Voci nuove nel Pd: belle notizie per l’Italia (di Claudio Lombardi)

w la libertàNiente auto blu, niente buffet gratis, niente mobilitazione di tv e fotorepoter, niente giacca e cravatta, niente aria condizionata, niente star della politica e del giornalismo sul palco. Solo passione per un impegno che serve a stare meglio tutti e convinzione che la realtà sta cambiando perché le persone stanno cambiando; già adesso non sono poche e presto saranno molte di più. Il “Politicamp” organizzato da Pippo Civati a Reggio Emilia lo scorso fine settimana è un albero già un po’ cresciuto, ma che, piantato al momento giusto, si svilupperà in fretta e darà i suoi frutti.

La notizia non è che Civati ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori per lanciare la sua candidatura a segretario del Pd. La notizia è che c’è una parte di militanti e sostenitori o osservatori del Pd che vuole rifondare questo partito tirandosi fuori dalle logiche di corrente e vede in Civati un rappresentante capace di realizzare questo cambiamento. Più che un leader in senso classico un “facilitatore” dei rapporti tra mondo del Pd e cittadini e, prima ancora, di quelli tra base di iscritti ed elettori e vertici.

In effetti se si trattasse solo di un ennesimo posizionamento in vista del congresso non varrebbe la pena nemmeno parlarne (se non in maniera critica). E invece si tratta dell’emergere di una spinta di base molto forte che ha già assunto molte forme (Occupy Pd e tanti altri) a rimettere il baricentro del Pd sulle politiche che fanno bene all’Italia e sulla politica come funzione di cui ogni cittadino si deve sentire investito.

responsabilità pdChe il Pd sia un problema per l’Italia è evidente a tutti. D’altra parte non è poca cosa portare sulle spalle la responsabilità di essere (quasi) l’ultimo partito rimasto in piedi dopo lo stravolgimento che i partiti hanno subito nel corso degli ultimi venti anni. Partiti personali cioè controllati o di proprietà di una sola persona, partiti macchine elettorali in combutta con i peggiori gruppi di potere e malavitosi, partiti camuffati da movimento, ma dominati da un ferreo potere arbitrario perché non sottoposto ad alcuna regola. Il campionario è vasto e registra l’emarginazione del partito “normale”, genuino, semplice; quello fondato su meccanismi democratici e sulla contendibilità delle cariche dirigenti. Certo, anche un partito così può cadere preda di gruppi di potere e di raggiri per eludere le procedure democratiche. Può accadere, ma può anche accadere che i titolari del potere di decisione, militanti ed elettori, si organizzino e rovescino i gruppi di potere. Nei partiti personali invece non è previsto né possibile perché c’è chi ha la proprietà del marchio o comanda in virtù dei suoi soldi e non può essere rovesciato.

Detto semplicemente i partiti personali o proprietari sono un cancro per la democrazia italiana perché stravolgono il sistema della rappresentanza nonché la lettera e lo spirito dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) sostituendo il metodo democratico con la fedeltà personale.leader al comando

Trincerarsi dietro un partito proprietario significa blindare per sempre il potere di chi conquista i partiti per conquistare lo Stato e usarlo per i suoi scopi. O di chi ha in mente modelli di governo che affidano a capi carismatici e incontrollati tutto il potere.

Ebbene bisogna dire chiaramente che queste soluzioni sono una condanna per l’Italia perché sanciscono il predominio assoluto di ristrette oligarchie che rappresentano lo stadio finale della degenerazione dei vecchi partiti di massa, quella che fu denunciata da Enrico Berlinguer nella famosa intervista ad Eugenio Scalfari nel 1981 (I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”).

cambiere la politicaPer questo ciò che sta accadendo nel e intorno al Pd interessa la democrazia italiana. Se il Pd risolve la sua crisi e rinasce dalle ceneri di un correntismo esasperato e clientelare tutta la politica italiana riceverà una carica innovativa che si spanderà in altre formazioni politiche e darà impulso alla formazione di nuove classi dirigenti.

Questa è la posta in gioco che Civati (non da solo ovviamente) ha capito benissimo. Ha chiamato l’incontro di Reggio Emilia “W la libertà” non solo e non tanto in omaggio al bel film di Roberto Andò, ma proprio perché il compito che spetta ad una nuova politica è quello di liberare l’Italia e gli italiani liberando, appunto, tutte le energie, le capacità, le competenze, i meriti, le potenzialità che sono state represse e mortificate in decenni di degenerazione oligarchica.

Diciamolo chiaramente: il Pd sotto la spinta dei suoi iscritti, elettori, simpatizzanti, critici può essere la chiave che sblocca la situazione e rimette in moto la politica e la democrazia italiane.

Claudio Lombardi

Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

L’insostenibile lontananza della politica (di Claudio Lombardi)

Due mondi paralleli, quello di chi gestisce le istituzioni e lo Stato attraverso la politica e quello della vita reale della società italiana. Due mondi che non riescono a capirsi e che seguono logiche diverse. Questa è l’immagine che abbiamo davanti in queste settimane. Da un lato un’estrema concentrazione delle forze politiche su nomi, schemi, formule, equilibri in nome del proprio peso elettorale e di potere. Dall’altro lato i problemi di una quotidianità scandita dalla crisi e da questioni lasciate appese per decenni che non possono essere affrontate senza la politica.incomunicabilità

Fosse possibile ci vorrebbe un distributore automatico di decisioni in grado di sfornare soluzioni e risposte. Invece si attendono un giorno dopo l’altro decisioni che paiono dover provenire da mondi lontani e misteriosi.

In questo mondo reale ci si misura con la diminuzione del lavoro, con la diminuzione delle retribuzioni, con la diminuzione del denaro circolante, con la chiusura delle imprese, con l’indebolimento dei servizi pubblici. Il segno meno prevale e le aspettative per il futuro segnano pessimismo e sfiducia.

La politica italiana, tutta, sembra vivere in un mondo parallelo dove c’è tanto tempo da perdere e nessun imperativo categorico a cui obbedire. Nemmeno quello che il voto conferisce e cioè il dovere di governare.

Dopo le elezioni 48 giorni di stallo (finora) durante i quali nessuno fra i protagonisti ha veramente mostrato di mettere al centro la condizione dell’Italia. A parole sì, ma nei fatti si sta giocando una guerra di posizione e di logoramento fra le formazioni politiche che si sono divise quasi il 90% dei consensi. Ad essere giusti tutte ne escono male.

