La Tav e la grande scoperta del débat public (di Claudio Lombardi)

Ci volevano anni di tensioni e scontri sulla Tav in Piemonte per scoprire che il coinvolgimento delle comunità locali interessate dai lavori per realizzare opere pubbliche è un elemento essenziale. Così si è “scoperto” il metodo francese del débat public e il governo ha annunciato di voler introdurre qualcosa di analogo anche in Italia.

In realtà qualcosa di simile già esiste in una legge della Regione Toscana, la n. 69/2007, che ricalca il modello della legge francese.

Intendiamoci, niente di miracoloso perché l’efficacia di ogni legge dipende dalla sua attuazione e dai comportamenti dei diversi attori dei processi partecipativi, ma la strada è quella giusta. Sarà per questo che sul versante francese non ci sono state le proteste che ci sono da noi per la Tav? Soltanto per questo magari no, ma anche per questo sì.

In Francia il débat public è previsto da una legge del 1995 (modificata nel 2002). Oltre ad introdurre il principio della partecipazione è stata creata un’istituzione, la Commission nationale du débat public (Cndp, trasformata nel 2002 in una vera e propria autorità amministrativa indipendente), con il compito di presiedere alle modalità organizzative e al regolare svolgimento del dibattito pubblico.

Una legge che ha risposto alla domanda sociale di partecipazione che si è diffusa in Francia come negli altri paesi europei negli ultimi venti anni.

Una domanda che non si è indirizzata solo alle organizzazioni tradizionalmente deputate alla mediazione fra istanze sociali e istituzioni – partiti e sindacati – ma ha cercato e trovato vie autonome di svolgimento sia sotto il profilo soggettivo con la nascita e il ruolo crescente di movimenti organizzati, comitati e associazioni, sia sotto quello oggettivo mettendo al centro il rapporto diretto fra istituzioni e cittadini.

È un fatto che i cittadini non accettano più di vedersi imporre dai poteri pubblici decisioni suscettibili di incidere sul loro ambiente o stile di vita, né sono disposti ad affidarsi solo al meccanismo della delega: vogliono sapere e prendere parte alle decisioni che li toccano più direttamente.

Anche per questo la nozione di interesse generale che, in passato, si accettava fosse definito dallo Stato, deve conciliarsi con diversi tipi di interessi generali che esistono e vanno combinati tra loro.

Proprio questa è la ragione per cui serve un dibattito pubblico nel quale raccogliere e far esprimere i diversi punti di vista mettendoli a base di una decisione che non estromette gli organismi istituzionalmente responsabili, ma richiama la loro attenzione (e la loro responsabilità) su elementi essenziali per la decisione che non rimangono nascosti o relegati alla protesta di piazza,  ma vengono portati alla luce e razionalizzati all’interno di una procedura che mette tutti i pareri allo stesso livello.

In Francia la Commission nationale du débat public ha il compito di vigilare sul rispetto del principio di partecipazione pubblica al processo di elaborazione dei progetti infrastrutturali d’interesse nazionale dello Stato, delle comunità territoriali, degli enti pubblici e dei privati, qualora abbiano una forte valenza sociale ed economica, o un significativo impatto sull’ambiente o sull’assetto del territorio.

In pratica, la Cndp che è un’autorità amministrativa indipendente è chiamata ad agire da terzo garante tra il committente dell’opera e i cittadini per ogni categoria di opera pubblica. Automaticamente ove il costo dell’opera superi determinate soglie oppure su richiesta del committente, di dieci parlamentari, di una comunità locale interessata o di un’associazione di tutela ambientale riconosciuta a livello nazionale.

Quando è chiamata a intervenire, la Cndp deve valutare se il progetto che le viene sottoposto richieda o meno la convocazione di un dibattito pubblico ovvero se anche un progetto già in fase avanzata può giustificare un dibattito pubblico quando la popolazione interessata non è stata sufficientemente consultata.

Gli obiettivi del dibattito pubblico, che si rivolge a tutti i cittadini senza mediazioni, sono essenzialmente di: informare; consentire la raccolta di osservazioni, critiche e suggerimenti; fornire elementi alla decisione finale sull’esecuzione dell’opera.

Non è, quindi, il dibattito pubblico la sede nella quale si assume una decisione (che resta attribuita alle istituzioni competenti), ma è la modalità con la quale la decisione viene legittimata e resa trasparente per tutti perché tutti hanno potuto avere le informazioni ed esprimere il proprio punto di vista. È ovvio, inoltre, che l’istituzione che prende la decisione finale lo fa assumendosi le proprie responsabilità di fronte a cittadini informati e resi competenti dal processo partecipativo.

Va notata la profonda differenza tra dibattito pubblico e sondaggi e referendum. I sondaggi non costituiscono partecipazione. I referendum consistono in un voto nel quale si decide o si dà un’indicazione univoca. Tuttavia senza dibattito pubblico viene a mancare quella fase di conoscenza e approfondimento che è alla base di qualunque ulteriore sviluppo. Anche i tempi sono importanti perché un processo partecipativo ha tempi decisamente più lunghi di un referendum e non richiede di schierarsi per un sì o per un no, ma consente un libero sviluppo delle opinioni che possono formarsi e cambiare in base al confronto stesso e dove contano la qualità degli argomenti espressi. Il dibattito pubblico indirizza verso una fase di ascolto e di dialogo e, quindi, non implica la conquista dei voti.

A questo punto bisogna domandarsi perché questo bell’esempio non sia stato raccolto in Italia (se non dalla regione Toscana). La risposta non è facile ed è fatta di vari “pezzi” che, messi insieme, costituiscono la modalità con la quale si affrontano le decisioni pubbliche nel nostro Paese.

Un primo pezzo è sicuramente l’egoismo di quanti siedono nelle istituzioni e le gestiscono e non vogliono privarsi del potere di decidere e di concedere, ma anche del potere di contrattare con entità organizzate e di mediare senza incorrere nelle difficoltà di un dibattito pubblico, aperto e trasparente.

Un secondo pezzo è l’inerzia degli apparati che difendono l’opacità delle loro procedure che tengono lontani i cittadini.

Un altro ancora è l’attitudine dei cittadini a non impegnarsi nella ricerca della via migliore limitandosi ad oscillare tra la supina acquiescenza nei confronti di chi dispone del potere e la ribellione che si accende quando si modifica l’assetto esistente.

L’obiettivo di costruire modalità nuove di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche e nelle decisioni pubbliche ha carattere strategico perché può far guadagnare significativi vantaggi al sistema-Paese. Per questo dovrebbe essere al centro dell’interesse delle istituzioni e di qualunque entità organizzata finalizzata ad intervenire nelle scelte politiche. Non solo i partiti quindi, ma anche il vasto mondo dell’associazionismo e dei movimenti che, spesso, oscillano tra cura del proprio spazio vitale e contrapposizione che disconosce sedi e strumenti della democrazia rappresentativa.

Claudio Lombardi

La TAV e il male oscuro dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“ ‘Ave ragione ‘o cane”. È questa la sentenza che pronuncia Antonio Barracano nella commedia di Eduardo De Filippo “Il sindaco del Rione Sanità”. Il cane, per difendere il pollaio, ha azzannato la moglie di Antonio provocandole una brutta ferita e i figli della donna vogliono punire immediatamente il cane responsabile di un’aggressione inammissibile in quella casa, la casa del Sindaco del Rione Sanità. Antonio Barracano da decenni si è attribuito il ruolo di giudice implacabile per dirimere le mille controversie che nascono fra gli abitanti del Rione e anche in questa occasione vuole fare giustizia. E assolve il cane.

