Il senso del servizio pubblico radiotelevisivo

servizio pubblico radiotelevisivo

Un lungo articolo di Flavia Barca affronta la questione del servizio pubblico radiotelevisivo. Ne pubblichiamo alcuni stralci rinviando per la versione integrale al sito www.flaviabarca.it.

convenzione Rai“Alle soglie del rinnovo della Convenzione tra la Rai e lo Stato Italiano (l’attuale scade nel maggio 2016), moltissime sono le minacce che insidiano la sopravvivenza dei servizi pubblici europei, dalla difficoltà di reperire risorse finanziarie al declino di fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, dalla moltiplicazione dei canali e delle piattaforme ad una competizione sempre più accesa sui contenuti premium, dalle trasformazioni e disintermediazioni della tradizionale catena del valore al ruolo sempre più centrale dei nuovi gatekeeper (aggregatori, over the top, ecc.), dalla struttura organizzativa elefantiaca e poco efficiente di molti broadcaster pubblici alla migrazione delle utenze più giovani verso nuove forme di consumo.

L’effetto è moltiplicato nel nostro Paese, dove la Rai, negli ultimi anni, ha faticato non poco nel rispondere con tempismo ed efficacia ai mutamenti della società. E la ragione principale, di questo vulnus, va ricercata nella debolezza della sua mission, ovvero nella incapacità di definire con chiarezza obblighi ed obiettivi dell’azienda radiotelevisiva pubblica.

Una forte confusione, o meglio densa nebbia, sulla missione pubblica della Rai, si protrae infatti da molto tempo. Il dibattito sulla dipendenza dalla politica, identificata come male principale della Rai nel nostro Paese, è stato purtroppo funzionale ad offuscare il vero dibattito sull’assenza di un chiaro, condiviso, trasparente, efficace progetto pubblico. Così la mancanza di regole e obiettivi certi ha permesso, a tutti i governi che negli anni si sono succeduti, di operare senza trasparenza pensando più al beneficio privato che al bene comune. Invece di trascorrere tanto tempo a discutere del come (la governance, le risorse ecc) avremmo forse dovuto maggiormente riflettere sul cosa (la visione, il progetto).

televisioni pluralismoRispetto agli auspici di una importante fetta dell’opinione pubblica che la Rai venga privatizzata, è invece chiaro che l’unica giustificazione nel negare questa strada è quella di difendere – e rafforzare – una sua funzione pubblica. In questo senso credo sia utile ripartire proprio da qui. Dalla mission.

Ragionare sulla mission significa principalmente chiedersi che senso abbia oggi, in piena era del digitale, che lo stato finanzi un servizio pubblico radiotelevisivo e se davvero questo importante segmento del mercato dei media vada oggi difeso e preservato, in Italia e nel mondo.

La Rai è una delle più importanti istituzioni pubbliche del Paese, la più importante nell’ambito dei settori culturali e creativi.

L’attività principale della Rai è quella di realizzare un palinsesto di qualità, le cui caratteristiche specifiche sono definite dalla mission, indicata nella Convenzione con lo Stato e poi elaborata nei diversi Contratti di Servizio che vengono rivisti ogni cinque anni.

inclusione socialeNon si tratta solo di produrre alfabetizzazione e inclusione sociale ma anche di attivare una fondamentale filiera economica che, a sua volta, produce effetti di enorme portata su tutta la società. La mancanza di un’industria dell’immaginario solida è infatti un grosso danno non solo per gli addetti del comparto: ha forti ripercussioni anche su tutta la filiera dell’immaginario e, soprattutto, sulla valorizzazione dei nostri asset culturali materiali e immateriali

Per questo il tema della promozione dell’audiovisivo nazionale è centrale. E molti lo identificano come il perno della mission Rai.

Agire nel nome del bene comune significa, infatti, anche e soprattutto finanziare innovazione di prodotto e di sistema. Quindi la specificità della Rai impone che si guardi con maggiore attenzione a quei produttori o a quei programmi maggiormente innovativi che non troverebbero naturale sbocco nel mercato.