Il M5S aveva suscitato una enorme aspettativa, ma sta dimostrando una propensione a girare intorno al proprio ombelico, una sordità, una opacità e una inadeguatezza che deve preoccupare tutti quelli che credono nella partecipazione dei cittadini e nel rinnovamento della politica. Se questo è il nuovo il meno che si può dire è che dalla protesta alla proposta politica seria il passo è grande, troppo grande. Il movimento invece si è rivelato fragile ed impreparato per gestire il 25% dei voti. Piazze piene, ma poche e vaghe idee sul che fare. Il M5S ha mostrato tutti i limiti del suo essere sempre stato soprattutto il prolungamento del blog di Beppe Grillo. Incapaci di elaborare una politica i grillini si sono mostrati, per ora, molto concentrati su loro stessi e non sulla missione per la quale avevano chiesto i voti.

dubbi PdIl Pd, miglior perdente delle elezioni che avrebbe dovuto stravincere, gira intorno ad un’equazione che non si può risolvere e che porterà, in ogni caso, ad un’ingloriosa conclusione. Appena contati i voti Bersani doveva sapere che un governo guidato da lui in quanto leader del Pd non sarebbe stato possibile. Non 48 giorni (che diventeranno oltre 60 dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica) ci volevano, ma venti minuti per capire che occorreva elaborare un’altra proposta politica e prendere la guida di una via d’uscita diversa da un governo Bersani. In questo senso è legittimo dire che lo stallo è anche responsabilità di un Pd fermo su una proposta che avrebbe avuto un senso con una maggioranza piena alla Camera e al Senato, ma che non può assolutamente averlo di fronte alla negazione dei voti per arrivare alla maggioranza. Comunque, con la situazione creata dai risultati elettorali Bersani poteva legittimamente chiedere di essere messo alla prova e di andare davanti alle Camere a cercarsi la maggioranza, ma sapendo che non sarebbe andato molto più in là di una sfiducia immediata o di una differita di poco. Dunque dove ha pensato di vedere realizzabile la sua proposta di un governo di cambiamento? E soprattutto a che pro ha insistito e insiste ancora?

Il Pdl mostra adesso il suo volto più responsabile, praticamente il contrario di quello assunto in campagna elettorale. Anche questa è una manovra perché sa benissimo che in questo modo ottiene due risultati: mettere in difficoltà il Pd e acquisire un credito agli occhi degli italiani. L’obiettivo vero, tuttavia, è sempre rivolto ai processi di Berlusconi il vero crogiuolo nel quale tutte le manovre e tutti i discorsi vanno a fondersi. E dunque che governo pensano di fare con questo scopo dissimulato, ma che tutti conoscono? Il Pdl sa di non essere un vero partito, ma un apparato e un movimento di comunicazione raccolto intorno ad una sola persona. Ha già dimostrato di non saper governare, ma l’illusione di tanti italiani non muore. D’altra parte l’illusione è lo scopo di ogni pubblicità e in questo il berlusconismo è maestro.andare avanti

I problemi seri riguardano gli italiani perché un sistema politico che produce questi risultati deriva da procedure e regole inadeguate, ma soprattutto, è l’espressione di culture politiche e civili che non sono più seriamente utilizzabili per guidare l’Italia. Questo è IL problema dell’Italia priva di una guida capace ormai da molti anni e consegnata a gruppi interessati al proprio potere e alla scalata sociale a spese dello Stato. D’altronde i partiti sono degenerati da tanto tempo in partitocrazia (una lucida denuncia di questa trasformazione risale addirittura ad un’ intervista di Berlinguer del 1981) e poi addirittura scomparsi, sostituiti da pseudo partiti personali veri feudi che occupano la democrazia.

La cosa più sconcertante è che questo processo di feudalizzazione della politica ha contagiato la società e così più che di UNA casta ci dovremmo preoccupare di tante caste fra le quali è suddiviso il Paese. Caste che si sono formate in decenni sprecati ben fotografati dalla drammatica contraddizione di un enorme debito pubblico che non ha prodotto nessun risultato né in termini di sviluppo, né di strutture né di servizi. Si sapeva che prima o poi il conto sarebbe arrivato. Ora ci siamo.

Claudio Lombardi

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Roberto Crea

Roberto Crea è segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

La discussione sulla partitocrazia va avanti, senza grandi risultati pratici, da molti anni. Forse è cresciuta la consapevolezza tra i cittadini dei danni che questa determina alla nostra società e più prosaicamente alle nostre vite. Ricordiamo le battaglie solitarie dei radicali e gli appelli di Berlinguer, poi Tangentopoli e Mani Pulite, ormai oltre vent’anni fa, o oggi quello che vediamo, con uno scoramento collettivo.

Lo scandalo della regione Lazio, per esempio, e il rifiuto ripetuto di far votare i cittadini non ha scatenato reazioni significative, non abbiamo visto manifestazioni di massa sotto la sede della Regione. In tutti questi anni, il rifiuto dell’abuso di potere partitocratico (che, ricordiamo, ha anche portato al debito che pesa sulle prossime generazioni di cittadini italiani) è stato in realtà appannaggio di una minoranza perché pesa molto la sottocultura alimentata per decenni che tollera gli abusi della partitocrazia.

Perché questa realtà cambi deve cambiare prima di tutto la cultura civile dei cittadini. Allora il sistema partitocratico, che ancora è tra noi e continua a procurare danni, potrà scomparire. Sembra un luogo comune, ma ancora oggi si vive di raccomandazioni e di abusi di vario tipo: del resto i politici e gli amministratori corrotti hanno ricevuto valanghe di voti, e i comportamenti quotidiani di moltissimi nostri concittadini non sono certo all’insegna del senso civico e del rispetto per lo spazio pubblico e per i beni comuni.

Allora che fare? Le frasi fatte tipo “sono tutti uguali” oppure “è tutto un magna-magna” che sono tanto diffuse servono a poco. Molto più importante è l’impegno nella costruzione di modelli di politica alternativa. Non si tratta solo di impegno diretto sui problemi del territorio perché oggi esiste una forte spinta alla formazione di liste civiche per un impegno diretto dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia le liste civiche sono spesso il paravento dietro cui si ripropongono persone con un passato, anche recente, legato proprio alla partitocrazia e alla politica tradizionale.

Credo, quindi, che molte liste civiche non porteranno alcun cambiamento sostanziale. In parte ciò è dovuto anche alla loro frammentazione e alla cronica incapacità di trovare i punti che uniscono piuttosto che quelli che dividono in funzione della visibilità di aspiranti (piccoli) leader autoreferenziali.

Auspicabile, invece, è l’impegno all’interno di partiti che vogliono rinnovarsi o all’interno di liste civiche organizzate e “evolute” di persone che, impegnate fino ad oggi nella società civile e nell’associazionismo, decidano di dare un proprio contributo all’interno delle istituzioni.

Non mi è chiaro, ancora, a che risultato questo possa portare in termini di cambiamento di modello politico-amministrativo. Comunque si tratta di mutamenti che avvengono nel medio termine e che si vivono anche di piccoli passi esemplari. In questo modo chi rimane “fuori” dai palazzi della politica, i cittadini attivi che operano per la tutela e la partecipazione civica, avrà un vantaggio competitivo in più perché potrà contare su alleati all’interno del sistema politico e amministrativo per spingere verso modelli di partecipazione, trasparenza e controllo più efficaci. Se questo modello funzionerà potremo anche raggiungere quell’evoluzione culturale della nostra società che, come dicevo, è alla base di un vero cambiamento.

Tutto ciò non basta però. Credo anche che sarà importantissimo, per la cosiddetta “società civile”, organizzare delle modalità strutturate e sistemiche di vigilanza, monitoraggio e valutazione dei comportamenti degli amministratori rispetto alle promesse e ai programmi elettorali, per mettere in evidenza pubblicamente coerenze e “tradimenti”, correttezza istituzionale e rispetto delle norme, e chiedere conto di tutto quello che non viene fatto o viene fatto male. Un sistema del genere, molto evoluto e con molte risorse a disposizione, è attivo ed efficace negli Stati Uniti. Stiamo lavorando con altre associazioni per strutturare un sistema simile come concetto e capacità anche di interdizione di politiche e scelte amministrative inaccettabili per l’interesse collettivo.

