Non solo casta: una proposta di legge sui guadagni dei parlamentari (di Claudio Lombardi)

Art. 1. All’articolo l della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

«Ai membri del Parlamento è fatto divieto di percepire un reddito ulteriore rispetto all’indennità di cui al primo comma, derivante da lavoro autonomo o dipendente, superiore al 15 per cento del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate.

Gli uffici di Presidenza delle due Camere determinano le modalità e i controlli necessari per rendere effettivo il divieto di cumulo, definiscono il regime sanzionatorio in caso di inosservanza del divieto e provvedono all’applicazione delle sanzioni».

Che cos’è? Dove sta scritta questa norma che affronta uno degli aspetti più odiosi del modo di svolgere il mandato da parte dei nostri parlamentari? No, non è ancora legge e chissà mai se lo sarà. Si tratta di una semplice proposta di legge (esattamente la n. 2719 presentata al senato il 4 maggio 2011). Non diciamo chi l’ha presentata per non fare nomi di partiti il che potrebbe essere interpretato come un sostegno implicito. Chi vuole può andare sul sito del senato (www.senato.it) e leggere i nomi e il partito cui aderiscono i proponenti.

Perché si tratta di una norma importante? Semplice: sono diventati troppi i casi di parlamentari che interpretano e vivono l’elezione al Parlamento come una carica onorifica che dà loro la possibilità di continuare a svolgere altre attività godendo del prestigio, della notorietà, dell’influenza e del “valore aggiunto” che assicura poter premettere al nome la qualifica di Deputato o Senatore. La qualifica perché, dovendo svolgere altre e, spesso, ben più remunerative attività, avanza ben poco tempo per lavorare come rappresentante del popolo.

Questo, infatti, dicono le numerose ricerche sull’assenteismo degli onorevoli e dei senatori aiutati in ciò da un Governo che governa per decreti-legge e voti di fiducia lasciando pochissimo spazio all’attività parlamentare vera e propria.

Senza arrivare all’assurdità di un noto parlamentare, Antonio Gaglione cardiochirurgo, che è presente su Wikipedia come recordman delle assenze e dell’inattività in Parlamento (92% di assenze e nessuna attività in aula e commissione), sono molti i casi conosciuti di assenteismo.

Se ci si aggiunge il lavoro extra diventa inevitabile ciò che si ricorda nella relazione che accompagna il disegno di legge:

“…. lo svolgimento di attività extraparlamentari influisce negativamente, in primo luogo, sul tasso di partecipazione alle attività del Parlamento («conflitto di tempo»). Da una ricerca scientifica di un gruppo di economisti, Antonio Merlo (Università della Pennsylvania), Vincenzo Galasso (IGIER – Università Bocconi), Massimiliano Landi (Singapore Management University), Andrea Mattozzi (California Institute of Technology), intitolata «The labor Market of ltalian Politicians», presentato alla X Conferenza europea della Fondazione Rodolfo De Benedetti su «La selezione della classe dirigente», emerge che il tasso di partecipazione in Parlamento si riduce, in media, dell’1 per cento ogni 10.000 euro di reddito extra percepito. È facile intuire, quindi, che – in linea generale – i parlamentari che esercitano professioni con più elevati redditi presentano anche un maggiore grado di assenteismo nelle Aule parlamentari.”

Non servono, quindi, tante parole per sottolineare la necessità di un intervento legislativo che induca gli eletti a dedicare la maggior parte del loro tempo all’attività cui sono stati designati e per la quale ricevono un cospicuo compenso e diversi privilegi (o facilitazioni o sostegni che dir si voglia).

Certo, si tratta di uno solo degli aspetti da affrontare per mettere mano ad una riforma della politica di cui c’è tanto bisogno. Ci sarebbe anche da pensare ad altri aspetti del trattamento dei parlamentari, al loro numero, al finanziamento dei partiti, ecc ecc fino ad arrivare alla legge elettorale e agli spazi di partecipazione per i cittadini che non sono solo i cortei e le manifestazioni, ma la possibilità, attraverso meccanismi procedurali specifici, di far sentire al loro voce nei processi decisionali e di controllo.

Intanto bisogna rilevare che la proposta di legge è venuta da senatori che, dunque, dovrebbero essere interessati ad un cambiamento sostanziale del loro status non limitato alla norma proposta. Ciò è positivo e dimostra che i cittadini non si trovano di fronte una casta compatta schierata a difesa di abusi e privilegi.