Egli si fregia di una severità assoluta nel giudicare che applica anche a sé stesso e per questo gode della fiducia degli abitanti del Rione. Ma, attenzione, Barracano ascolta tutti, a lungo, non decide mai senza aver capito bene di cosa si tratta, poi cerca di convincere e solo alla fine decide e sentenzia. Il Sindaco del Rione Sanità è una metafora dell’agire secondo giustizia ed equità con un rigore di cui dà l’esempio in prima persona. In effetti, Eduardo attribuisce ad Antonio Barracano quella virtù che tutti vorrebbero veder praticata nella vita pubblica: la giustizia severa, ma giusta che non guarda in faccia a nessuno anche a costo di danneggiare proprio chi giudica.

Una lunga premessa per affrontare il difficile tema TAV. Quanti di noi vorrebbero che tutti gli affari pubblici fossero permeati da un profondo senso di giustizia? E che quelli che gestiscono per conto della collettività il potere di decidere applicassero a loro stessi la severità che mettono nell’applicare ai cittadini le loro decisioni? E quanti vorrebbero che le decisioni pubbliche fossero “perfette” e incontrovertibili? Tanti sicuramente, ma, purtroppo, la “quadratura del cerchio” non esiste. Ciò che realisticamente si può fare è mettere a base delle decisioni pubbliche procedure trasparenti e affidabili e ricercare da subito la partecipazione e il coinvolgimento  dei cittadini non solo dando l’impressione di voler perseguire soluzioni giuste, ma dimostrando che lo sono effettivamente o che, perlomeno, lo sono secondo gli strumenti di giudizio di cui si dispone.

Probabilmente è ciò è mancato nella vicenda TAV o è arrivato in ritardo.

Tempi e fiducia sono essenziali, ma sono mancati entrambi.

Che sia mancata la fiducia è evidente ed è solo la conferma che in Italia ogni gruppo locale rifiuta qualunque opera che possa modificare l’assetto esistente perché, appunto, non si fida di chi decide e di chi applica le decisioni e non si fida che ci sia giustizia nella distribuzione degli oneri fra le diverse comunità locali.

Perché devo accettare un rigassificatore nel mio territorio? Che se lo prendessero gli altri. Perché la strada deve passare da qui? Fatela più in là che, magari, nemmeno protestano. Perché volete fare una ferrovia? Non vi basta quella che c’è? Sicuramente la fate per i vostri intrallazzi e, quindi, fermatevi perché oggi non ci serve e da qui non passate. E così via.

I dati forniti dalla stampa e rintracciabili sulle fonti disponibili evidenziano che le comunità locali contrarie alla TAV sono solo una parte degli abitanti della Val di Susa, ma probabilmente sono proprio quelli toccati direttamente dai cantieri che saranno aperti.

Altri dati indicano che quei 13 km di tunnel in territorio italiano avrebbero la funzione di rinnovare una ferrovia esistente poco utilizzata perché limitata dal tracciato e dalla pendenza. Altri dati ancora quantificano in oltre 4000 al giorno il numero di veicoli pesanti (Tir) che transitano in quella zona da e verso la Francia. La costruzione di una ferrovia più efficiente farebbe sperare in una riduzione di tale numero.

Infine la TAV si pone come parte di un collegamento est-ovest che fa parte di accordi con altri stati e con l’Unione Europea e di una strategia per rinnovare le reti di comunicazione del continente.

I No-TAV contestano tali dati e dichiarano la loro opposizione irriducibile giungendo a gesti estremi e con azioni di guerriglia urbana sostenute da gruppi estremisti in tutto il territorio nazionale. Sorge spontanea la domanda: ma, in definitiva, non si tratta di costruire una semplice ferrovia? Anzi, un tunnel lungo 13 km. È chiaro che un’opera così non si giudica sulla convenienza nei prossimi 5 anni perché è destinata a durare per molte generazioni e rappresenta un investimento per il futuro come fu già nel passato (pensiamo al traforo del Frejus lungo 13,6 km deciso nel 1857 e aperto nel 1871: quanto traffico poteva esserci in quell’epoca?). E allora perché tanto accanimento?

È interessante notare che le proteste che ci sono state in Italia non ci sono state sul versante francese. Perché? Probabilmente in Francia lo Stato gode di una maggiore fiducia che da noi; una fiducia che riposa su elementi precisi. In particolare sulle procedure di consultazione delle popolazioni interessate da opere pubbliche e su regole di svolgimento di tali opere (Démarche Grand Chantier) che si preoccupano di portare benefici concreti alle popolazioni locali in termini di sviluppo e di occupazione.

Ci deve preoccupare molto che la violenza che si è espressa nelle manifestazioni non sia stata rifiutata dagli abitanti di quei comuni che hanno deciso di opporsi radicalmente alla TAV. E ci deve preoccupare anche che non sia stato seguito il metodo francese sia nel coinvolgimento fin dall’inizio delle popolazioni, sia nel far ricadere sulle collettività locali non solo i disagi, ma anche i benefici di una grande opera. Tutto sembra imposto dall’esterno e la comunità locale si chiude e si ribella.

Apparire come e poter dimostrare di essere veramente “coloro che fanno le cose giuste” e applicano anche a sé stessi il rigore che chiedono agli altri è essenziale per chiunque rivesta funzioni pubbliche.

È ciò che è mancato nella vicenda TAV fin dall’inizio. Ecco l’importanza dei tempi e della chiarezza nelle azioni pubbliche. Purtroppo ciò che è mancato all’inizio è anche ciò che manca alla classe dirigente italiana da ormai troppi anni. Incapace di fare le cose giuste al momento giusto e troppe volte sorpresa a curare il proprio interesse particolare e non quello generale anche a costo di danneggiare o di saccheggiare le risorse pubbliche. Perché poi i cittadini dovrebbero fidarsi quando li si chiama a sopportare un disagio? La diseducazione a fare il bene del proprio Paese è una responsabilità enorme che pesa su chi ha diretto l’Italia negli ultimi decenni ed è il male oscuro che in alcuni casi genera la rivolta, ma molto più spesso porta al rifiuto duro e ostile. Che fare contro questo male oscuro? Una rivoluzione civica che riporti i cittadini al centro dello Stato, che cambi la classe dirigente, che diffonda la cultura dei beni comuni e del civismo. Ci vorrà molto tempo, ma questo è l’investimento più serio per noi e per il futuro.

Claudio Lombardi

Uscire dalla crisi con un nuovo governo e nuovi cittadini (di Claudio Lombardi)

Di epitaffi per il peggior governo dell’Italia repubblicana (peggiore per chi lo ha guidato, per i suoi esponenti, per la sua politica, per come ha gestito un potere quasi assoluto) se ne scriveranno tanti. Senza ricorrere a toni urlati e alla retorica si può dire che l’era Berlusconi lascia in eredità agli italiani un Paese che ha ampliato i suoi squilibri sociali e ha sprecato capitale umano; che ha vissuto le liberalizzazioni solo come l’arbitrio dei potenti e degli affaristi; che non ha costruito un sistema di welfare capace di sostenere la parte più sana degli italiani, quelli che vogliono lavorare qualunque sia la loro età; che, in particolare per i giovani, ha lasciato che si affermasse un sistema arrogante e intimidatorio nel mondo del lavoro mortificando le capacità e annullando le competenze conquistate in anni di studio; che ha lasciato distruggere il territorio sia dalla speculazione edilizia che dall’incuria facendo pagare un prezzo impressionante a milioni di italiani; che ha piegato lo Stato ad interessi di parte lasciando che dilagassero corruzione e incompetenza che si sono imposte agli onesti e ai capaci.

Molto altro si potrebbe aggiungere, ma non serve perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le due notizie che occupano le prime pagine in questi giorni bastano a certificare un fallimento della classe dirigente e del sistema Italia così come è stato forgiato nel corso degli anni.