Il tema dell’innovazione in tutte le sue espressioni è centrale perché indica la strada del rischio che la Rai si sobbarca anche per il resto del comparto, pareggiando così i conti con i broadcaster commerciali.

innovazioneIl rafforzamento del mercato della creatività, specie nella sua componente più innovativa è, però, condizione necessaria ma non sufficiente. Il ruolo del pubblico si giustifica, infatti, solo ed esclusivamente qualora offra un servizio unico e che produca bene pubblico. In questo caso anche chi non ne usufruisce può comunque trarre un vantaggio sociale dall’esistenza di quel bene, perché ha potenziali ripercussioni sullo sviluppo e l’inclusione sociale e, quindi, aumenta il benessere collettivo.

Il servizio pubblico ha, quindi – questo è il punto! – un mandato unico, cioè quello di identificare e programmare un palinsesto (svariati palinsesti) che aiuti a migliorare le competenze e quindi le condizioni di vita delle persone, facilitando la comprensione dei cambiamenti sociali, del mondo che ci circonda, dell’enorme gamma delle possibilità di scelta che si aprono davanti all’essere umano. Insomma strumenti di libertà.

La missione è una spinta gentile all’inclusione sociale, al miglioramento della società.

Pensare al nostro Paese che si fa latore di un progetto europeo che coinvolga tutti i servizi pubblici, per programmare assieme, per progettare assieme, una idea di Europa. Pensiamo ad una tv pubblica che funga, anche, da “pietra d’inciampo” – una tv d’inciampo! – per il Paese. Che ogni giorno getti nell’agenda pubblica temi, aggettivi, riflessioni nuove, stimolanti, che producano impatti ed effetti chiari nel dibattito e generino code lunghe di pensieri ed azioni dedicate al bene comune.

partecipazione condivisioneLa vera novità oggi, è quella della partecipazione e condivisione. Cioè di un progetto pubblico (di valori e servizi), non più unidirezionale, ma mediato e arricchito da una continua immissione/scambio di nuove idee e suggestioni. Se è giusto, come sopra teorizzato, che la Rai produca idee e valori “pubblici” mediante i quali costruire capitale sociale, è indispensabile, al contempo, che queste idee e valori siano negoziati, continuamente, con tutto il Paese. E questo può e deve avvenire aprendo la Rai ad un dialogo trasparente con tutti gli spazi di produzione di pensiero, quindi scuole, università, centri di ricerca, terzo settore, cittadinanza attiva.

Il grande errore degli ultimi anni è stato quello di confondere il concetto di “governance partecipata” con la costruzione di nuovi organismi decisionali o consultivi aperti a diverse rappresentanze sociali, con il rischio di ingabbiare nuovamente le forze costruttive e creative dei territori in “postifici” utili al più a fare lobby per un soggetto piuttosto che un altro. La partecipazione, per il servizio pubblico radiotelevisivo (e non solo) ha ben più alto scopo, cioè quello di cooperare, l’istituzione assieme a tutta la società civile “attiva”, per il bene comune.

cittadino digitaleCondizione irrinunciabile di questo ragionamento è la formazione del nuovo cittadino digitale. Si tratta di uno degli obiettivi della mission Rai non più procrastinabili. Su questo importanti passi avanti sono stati fatti negli ultimi anni, ma ancora la strada è lunga, in un Paese affetto da un importante digital divide, e non solo tra le fasce più anziane della popolazione. Si tratta di trainare gli utenti verso un consumo multipiattaforma e verso una interazione attiva e produttiva con tutte le piattaforme, promuovendo quindi non solo l’accesso ma anche l’interazione e la produzione di nuovi contenuti (il cd cittadino “prosumer”, crasi di produttore e consumatore).

“La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”. Queste le parole di Keynes che andrebbero messe ad epigrafe della prossima convenzione Rai-Stato.

