà, debiti da pagare alle imprese, riduzione del cuneo fiscale sul lavoro cioè diminuzione del costo senza incidere sulle buste paga. E poi legge elettorale, riduzione dei costi della politica e riduzione della pressione fiscale tra cui anche quella sulla casa. Il punto centrale non è l’abolizione dell’IMU che non serve a nulla se non a mettere in tasca a tutti i proprietari di case e solo a loro una manciata di euro. Il problema è la pressione fiscale e i servizi che vengono forniti e le politiche pubbliche che vengono fatte. Se elimino l’IMU non faccio nulla contro la disoccupazione. Se taglio il costo del lavoro aiuto chi vuole assumere a farlo. Cosa conta di più?giovane e crisi

Il fatto è che sul governo pesa la strategia del Pdl di farsi forte della crisi del centro sinistra, dello stato confusionale in cui è precipitato il Pd e dell’incapacità del M5S di andare otre la protesta per riconquistare la maggioranza alle prossime elezioni.

I processi di Berlusconi e le prime condanne rendono tutto più complicato perché mettono a nudo che ad allearsi sono due “incompiute” di centro destra e di centro sinistra. La prima coincide ancora con un partito personale completamente dipendente dal suo capo; la seconda corrisponde ad un partito nato da poco e che già si deve rifondare perché è soffocato dalla stretta di fazioni avverse disposte anche a distruggere il partito pur di sbarrarsi la strada l’una con l’altra.

L’anomalia italiana ha molte facce, ma sicuramente chi tiene in ostaggio l’Italia da molti anni è quel groviglio di poteri che si riconoscono in Berlusconi e che gli consentono ogni trasgressione come se si trattasse di un sovrano.

chiacchiere BerlusconiMa Berlusconi vive anche dell’incapacità dei suoi avversari di dare risposte credibili che convincano più di quelle finte che lui sta propinando agli italiani da quasi venti anni. Berlusconi è forte se chi gli si oppone non è capace di presentare un progetto politico forte. Ci stupiamo ancora dei suoi attacchi alla Magistratura che rimarrebbero grida nel deserto se qualcun altro fosse riuscito a prendere la guida dell’Italia e portarla fuori dalla crisi.

Così non è stato ed è arrivato il momento di concentrarsi su questo.

Lo sbandamento e la confusione che c’è nel campo della sinistra e del centro sinistra e che dura da molti anni è il problema. La soluzione non è proclamare la necessità di più sinistra come se fosse una pozione miracolosa, ma partire dalle proposte concrete e da un progetto politico credibile che rendano evidente a tutti la maggiore chiarezza di idee e la loro validità di chi si ispira agli ideali di sinistra. Dimostrare con i fatti che si è migliori nel governo della collettività, questa è la sfida che può emarginare un centro destra incapace di andare oltre Berlusconi.

Per farlo occorre certo rifondare il Pd, ma dimostrando di conoscere i limiti che hanno avuto finora le culture di centro sinistra e di sinistra. I diritti e i doveri, i poteri e le responsabilità, l’uguaglianza delle opportunità e la concretezza di una ridistribuzione di ricchezza che deve avere come sua premessa la produzione della ricchezza stessa. Per essere sinistra non basta sventolare le bandiere rosse e poi lasciare ad apparati politici e sindacali il monopolio della rappresentanza. Questa è una strada già percorsa e assolutamente inadatta ai tempi di oggi.

Se la rifondazione del Pd saprà andare oltre farà un gran bene anche a tutta l’area della protesta antagonista e di stampo populista perché metterà tutti di fronte ad un progetto politico forte adeguato ai bisogni di questa Italia.

Claudio Lombardi