Nel merito della proposta si può solo dire che, forse, si poteva escludere del tutto lo svolgimento di attività professionali extraparlamentari con pochissime eccezioni (scrivere libri, insegnare all’università, tenere conferenze ecc). Tuttavia il limite del 15% fissato dalla norma dovrebbe scoraggiare i profittatori più incalliti.

Ciò che manca, e questo sorprende, è la visibilità di questa proposta. Non se ne parla, l’opinione pubblica non è informata e, quindi, non può nemmeno far sentire il suo peso per spingere all’approvazione che sarebbe, comunque, un primo passo di quelli che segnano il percorso. Speriamo che si rimedi presto.

Claudio Lombardi

Elezioni seconda puntata: vincerà il meglio ? (di Claudio Lombardi)

Sono già passati alcuni giorni dallo scrutinio dei voti ed è in pieno svolgimento la prosecuzione della campagna elettorale per il secondo turno nelle città che non hanno già deciso con il primo voto. Ovviamente i commenti impazzano e sono fortemente condizionati dall’imminenza del voto. Nella sarabanda dei messaggi all’elettorato spiccano alcune mirabolanti promesse di riduzioni fiscali e di benefici vari tanto sincere quanto possono esserlo le promesse fatte all’ultimo minuto. Qualcuno esagera e annuncia sorprese dell’ultim’ora come se si trattasse di aprire un bell’uovo di Pasqua e tirarne fuori il regalino che potrebbe ammansire l’elettorato scontento. Si sbeffeggia la dignità dei cittadini che vengono presi in giro neanche fossero bambini capricciosi. E chi lo dice è pure ministro della Repubblica!

Qualcun’altro assicura che adesso vi sarà una specialissima attenzione ai problemi locali come se non risultasse paradossale che, trattandosi di eleggere le amministrazioni locali (e lo si sapeva da mesi e mesi), ci si ricordasse soltanto adesso che questo è il livello del confronto sul quale si chiede il voto dei cittadini. Diciamo paradossale per non dire finto o costruito ad arte, definizioni che meglio si adattano alla “spontaneità” e “sensibilità” di politici che studiano elaborate strategie di “attacco” dell’elettorato quando basterebbe occuparsi lealmente dei problemi delle città mantenendo aperti tutti i possibili canali di partecipazione e di coinvolgimento degli abitanti per poterne legittimamente chiedere il voto a testa alta e senza tante manfrine.

Non è il caso, però, di dilungarsi su questi aspetti: ognuno li giudicherà come vorrà.

Pensiamo, invece a ragionare sul senso del voto che c’è già stato. Agganciandosi al precedente commento (cfr http://www.civicolab.it/?p=1189) si può dire qualcosa di più.

La novità di queste elezioni non sta tanto nello spostamento di voti che c’è stato e che ha penalizzato il PDL e la Lega a favore di forze di centro sinistra o alternative ai partiti stessi (Cinque stelle). La novità sta nel disvelamento di un mutamento in corso che ha agito su una parte dell’elettorato e che include anche coloro i quali al voto hanno scelto di non partecipare; un mutamento che probabilmente sta avanzando da anni e che indica una tendenza di lungo periodo dalla quale non sarà facile tornare indietro. E per fortuna, perché qui si tratta – ecco il mutamento – dell’emancipazione degli elettori dai vincoli di partito o, meglio, dalla fiducia data pregiudizialmente ad un partito.

Sembra, in effetti, che una parte crescente dei cittadini non subisca più il “fascino” di messaggi semplificatori che si sono rivelati assolutamente inaffidabili alla prova dei fatti. Esempio eclatante: una riforma del fisco con la riduzione a sole 2-3 aliquote e pure più basse rispetto a quelle in vigore che è stata il cavallo di battaglia elettorale di Berlusconi fin dal 1994. Esempio eclatante, ma non unico visto che tanti programmi elettorali sono stati costruiti per anni e anni come sommatoria di soluzioni per ogni esigenza senza guardare tanto per il sottile sulla realizzabilità degli impegni presi (qualcuno ricorda il Bush che invitava a leggere le sue labbra per assicurare che non avrebbe alzate le tasse? Sì? Ebbene le alzò puntualmente)

La stessa politica incarnata dai partiti non riscuote più la fiducia che dovrebbe avere da parte dei cittadini. Troppi scandali, troppe inefficienze, troppe inadeguatezze di persone che hanno mostrato platealmente di usare la politica per farsi gli affari propri invece di quelli della collettività generando un gigantesco spreco di risorse con il quale si sono dilapidate ricchezze immense dello Stato senza produrre un maggior benessere per gli italiani.