Quindi una tv pubblica che occupa un perimetro ben delineato, trasparente, unico e distintivo rispetto a quello della tv commerciale. Una tv pubblica che non è “fuori” dal mercato ma neanche pienamente dentro, occupando spazi distinti e complementari ma interconnessi. L’investimento nella “nuova Rai” darà, nel medio e lungo termine, dei ritorni importanti per il Paese, assolutamente misurabili in termini di capitale sociale e sviluppo economico.

Il momento per una discussione seria sul senso della Rai è ora. E maggio è alle porte.

Riforma della Rai: una tv di governo

televisione e riforma

Diciamo le cose come stanno. La politica è anche lotta e gestione del potere che, nei sistemi democratici, conta molto sulla comunicazione cioè sulla capacità di trasmettere informazioni, contenuti e senso all’opinione pubblica precondizione per acquisirne il consenso senza il quale non si governano società complesse. Tutto ciò è ormai tanto assodato che quasi non si osservano più le manovre sul fronte dell’informazione e dei media che la veicolano.

controllo della tvAnche nell’epoca di internet controllare un quotidiano a larga diffusione con relativi siti internet ed edizioni online è molto importante. Lo stesso dicasi per il controllo di una o più reti Tv le quali pure hanno le loro brave proiezioni su internet.

Ovviamente per farlo è fondamentale disporre di grandi capitali specie se si tratta di reti Tv a diffusione nazionale, presenti dovunque e capaci di mantenere una programmazione che spazia dall’informazione all’intrattenimento in tutte le fasce orarie. In quasi tutti i paesi, però, esiste un’alternativa già pronta che si chiama Tv pubblica o di servizio pubblico. I capitali ce li mettono tutti gli utenti che pagano di tasca loro via canone o via imposizione fiscale. In Italia c’è la Rai e, per conquistarne il controllo, basta raggiungere la maggioranza dei voti e il gioco è fatto. Seggi in Parlamento, governo e, come bonus, il controllo della Rai. Così è da molti anni e la riforma in discussione alla Camera non smentisce questo caposaldo del sistema italiano.

pluralismo informazioneOddio a rigore non dovrebbe essere così. Nel corso degli anni si sono succedute sentenze della Corte Costituzionale e atti di indirizzo dell’Unione Europea che hanno affermato principi diversi, ma le leggi approvate per disciplinare il sistema televisivo hanno sempre fatto finta di non capire. Quando c’è di mezzo il potere si va per le spicce e non si sceglie per il meglio

Oggi siamo all’ultimo atto di una riforma della Rai che non riforma nulla perché ribadisce l’assetto della governance che resta saldamente nelle mani della politica. Gli unici cambiamenti vanno in direzione di un’assoluta preminenza del governo nelle nomine che prima era mediata dall’esigenza di accontentare tutti i partiti. Dunque un bel CdA e un Amministratore delegato tutti derivanti da scelte della maggioranza al governo. L’unica novità sarà la presenza nel CdA di un rappresentante dei dipendenti che in questo schema avrà l’unica funzione di una mediazione corporativa.

rai governativaCon questa riforma la tv pubblica pagata dai cittadini (ben più di oggi visto che si vuole, giustamente, combattere l’evasione del canone) non potrà che essere un’azienda che risponderà al proprio committente politico, la maggioranza di governo. Il cerchio, dunque, si può chiudere all’insegna di un’aziendalizzazione che certo non potrà fare male all’azienda Rai così mal gestita fino ad oggi, ma che non potrà prescindere dai suoi referenti politici.

Il punto è come mai tutto ciò sta passando senza riscuotere l’interesse dell’opinione pubblica. Che la Rai pagata dai cittadini diventi la Tv del governo non colpisce che pochi osservatori. Forse si accetta con fatalismo che chi comanda faccia quello che vuole. Forse si spera che i vertici aziendali comunque impongano la loro impronta manageriale. Forse non si sa più che ci sta a fare un servizio pubblico radiotelevisivo nell’epoca delle tv on demand digitali o satellitari. O forse ci si illude che una Rai governativa nell’epoca di internet non conti più molto.