Il tracollo dell’Italia nei mercati finanziari risponde ad una paurosa mancanza di credibilità della sua classe di governo. Il disastro di Genova e delle alluvioni che l’hanno preceduto certifica che l’Italia è priva di classi dirigenti capaci di governare e che i cittadini non sono in grado di farsi ascoltare e non sono i soggetti centrali dello Stato. Se non fosse così la prevenzione sarebbe stata fatta anche a costo di togliere soldi ad opere di facciata o a grandi eventi di dubbia utilità. Se ciò non è accaduto e si è lasciata degenerare la situazione del territorio le responsabilità sono molto ampie e non limitate ad un sindaco, ad un presidente di regione e nemmeno ad un ministro del tesoro. Ci sarebbe da chiedere a caratteri cubitali, oggi come in tutte le altre occasioni di disastri naturali cui ci si poteva preparare meglio, DOVE ERAVATE TUTTI ? la domanda, purtroppo, va rivolta anche ai cittadini e alle loro espressioni organizzate troppo spesso emarginate dalle decisioni politiche, ma anche poco attente e poco attenti a sentirsi parte dello Stato e investiti di una responsabilità politica “naturale”. Migliaia di occhi hanno visto e migliaia di menti hanno compreso, ma il messaggio non è arrivato a chi ha il potere di decidere e di agire. Ricordiamocene per l’avvenire.

Ora che anche il Presidente della Repubblica ha parlato con una chiarezza inequivocabile (dimissioni certe di Berlusconi e poi o governo che riscuote la fiducia o nuove elezioni) occorre tentare di dare il proprio contributo alla definizione di un programma minimo per fronteggiare l’emergenza. Facciamo, però, chiarezza perché di provvedimenti di emergenza ne abbiamo conosciuti molti nel corso degli anni e la situazione del Paese non è cambiata, anzi, si è aggravato il dramma italiano di uno spreco di risorse gettate nel calderone del malgoverno o del governo senza strategie che ha assunto dimensioni colossali.

Quindi, per favore, non veniteci a parlare di emergenza senza convincerci che: 1) voi avete le idee chiare; 2) voi avete la statura morale per guidare noi; 3) voi sapete cosa state costruendo e lo volete fare insieme a noi. Perché, altrimenti, subiremo la vostra emergenza e continueremo a disinteressarci della cosa pubblica e voi avrete il peso di una società intera che se non rema contro quanto meno non vi aiuta.

Il noi e il voi è diventata una chiave per inaugurare un nuovo modo di parlarsi fra cittadini e persone che dedicandosi alla politica chiedono il consenso per dirigere le istituzioni. Bisogna convincerci tutti che farla finita con il berlusconismo significa uscire fuori da un modo oligarchico e autoreferenziale di gestire la funzione politica. Quando i cittadini stanno a guardare con disgusto o con rabbia a manovre politiche che non comprendono allora è arrivato il momento di cambiare strada.

Questa crisi dell’Italia e di questa specie di governo che è ancora in carica ci devono far riflettere oltre i numeri che la sanciscono, altrimenti metteremo al centro di tutto i numeri e dimenticheremo le persone che li fanno i numeri. Vediamo, quindi, se si può provare ad abbozzare un punto di vista civico ossia del cittadino senza ulteriori specificazioni. Vediamo se possiamo decidere qualcosa anche noi e non solo limitarci a seguire passo passo il programma imposto dall’Europa.

Qual’ è il problema principale dell’Italia? Il debito pubblico che strozza la capacità di spesa dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Quindi occorre fermare la crescita del debito e puntare a ridurlo. Per questo bisogna che lo Stato incassi di più col prelievo fiscale e spenda meno e meglio il denaro pubblico.

Uno schemino semplice eppure qui sta il dramma italiano perché da decenni gli interessi di parte impediscono che si imbocchi la via di un risanamento. D’altra parte sono gli stessi interessi che hanno creato questa situazione, e allora come stupirsi?

Non si può qui delineare un programma di governo, ma provare a capire da dove si può cominciare sì.

Si imponga una patrimoniale ordinaria che effettui un prelievo sulla ricchezza che si è formata in questi anni di redistribuzione del reddito a danno dei ceti medi e bassi e a vantaggio degli evasori fiscali. Per non colpire due volte chi ha già pagato si può stabilire un limite oltre il quale la tassa possa incidere e la possibilità di detrarre l’importo delle imposte sul reddito già pagate. Lo chiede persino la Confindustria e allora perché finora il governo non l’ha presa in considerazione divagando su misure programmatiche con effetti vaghi e non immediati (licenziamenti facili per esempio)?

La spesa va ridotta certo, ma riqualificandola perché sia un volano per la crescita e non solo una scure che taglia alla cieca. Per esempio le pensioni. Si passi subito al contributivo per tutti così chi vuole va in pensione con quello che ha maturato sulla base dei contributi versati. Ma questo non può essere un espediente per mettere alla fame milioni di persone. Quindi non si può proporre questo per tagliare le pensioni da adesso in poi. Inoltre, se risparmi ci saranno dovranno alimentare un welfare riformato che aiuti chi vuole lavorare e i giovani innanzitutto.

A proposito di riqualificazione della spesa ricordiamoci delle 19 Maserati da 100mila euro l’una comprate in queste settimane dal ministero della difesa. Ecco un esempio di cosa può succedere quando manca la direzione politica o si lascia briglia sciolta ad una burocrazia folle che guarda solo il suo ombelico. Quanti altri casi di follia amministrativa ci sono in tutti i settori nei quali si ha il potere di spendere il denaro pubblico?

Per ripartire ci vuole una nuova classe dirigente cominciando con un nuovo governo. E ci vuole una cultura civica che rimetta al centro il cittadino con i suoi diritti e le sue responsabilità. Il ventennio berlusconiano non nasce dallo spazio, ma da qui. Guardiamoci in faccia e decidiamo se possiamo continuare così noi italiani e comprendiamo che la risposta non ce la daranno i partiti. Stavolta dobbiamo darla anche noi.

Claudio Lombardi

Iniziamo a rimettere le cose a posto (di Claudio Lombardi)

Mettiamo da parte la crisi finanziaria internazionale. Spesso viene presentata come un evento naturale contro il quale non c’è nulla da fare se non inondare di denaro i mercati stando ben attenti a metterlo nelle mani di quegli stessi operatori che lo dovrebbero utilizzare per sostenere le economie e che, invece, spesso, lo usano per giocare alla speculazione. Si chiamano mercati, ma sembra che il coltello dalla parte del manico stia sempre nelle stesse mani. Se ci si vuole orientare si può partire dall’articolo di Guido Rossi pubblicato sul Sole 24ore del 14 agosto e ripreso anche da civicolab (http://www.civicolab.it/?p=1400) .

Lo stesso espediente retorico viene utilizzato anche per affermare la necessità di ridurre la spesa pubblica e quella sociale in particolare come se fossero un peso intollerabile e ingiustificato. È incontestabile che alcuni meccanismi devono essere cambiati e che una bella pulizia deve essere fatta in settori cruciali come la sanità (dove, guarda caso, la politica ha da sempre il bastone del comando in mano).

Altri tipi di spesa, ovviamente, sono stati tenuti ben in ombra fino a che si è riusciti a farlo. Si tratta dei costi della politica da suddividersi fra costi diretti ovvero i guadagni di chi vive di politica e costi indiretti cioè le risorse pubbliche il cui utilizzo dipende dall’esercizio dei poteri che la politica conferisce. Diciamo subito che i costi diretti non sono mai stati messi in discussione e che i politici adesso si mostrano disponibili a ridurli, ma solo perché è diventata intollerabile la sproporzione fra i privilegi e i sacrifici richiesti ai cittadini. Ben diverso sarebbe il giudizio se costoro (alcuni, in verità sono stati più disponibili da anni,  ma sono pochi e non sono stati decisivi in nulla) avessero anticipato l’indignazione popolare. Ciò non è accaduto ed è legittimo affermare la propria sfiducia nei loro confronti. Dovrebbero essere i migliori e, invece, troppe volte si sono rivelati esempi indecenti di affarismo e di egoismo.