Per questo è sperabile che sempre più gli italiani ragionino giudicando con la loro testa ciò che viene detto e ciò che viene fatto da chi riceve il potere che le elezioni devono attribuire.

Ragionare con la propria testa, però, non significa abbassarla e andare contro le istituzioni e la politica come un ariete presupponendo che si tratti solo di travolgere tutto un sistema corrotto e inutile. Perché poi sempre di un sistema di decisione e di governo si avrà bisogno. Quindi tanto vale pensarci subito, prima di distruggere.

Per questo ora si tratta di restaurare il nostro sistema democratico per risanarlo delle troppe magagne accumulate in tanti anni di degenerazione.

Il restauro ha bisogno di strumenti e di artigiani che lo realizzino nonché di un progetto. Su quest’ultimo punto siamo facilitati perché abbiamo una Costituzione ben fatta che può essere migliorata in vari punti sviluppandone i punti chiave. Per esempio la partecipazione dei cittadini, tema cruciale per una democrazia che non voglia ridursi ad applaudire uno o più capi. La partecipazione non può rimanere principio di valore o vago indirizzo, ma deve diventare asse strategico su cui si adeguano le procedure decisionali, attuative e di controllo della politica in generale e delle singole politiche pubbliche. Deve diventare costume di vita e modo di pensare, in pratica cultura civile di un popolo.

Circa gli strumenti e gli artigiani diciamo subito che i partiti non possono più godersi generosi anzi esagerati finanziamenti pubblici e il monopolio della gestione delle istituzioni (anche con leggi elettorali fatte per premiare il potere dei vertici) rivendicando la libertà da qualsiasi disciplina e onere. Molto deve cambiare a cominciare dalla condivisione dei poteri con la società civile che sarebbe tempo di attuare; con mille cautele e a piccoli passi ovviamente, ma bisognerà pure, partendo dal basso, cominciare a costruire forme di rappresentanza e di intervento diretto dei cittadini, singoli e associati, nelle funzioni politiche e di gestione di pezzi delle funzioni pubbliche inclusi alcuni pubblici servizi essenziali. Bisognerà poi cambiare le regole e la struttura degli apparati istituzionali a cominciare dal Parlamento riducendo i numeri dei parlamentari e dei compensi nonché dell’enorme potere di gestire le risorse pubbliche. In pratica la politica dovrà essere una funzione trasparente, aperta alla partecipazione e responsabile per le sue azioni più che se si trattasse di un singolo cittadino.

Chiaramente tanto altro si potrebbe dire, ma questo intervento vuole solo essere uno stimolo ad una discussione che vada oltre il “chi vince chi perde ai ballottaggi” che può, certo, essere il punto da cui inizia qualcosa di più grande e impegnativo oppure no.

Dipende anche da noi.

Claudio Lombardi

La legalità dei cittadini e la lotta alle mafie (di Adriano Amadei)

“Quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Nelle parole del boss Pietro Aglieri  (u signurino) – citate da”I dieci passi” di Flavio Tranquillo e Mario Conte – abbiamo un illuminante compendio. Infatti, il boss appare disposto ad ammettere che la legalità – ma intesa come? – comunicata ai giovani, abbia un’attrazione, in sé, e, forse, ancora di più in certe situazioni di degrado, che noi potremmo definire “totale”. Ma vuole anche insegnarci che le “belle teorie” tramontano, quando non hanno una coerenza pratica, mentre intende insinuare che la vera soluzione dei problemi sono … loro, i delinquenti mafiosi.

Tale dichiarazione deve essere attentamente considerata perché ci parla della pervasività delle realtà mafiose e del fatto che nessuna (pur doverosa e indispensabile) repressione per quanto vasta – da sola: e cioè, senza essere accompagnata da sistemiche misure economiche e culturali – è mai riuscita, né riuscirebbe a debellare la mala pianta: né la repressione di Cesare Mori (1925-28), né quella, a cavallo degli anni ’90, ascrivibile a Falcone e Borsellino.