Credo che il nostro ruolo sia quello di far crescere consapevolezza e partecipazione attraverso azioni, condivisione di buone pratiche, educazione a partire dai problemi che i cittadini si trovano ad affrontare sul territorio tutti i giorni. Occorre mettere insieme risorse e idee per raggiungere massa critica e riuscire a parlare in modo adeguato a quante più persone possibile, ma anche utilizzare strumenti moderni di comunicazione per dare prospettive e la speranza che le cose possano davvero cambiare in meglio.

Infine, sempre in termini di verifica e intervento da parte delle organizzazioni civiche, credo sia giunto il momento di avere una maggiore capacità di intervento di contrasto legale degli atti amministrativi illeciti o apertamente illegali. La situazione è così grave, e sto parlando della nostra regione e dell’amministrazione comunale di Roma e di altre città del Lazio, che credo sia necessario porre un argine ad abusi e violazioni normative di forma e di sostanza che si moltiplicano in modo preoccupante. Stiamo lavorando quindi alla creazione di una sorta di gruppo di azione giuridica intra-associativo che sia in grado di operare a tutela dei cittadini in modo strategico, con un ampio respiro, avviando battaglie legali su temi importanti al fine di indicare nuove strade normative per il futuro.

(intervista a cura di Angela Masi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Roberto Crea

Diamo la parola ai protagonisti. Parla Roberto Crea segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Non sono molto ottimista, a guardare quello che accade, e credo che occorra realismo e un grande lavoro. In questi anni abbiamo sofferto, come cittadini, la mancanza di “politica” e di “amministrazione”. La goccia che ha fatto simbolicamente traboccare il vaso è la sconcertante e vergognosa vicenda delle Regione Lazio. Ricordo che la crisi che ha colpito l’amministrazione della nostra regione nasce da scandali con probabili risvolti penali e non da uno scontro politico tradizionale. Quello che poi è sortito dopo le dimissioni della Presidente Polverini, della giunta e del consiglio va addirittura al di là del diritto e probabilmente della Costituzione. Spero che qualcuno possa anche valutarlo in un’aula di tribunale. Sappiamo solo che tre sentenze hanno determinato con chiarezza che la Presidente Polverini ha violato le norme correnti rifiutandosi di chiamare i cittadini del Lazio alle urne nei tempi stabiliti. Parto da qui perché questa vicenda, insieme ad un’imbarazzante amministrazione comunale, ha spinto verso il crescente impegno civico e politico dei cittadini.

L’esperienza amministrativa romana e laziale ha aumentato la distanza tra cittadini da un lato e istituzioni e amministrazioni pubbliche dall’altro. I partiti (non tutti allo stesso modo in verità) hanno gravi responsabilità in questo processo perché ormai da anni non sono più riusciti a rappresentare i cittadini e gli interessi della collettività. Nel consiglio regionale, quasi tutti i gruppi consiliari e quasi tutti i consiglieri hanno fatto finta di non vedere quello che succedeva, cercando di trarre unicamente vantaggi per il proprio partito e per sé stessi. Dei cittadini che perdevano il lavoro, che vedevano progressivamente tagliata la sanità a causa dello spaventoso debito e del deficit creato dall’amministrazione regionale, che soffrono per servizi pubblici insufficienti non si è occupato nessuno. Il pericolo è che si faccia poi, come si dice, di ogni erba un fascio e che vengano coinvolte le istituzioni come tali nel rifiuto dei cittadini per tutto ciò che rappresenta la politica, mentre secondo noi sono le persone, i rappresentanti delle istituzioni che vanno indicati come responsabili.

I cittadini cercano di dare una forma al loro impegno attraverso l’organizzazione di nuovi comitati e associazioni o con l’adesione a quelli esistenti affinché abbiamo più forza. E’ importante che, finalmente, cessiamo di delegare tutto ai politici e ai partiti. Qui è il tema della partecipazione. Dalla protesta contro il piano parcheggi, alla manutenzione del verde pubblico, alla gestione dei rifiuti, alla rivolta crescente contro un nuovo piano di irrazionale e speculativa espansione urbanistica a danno irreversibile dell’agro romano. Ci sono però due ostacoli sulla via della partecipazione: Tuttavia ci scontriamo ancora con due problemi piuttosto importanti: la mancanza di trasparenza e il desiderio e la necessità di vedere cambiare in fretta le cose. La trasparenza è un elemento decisivo per consentire alla partecipazione di essere efficace, ma la sua mancanza e negazione è anche uno degli ostacoli maggiori che l’attuale politica/amministrazione pone sulla strada dei cittadini attivi, cercando di disarmarli in questo modo e sperando che si arrendano. In secondo luogo, i cittadini sono “affamati” di risultati e ogni ritardo (anche causato ad arte dall’attuale politica/amministrazione) o ogni fallimento di iniziative civiche può determinare facilmente delusione e abbandono, con una conseguente deriva a favore dell’antipolitica, della demagogia e del populismo che semplificano tutto per non risolvere niente e generano ulteriore distacco ed isolamento del cittadino.

Con la partecipazione organizzata e articolata vogliamo percorrere proprio la strada opposta.

(intervista a cura di Angela Masi)

Dalla Sicilia una conferma: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Le elezioni siciliane sono finite come sanno tutti e un commento si impone a prescindere dal o dai vincitori. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che la democrazia da’ a chi viene eletto. Tra quelli che non hanno votato quasi tutti non hanno alcun potere e rinunciano pure alla possibilità di scegliere chi dovrà esercitarlo in nome di tutti.

Un Presidente eletto da nemmeno il 15% degli elettori ha una legittimazione formale, ma quella vera se la deve conquistare a meno che non voglia dominare i cittadini trattandoli da sudditi.

La resistenza al cambiamento è forte e riflette quella diffusa nella società. I partiti che si sono presentati al voto, con la sola esclusione del M5S e, forse, di quelli che si collocano a sinistra del Pd, hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco quindi la concentrazione sulle formule e l’alchimia delle alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

Ciò che i cittadini avvertono è che i loro problemi troppe volte sono stati un pretesto per la competizione fra i partiti, non il fine cui tendono quelli che si presentano come professionisti della politica. Anche la rabbia e l’insoddisfazione che stanno alla base dell’astensionismo hanno un ruolo essenziale perché sono il serbatoio a cui tanti politici attingono per sminuire le proprie responsabilità e per promettere le grandi trasformazioni che non si realizzano mai. È lo stesso meccanismo degli aiuti allo sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate in cerca di una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

I cittadini, però, non sono angeli, sono anche corresponsabili delle degenerazioni e delle deformazioni della politica e della democrazia perché stanno nello stesso brodo di coltura che produce i politici ladri, mafiosi e corrotti. Quindi devono crescere, fare lo sforzo di assumere un punto di vista che metta al centro l’interesse della collettività e la legalità, accettare il ruolo dello Stato e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma non devono nemmeno sentirsi vittime innocenti pronte per essere convinte a suon di promesse indecenti o di inammissibili favori. I cittadini devono capire che i loro problemi si risolvono dentro un sistema di regole che poggia su finalità selezionate e definite con la politica che non è il feudo di Tizio o Sempronio, ma un processo collettivo di partecipazione democratica. Perché o è così o è lo sfascio.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi fatta di valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

Quali? Tanto per avere un’idea si potrebbe rileggere la prima parte della Costituzione. Già quello è un buon punto di partenza.