Detto ciò qualche tagli ci sarà, di facciata o stanziale, ma ci sarà. E non sarà risolutivo di niente se non sarà accompagnato dal taglio dei costi indiretti cioè dei poteri che consentono di manovrare quasi senza controlli enormi risorse pubbliche.

Che fare? Se non nelle mani dei “rappresentanti del popolo” nelle mani di chi stanno più al sicuro le risorse pubbliche? Nelle mani dei mercati? Quali mercati: quelli nei quali spadroneggiano pirati e affaristi senza scrupoli sempre collusi con i politici e con gli apparati pubblici e che nessuno (tranne, a volte, la magistratura) riesce a controllare? No grazie.

Fra le spese mai citate come bisognose di tagli ci sono anche quelle militari. Non sarebbe ora di metterle in discussione? Non per pacifismo ideologico, ma per semplice buon senso e per capire di cosa il Paese ha veramente bisogno. Non a caso la contro finanziaria di Sbilanciamoci (sigla che raccoglie oltre 50 associazioni) insieme alla proposta (ora da tutti accettata) di unificare la tassazione sulle rendite finanziarie ha sempre proposto la riduzione delle spese militari. Speriamo non si aspetti un’altra grande crisi prima di metterci mano.

Vedremo come finirà la manovra. Ma la questione del potere rimarrà centrale: chi comanda e come lo fa.

Se non si mette mano a questi meccanismi inutile pensare a risolvere i mali dell’Italia: egoismo sociale, individualismo, mancanza di senso dello Stato, illegalità sistematica ecc ecc.

Nell’immediato servono soldi e dove si prenderanno e come già indicherà la possibilità di un cambiamento o la prosecuzione dell’arte di arrangiarsi ognuno per sé mandando in malora tutto il resto.

La cosa più logica, se servono soldi, sarebbe prenderli a chi non ha mai pagato o pagato troppo poco. Perché tante timidezze nell’adottare misure adeguate all’emergenza? Tutti sappiamo che negli ultimi 10 anni tanti si sono arricchiti grazie agli imbrogli sull’euro (1 euro=mille lire) e a governi che hanno aiutato l’evasione fiscale. Allora perché i politici sono rapidi quando si tratta di prendere soldi ai contribuenti che pagano e trovano mille scuse quando si tratta di pensare e decidere misure di prelievo sui patrimoni e sull’evasione?

Purtroppo la risposta è semplice e ovvia: non vogliono toccare i loro sostenitori e quelli che sentono a loro più vicini (anche fisicamente, barche e salotti inclusi).

Troppe mistificazioni pseudo ideologiche hanno determinato reazioni automatiche, bisognerebbe che nascesse un movimento di protesta in grado di smascherarle e di mettere la trasparenza al primo posto. Basta con i segreti quando si tratta di politica e di istituzioni pubbliche. Informare l’opinione pubblica e diffondere modelli culturali ed etici radicalmente diversi da quelli che hanno dominato fin qui.

Forse questo è un compito che il popolo del web può svolgere benissimo non rimanendo sospeso nelle rete, ma collegandosi con le organizzazioni della società civile e con le organizzazioni di base dei partiti.

Tutti insieme possiamo iniziare a rimettere le cose a posto

Claudio Lombardi

Il problema siamo noi (di Claudio Lombardi)

Dunque i problemi non erano risolti, la solidita’ dell’Italia non era quella sbandierata dal Governo, i conti dello Stato non mettevano al sicuro i portafogli degli italiani nei quali gia’ poche settimane fa si era deciso di mettere le mani e che adesso ci si prepara ad alleggerire in maniera decisa.
Ripensare adesso alle rassicuranti dichiarazioni degli anni passati quando si affermava con sicumera che la crisi non ci riguardava e che era, addirittura, un problema psicologico fa rabbia e dovrebbe portare ad una immediata ribellione nei confronti di chi ci ha preso in giro. Se cio’ non accade non e’ strano tanto e’ vero che, senza alcun pudore, si riparla ora di sacrifici dolorosi, ma necessari esattamente come se ne parlava in tutte le crisi precedenti. Il problema non e’, infatti, che il Governo ancora in carica ci ha presi in giro perche’ questo e’ cio’ che e’ accaduto molte altre volte nella nostra storia con l’eccezione di quei pochi momenti nei quali la politica e i governi si sono messi alla testa della nazione producendo risultati straordinari.
Il problema e’ che gli italiani si sono sottomessi a gruppi politici che sempre piu’ somigliano e si manifestano come associazioni a delinquere o di affaristi, parassiti, imbroglioni, sfruttatori e sabotatori delle risorse pubbliche.
Esagerazione? Non sembra proprio viste le continue inchieste della magistratura che coinvolgono esponenti politici di primo piano come e’ accaduto nei giorni scorsi con le cosiddette P3 e P4 e con i casi Papa e Milanese e, da ultimo, Tedesco. Sono tutti cosi ? No ovviamente, ce ne sono tanti che fanno del loro meglio, ma non prevalgono sugli altri. E poi: quanti mettono le istituzioni e i cittadini al primo posto e il partito all’ultimo?
Pensate un po’, tutto quello che si sa oggi lo si deve ai magistrati; proprio a quella magistratura che Berlusconi, pluriimputato di svariati reati comuni, vorrebbe mettere a tacere e privare di essenziali strumenti di indagine. Come si fa a negare che gente di malaffare si e’ impadronita di una parte della politica e delle istituzioni e lotta contro i poteri dello Stato che devono far rispettare la legalita’?
Non si puo’ perche’ questa e’ l’evidenza dei fatti.
E questo viene prima della crisi mondiale perche’ non c’e’ sacrificio bastevole a rimediare gli effetti di una politica al comando che agisce come un aggregato di bande criminali. Parole forti? Si’ certo, ma come definire in altro modo cio’ che da molti anni accade in Italia?
Si parla tanto e giustamente di costi della politica in un momento in cui stanno decidendo che noi cittadini pagheremo il conto della loro incapacita’, dei loro errori, del loro affarismo. Ma i costi della politica non sono solo quelli riportati sui giornali. I costi piu’ pesanti sono quelli di dover mantenere un sistema di potere che assorbe risorse e non funziona. Chi viaggia in Europa torna sempre con la sensazione che gli altri stanno comunque piu’ avanti perche’ li’ i servizi funzionano, le regole sono rispettate e lo spazio pubblico tutelato. Sembra che lo Stato ci sia e faccia la sua parte. Da noi no, la sensazione e’ che nulla sia affidabile e tutto incerto.
Ecco i veri costi della politica, di una politica che non e’ nemmeno piu’ tale, perche’ ci sarebbe bisogno di tanta politica, diffusa, partecipata e condivisa. E ci sarebbe bisogno di partiti in grado di guidare la societa’ civile non perche’ le stanno sopra, ma perche’ ne sono espressione. E ci sarebbe bisogno di una societa’ civile che faccia politica cioe’ si occupi dell’interesse generale e non pensi solo ai propri problemi particolari.
In definitiva una politica come quella che comanda in Italia costera’ sempre troppo perche’ non svolge il suo compito.
In questi giorni sapremo quanto ci costera’ l’incapacita’ della nostra classe dirigente e ascolteremo le solite litanie di politici ed esperti che ci spiegheranno come siano necessari i duri sacrifici di fronte all’emergenza. Ovviamente si guarderano bene dallo spiegare come mai le condizioni dell’Italia rendano piu’ pesanti questi sacrifici e di quale sia la loro responsabilita’. Saremo presi in giro di nuovo e, salvo sorprese, lo accetteremo. Almeno, questo e’ il copione di sempre.
Senza rabbia e con amarezza ne parlava su Repubblica il 7 agosto Ilvo Diamanti in un articolo che andrebbe letto e riletto e dal quale traiamo la seguente citazione:

“Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.”