È naturale, quindi, domandarsi cosa sia la legalità.

Legalità – per me – si sostanzia di quei principi che, presenti e attivi nelle coscienze dei cittadini, hanno  informato la nostra legge fondamentale ed orientano (o dovrebbero orientare) norme ordinarie, che, praticate e fatte osservare da legittime e riconosciute istituzioni, concorrono ad una civile, rispettosa e ordinata convivenza. Lo dice con una bella immagine Pietro Grasso:  “Legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere.” E aggiunge che  “La mafia è eclissi di legalità.”

La “convivenza di tipo mafioso”, in cui – indipendentemente da manifestazioni di volontà – sono coinvolti, in qualche modo, anche i non mafiosi (non fosse altro che per vivere nei territori dove le mafie spadroneggiano), nega radicalmente la legalità.

Tale negazione non compromette apparentemente, né norme, né tantomeno le istituzioni, quanto piuttosto tende a svuotare le norme e ad adeguarle agli interessi mafiosi; a condizionare ed occupare le istituzioni. Infatti, “Non possiamo fare la guerra allo Stato, con lo Stato dobbiamo convivere.”: così, catechizzava Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, prima dell’avvento dei corleonesi.

E Giovanni Falcone sosteneva: “Cosa nostra non è un antistato … La mafia si alimenta dello Stato e adatta il proprio comportamento al suo.

Silvestro Montanaro e Sandro Ruotolo (1995) spiegano che la penetrazione delle mafie nello Stato si estrinseca in “ … una politica di infiltrazione occulta ed orizzontale nei segmenti vitali del tessuto politico-istituzionale mediante la costruzione di una rete di complessi e variegati rapporti, ora di collusione, ora di cointeressenza, con esponenti della politica e delle Istituzioni.

E, si deve aggiungere, il clientelismo rappresenta il varco, mentre la corruzione ne costituisce il prosieguo ed il brodo di coltura.

Che in tanti se ne rendano conto è confermato dal dato calcolato dal Rapporto Censis 2010 che stima nel 26,2% la parte degli italiani che ritiene possibile lo sviluppo del paese solo passando dalla lotta alla corruzione.

Il motivo è ovvio: le mafie uccidono la concorrenza e sottomettono tutti ad uno stesso regime di comando piegando qualsiasi attività ai loro propri interessi. Che non sono mai di sviluppo, ma di sfruttamento forsennato di tutto e di tutti. Valga, per tutti, l’esempio della Campania il cui territorio è stato trasformato in una discarica velenosa con conseguenze sulla vita e sulle attività economiche.

Come combattere le mafie? Il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino diceva che, per combattere la mafia, era necessario un esercito di insegnanti. Ma non basta.

Diceva Pietro Grasso, nel suo “Per non morire di mafia” (2009):

“L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve essere accompagnata dall’antimafia della politica e del mercato, dall’efficienza della pubblica amministrazione, dal buon funzionamento della scuola.”

E aggiunge:

“Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità … Il problema è unire valori e interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.”

“I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega a un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano.”

È quello che può fare qualunque cittadino, sia singolarmente conducendo la propria vita con onestà e impegno, sia unendosi ad altri per svolgere attività che si prendano cura dei beni comuni e dell’interesse generale, sia rivendicando che la politica torni ad essere cura della collettività e dello Stato e che sia affidata ai migliori e non agli affaristi e ai profittatori.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

Il sistema giudiziario rischia il blocco per i tagli del Governo (di Claudio Lombardi)

L’Associazione nazionale magistrati lancia l’allarme: dopo i tagli della finanziaria il complesso sistema informatico che presiede al lavoro dei magistrati e degli uffici giudiziari rischia di bloccarsi per mancanza di manutenzione. I fondi per le spese informatiche erano di 85 milioni nel 2008, scesi a 58 l’anno successivo e ancora a 45 l’anno scorso. Per il 2011 il ministero dell’economia ha previsto uno stanziamento di circa 28 milioni contro una richiesta del ministero della giustizia di 60. In pratica se si blocca un pc o salta una rete informatica di un tribunale quest’anno non ci saranno i soldi per riparare i guasti.