Esistono mille ragioni per imboccare una via diversa da quella che il Parlamento si accinge a prendere, ma il governo vuole realizzare il suo progetto e basta. Eppure alcuni hanno indicato una strada diversa fra cui Art21 e MoveOn con le loro proposte di ampliare la governance del servizio pubblico basando una più forte managerialità aziendale sulla liberazione dal controllo dei partiti. Niente da fare, queste proposte non sono nemmeno state prese in considerazione. Si sa, al cuore non si comanda e il potere è una passione che non accetta consigli. Vuol dire che gli italiani, prima o poi, giudicheranno dai risultati.

Claudio Lombardi

Rai: ma quale riforma?

riforma rai

Nello stile efficientista di questo governo ci si avvicina all’approvazione della riforma della Rai. L’obiettivo è chiudere prima di ferragosto, ma anche se non ci si riuscisse lo spostamento sarà di poche settimane. La velocità, però, non è sufficiente: ci vogliono anche i contenuti. Non basta mettere la targhetta “riforma” su un testo e dare l’impressione di aver cambiato tutto. Ora poi che il Governo vuole eleggere il nuovo CdA con i vecchi criteri si capisce che è dura parlare di riforma. Se la memoria non ci inganna il governo partì nella seconda metà del 2014 con annunci impegnativi (fuori i partiti dalla Rai) rispetto ai quali bisogna misurare le reali misure che si stanno per approvare.

velocità del governo RenziDal CdA nominato dalla Commissione parlamentare di vigilanza si passa al CdA nominato da Camera, Senato e Governo. Dal direttore generale si passa all’amministratore delegato. Un rappresentante dei dipendenti siederà nel CdA. Tutto qui? Sì tutto qui se non vogliamo considerare una svolta epocale gli obblighi di presentare la propria candidatura di aspirante consigliere o i paletti messi a garanzia dell’incandidabilità di questi e dell’amministratore delegato.

In un mondo segnato da una vera rivoluzione negli strumenti di comunicazione e dall’emergere di gruppi mondiali che incrociano tutti i tipi di piattaforme, ma anche da una fortissima domanda di libertà di utilizzarle il servizio pubblico aveva bisogno di una rifondazione e di un rilancio. Nulla di ciò nella riforma. Ci si limita ad affrontare l’aspetto aziendale mettendo ancor più saldamente nelle mani dei partiti che compongono il Parlamento e il Governo la nomina del gruppo di persone cui si affida la gestione della Rai. Con una delega si imporrà il pagamento del canone a tutti gli italiani e la riforma finirà lì.

reti di comunicazioneIn sostanza, gli italiani pagheranno per la Rai, ma non potranno influire in alcun modo sulla sua attività. In tutti i servizi pubblici si prevede di acquisire il parere degli utenti e le associazioni che li rappresentano vengono consultate e coinvolte, ma non vi è obbligo di pagare il servizio se non lo si utilizza. Per la Rai che sarà obbligatorio pagare invece, i cittadini non vengono nemmeno citati nella riforma del Governo. Strana cosa se pensiamo che la Rai si occupa di informazione e di intrattenimento cioè la materia più malleabile che ci possa essere per la quale avrebbe senso il coinvolgimento di tutti i punti di vista che compongono la società.

Il Parlamento si prepara ad approvare una riforma senza anima che non cambierà di molto la situazione attuale e, quindi, sostanzialmente inutile.

pluralismoPensiamo, invece, a cosa si sarebbe potuto fare cominciando dalla creazione di un organismo di indirizzo e vigilanza composto da tutte le istanze politiche-istituzionali, culturali, sociali del nostro Paese al quale affidare la nomina di un CdA scelto attraverso una vera selezione dei migliori professionisti. Un consiglio di garanzia come quello previsto dalla proposta di legge ispirata da MoveOn Italia con una parte dei suoi membri eletti direttamente dagli utenti del servizio pubblico. Questa sarebbe stata una vera rivoluzione che avrebbe aperto le porte ad una ridefinizione del servizio pubblico non solo limitato alla televisione e alla radio.