Ecco: il problema siamo noi. Se abbiamo pazienza superemo questa crisi in attesa della prossima quando ancora ci diranno “emergenza, sacrifici”. E intanto la spazzatura sara’ tornata nelle strade di Napoli e i politici gestiranno ancora gli appalti e le consulenze senza problemi, ovviamente impegnadosi a completare la Salerno-Reggio Calabria entro la data improrogabile del…….

Claudio Lombardi

Progetto quota civile: i cittadini in rete per una nuova politica (di Paolo Andreozzi e Valentina Manusia)

In un duplice senso: “fare rete” – che può voler dire anche “fare goal”, cioè arrivare all’obiettivo.

E, in effetti, l’individuazione e il perseguimento di obiettivi concreti sono senz’altro il focus di questo nuovo collettivo, nato da pochi giorni su Facebook, il quale ha certo finalità di informazione e discussione sui temi utili a comprendere la realtà del Paese e tuttavia si propone essenzialmente di fare cose secondo lo sviluppo coerente dei tre semplici punti in cui si riconoscono i cittadini che lo animano.

Punto uno: votare al più presto. Due: far sì che il meglio della società civile sia rappresentato in Parlamento. Tre: non fare un altro partito.

I membri attivi – il coordinamento – di questo collettivo condividono un’intuizione iniziale (ormai di molti mesi fa) secondo cui la strada maestra per “liberare” l’Italia non doveva passare né per le aule dei tribunali né per i corridoi del Palazzo ma, per la chiamata del popolo sovrano ad esprimersi secondo Costituzione. E i risultati delle elezioni amministrative e, soprattutto, dei referendum hanno confermato nettamente che l’opinione pubblica è prontissima a mettere un punto e a capo rispetto all’ultimo ventennio. Come volevasi dimostrare.

Adesso, però, tutta quell’energia – civile e politica insieme – non va dispersa. E il modo migliore, secondo i promotori del Progetto, è finalizzarla verso un obiettivo preciso: la Quota Civile.

Proviamo a spiegarla in questo modo.

E’ pacifico che il Paese viva oggi uno di quei rarissimi momenti di svolta epocale che punteggiano la sua storia. Ne vengono in mente tre, di comparabili: la fase costituente figlia della Resistenza, la solidarietà nazionale al culmine degli “anni di piombo”, l’indignazione popolare che diede sostegno alla procura di Milano contro la corruzione e a quella di Palermo contro la mafia.

Oggi che il ciclo berlusconiano è ai titoli di coda – un ciclo lunghissimo che ha trasformato molto l’Italia – il passaggio sarà di tale portata che, per non deragliare, c’è bisogno di tutta la forza disponibile. Dall’economia al lavoro, alla cultura: la spina dorsale del Paese deve drizzarsi e tenersi pronta alle prevedibili tensioni.

Ma non dimentichiamo che l’Italia è una democrazia rappresentativa, e alla fine tutte le linee di forza si scaricano sul luogo dove si esercita principalmente il potere legislativo: le Camere. Che sono il teatro di confronto e scontro tra i partiti, ai quali spetterebbe perciò il supremo compito di sintesi di tutto ciò di cui il Paese ha bisogno (ed è tanto, in questa fase).

Scontiamo quindi la seguente contraddizione: in teoria l’aspettativa dei cittadini nei confronti della politica professionale sarebbe massima, in pratica la nostra fiducia nei suoi confronti è minima.

E questa contraddizione, paralizzante, si può affrontare in tre modi: entrando in uno dei partiti del sistema per provare a cambiarlo da dentro; dando fiato al “partito” che si dichiara contro il sistema in sé cioè all’antipolitica; lavorando per una nuova politica che si può definire Progetto Quota Civile.

Il Progetto Quota Civile prevede alcuni momenti, alcune cose da fare in sequenza logica e cronologica.

Primo: che tutto il meglio che la società civile è riuscita a creare in questi anni nel campo della cittadinanza attiva in tutte le sue espressioni ( movimenti, associazioni, comitati, piazze reali e virtuali, voci libere, competenze, professionalità e generosità individuali raccordate a momenti collettivi) si riconosca e sia riconosciuto come una realtà che deve trovare un luogo dove far confluire le proprie esperienze e dove elaborare una strategia comune per dar valore aggiunto al ruolo che ciascuno si è scelto e che svolge.

Questo luogo noi lo abbiamo individuato negli Stati Generali della Società Civile: da indire presto, da organizzare quanto al metodo e poi da realizzare in concreto.

Non una semplice passerella di testimonianze e di buone intenzioni; e nemmeno un mero contarsi, per vedere quanti sono i patrioti che hanno dimostrato di amare coi fatti questo Paese: gli Stati Generali devono servire per esprimere la determinazione a contare davvero nelle scelte politiche che governano la cosa pubblica a tutti i livelli.

Contare significa partecipare non suggerire, significa controllare le azioni degli apparati pubblici e conoscere tutte le informazioni necessarie per capire cosa si fa e come si fa; ma significa anche operare direttamente, quando serve, come stanno facendo i cittadini napoletani in questi giorni e come è previsto che si faccia in base all’art. 118 ultimo comma della Costituzione ( “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” ).

Immaginiamo un grande incontro di competenze e di generosità che metta a sistema il meglio dell’esser cittadini per arrivare ad una lista condivisa di punti programmatici; li potremmo chiamare Elementi di Governo Partecipato per l’Italia Nuova.

Ma il Progetto Quota Civile non mira a fare a meno dei politici, né pensa che la politica sia un peso per la società.

Ciò che si intende fare è portare nella politica il punto di vista e l’esperienza dell’attivismo civico e della partecipazione politica che già hanno dimostrato di conoscere i problemi del Paese e di saperli affrontare. L’obiettivo è un rinnovamento della politica e dei partiti che non possono più andare avanti pensando di dover stare “sopra” ai cittadini. “Accanto” e “insieme” sono le parole più adeguate per descrivere il rinnovamento del rapporto fra partiti e cittadini. Per questo gli Stati Generali non sono un unico momento che si esaurisce con un documento, ma sono il primo passo di un progetto di integrazione e di condivisione.

Il terzo momento del Progetto deriva da queste considerazioni. La politica e chi la rappresenta non hanno la fiducia dei cittadini. Per questo occorre una Quota Civile che porti in tutte le assemblee elettive i rappresentanti delle realtà di cittadinanza attiva che agiscono nel Paese.

Non si tratta di chiedere ai partiti, che da mesi fanno la corte al nuovo civismo, di fare un po’ di spazio.

In ballo c’è un’ Alleanza per la Costituzione di cui farà parte sia il personale politico professionale selezionato dai partiti, sia un significativo numero di cittadini democraticamente scelti per autorevolezza, competenza, creatività e soprattutto integrità morale dagli Stati Generali della società civile.

Ciò che si propone ( niente di meno! ) è che tutti i partiti rinuncino a dei posti nelle assemblee elettive per fare spazio alla Quota Civile.

Ma non sembri pura utopia, se è vero che questa potrebbe essere l’ultima occasione per gli “apparati” – e, forse, lo capiscono pure loro – di fare un virtuoso passo indietro e non dover girare i tacchi e sparire nell’impopolarità.