Sembra di essere tornati all’estate dell’anno scorso quando, di fronte alla manovra prevista dal Governo, insorsero i sindacati di polizia che, in rappresentanza di tutti i lavoratori della sicurezza denunciarono una situazione paradossale che vedeva tagli alle spese per il carburante delle pattuglie, la riduzione delle volanti in servizio e delle altre spese necessarie per l’operatività della polizia di Stato. Sui giornali si lessero cronache grottesche sulla situazione di commissariati e questure alle prese con la riduzione dei finanziamenti. E questo in un momento in cui i leader del Governo denunciavano l’insicurezza e l’assenza di controllo del territorio come uno dei mali peggiori che colpivano i poveri cittadini.

Come nel caso della giustizia con una faccia si denuncia un male – l’insicurezza o la lentezza dei processi – con l’altra si ordina di tagliare risorse vitali per il funzionamento di settori delicati per lo Stato e per la società tutta. Poi, quando il guaio è fatto ci si mette in mostra sui telegiornali dichiarando che bisogna rimediare ed impedire più gravi danni.

Sembra un gioco delle parti e, in effetti, lo è. E tutto per salvare capra e cavoli, ossia presentare un bilancio pubblico che taglia le spese, (ma non alle clientele che si alimentano della spesa pubblica) e tirando indietro la mano non appena l’opinione pubblica si accorge che sono stati combinati guai veri.

Ci stanno forse prendendo in giro i politici che siedono al Governo? Sì ci stanno prendendo in giro. Si comportano come se fosse normale progettare, decidere, sostenere ed approvare tagli di spesa in una procedura che prende diversi mesi e poi non tener conto e disinteressarsi delle conseguenze lasciando a chi ci lavora il compito di lanciare l’allarme.

E allora che ci stanno a fare al Governo? I giornali raccontano di un ministro della giustizia furioso con il suo collega dell’economia. Ma furioso oggi, 5 gennaio, e non nei mesi scorsi quando le decisioni oggi attuate sono state studiate e prese. Anche qui: presa in giro di noi cittadini creduloni.

Meno male che ci sono le associazioni di categoria come l’ANM  e i singoli magistrati che tengono più all’efficienza del sistema giudiziario di quanto ci tenga il Governo che nemmeno si rende conto di quel che combina e tenta sempre di correre ai ripari quando scoppiano le emergenze da lui stesso causate.

Meno male anche che ci sono i cittadini ai quali serve assolutamente che la giustizia funzioni e che si preoccupano di monitorarne lo stato come da un po’ di tempo sta facendo Cittadinanzattiva che ha presentato poche settimane fa un rapporto sullo stato della giustizia in Italia (per il testo www.cittadinanzattiva.it). In una dichiarazione rilasciata oggi la responsabile nazionale del settore – Mimma Modica Alberti – ricorda che “la decisione del Governo di destinare meno fondi al sistema giustizia, tra le altre cose, non farà che allungare la già eccessiva durata dei procedimenti, rendendo di fatto ancora più salato il conto che il nostro Paese paga in termini di sanzioni comminate dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con il risultato  che viene sempre più messo a rischio un servizio universale di fondamentale importanza per la cittadinanza”. Inoltre, risulta “sorprendente l’immobilismo del Ministero della Giustizia. Piuttosto che avallare silenziosamente simili circoli viziosi, sarebbe il caso che avvii una radicale opera di razionalizzazione ed eliminazione degli sprechi. Dal nostro punto di vista, appare urgente una revisione delle circoscrizioni giudiziarie e una verifica sulla utilità per i cittadini degli uffici giudiziari italiani a partire da quelli i cui organici risultano al di sotto delle 10 unità. Allo stesso tempo andrebbero chiusi o accorpati almeno 100 Uffici dei Giudici di Pace, provvedendo a verificarne sia l’effettiva utilità che il numero dei casi trattati e il bacino di utenza di riferimento. Caro Ministro Alfano, è chiedere troppo?”.

Non è ovviamente la sola Cittadinanzattiva a preoccuparsi di denunciare la situazione e a proporre soluzioni. Ciò che colpisce, però, è la maturità e la serietà di un movimento di cittadini che si fa carico di un problema cruciale per la collettività.

Sarebbe una buona cosa se i politici della maggioranza imparassero da questi esempi cosa vuol dire prendersi cura dei beni comuni e dell’interesse generale.

Ma forse è tempo che la politica sia profondamente riformata e che cambino mestiere tutti quelli che da decenni hanno sfruttato la politica per fare i propri interessi personali e che si avvii un radicale mutamento di classi dirigenti. L’Italia e gli italiani ne hanno bisogno.