Claudio Lombardi

Dai movimenti romani la spinta per una nuova politica: intervista a Marcello Paolozza

Marcello Paolozza è portavoce della campagna Diamocidafare (www.diamocidafare.com)

D: Sabato a Roma si svolgerà una manifestazione contro la decisione della giunta Alemanno di vendere l’Acea (società che eroga elettricità e acqua) ai privati. L’ iniziativa è dei promotori del referendum sull’acqua pubblica svolto nel 2011; parteciperanno insieme decine di associazioni, comitati di base, organizzazioni di cittadini, sindacati e le organizzazioni cittadine di alcuni partiti. Che pensi di questa iniziativa e dello schieramento che si è formato? È una novità importante che partecipino anche alcuni partiti?

R: Intanto diciamo che affrontare la questione della gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici ha un’importanza speciale per noi tutti e, quindi, per la vita della collettività. È un campo che non può essere lasciato al caso o, meglio, al predominio delle logiche di mercato perché si tratta della difesa della qualità della vita. I diritti che sono stati conquistati (e ci sono voluti tanti anni di lotte e di impegno sociale e politico) comprendono anche il diritto ad avere servizi essenziali come l’acqua, l’assistenza sanitaria, la raccolta dei rifiuti,  un sistema di mobilità collettivo. Il tutto per permettere a tutti di vivere in una città pulita e ordinata e di usufruire delle opportunità che una città moderna può offrire. Tutto ciò è possibile solo se garantito da un governo dei beni comuni e dei servizi assunto e svolto da chi rappresenta l’interesse della collettività. Ciò non vuol dire che la gestione o la responsabilità spetti soltanto allo Stato e agli enti locali; questa rimane un punto fermo pur se espressa in forme diverse da quelle sin qui sperimentate, ma è essenziale che i beni comuni siano gestiti anche con la partecipazione attiva dei cittadini ai processi di governo e amministrativi della città.

Ecco, la manifestazione di sabato vuole sottolineare o ricordare questa prima grande novità. Poi c’è l’altra novità cioè la partecipazione di alcune forze politiche. Evidentemente hanno capito che è ora di prendere sul serio il tema della partecipazione e che di questo non si devono occupare solo associazioni e movimenti. Possiamo infatti constatare che la partecipazione, il coinvolgimento, la responsabilizzazione dei cittadini stanno diventando temi centrali nella preparazione degli appuntamenti elettorali e chiunque pensi di presentarsi alle elezioni nel suo programma sta bene attento ad inserirli.

Ovviamente la partecipazione non ha senso inserirla in un programma elettorale e basta perché è essenziale per disegnare il futuro delle città dato che gli schemi con cui fino adesso sono state governate non reggono più di fronte all’esigenza di coinvolgere i cittadini in maniera attiva nei processi di governo del territorio. Questo lo vediamo ogni giorno: pensare di governare cittadini passivi significa lasciare le città nel disordine e nell’incuria. Per questo in alcuni partiti, probabilmente, emerge la consapevolezza che è necessario non perdere il contatto con i cittadini e che bisogna tenere conto dei movimenti che si sviluppano e si organizzano autonomamente.

Il grande problema che abbiamo tutti è la costruzione di nuove relazioni sociali che permettano di governare i beni comuni e i servizi a vantaggio della collettività. E per questo è inutile cercare la soluzione nel mercato: occorre affrontare la cosa in termini molto più ampi.

D: Guardando alle decine di sigle di associazioni fra i promotori della manifestazione di sabato prossimo si leggono i nomi delle politiche pubbliche (rifiuti, servizio idrico, trasporti e molti altri). Quindi queste associazioni stanno pienamente dentro la politica. Sei d’accordo con questa valutazione e pensi che siano in grado di starci proponendo efficaci soluzioni di governo? E se sì come considerare l’incontro con i partiti: sono anch’essi parte della società civile che individua le sue espressioni politiche con una molteplicità di forme? Ossia: può essere questa la base per costruire un programma di governo della città?

R: Io penso che i movimenti che saranno in piazza sabato e i movimenti che in questi ultimi mesi hanno aperto una serie di vertenze sui temi concreti dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico pongono, come dicevi, problemi prettamente politici. Alla domanda se sono consapevoli di tutte le implicazioni che ci sono in queste loro battaglie, ossia che si tratta di costruire un programma di governo della città, forse la mia risposta è: ancora no.

Qui, in effetti, c’è una difficoltà perché, per esempio, una cosa è dire che l’acqua è pubblica, un’altra è individuare nuove forme di gestione partecipata. Prendiamo il caso dell’ACEA fondata tanti anni fa e messa a capo di due servizi essenziali – quello elettrico e quello idrico – pubblici da sempre, al cui interno è cresciuta una parte importante del proletariato romano. Questa azienda pubblica era governata nel passato in forme, con criteri e con metodi che oggi non sarebbero più adeguati. Ma nemmeno lo sono le odierne logiche di società per azioni che sta in Borsa e che si proietta tutta sul mercato (e per questo, forse, vogliono privatizzarla; così completano la trasformazione). Occorre pensare ad altre forme di gestione che si rivolgano ai cittadini con il coinvolgimento responsabile e non con logiche aziendali. Insomma cittadini come cittadini e non come clienti o consumatori di un prodotto.

Lo stesso si può dire per tutte le aziende pubbliche che sono presenti a Roma. Nel caso dei rifiuti poi questa impostazione si fa eclatante perché una gestione dei rifiuti fatta con criteri di sostenibilità non può che basarsi sul coinvolgimento attivo dei cittadini che non significa solo mettere il sacchetto nel contenitore giusto, ma proprio partecipazione attiva al ciclo dei rifiuti.

Non saprei dire adesso esattamente in quali forme che vanno ricercate e “inventate” perché su questo si devono misurare le associazioni e i movimenti, ma sicuramente ciò implicherà una nuova struttura del servizio pubblico e una nuova articolazione sul territorio. Ecco su questa elaborazione i nostri movimenti sono ancora in ritardo e i partiti politici, secondo me, nello stesso tempo, rischiano di continuare a riprodurre le vecchie logiche di gestione che portano a concepire le aziende con gli stessi consigli di amministrazione e con tutta l’organizzazione aziendale che ha prodotto tanti guasti e lo spreco di risorse all’ombra di pretestuose logiche di mercato. Mi sembra che questo debba essere l’oggetto del dibattito che ci dovrà essere nei prossimi mesi e anni in questa città e non solo in questa città a cui a cui dovranno partecipare tutte le associazioni e i movimenti che si sono formati. Rispetto a questo dovranno misurarsi anche i partiti se vogliono essere, come dovrebbero, parte della società civile.

D: Mi sembra che parlando di movimenti e di partecipazione dei cittadini non abbiamo nemmeno pensato di ricorrere al concetto di antipolitica

R: Assolutamente no. Io non credo che questi movimenti abbiano mai espresso una voglia o un desiderio di antipolitica. Forse possono aver raccolto, anche al di là della loro stessa volontà, delle spinte in questo senso presenti in settori della popolazione colpiti dalle degenerazioni e dagli scandali, ma a me non sembra, per esempio, che il movimento per l’acqua pubblica abbia mai espresso posizioni che possono essere considerate come antipolitica. Tutt’altro, il movimento per l’acqua pubblica si è mosso proprio sul terreno della politica vera e propria rivendicando un cambiamento e dichiarandosene parte attiva. Se si tratta di contestare  gli attuali partiti si tratta di contestarli perché hanno deviato e si sono trasformati in qualcosa di negativo, magari non interamente, ma nella parte prevalente sì. Ma la questione di cancellarli non si pone proprio. Quella di rifondarli sì proprio partendo dal bisogno che hanno i cittadini di organizzarsi politicamente. Questo bisogno è ineludibile perché riguarda il governo della collettività dovrà trovare nuove forme, ma non può essere cancellato.