Se andrà così, i “rappresentanti del popolo“ entreranno nei luoghi del Potere e li renderanno meno opachi, lavoreranno insieme ai partiti dell’Alleanza per la realizzazione del programma, denunceranno ritardi o sabotaggi eventuali, fino all’estrema misura della sfiducia allo stesso governo di cui sono parte, fino al rifiuto di far parte di qualsiasi altra maggioranza – dal che conseguirebbe la fine della stessa legislatura.

Ed è esattamente per questo “dispositivo di controllo” della gente sulla politica, che analogamente al “sentimento dei referendum” porterebbe tanti cittadini a scegliere un’Alleanza congegnata in tal modo.

Alleanza per la Costituzione significa ripartire da un nuovo patto costituzionale che abbia la determinazione di sviluppare il sistema democratico disegnato nella Costituzione. Un Patto che coinvolga innanzitutto i cittadini affinché assumano la consapevolezza di essere loro le basi dello Stato.

Occorre una rivoluzione culturale che rimetta al centro la cultura civica come elemento fondante della convivenza e dell’etica pubblica: quella “religione civile di massa” che l’Italia non ha ancora conosciuto.

Il Progetto Quota Civile non ha l’ambizione di guidare questa rivoluzione.

La propone e la indica come necessità di questo tempo sperando che siano in tanti a sentirne l’esigenza e a raccogliere questa sfida.

Il Progetto Quota Civile è un collettivo di recentissima costituzione, indipendente e autofinanziato, che si ritrova su internet all’omonima pagina Facebook, ed è in procinto di costituirsi in associazione.

Paolo Andreozzi e Valentina Manusia

Una vera grande riforma: i cittadini padroni di casa della Repubblica (di Claudio Lombardi)

Ancora notizie che fanno riflettere. Un signore privo di qualunque titolo per intervenire in faccende istituzionali e di area governativa si rivela essere lo snodo concordemente riconosciuto da autorevolissimi esponenti politici , dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza nonché dei vertici di aziende pubbliche (Rai, Eni) per decisioni importanti che sembra pilotare secondo logiche di potere che vanno ben oltre la modestia della sua persona.

Ciò che si sa finora dell’inchiesta su Bisignani fa intravedere elementi di una gestione parallela dello Stato e delle istituzioni che si svolge all’ombra di quella legittima e che mira ad interferire con le procedure e le decisioni che in quest’ambito vengono prese.

Lungi dallo scandalizzarsi ecco che Berlusconi, Presidente del Consiglio, e il suo fido Ministro della giustizia nonché pseudo segretario del PdL, si lanciano in attacchi ai magistrati colpevoli di aver scoperto questa trama che è stata definita dagli stessi PM un sistema criminale che agisce con modalità proprie delle associazioni di tipo terroristico e mafioso.

Senza preoccuparsi di apparire sostenitori del potere occulto gestito da quel “sistema criminale” emettono già la loro sentenza. Trattasi di “fatti irrilevanti” per scoprire i quali si sono spesi troppi soldi e, quindi – ecco la proposta del Governo – è urgente cancellare o limitare i mezzi di indagine che consentono di scoprire simili reati.

Con tutta evidenza si tratta di una dichiarazione di sostegno esplicito ai poteri occulti che tramano contro lo Stato democratico. Per aiutarli si cancellano strumenti di indagine sulla criminalità e si sabota il lavoro della magistratura. Ora si capisce ancora meglio il motivo per il quale il capo del Governo conduce da anni una sua personale guerra ai magistrati. Non si tratta solo di sfuggire alle sue responsabilità e ai reati di cui sembra proprio responsabile, ma anche di coprire la costruzione di un potere parallelo a quello legittimo che usa i mezzi dello Stato e gli strumenti istituzionali per sovvertire la democrazia. Ecco perché tanto accanimento sordo ad ogni ragionevolezza.

Problema Napoli. Situazione nota in tutti i suoi aspetti ormai, necessita di un grande sforzo per preparare un sistema diverso di gestione dei rifiuti da realizzare però mentre i rifiuti continuano ad essere prodotti e devono essere smaltiti. Il nuovo sindaco ha le idee chiare e l’appoggio di una parte dei napoletani. Ma è evidente che senza l’aiuto del Governo nazionale non si riuscirà a fare le due cose insieme in un contesto, tra l’altro, profondamente inquinato dalla criminalità camorristica collusa da sempre con una parte della politica.

Lo ha detto chiaramente il Presidente della Repubblica che occorreva un decreto legge che consentisse di trasferire i rifiuti in altre regioni in modo da guadagnare il tempo necessario a far partire il nuovo sistema.

Ma il Governo non lo fa. La Lega dice di no per far vedere che non ha perso la sua identità dopo tanti anni passati nelle stanze del potere e lo fa mostrando la faccia feroce di fronte ad una città in ginocchio che ha solo bisogno di essere aiutata.

Berlusconi è felice che si avveri la sua profezia: “ i napoletani si pentiranno moltissimo” di aver eletto De Magistris e ci si mette d’impegno per assecondarla. Ognuno conduce il suo gioco e fa i suoi interessi sulla pelle degli italiani. Sì perché questa è gente che ha il potere e che dirige le istituzioni. La loro missione dovrebbe essere risolvere i problemi costruendo il futuro del Paese e, invece, si fa gli affari suoi e rivendica pure il suo diritto di farseli in santa pace e di non essere disturbata dalla legge.

Intanto non la crisi economica globale, ma l’incapacità di gestire una delle economie più importanti del pianeta e i mezzi che lo Stato ne trae per svolgere i suoi compiti, costringerà gli italiani a pagare un conto salatissimo con la manovra finanziaria che sta scrivendo Tremonti.

Il quadro è molto brutto e ci colpisce come cittadini perché sentiamo che le forze politiche alle quali è stato dato con il voto il potere di governare non sono degne di fiducia e di stima. Sentiamo che il nostro Governo è delegittimato e inquinato da gentaglia che siede ai vertici e nel sottobosco e che somiglia sempre più, nei gesti, nelle azioni e nelle parole, a quei boss mafiosi e a quei golpisti che abbiamo visto in decine di film e fiction televisive. Questa, però, è realtà e pone tutti noi di fronte all’angosciante evidenza che non basta comportarsi bene e compiere il proprio dovere se poi lo Stato e le istituzioni sono piene di gente di malaffare. Il problema non è limitato al Governo, ma si estende al Parlamento, alle regioni, agli enti locali e a tutto il mondo che dipende dalla politica.

Non sono tutti uguali, ci sono tanti politici onesti e capaci e ci sono formazioni politiche che sono distanti dal metodo mafioso e golpista che domina il panorama politico. Però ancora appaiono deboli ed incerti, ancora non riescono a mobilitare l’opinione pubblica e a farsi seguire. Probabilmente perché non capiscono e non rappresentano la novità di cui si avverte il bisogno.

Il nuovo c’è già però, si afferma nella società civile, si è manifestato nelle elezioni e nei referendum, trova nuove forme organizzative, ma non esprime una sua rappresentanza nelle istituzioni.