Claudio Lombardi

La guerra dei rifiuti nel sud e il fallimento della politica (di Claudio Lombardi)

Si può chiamare emergenza una situazione che dura da più di 16 anni? Chiunque risponderebbe di no e sottoscriverebbe la dichiarazione di fallimento di tutti i poteri che potevano e dovevano decidere e amministrare la gestione dei rifiuti in Campania e che non sono stati capaci di risolvere il problema. O che non hanno voluto risolverla.

In realtà, ormai l’hanno capito tutti, l’emergenza rifiuti è stata il pretesto per un enorme e sistematico saccheggio di risorse pubbliche. Su queste si è costituito o consolidato un blocco di interessi che hanno tenuto insieme interessi politici, aziendali e camorristici. Il dato che caratterizza questa vicenda è che in questo blocco di potere ci sono entrati anche parte dei lavoratori che hanno ottenuto un posto di lavoro molto spesso senza dover effettivamente lavorare e parte della popolazione che è stata costretta ad accettare la legge malavitosa della camorra e dei politici corrotti e che ha finito per aderire al contropotere antistato che si è insediato in molte zone della Campania. Questo è il “capolavoro” che è stato realizzato a Napoli e dintorni.

Che il controllo del territorio non ce l’abbia lo Stato appare evidente da ciò che sta accadendo (e che è già accaduto negli anni precedenti in altre località) a Terzigno. La miscela esplosiva di scelte tanto emergenziali quanto scientificamente preparate da decenni di incuria e di ruberie ha prodotto l’esplosione della collera popolare a capo della quale si è messa la delinquenza che, da quelle parti, non può esistere senza il consenso della camorra.

Scientifica preparazione del fallimento della gestione dei rifiuti. Questa è la definizione più adatta per una situazione che non è una calamità naturale, ma il prodotto di scelte sciagurate contro l’interesse generale che sono state effettuate nel più assoluto disinteresse di tutto ciò che rappresenta il bene comune. Non si vuole dire che tutti i politici sono uguali, però, ciò che conta, è che quelli che hanno prevalso senza incontrare una valida resistenza sono i peggiori ed è difficile separarli dal mondo della delinquenza che rapina le risorse pubbliche e i beni comuni. Poi ci sono stati gli incapaci, quelli deboli perché non sostenuti dall’opinione pubblica e quelli onesti e combattivi come il sindaco Vassallo che è stato eliminato dalla camorra.

Oggi si è alla disperata ricerca di una cava perché per anni non si è voluto costruire un sistema di raccolta differenziata e di trattamento dei rifiuti. Si è puntato tutto sulle discariche, sugli inceneritori (e ne funziona solo uno), sulla finzione delle eco balle avendo come obiettivo il controllo e il dirottamento dei finanziamenti verso aziende e gruppi che hanno prosperato sulla spazzatura: più ce n’era per le strade e più saliva l’allarme per l’inquinamento più loro rapinavano il denaro dello Stato in nome dell’emergenza.

Di nuovo, come due anni fa, assistiamo alle sceneggiate del Governo che “decide”, che risolve in dieci giorni ciò che non è stato risolto in 16 anni. Adesso, però, sono di più quelli che capiscono quanto cinismo ci sia dietro questi annunci. Purtroppo l’interrogativo “come se ne esce” è sulle bocche di tutti e non esiste soluzione se non si impone una netta inversione di rotta a partire dalla rinascita della politica sequestrata dai malavitosi e dagli affaristi e dal coinvolgimento dei cittadini ai quali occorre restituire un potere pubblico che non sia lo specchio della debolezza, della corruzione e della soggezione agli interessi criminali.

Dire che la partecipazione dei cittadini e la loro educazione all’esercizio dei diritti democratici ( che vanno ben oltre il voto), è una delle chiavi per risolvere la gestione dei rifiuti così come lo è per affrontare qualunque altro problema di gestione dei servizi pubblici e dei beni comuni sembra scontato. Ma è la pura, semplice, evidente verità.