A questo punto l’unica speranza è che i senatori ai quali spetta la prima approvazione della riforma, decidano di introdurre alcuni correttivi alla legge che uscirà dal Senato. Alcuni emendamenti sono già stati presentati e il Governo si appresta a presentare un suo maxi emendamento. I cambiamenti da introdurre? Eccoli: 1. Un membro del CdA eletto dagli utenti del servizio pubblico; 2. Un Consiglio per la partecipazione, organismo consultivo che rappresenti gli utenti e che dialoghi con Commissione di vigilanza e con il CdA; 3. La previsione di sedi e momenti di consultazione con le organizzazioni della società civile sugli indirizzi del servizio pubblico.

Se non si farà neanche questo pagheremo tutti una Rai incapace di sviluppo e orientata a mantenere le posizioni acquisite cioè in declino

Claudio Lombardi

Netflix, la Tv on demand e la riforma Rai

tv on demand

Da ottobre gli italiani avranno a disposizione un’altra Tv on demand, Netflix. Con 8 euro al mese potranno attingere all’intero archivio di film e serie televisive. Netflix non è però l’unico fornitore di contenuti per l’intrattenimento utilizzabili su qualsiasi supporto multimediale. Tutti i nostri schermi possono già riempirsi di Tim vision, Mediaset Infinity, Sky on demand, Google play, Apple Tv, Play Station video, Xbox video, Chili Tv, Wuaki Tv cui dobbiamo aggiungere i canali Tv digitali e satellitari che ripropongono H24 film e telefilm. E oltre agli schermi anche i nostri spazi mentali possono riempirsi di realtà virtuale fino all’indigestione.

Già oggi i videogiochi deliziano milioni di persone che vi dedicano buona parte del loro tempo libero. E non sono solo ragazzi e ragazze. Basta fare un giro in una qualsiasi metropolitana per vedere persone di tutte le età impegnate in giochini multicolori sui loro smartphone.

videogiochiQualche problema con l’intrattenimento video? No, anzi, cercare di rilassarsi è importante e poi i film sono la principale forma d’arte contemporanea, un’arte che ne riunisce tante in un unico prodotto.

La domanda che ci si può fare è però un’altra: che fine farà la Tv che fa informazione e approfondimento giornalistico? Presi da tanti piacevoli passatempo gli italiani avranno ancora voglia di mettersi di fronte ad uno schermo per sentire le ultime notizie e i relativi commenti?

Sicuramente sì anche perché i talk basati sul confronto tra esponenti politici, del giornalismo ed esperti vari si sono diffusi a macchia d’olio nei principali canali Tv. Vuol dire che il pubblico non manca. Bene.

Il problema però è che l’informazione e l’approfondimento non sono un optional per passare il tempo né una creazione artistica, ma un’esigenza sociale cui non si può rinunciare. Sì, certo, c’è anche internet. Ma la rete è talmente vasta ed accessibile a chiunque che non c’è nemmeno una minima garanzia di affidabilità: se una notizia la da il Tg ci sono giornalisti con nome e cognome che se ne assumono la responsabilità ed operano dentro strutture che hanno anch’esse un nome, un cognome e sedi ben conosciute; ma se la notizia gira in rete chi se ne assume la responsabilità? E noi su che basi possiamo regolarci se non abbiamo le giuste informazioni?

televisione e informazioneNo, sembra proprio che non possiamo fare a meno di un servizio di base che ci assicuri informazione ed approfondimento. Un servizio così lo forniscono tutte le principali reti Tv. Oggi. E se domani volessero smettere? Bisognerebbe che ci fosse un servizio pubblico che non smette mai e che non può fallire. Un po’ come gli ospedali. Già, ma noi siamo fortunati perché questo servizio esiste e si chiama Rai.