Ecco una bella idea per i partiti che vogliono rinnovarsi sul serio: far entrare nelle istituzioni la società che oggi ne è esclusa. Non si tratta di cedere qualche posto, ma di una profonda riforma della politica che dovrebbe toccare i contenuti e raccogliere e potenziare la cultura civica che si sta affermando fra gli italiani. Non si chiede solo a qualche partito di farsi delegare dai cittadini, ma si chiede di costruire un sistema diverso nel quale i cittadini divengano i padroni di casa della Repubblica e, da padroni di casa, caccino i mafiosi, gli affaristi e i golpisti che occupano lo Stato

Claudio Lombardi

Gaber, la sedia e il referendum sull’acqua (di Alberto Franco)

Pensando ai referendum, al ritorno dei cittadini sulla scena politica e leggendo i commenti di queste ultime settimane mi è venuto in mente un simpatico dialogo scritto da Giorgio Gaber dedicato a un problema che non si riesce a risolvere. Il brano si intitola “ La sedia da spostare” ed è tratto da “E pensare che c’era il pensiero”

A: secondo me quella sedia va spostata

B: anche secondo me quella sedia va spostata

A: facile dirlo, quando l’hanno detto gli altri

B: se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta

A: da un’approfondita analisi storica e sociologica viene fuori che quella sedia pesa dai nove ai dieci chili

B: non sono d’accordo, dai sondaggi il due per cento degli intervistati dice che pesa dai cinque ai sei chili, il tre per cento dai sei ai sette chili, il 95% non lo sa e me ne frega niente, basta che la spostiate

A: secondo me per spostarla bisognerebbe prenderla con cautela per la spalliera e metterla da una parte

B: eccesso di garantismo, al punto in cui siamo non resta che affidarsi ad una figura autorevole e competente, forse un tecnico di destra appoggiato dalle sinistre

A: un tecnico? no un tecnico non può garantire la stabilità della sedia e poi costituisce un’anomalia antidemocratica e anticostituzionale

B: se è così cambiamo la costituzione

A: non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro

B: nel frattempo propongo di indire un referendum

A: non si troveranno mai cinquecentomila firme per spostare una sedia

B: e allora non c’è scelta, elezioni anticipate

A: no, elezioni oggi no, sarebbe troppo grave per il paese! forse domani

B: rimane il problema urgente della sedia da spostare

A: su questo sono d’accordo, può essere un punto d’incontro

B: parliamone….

A: parliamone….

B: parliamone….

E la sedia, ovviamente, rimane lì dov’è. Si tratta di una metafora che ci parla dell’Italia cos’ì com’è da molti anni e della politica che la gestisce. A e B potrebbero essere due partiti, due schieramenti o due ministri del Governo. Quel che è certo è che non risolvono il problema e continuano a parlare senza agire.

Se si parla della politica, in verità, sappiamo che non solo parla, ma agisce per la tutela degli interessi di molti che la praticano per il proprio tornaconto. La sedia da spostare rappresenta le decisioni da prendere e il fatto che la sedia rimanga lì permette ai protagonisti del dialogo di continuare a parlare, al centro della scena con ben saldi in mano i mezzi e il potere di agire, e di stare lì senza permettere che altri entrino in scena e spostino la sedia.

Ecco, questa è la situazione in cui viviamo, non dappertutto e non allo stesso modo, ma è questo equilibrio di poteri di tutti i tipi che non agiscono che ci rovina perché ben pochi pensano che c’è qualcuno interessato solo a spostare la sedia che, però, non ha voce e non può intervenire. Questo qualcuno sono i cittadini che, invece, nei referendum hanno deciso con chiarezza ciò che la politica non riusciva a decidere.

Prendiamo il caso del referendum sull’acqua.

Tanti commenti pre e post insistono sui rischi della gestione pubblica e sulle possibilità che sarebbero state cancellate di intervento del mercato.

Certo, in un mondo ideale, dove tutti agiscono onestamente e compiono il loro dovere rispettando gli interessi collettivi il mercato poteva fare la sua parte anche nella gestione di un monopolio essenziale per la vita delle persone come l’acqua.

Però, se il mondo fosse ideale, anche l’ente pubblico saprebbe come gestire l’acqua a vantaggio di tutti. Anzi, dovrebbe farlo meglio per definizione: è o non è l’espressione della volontà della collettività?

Ma non siamo in mondo ideale. In questo mondo reale ci vuole altro: ci vogliono i cittadini.

Per fare che? Ma diamine, per far conoscere le loro esigenze, per aiutare a verificare l’efficacia delle soluzioni adottate, per controllare che tutto funzioni ! è così difficile capirlo?

Noi ad Ascoli Piceno stiamo provando da qualche anno a portare questa possibilità in dono agli enti che gestiscono l’acqua, ma sembra che questo dono che i cittadini vogliono fare non sia capito né gradito. In concreto stiamo provando a far funzionare le forme di partecipazione che la legge prevede (comma 461 art. 2, legge 244/2007) per migliorare il servizio idrico. Forme e strumenti di partecipazione ignorati dai più; tanto è vero che pochi giorni fa anche un giornalista del Sole 24ore (Santilli l’11 giugno) sottolineava che il punto debole delle gestioni idriche sta nell’assenza di regole per la partecipazione. SBAGLIATO ! BOCCIATO ! è già tutto scritto, ma non ci danno ascolto. Perché? Eppure sarebbe così semplice, invece di tante discussioni, decidere che il GRANDE CONTROLLORE e il GRANDE VERIFICATORE siano i cittadini e costruire un sistema nel quale possano far pesare il loro punto di vista.

Ma non si fa perché non ci si crede. Ecco: la politica non crede che i cittadini possano prendersi dei compiti e svolgerli nel loro stesso interesse. Li tratta da bimbi smarriti che vanno guidati, puniti, ma non responsabilizzati. E la sedia rimane lì.

Invece i referendum dicono che i “bimbi” sono cresciuti e che adesso si muoveranno e la leveranno di mezzo ‘sta sedia. Noi ad Ascoli vogliamo farlo.

Alberto Franco coordinatore Cittadinanzattiva Ascoli Piceno

Abbassare le tasse: solo questo vogliono gli italiani? (di Claudio Lombardi)

Dopo i risultati dei referendum dalla maggioranza di governo è un coro quasi unanime: abbassare le tasse. Non si chiarisce bene a chi e di quanto perché un piano non c’è (almeno fino ad oggi) dando così ad intendere che il Governo lavora su impulsi e non su strategie e programmi. Nemmeno si capisce con quali soldi si dovrebbe realizzare il taglio fiscale e in quale politica economica e sociale si inserisca. Insomma l’apparenza è quella di un rimedio dell’ultima ora pensato come risposta ai risultati delle elezioni e dei referendum. Bah!

C’è, però, un aspetto che merita di essere sottolineato e che rivela di che cultura siano intrisi tanti esponenti della maggioranza ben rappresentati ed istruiti dal loro capo.

Infatti, il primo pensiero è quello di mettere mano al portafoglio e di distribuire qualcosa a un po’ di cittadini. Ci viene un dubbio: per caso c’è a capo del Governo un signore che ha fatto del denaro la misura di tutto? E che pensa che tutto e tutti si possano comprare? Purtroppo sì è così.  E si vede dalle reazioni e dei suoi seguaci.

Altra cosa è il tentativo di Tremonti di costruire un piano che preveda la riduzione fiscale e l’invarianza dei saldi di bilancio con pesanti tagli di spesa pubblica e spostando il prelievo sull’IVA. Qui, probabilmente, c’è l’intenzione di tracciare la strada per un nuovo Governo senza Berlusconi e, magari, anche mettere le basi per un nuovo centro-destra che superi il partito-azienda di proprietà del Presidente del Consiglio.

Però il tentativo, se veramente ha questi significati, si scontra con obiezioni logiche, la prima delle quali riguarda la credibilità del proponente. Certo, Tremonti si è sempre distinto dalla massa dei berlusconiani asserviti ad un capo assoluto, e tuttavia, ne è sempre stato un alleato fedele e ben poco recalcitrante. E poi mica propone di cambiare governo! Vorrebbe che fosse questo Governo a gestire un programma così ambizioso e difficile. E con credibilità? No, l’unica soluzione dopo il voto della maggioranza degli elettori per i 4 referendum e dopo le elezioni amministrative può essere solo un nuovo verdetto degli italiani che dicano chi vogliono alla guida delle istituzioni. Prima, però, bisogna cambiare legge elettorale fatta, guarda caso, sempre da Berlusconi e dai suoi alleati per togliere il potere di scelta ai cittadini.