Quello che non vogliono assolutamente i politici corrotti e i delinquenti che controllano il territorio è che i cittadini decidano come parte di una collettività unita su valori comuni e che sa riconoscere l’interesse generale come cosa distinta dall’interesse personale di ognuno eppure con questo strettamente intrecciato. Non vogliono che ci sia una politica che unisca le persone e migliori la dimensione pubblica. Vogliono solo essere i padroni di quei territori e i padroni delle persone che ci abitano con diritto di vita e di morte su chi non accetta questo potere e anche su chi subisce le conseguenze della devastazione dell’ambiente e delle scorribande e scontri a fuoco delle bande armate. E non vogliono che nessuno controlli i loro affari.

La trasparenza e la partecipazione costituiscono il miglior deterrente per le opacità che hanno accompagnato tutta la gestione dei rifiuti in Campania. Si legge sui giornali che ci sarebbero discariche non utilizzate e che gli impianti di trattamento e selezione dei rifiuti non sono utilizzati oppure vengono sabotati dagli stessi addetti al servizio così come la raccolta differenziata sarebbe osteggiata da una parte dei lavoratori. Sciogliere questo intreccio di interessi è molto difficile senza un’estrema determinazione di imporre la legge basandola sul buon esempio dei responsabili e dei vertici istituzionali e sul coinvolgimento degli abitanti.

Se non si parte da qui non si risolve il problema e non c’è futuro per Napoli e la Campania.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Le vie della partecipazione sono finite? (di Claudio Lombardi)

C’era una volta la partecipazione…così potrebbe cominciare una favola e, invece, comincia un discorso ben più fondato sull’osservazione della realtà di questi ultimi anni.

Basta seguire i vari talk show televisivi o scorrere le prime pagine dei giornali o anche leggere i discorsi degli uomini politici più influenti e i documenti programmatici dei partiti maggiori per avere una conferma che la partecipazione è quasi scomparsa come elemento fondativo, distintivo, identitario del nostro sistema democratico.

Che il ruolo del cittadino si fosse ridotto a quello di elettore e di spettatore lo si era già constatato in più circostanze e, forse, era nei piani (e nei desideri) di quelli che non hanno mai digerito la nostra Costituzione e lo Stato democratico che è stato fondato 60 anni fa e che tanto hanno fatto per allontanare il popolo dalla politica.

Come ognuno può vedere, quando si affrontano i temi politici, l’attenzione dell’opinione pubblica è costantemente attirata dalle problematiche dei rapporti fra i partiti e all’interno dei partiti fra diverse componenti; problematiche che ruotano intorno a parole e concetti dei quali non si comprende più bene il significato dato che, spesso, sono branditi come bastoni da lanciare addosso agli avversari politici, ma non oggetto di spiegazione e di riflessione.

Uno dei temi dominanti già da anni è costituito da quello che viene definito il “conflitto” fra magistratura e politica. Questo “conflitto” è diventato, nel dibattito politico, una creatura misteriosa che si aggira, si occulta e poi colpisce all’improvviso.

Anche in questo caso la nebbia avvolge concetti e parole e non si capisce quali siano gli elementi che dimostrerebbero l’esistenza del “conflitto”. Poiché la magistratura è stata creata per perseguire reati bisognerebbe spiegare, piuttosto, come mai ci sono politici sui quali pendono accuse pesanti che non sono fatte di calunnie lanciate sui giornali, ma da capi di accusa che discendono da indagini lunghe e complesse. È come se si accusasse la previsione meteo della pioggia che cade.

E invece parlare di “conflitto” annebbia la vista e non si riesce a vedere la sostanza che sta dietro le parole.

Così il legittimo diritto di sapere se chi ci rappresenta o, addirittura, ci governa esercitando poteri e disponendo di soldi e di apparati pubblici, sia una persona onesta e affidabile rimane insoddisfatto perché si alzano le urla di chi, accusato, risponde: congiura, conflitto, assurdità ecc ecc.

Qualcuno, in realtà, pensa che anche il rapinatore preso con le mani nel sacco, se potesse, direbbe che la polizia e i magistrati ce l’hanno con lui e che non se ne parla proprio di farsi processare per vedere se, prove alla mano gli riesce di dimostrare la propria innocenza.

Ma non può farlo. Questo privilegio è riservato ai pochi che hanno il potere e dispongono del denaro e delle strutture di comunicazione (giornali e televisioni) per dare la loro versione dei fatti, nella migliore delle ipotesi, oppure, semplicemente, per sottrarsi ai processi.

Questo è il punto di vista del cittadino comune, diciamo pure di chi ragiona con il comune buon senso.