In questi giorni si discute in Parlamento di come riformare la Tv servizio pubblico cioè la riforma della Rai. La cosa ci riguarda. Anche se ci piace giocare alla Play Station o se siamo interessati solo ai film e ai serial. Perché in qualunque momento possiamo cambiare canale o schermo e decidere di sapere che è successo qui o là e che implicazioni può avere per la nostra vita, per la nostra società.

La Rai non è solo un’azienda, né è intercambiabile con qualsiasi Tv on demand perché fa un lavoro che serve a tutti noi e che, prima o poi, ci tornerà utile. La Rai non è un’azienda del governo e non è nemmeno dei partiti, non deve esserlo perché siamo tutte brave persone, ma troppo potere può dare alla testa. Come infatti è già accaduto per anni. Oggi c’è la possibilità che il servizio pubblico sia rilanciato e sia messo sotto il controllo di tutti quelli cui si rivolge cioè dei propri utenti. La legge che sarà approvata dalle Camere tra poche settimane dovrà dire questo: se la Tv dovrà continuare ad essere lo specchio dei partiti e del governo o se potrà essere lo specchio della società.

Speriamo prendano la decisione giusta perché non ci piace un futuro in cui staremo a giocare con una Tv on demand saltando da un film all’altro, ma le notizie ce le racconterà un rappresentante del governo

Claudio Lombardi

La riforma Rai del Governo: un gioco di prestigio?

riforma Rai governoIl Governo ha finalmente deciso quale riforma della Rai vuole portare in discussione in Parlamento. Il testo rispecchia le linee guida decise agli inizi di marzo e il Presidente del Consiglio parla di un grande cambiamento che porterà al rilancio dell’azienda Rai e ad estromettere i partiti dalla sua gestione.

Ma davvero? Come ci ricorda Christopher Nolan nel film “The Prestige” uno spettacolo di magia si compone di tre atti: la “promessa” nella quale si mostra al pubblico qualcosa di ordinario che deve essere trasformato; la “svolta” nella quale quel qualcosa sparisce; il “prestigio” che si realizza quando quel qualcosa ricompare ed appare straordinario. Nel caso della riforma Rai il “prestigio”, però, sembra non funzionare perché ciò che doveva riapparire come qualcosa di straordinario continua ad apparire al pubblico tale e quale.

Renzi aveva cominciato bene dichiarando la ferma volontà di chiudere con la lottizzazione partitica della Rai e aveva promesso che la sua riforma lo avrebbe fatto. Dalla bozza approvata in Consiglio dei ministri sembra, invece, che solo una magia potrebbe far apparire nuovo un sistema che è pressoché identico a quello attuale.

legge governance RaiOggi il Parlamento, attraverso la Commissione di vigilanza Rai, elegge sette membri del CdA e il governo due. Il CdA poi nomina un Direttore generale (indicato dal Governo). Domani il Parlamento nominerebbe quattro componenti e il Governo due (indicandone uno come amministratore delegato). Oggi c’è un direttore generale, domani ci sarebbe un amministratore delegato. Sì l’amministratore delegato ha più poteri del direttore generale, ma la sostanza sta in quei sei membri nominati dai partiti. Di maggioranza si presume. Già perché in Parlamento e al Governo ci sono i partiti e la maggioranza decide tutto, se vuole.

L’unico vero cambiamento è far entrare in CdA un rappresentante dei dipendenti. Un po’ poco e anche poco significativo.