D’altra parte, l’unico bilancio che questa maggioranza può vantare è quello di aver “tenuto” sul fronte dei conti dello Stato. Il prezzo è stato l’aumento del debito pubblico e i famosi tagli alla spesa sociale e degli enti locali che tutti, ormai, abbiamo sperimentato nella vita quotidiana.

Per il resto Governo e Parlamento hanno girato intorno ai processi di Berlusconi come se fossero le vere emergenze di cui occuparsi. In realtà lo sono e lo erano nella misura in cui il capo del Governo è stato accusato di svariati reati comuni ed ha utilizzato tutto il potere a sua disposizione contro la magistratura. In un Paese occidentale un uomo così avrebbe già pagato a caro prezzo la sua prepotenza e i danni che ha fatto allo Stato distraendo le istituzioni dai loro compiti obbligandole ad occuparsi dei suoi affari privati.

Il fatto è che i problemi dell’Italia sono altri e li ha individuati il Governatore della Banca d’Italia quando ha evidenziato, fra gli altri, gli effetti sulla crescita dei ritardi nel campo dell’istruzione e dell’inefficienza della giustizia civile.

Possiamo fidarci di quelli che spergiurano sul cambiamento che sarà attuato nelle politiche del Governo? Gli stessi che hanno votato alla Camera il famoso atto ufficiale che accreditava l’incredibile versione berlusconiana che voleva far passare una prostituta minorenne per la nipote di Mubarak? Va bene che la faccia tosta è, purtroppo, una caratteristica di tanti politici, ma qui la contraddizione è troppo evidente per nasconderla. Dunque di queste persone non ci si può fidare.

Che fare allora?

L’esempio sono i referendum. Continuare ad occuparsi dei problemi del Paese costruendo una rete di associazioni, movimenti, comitati, gruppi e singoli cittadini che individui le priorità, studi le soluzioni e getti ponti con il mondo dei partiti che accettino di confrontarsi e di impegnarsi senza nessuna concessione di deleghe in bianco. Stessa cosa con le istituzioni che devono essere chiamate a fare il loro dovere con severità e senza sconti per nessuno. Le soluzioni devono essere individuate da subito e il Governo deve essere controllato e incalzato dai cittadini anche perché è ormai un Governo sfiduciato.

Per i partiti è arrivato il momento di decidere perché il tema evidente e l’occasione che si presenta agli italiani a partire da adesso è una grande riforma della politica che sia il motore di un rinnovamento generale di culture e di comportamenti. L’obiettivo non è solo una nuova maggioranza di governo; l’obiettivo vero è la rifondazione della politica che includa la società civile e faccia della partecipazione, con le sue procedure e i suoi strumenti, l’asse portante del sistema democratico. Il cambiamento vero è un nuovo modo di vivere le istituzioni, un rapporto fra cittadini e Stato e una cultura civica che superi l’individualismo menefreghista coltivato dal berlusconismo.

Claudio Lombardi

E ora guardiamo avanti, ad una nuova Italia (di Claudio Lombardi)

“Tuttavia è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza. E all’aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle splendide città”

È una visione poetica che interpreta e descrive gli stati d’animo, quelli che muovono le persone e che precedono decisioni e azioni. Lo stato d’animo è quello di una vigilia che precede un evento tanto atteso che si intravede e già si realizza anche se soltanto in parte. Però si avverte che l’evento è vicino, che è diventato reale e allora si è disposti a percorrere un altro tratto ormai sicuri che ci si arriverà.

Per questo si è ben disposti e si sente il bisogno di aprirsi per accogliere tutto ciò che può dare vigore, ma lo si fa con la tenerezza di chi sente di essere nel giusto e di non essere solo. E, infatti l’arrivo alla meta, all’alba, si farà armati solo di una pazienza ardente, la stessa che si è coltivata per tanto tempo nel lungo tempo dell’attesa; non vi è traccia di violenza perché la pazienza ardente si alimenta di vigore e tenerezza.

Queste parole di Arthur Rimbaud restituiscono, forse meglio di tante analisi, il senso di ciò che sta accadendo nel nostro Paese, dalle elezioni amministrative ai risultati, straordinari, dei referendum del 12-13 giugno. Il senso che in tanti avvertiamo dentro di noi e che si trasforma in decisione e determinazione.

I protagonisti sono i cittadini comuni, non gli apparati di partito, non i professionisti della politica. Eppure c’è tanta politica in quello che sta accadendo, c’è tanta professionalità e ci sono pure militanti e dirigenti dei partiti. E allora che sta succedendo?

Semplice: la politica si sta diffondendo, sta diventando una funzione (e un potere) sociale; ogni cittadino sente di poter valutare la situazione e decidere le azioni che ritiene più appropriate organizzandosi e utilizzando gli strumenti che ha a disposizione o creandone di nuovi. Internet si sta rivelando – dovunque riesce ad affermarsi – come uno strumento, forse il più potente, di comunicazione e di socializzazione che supera l’ignoranza e l’isolamento. Uno strumento che non rimane fine a sé stesso, ma si trasforma in azioni concrete e in nuove forme di incontro e condivisione. E che diventa tanto più potente quanto più viene condiviso tra gruppi organizzati che assumono il punto di vista dell’interesse generale.

Le forze politiche che hanno capito le novità si sono mossi con scioltezza e rapidità e con chiarezza. Niente formule astruse, niente manovre di palazzo, ma proposte e iniziative nette che mettono tutti di fronte ad un sì o ad un no.

Magari non sarà sempre così, ma, per ora, basta con i sotterfugi e i mezzucci che hanno costellato la vita di tanti partiti che si ritenevano interpreti predestinati della volontà popolare. E basta anche con la politica in mano alle bande di disonesti e di approfittatori, ladri e farabutti, amici e complici di mafiosi e camorristi. Basta con l’inefficienza di chi occupa le istituzioni per il proprio tornaconto personale e così facendo impoverisce il Paese.

Basta per ora, ma se vogliamo che sia anche per domani e per sempre (o quasi) dobbiamo imparare la lezione e tenerci ben stretta la nostra “pazienza ardente” e anche il “vigore” e la “reale tenerezza”.

La rete che si è creata in questi mesi si deve consolidare. È flessibile, si adatta alle situazioni, non vive solo nei computer e nei cellulari, ma diventa reale presenza fisica in una miriade di associazioni, movimenti, comitati e gruppi in collegamento fra di loro.

Di questa presenza c’è bisogno ed è fondamentale perché la democrazia, le istituzioni, la politica non possono più sembrare parole vuote che si ascoltano con diffidenza. E la grande riforma che ci vuole per l’Italia non è di tecnica istituzionale o di meccanismi finanziari, ma deve essere quella di consolidare la sua base popolare e di riconoscersi come realtà nazionale fondata sui tratti dell’identità che incomincia a delinearsi con più chiarezza adesso: libertà, partecipazione, pluralismo, responsabilità, serietà, condivisione, solidarietà, accoglienza e poi, certo, anche vigore e tenerezza.

Se le persone che vivono nel nostro Paese sapranno riconoscersi in questi caratteri e se sentiranno che le istituzioni per prime li rappresentano e li condividono anzi, che ne sono l’emblema, allora sarà più facile affrontare e risolvere i problemi dell’economia e dello Stato perché sapremo di essere una collettività unita da qualcosa e scopriremo di avere una forza e una ricchezza che non immaginavamo.

Claudio Lombardi

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