Intervista a cura di Claudio Lombardi raccolta il 5 maggio 2012

Appello al mondo delle associazioni e del volontariato (di Guido Grossi)

La nostra società civile è di una ricchezza meravigliosa. Le forme di aggregazione sociale che esprime sanno essere belle, generose, serie, competenti. Rappresentano, insieme al mondo della produzione reale e del lavoro, una forza fondamentale a sostegno del tessuto sociale della nazione, per altri versi fragile e lacero.

Nellʼassociazionismo e nel volontariato noi cittadini italiani siamo riusciti a ritagliarci lo spazio per coltivare valori come cultura, solidarietà, giustizia, accoglienza, rispetto e amore per lʼambiente che ci ospita, rispetto e amore per i beni comuni.

Tutti valori, purtroppo, negati dalla prevalente cultura del consumismo, della giustificazione del profitto e del successo a tutti i costi.

Nelle nostre associazioni sappiamo esprimere una competenza tecnica approfondita, in grado di definire e avanzare proposte eccellenti, concrete, capaci di rendere migliore la nostra civile convivenza.

Per scelta legittima, le nostre associazioni hanno sempre preso le distanze dai partiti politici. La realizzazione degli scopi sociali è stata perseguita con il nostro personale lʼimpegno e presentando istanze e richieste alle istituzioni pubbliche, laddove necessario.

Eppure, sempre più spesso, quelle proposte restano inascoltate.

Quale sconsolante contrasto con lo scenario politico: corruzione, malaffare, sprechi, ingiustizie macroscopiche, privilegi intollerabili e tanta, tanta mancanza di buon senso e di buona fede!

La gestione della cosa pubblica è stata mercificata. Ogni iniziativa è vista in funzione esclusiva dei costi e dei vantaggi economici che se ne possono ricavare. Quasi sempre, solo per pochi privilegiati o conniventi. Ogni altro valore è diventato secondario. Il prevalere incondizionato degli interessi privati ed il mito del profitto e della crescita economica hanno distorto i rapporti politici.

E stanno stravolgendo la vita di tutti noi, con una accelerazione inattesa.

Siamo rimasti vittime delle lusinghe del consumismo e della crescita economica, disvalori che i mass media ci hanno inculcato per decenni. Abbiamo coccolato lʼidea di un benessere diffuso… per svegliarci, in questi mesi, in una specie di incubo. Per scoprire che i nostri figli non trovano un lavoro decente, che i nostri amici lo perdono, che lʼItalia rischia il fallimento, che i servizi sociali non possono più essere mantenuti.

La politica non trova soluzioni accettabili. Solo sacrifici scaricati sulle fasce meno rappresentate e meno tutelate.

I mercati finanziari mostrano ora il loro vero volto, e ci minacciano. E li scopriamo più forti, importanti e potenti degli stessi politici che dovrebbero controllarli e contenerli.

Appare sempre più evidente che le scelte della politica sono indirizzate dai creditori esteri e dai mercati finanziari. Cominciamo a vedere, con occhi increduli, che le Istituzioni dellʼUnione Europea non sono quella cosa seria e responsabile che avevamo immaginato, da contrapporre allʼItalia sprecona e corrotta. Non esiste lʼEuropa dei cittadini e dei popoli.

Scopriamo con smarrimento che le Istituzioni di questa Unione – che non conosciamo, non controlliamo, non sappiamo come funziona – antepongono gli interessi della finanza internazionale a quelli dei cittadini europei. E per tutelare quegli interessi, Governo dei tecnici e partiti politici nel Parlamento, indirizzati dalla Banca Centrale Europea e dallʼUnione Europea, sono disposti a sacrificare i più deboli, a imporre sacrifici tanto ingiusti quanto insensati a chi, onestamente, non può più sopportarli.

Chiunque abbia un minimo di buon senso e di onestà intellettuale vede che la crisi economica che stiamo vivendo nasce dagli eccessi della finanza. Continuiamo a scontare nellʼeconomia reale – e nella vita di tutti i giorni – le follie perpetrate dalla speculazione internazionale; lʼassurdità delle bolle speculative mai contrastate dalle banche centrali e dalle istituzioni che paghiamo per controllarli; le distorsioni di un sistema bancario che non presta soldi alle imprese ed alle famiglie, per favorire, invece, la speculazione più cinica, si elargisce privilegi ingiusti e non paga mai per i propri errori.

Eʼ una crisi di valori, una crisi sociale di proporzioni devastanti, che sta stravolgendo, in pochi mesi, la fiducia nel nostro futuro.

Come altro giudicare il fatto che si ritenga accettabile che mille miliardi di euro (cifra inconcepibile!) possano essere concessi ad un sistema bancario privato i cui problemi affondano le radici proprio nel predominio e negli errori della finanza? Nessuno dei responsabili è chiamato a pagare per quegli errori, mentre i governi scelgono di scaricare il costo del salvataggio sulla cittadinanza, imponendo sacrifici di lacrime e sangue alle popolazioni già duramente provate dalla crisi.

Non è forse evidente che la scelta è politica, e non tecnica?

Quei mille miliardi di euro potrebbero essere utilizzati per creare milioni di veri posti di lavoro, per realizzare i bisogni della popolazione, per finanziare le innumerevoli iniziative che le nostre associazioni propongono, ma non trovano riscontro né ascolto.

La politica oggi sceglie, colpevolmente, di privilegiare alcuni interessi, e non altri!

Eʼ vero, come cittadini abbiamo la colpa di aver smesso di interessarci in prima persona della gestione della cosa pubblica, abbiamo abdicato al dovere di capire, di giudicare. Ci siamo affidati, convinti che la complessità del mondo moderno fosse al di fuori della nostra possibilità di comprensione e governo. Ci siamo spersi nella vastità della polis globale.

Ma non avremmo mai creduto possibile che al profitto ed ai mercati sarebbero stati sacrificati valori irrinunciabili come la dignità della vita umana, la centralità del lavoro, la sostenibilità sociale ed ambientale.

La disperazione degli imprenditori che si suicidano, dei giovani che non trovano un lavoro decente e non hanno un futuro, di donne ed uomini licenziati prima di poter maturare una pensione, la convinzione, sempre più evidente, che tasse e licenziamenti non potranno farci stare meglio, ma servono solo per favorire gli interessi di pochi ricchi, cinici, speculatori.

Tutto questo è inaccettabile.

Chi ci rappresenta e governa non è più in grado di rispondere ai più elementari principi dellʼetica politica. Ignora quei valori di giustizia e solidarietà che ci spingono a regalare il nostro tempo e le nostre energie alle aggregazioni della società civile.

Eʼ venuto allora il momento anche per il mondo delle associazioni e del volontariato di domandarsi se la scelta di mantenere le distanze dai partiti e dalla politica sia ancora corretta. Chiediamoci, senza pregiudizi, se la scelta sia compatibile con la distanza abissale che continua a crescere in maniera preoccupante fra cittadini e classe politica dirigente, fra le richieste sane di chi si dà da fare in prima persona per un mondo più umano, e chi, per egoismo e meschino interesse economico, quel legittimo desiderio di umanità nega a tutti noi.