In questo clima come sperare che molti pensino alla partecipazione dei cittadini come la ricetta migliore per far funzionare lo Stato, le istituzioni, la vita sociale e anche, persino, gli stessi partiti politici?

Eppure, non saremo in tantissimi, ma noi ci crediamo che sia possibile vivere in una società più coesa, ordinata, ben governata perchè fondata sulla partecipazione dei cittadini.

Come dice una bella canzone di Giorgio Gaber la “libertà è partecipazione”.

Per altri la libertà è quella di (tentare di ) fare il proprio comodo fino a che non ne sono impediti da altri più forti. Ed è quello che abbiamo visto in tante parti del mondo già innumerevoli volte. Ma le conseguenze non sono mai state buone nel medio e lungo periodo per i popoli: guerre, violenze, distruzione dell’ambiente, sopraffazione dei più deboli sono solo alcuni dei prezzi pagati da tutti per il tornaconto di pochi.

Purtroppo c’è sempre qualcuno per cui la libertà è solo quella sua da esercitare contro gli altri. Per questi asociali ci vorrebbe quell’antica sanzione in uso nel mondo greco e romano che escludeva dallo Stato chi ne violava le leggi diventando un pericolo per gli altri.

La sanzione più adatta a quest’epoca, invece, è costruire un sistema fondato sulla partecipazione che limiti il potere di chi usa la democrazia per sé e contro la collettività.

La partecipazione va considerato uno dei caratteri fondanti di un regime democratico avanzato che non si limita a mettere nelle mani degli specialisti della politica il governo di una società, ma si affida ad un sistema di pesi e contrappesi nel quale le diverse componenti si bilancino senza che nessuno possa mai disporre del potere di prevaricare gli altri.

La partecipazione, inoltre, rende più scorrevoli e autentici i processi decisionali e di applicazione delle decisioni creando le condizioni per il superamento delle chiusure corporative e degli egoismi individuali.

Solo in questo modo, infine, è possibile migliorare la validità e la veridicità delle decisioni degli organi rappresentativi e l’efficacia del sistema di governo basandole su una coesione sociale non statica, ma dinamica che si adatta alla mutevolezza degli sviluppi culturali, economici e sociali.

Le virtù della partecipazione sono indubbie, ma non si trovano già belle pronte in un pacchetto di interventi che devono solo essere applicati per funzionare.

Occorre costruire la cultura della partecipazione ed inserirla nelle prassi di vita quotidiana.

Non bastano, insomma, le manifestazioni esteriori della partecipazione come sono stati tradizionalmente considerati comizi, cortei e simili.

È necessario che la partecipazione sia una delle modalità con le quali si governa in senso lato la società e lo Stato.

Non si è fatta, sin qui, menzione delle elezioni che, pure, costituiscono la principale forma della partecipazione alla politica dato che servono a comporre gli organi istituzionali rappresentativi.

Non se ne è fatta menzione perché quel momento di partecipazione ha senso se si inserisce in un sistema partecipativo; se isolato e lasciato a sé stesso si presta facilmente ad essere preda di chi dispone di capacità e di poteri di influenza sull’elettorato.

Tornando alle diverse forme della partecipazione bisogna precisare che non siamo all’anno zero: nel passato molto è stato fatto anche in assenza di riconoscimenti legislativi e di discipline specifiche. Oggi ci sono normative che consentono e prevedono la partecipazione, ma spesso non sono applicate o perché boicottate oppure perché chi dovrebbe utilizzare quelle possibilità non ha le idee chiare o le capacità o la forza per farlo.

Il problema, a questo punto, si traduce nella necessità di individuare percorsi di partecipazione che stimolino la nascita e il rafforzamento di forme associative fra i cittadini che sappiano utilizzare le norme esistenti e che, inoltre, creino la “necessità” della partecipazione per far funzionare meglio le cose.

Per non fare discorsi astratti ecco un esempio: il comma 461 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 sarebbe una bella occasione per realizzare questo disegno, ma, a distanza di due anni dalla sua approvazione, non se ne conosce ancora alcuna applicazione.

Vale la pena dedicare a questa norma un’attenzione particolare, ed è quello che faremo nel prossimo articolo dedicato a definire un percorso di attuazione del comma 461.

 

Claudio Lombardi Cittadinanzattiva Toscana, Marche, Umbria

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