Eʼ tempo di reagire. Le scelte politiche che ci impongono i mercati, e che la classe politica adotta acriticamente pur di mantenere i propri privilegi, sono tanto ingiuste quanto pericolose. Ci portano alla rovina. Ci stanno condannando ad una recessione profonda.

Cʼè un enorme bisogno di buon senso. Un enorme ed urgente bisogno di rimettere la persona umana, con il suo bisogno insopprimibile di socialità e solidarietà, al centro dei nostri pensieri.

Le energie sane che utilizziamo per custodire quei valori nel mondo delle nostre associazioni, possono essere una risposta vincente per ristabilire un equilibrio più umano nella nostra società.

Dobbiamo domandarci se la distanza mantenuta nei confronti della classe politica sia ancora una legittima difesa.. O un errore, una omissione, una colpevole mancanza di coraggio nel vedere come stiano realmente le cose.

Eʼ tempo di aprire bene gli occhi.

Gli eccessi della finanza hanno creato nei decenni passati, fra una bolla speculativa ed unʼaltra, una ricchezza di carta di proporzioni immani. Ricchezza di carta che ha perso ogni ragionevole contatto con la vera produzione di beni reali e di servizi utili ai cittadini. Si è concentrata nelle mani di pochi, ed in quei pochi ha concentrato un potere di condizionamento enorme, capace di asservire ai propri obiettivi le scelte della politica ma anche dellʼinformazione, della ricerca, della giustizia, delle autorità di controllo, delle istituzioni sopra nazionali.

Non è sostenibile, quella ricchezza di carta. Eʼ destinata a sgonfiarsi. Ma prima che ciò avvenga, il potere di pochi farà di tutto per non disperdere quel patrimonio. Eʼ disposto, cinicamente, a mandare in rovina intere popolazioni, a causare recessione e povertà.

Perché in quelle condizioni di disperazione di molti, potrà trasformare, a condizioni per se vantaggiose, la ricchezza di carta in beni reali, acquistando a prezzi di saldo aziende, case, terreni, immobili, patrimonio pubblico e privato messo in svendita per sopravvivere.

Così sta accadendo in Grecia – nel silenzio colpevole dellʼinformazione ufficiale. Così accadrà presto in Spagna, in Portogallo, nella nostra Italia. Se non corriamo ai ripari.

Abbiamo, tutti, la responsabilità di capire, di interrogarci, di darci risposte. Senza veli e senza pregiudizi. Abbiamo tutti noi, come singoli e come associazioni, il dovere, etico, politico, umano, di impegnarci in prima persona.

I partiti tradizionali hanno perso la forza di rigenerarsi, perché i privilegi che la classe dirigente si è ritagliata la rendono connivente con le scelte scellerate della finanza; invischiata con un mondo degli affari in maniera che la rende inadeguata – non interessata – a rispondere ai bisogni della cittadinanza.

Come società civile, allora, abbiamo il dovere civico di mobilitarci. Come mondo delle associazioni e del volontariato dobbiamo trovare il coraggio di compiere quel passo che solo pochi mesi fa sembrava impensabile: dobbiamo farci movimento politico, nuovo interprete dei bisogni che sono i bisogni primari, insopprimibili, irrinunciabili, stampati nella mente e nel cuore di ognuno di noi, cittadini volontari ed associati.

Già da mesi sono nate nel paese forme nuove di movimenti, liste elettorali, soggetti politici che interpretano questa esigenza di rispondere ai bisogni più elementari di giustizia e solidarietà ignorati dalla politica ufficiale.

Nelle ultime settimane queste realtà si cercano, si confrontano, sono in cammino per realizzare il desiderio comune di aggregarsi, per dare consistenza a quello che sembrava irrealizzabile solo poco tempo fa.

Una alternativa è possibile. Non cʼè il tempo per creare una nuovo soggetto politico. Ma sicuramente è possibile arrivare ad una lista elettorale comune, in grado di aggregare le migliori realtà e dare spazio alle migliori iniziative che la società civile sa esprimere.

Esiste il pericolo, reale, che vecchia politica e nuovi avventurieri cerchino di infiltrarsi, di strumentalizzare la buona fede e la buona volontà di tutti, cavalcando lʼantipolitica con intenti destabilizzanti e di deriva democratica. Ne siamo consapevoli, e terremo gli occhi aperti. Per questo motivo chi ha iniziato il cammino, ha deciso di porre alcuni paletti, a tutela e garanzia di tutti noi.

Sarà adottato allʼinterno del movimento il metodo decisionale basato sulla democrazia diretta e partecipata. Sarà esclusa la possibilità di alleanze elettorali con partiti tradizionali.

Saranno studiate modalità di controllo sullʼoperato dei candidati.

Il movimento Per Una Lista Civica Nazionale, insieme ad altre realtà similari, stanno organizzando un incontro nazionale per fine maggio, per dare inizio a questo cammino.

Qui cʼè il testo dellʼinvito:

http://www.perunalistacivicanazionale.it/groups/evento-nazionale-maggio-2012/docs/bozza-di-lettera-prodotta-durante-la-riunione-skype-del-28-mar-2012-per-invitareacopromuovere-levento-nazionale-di-maggio-2012

Aderisci allʼiniziativa: http://www.perunalistacivicanazionale.it/adesione-al-progetto/

Contattaci, e conferma che la tua associazione ha scelto di impegnarsi in prima persona, partecipando allʼincontro nazionale, sostenendo i futuri impegni del movimento, perché ne condivide gli intenti.

Scegliamo, noi tutti, di rendere possibile quel cambiamento di cui abbiamo un grande bisogno: dipende solo dalla nostra volontà. Ci meritiamo un mondo migliore, costruiamolo insieme!

La polis è nostra. Se la politica attuale non interpreta, non riconosce e non risponde ai nostri bisogni primari, dobbiamo avvertire nel momento del bisogno la responsabilità di ripensare il nostro rapporto con la politica, anche attraverso un nostro impegno diretto, come singoli e come associazioni.

Non è breve il cammino, né sarà privo di ostacoli e difficoltà. Ma dal mondo delle associazioni vogliamo prendere in prestito ed adottare un motto, che ci serva da stimolo ad andare avanti, con fiducia: “Fra il dire e il fare cʼè di mezzo… Il cominciare”.

Con coraggio, forza di volontà, fiducia in noi stessi, nel valore e nel potere della società civile, tutti insieme: cominciamo!

Guido Grossi

Aderente al progetto Per Una Lista Civica Nazionale
Coordinatore dellʼassemblea di Cittadinanzattiva di Spoleto
Membro dellʼAssociazione Articolo 53
Membro dellʼassociazione ARDeP
Membro della Croce Rossa Italiana, gruppo donatori sangue di Spoleto

Finanziamento dei partiti o finanziamento della politica e della partecipazione? (di Claudio Lombardi)

La lunga storia del finanziamento pubblico dei partiti politici si arricchisce di un nuovo avvincente capitolo e riattizza un dibattito che non si è mai fermato.

 I punti di riferimento. Nel 1974 nasce la prima legge (n. 195/1974) sul finanziamento dei partiti. Nel 1978 si tiene il primo referendum per abrogarla, ma non passa. Nel 1981 arriva la seconda legge (n. 659/1981) sul finanziamento che ne raddoppia l’importo. Nel 1993 il finanziamento dei partiti viene abrogato con un referendum promosso dai radicali che ottiene oltre il 90% di sì. Alla fine del 1993 viene approvata la terza legge (n. 515/1993) che trasforma il finanziamento in contributi per le spese elettorali. Un’altra legge (n. 2/1997) reintroduce il finanziamento pubblico ai partiti prevedendo un fondo rapportato al 4 per mille delle imposte sul reddito con adesione volontaria dei contribuenti (fallisce dato il basso numero di adesioni). Così la legge n. 157 del 3 giugno 1999 cambia il sistema e reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l’erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002 che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa passa da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Ma non finisce qui:la legge n. 51 del 23 febbraio 2006 stabilisce che l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Quest’ultima modifica che porta nelle casse dei partiti somme enormi perché si sovrappongono i ratei per le legislature finite prima della scadenza e per quelle nuove viene abrogata dalla legge n. 111/2011.

A questo punto è bene ricordare come si calcola il rimborso. 1 euro per ogni iscritto nelle liste elettorali della Camera dei Deputati da dividere in base ai voti ricevuti con un minimo dell’1%.

I fatti di cronaca si incaricano di smentire tanti discorsi retorici sul finanziamento della politica come condizione indispensabile per la democrazia non perché i principi cui ci si attacca non sono giusti, ma perché vengono usati strumentalmente da chi sa bene che sta facendo, nel migliore dei casi, l’interesse materiale della propria parte politica; nel peggiore dei casi l’interesse di approfittatori senza scrupoli e affaristi che speculano sulla democrazia per intascare soldi pubblici.

Lusi, che è pure, purtroppo, senatore della Repubblica, dichiara candidamente che ha sottratto per sue necessità 13 milioni ad un partito scomparso, la Margherita, non più presente in politica, ma ancora molto attivo nel percepire soldi pubblici che si accumulano sui conti di persone che non ne rispondono più a nessuno. In teoria se avessero semplicemente voluto spartirsi i soldi avrebbero potuto farlo confidando nell’assenza di controlli che assiste l’importante funzione “politica” di riscuotere falsi rimborsi per spese elettorali. Lusi si permette anche di rivendicare il valore del suo lavoro e si dichiara disposto a restituire 5 milioni, ma non vede alcun motivo per lasciare il seggio al Senato. Evidentemente gli deve sembrare naturale che un ladro sieda al vertice delle istituzioni. C’è da capirlo considerando la quantità di inquisiti per reati anche gravi che gli fanno compagnia nel Parlamento.

C’è poi un altro senatore, Conti del Pdl, vero genio degli affari visto che nello stesso giorno compra un palazzo a 26 milioni e lo rivende a 44 ad un ente che non sapeva dell’affare e strapaga qualcosa che poteva pagare 18 milioni di euro meno di quanto effettivamente paga. Ci vuole molto a capire di cosa si tratta? No ed è la conferma di che razza di gente è arrivata nelle istituzioni a seguito della legge elettorale vigente e dei partiti che hanno nominato i parlamentari di loro fiducia.

E, infine, c’è anche la Lega con l’accusa di truffa ai danni dello Stato e di appropriazione indebita perché, secondo i magistrati, i soldi del finanziamento pubblico (che nemmeno ci dovrebbe essere) sono stati presi e spesi per sé stessi da alcuni della famiglia Bossi o a loro molto vicini. In pratica hanno preso parte di quei soldi e li hanno rubati al partito.

Cosa si può dire su queste tristi vicende che affossano la politica e la democrazia?

Innanzitutto bisogna cambiare sistema e rimborsare ai partiti le spese effettivamente documentate per le campagne elettorali. Si possono poi introdurre altre forme di sostegno con vantaggi fiscali e servizi o prevedere rimborsi per spese di funzionamento minime e documentate. Un’altra parte di finanziamenti dovrà andare a progetti da realizzare insieme ai e per i cittadini. Potendo già contare sul finanziamento dei gruppi parlamentari e sui rimborsi di cui si è già detto i partiti devono impegnarsi in attività concrete e per queste possono chiedere il sostegno di fondi pubblici. Oltre questo non è possibile e ragionevole andare.

Infatti occorre affrontare il problema del finanziamento della politica sapendo che non può più coincidere col finanziamento dei partiti.

Perché mai il mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva devono arrancare elemosinando contributi da questo e da quello? No, non è più sopportabile che il mondo dei faccendieri e degli sfruttatori della politica inutili e dannosi perché sfruttano la politica per succhiare soldi allo Stato conti di più e arraffi risorse pubbliche mentre chi opera nella società non ha mezzi anche se si impegna in azioni concrete. Anche qui ci vuole una svolta.

Creiamo un fondo per la politica cui si accede proponendo progetti annuali e pluriennali monitorati da autorità pubbliche e mettiamo i partiti sullo stesso piano delle associazioni e dei comitati di cittadini attivi. Diamo ai comuni risorse per fornire ospitalità e servizi alle associazioni della società civile in locali pubblici consentendo loro la condizione di base – la disponibilità di una sede – per attivarsi. Sottoponiamo tutto ciò a controlli accurati, ma rendiamo credibile l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Bisogna rendersi conto che con questa norma è superata l’esclusività del partito politico come strumento per una partecipazione politica che persegua l’interesse generale.

Un sistema che porta a mostruosità come l’erogazione di decine di milioni di euro nelle mani di persone che amministrano patrimoni di formazioni politiche estinte deve essere cancellato ed vergognoso che sia stato creato e che sia rimasto in vigore per troppi anni. Sarebbe lecito aspettarsi dai responsabili di questo scempio della democrazia qualche parola di rammarico e l’impegno a voltare pagina da subito. Sarebbe anche un bel gesto restituire allo Stato i fondi rimasti inutilizzati e usare il potere che è servito per creare questo sistema abnorme per approvare norme nuove per il finanziamento della politica, ma stavolta della politica e non delle cricche di affaristi che si celano dietro sigle fantasma.

Claudio Lombardi

A che servono questi partiti? (di Salvatore Aprea)

A metà febbraio il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha inaugurato l’anno giudiziario della magistratura contabile con una relazione in cui uno dei punti più forti è stato: “Illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce”.


Dalla corruzione dell’attività sanitaria allo smaltimento dei rifiuti, dall’utilizzo “gravemente colposo” di prodotti finanziari alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica e alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture: ce n’è per tutti i gusti.
Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha stimato la corruzione in Italia in circa 60 miliardi di euro l’anno eppure nel 2011 sono state inflitte condanne solo per 75 milioni di euro. Se si considera che per la Commissione europea la corruzione costa annualmente all’economia dell’Unione 120 miliardi di euro – ovvero l’1% del Pil della Ue e poco meno del bilancio annuale dell’Unione europea – il giro economico della corruzione in Italia incide per il 50% sull’intera corruzione europea. Il dato risulta talmente stratosferico da apparire quasi poco credibile. Tuttavia la Corte dei Conti ricorda che “il nostro Paese nella classifica degli Stati percepiti più corrotti nel mondo stilata da Transparency International per il 2011 assume il non commendevole posto di 69 su 182 paesi presi in esame e nella Ue è posizionata avanti alla Grecia, Romania e Bulgaria”.
L’ennesimo allarme della Corte dei Conti ha avuto ampio spazio dai mezzi di comunicazione, ma è rapidamente scivolato via come tutte le notizie che non sono una sorpresa. In fondo a molti è sembrato nient’altro che il consueto allarme che ci accompagna tutti gli anni, a riprova del fatto che il fenomeno non solo non è stato debellato, ma neanche circoscritto. D’altronde la Prima Repubblica (in questo caso, mai maiuscole furono più indegne…) cadde vent’anni fa in maniera miserevole per le stesse cause o meglio, si creò l’illusione della caduta poiché a quattro lustri di distanza siamo dinnanzi al medesimo scenario. Chi avrebbe dovuto pilotare il Paese fuori dalle sabbie mobili, ossia le forze politiche nuove, nuovissime o “da usato sicuro” emerse dalle macerie morali ed economiche dell’epoca, è riuscito nell’improba impresa di far quasi rimpiangere chi l’ha preceduto.
Capitani di ventura

Le responsabilità delle forze politiche del nostro paese, ovviamente, non si riducono alla sola corruzione: capacità di programmazione assente, burocrazia ipertrofica, classe dirigente selezionata in base all’appartenenza e non alle competenze, incapacità di porre mano alla crisi della giustizia e rispetto della democrazia solo di facciata sono alcuni dei grani di un rosario che è inutile far scorrere per intero essendo ben noto a chiunque. In particolare, che i partiti italiani siano storicamente allergici alla democrazia interna, a parte le apparenze, è cosa nota a tutti. È storia vecchia, ad esempio, che nei partiti circolino da sempre falsi tesserati e spacciatori di pacchi di tessere per pilotare i Congressi. Sicché appare evidente che strutture dalla democrazia alquanto labile al loro interno facciano eufemisticamente fatica ad esserlo al loro esterno. D’altronde una delle funzioni principali delle formazioni politiche nostrane storicamente è stata perpetuare una delle attività primarie del regime fascista ovvero l’occupazione capillare di tutte le posizioni di potere per controllare il paese, al netto di una differenza: l’applicazione sistematica della logica spartitoria del manuale Cencelli, di cui il Fascismo ovviamente non aveva bisogno.
Una commedia degli anni ’40 interpretata dai fratelli De Filippo – il cui titolo, “A che servono questi quattrini?”, mi ha ispirato il titolo di questo articolo – mi sembra una perfetta metafora del comportamento dei partiti. Mentre nella commedia traspare il messaggio che per risultare ricchi non è necessario detenere il denaro, ma piuttosto simulare di averne, nei partiti non è necessario esercitare effettivamente la democrazia, ma solo simulare di farlo.


È allora il caso di porsi qualche domanda, a cominciare dalla seguente: è possibile riformare gli attuali partiti senza che il tutto si riduca ad un ipocrita maquillage? Ovvero è possibile evitare che tutto cambi in modo che tutto resti uguale, come spesso è gattopardescamente avvenuto nella storia di questo paese? Il lettore, a questo punto, mi perdonerà se manifesto esplicitamente tutto il mio scetticismo in proposito e, quindi, sorge consequenziale un’altra domanda che, me ne rendo conto, suona provocatoria, ma che ritengo ineludibile: ai fini della realizzazione di una democrazia compiuta, se i partiti politici da decenni accumulano un fallimento dietro l’altro sono realmente così indispensabili? In termini più espliciti, i partiti nati per tutelare la democrazia non si sono trasformati in uno dei principali ostacoli alla sua effettiva attuazione pur di garantirsi l’autoconservazione?
Lungi da me l’idea di proporre sommariamente una forma di democrazia diretta dei cittadini, poiché la ritengo difficilmente realizzabile, tuttavia l’ampliamento del controllo degli eletti da parte degli elettori e il superamento della delega in bianco agli eletti “qualunque cosa accada” stanno diventando necessità sempre più pressanti. La libertà di mandato, garantita giustamente dalla Costituzione per tutelare i rappresentanti dei cittadini dopo vent’anni di dittatura, è utilizzata sempre più strumentalmente per assicurare agli eletti l’irresponsabilità ed è diventata la base del trasformismo. D’altro canto lo stravolgimento della funzione dei partiti – figli o nipoti delle visioni ideologiche del ‘900 – negli ultimi vent’anni è sotto gli occhi di tutti. Nella Prima Repubblica, in caso di crisi interna un partito rimaneva immutato come un monolite e il segretario e la nomenklatura a lui legata cadevano in disgrazia, mentre oggi in caso di crisi spesso sono il leader e i suoi fedelissimi a rimanere in sella ed invece è il partito a mutare il nome e il simbolo. Non più legati ad alcuna ideologia, al di là di quella propagandata alle masse, né ad alcun progetto politico a lunga scadenza, il leader e la nomenklatura sembrano sempre più somigliare alle truppe mercenarie del XV secolo al soldo di questo o quel principe, a condottieri come Giovanni dalle Bande Nere o Bartolomeo Colleoni seguiti dalle proprie compagnie di ventura.
Certo, la ricerca dell’immunità genetica dalla disonestà e dalle prevaricazioni del potere non sono soltanto un problema italiano. Il caso del presidente tedesco Wulff, dimessosi perché sospettato di avere effettuato un’operazione immobiliare “poco trasparente”, e in precedenza il caso di Chirac, di ministri inglesi e di schiere di politici e amministratori pubblici americani o del Sol Levante sono ben noti. La differenza fondamentale, però, scatta nel comportamento di fronte al sospetto, che per un servitore dello Stato è incompatibile con l’esercizio delle sue funzioni. Nelle società civili, infatti, i rappresentanti dello Stato accettano di pagare il prezzo dello scandalo e si dimettono. Nella società civilmente sottosviluppate, invece gridano alla “persecuzione politica” e sguinzagliano difensori e giullari, utilizzando il partito come un esercito a protezione del proprio potere.

Un laboratorio in miniatura

Non ho la pretesa di sottoporre soluzioni preconfezionate, il mio scopo è diverso: stimolare un pubblico dibattito che avvii una sorta di “laboratorio politico” (non partitico!) in miniatura per contribuire a esplorare nuove strade. In “Democrazia: cosa può fare uno scrittore?” scrive Antonio Pascale “…..si potrebbe sperare nell’affermazione di una sorta di “nuovo intellettuale”, chiamato intellettuale di servizio, capace di far propria, o di riflettere sulla frase di Goffredo Parise: <>. Se questa frase contiene una qualche verità, e la contiene, allora è necessario impegnarsi affinché il discorso pubblico vada di pari passo con la pedagogia. Significa che in un mondo di incubi bisogna portare la necessaria dose di analisi”. Il mio principale auspicio, in particolare, è che non si resti avviluppati nel pernicioso stato d’animo del “tanto nulla può essere cambiato”. Se Davide avesse avuto questo convincimento, dubito fortemente che si sarebbe mai cimentato con Golia….
È sempre arduo percorrere strade inesplorate, ma è inevitabile se miriamo a vivere in una democrazia compiuta e non in un suo simulacro. Mi sembrano quasi un’emblematica postilla i versi di un poesia di Robert Frost, “La via che non presi”:

Due strade divergevano nel giallo bosco.

Mi dispiacque non poterle prendere entrambe,

ero un solo viaggiatore.

A lungo stetti a guardarne una

fin dove giungeva lo sguardo,

là, dove piegava nel sottobosco.

Poi, seguii l’altra.

Tenni la prima ancora per un giorno,

sapendo come ogni strada conduca a un’altra strada.

Dubito che mai tornerò indietro.

Forse lo dirò con un sospiro, chissà dove,

fra anni ed anni, chissà quando:

“Due strade divergevano nel bosco ed io…

io scelsi la meno frequentata.”

E proprio in questo e’ la differenza.

Salvatore Aprea da www.lib21.org

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