Infatti, se il problema era che il governo della Rai dovesse rispecchiare la molteplicità delle componenti culturali, sociali, politiche, artistiche, di opinione che compongono la società, la risposta non può essere “mettiamo dentro un rappresentante dei dipendenti e abbiamo risolto il problema”. La soluzione offerta dal Governo è puramente aziendalistica e, quindi, non risolve nulla.

servizio pubblico televisioneNo, il problema rimane e, a voler essere puntuali non riguarda nemmeno la gestione della Rai e il CdA che la deve condurre. Riguarda il servizio pubblico del quale si è smarrita la centralità. Di servizio pubblico si dovrebbe discutere di più perché la governance della Rai e la fonte di nomina dei suoi amministratori dipende dalla missione di cui viene incaricata.

La Rai non è un’azienda come le altre. Non fa automobili, tubi, ponti palazzi. Fa informazione, intrattenimento, spettacolo, arte e cultura. E lo fa per tutti, per assolvere ad una missione di interesse generale. Fa parte del mercato (che esiste già e non c’è bisogno di vendere un pezzo della Rai per crearlo come immagina qualcuno), ma non ne dipende e non lo domina. Per questo il servizio pubblico dovrebbe essere interpretato da tutti coloro cui è destinato e dai quali trae ispirazione. Un compito piuttosto complesso che richiede soluzioni all’altezza come è quella elaborata da MoveOn Italia con la partecipazione di tante altre realtà associative, di esperti, di professionisti della comunicazione nella proposta di riforma “La Rai ai cittadini” nella quale si prevede che a presiedere al servizio pubblico sia un consiglio di garanzia che vada molto oltre la rappresentanza dei partiti.

Bisogna imboccare questa strada se c’è l’intenzione di cambiare davvero. Altrimenti il rischio concreto è quello di passare dalla lottizzazione partitica della Rai ad una Rai del Governo.

Non a caso questa proposta è stata presa a base del disegno di legge già presentato alla Camera con primi firmatari Civati e Fratoianni. Altri progetti di legge ne hanno recepito alcuni contenuti e altri ancora saranno presentati nei prossimi giorni. Insomma la parola adesso passa al confronto parlamentare e non è detto che le posizioni in campo non possano produrre un buon risultato. Sarebbe saggio se anche il Governo considerasse e accogliesse la spinta che è venuta dalla società civile per la riforma della Rai e per il rilancio del servizio pubblico

Claudio Lombardi

Rai for ever (di Vincenzo Vita)

riforma RaiSarà vera la volontà di riformare la Rai o è solo un “falso movimento? Qualcosa si muove, dopo anni di tentativi naufragati e forse neppure davvero convinti. Tanto in televisione basta andarci. Ecco quello che conta, almeno per una parte cospicua del ceto politico.

Fu questa la “filosofia” prevalente nella seconda metà degli anni novanta, quando il progetto di riordino del servizio pubblico del centrosinistra fu boicottato insieme alla legge sul conflitto di interessi. Prevalse la grave sottovalutazione  della portata del sistema dei media, prossimo a diventare –al contrario- esso stesso soggetto politico, strapotere tra i poteri. Con il berlusconismo imperante il servizio pubblico andava circoscritto e sospinto al di fuori dei trend dello sviluppo integrato (il matrimonio con telefoni e rete), lasciandolo volteggiare nel limbo della logora offerta generalista.

Il “duopolio” cominciava a prendere i volti di Sky e di Mediaset, con la Rai sospinta in serie B. Proprio la vicenda più recente, vale a dire il tentativo di conquista di “RaiWay” da parte di “EI Towers” (e chissà come andrà a finire) sembra l’urlo di avvio della guerra finale. Dove proprio il servizio pubblico si gioca la partita della vita.

riforma RaiEcco, allora, perché è importante riprendere finalmente il cammino di una “riforma di struttura”. Il governo ha annunciato la presentazione di un suo progetto, e l’ha detto più di una volta. Siamo in attesa. Altri articolati sono stati nel frattempo depositati: Anzaldi (che riprende la proposta dell’allora Ministro delle comunicazioni Gentiloni), Marazziti: per stare nell’area della maggioranza. E proprio ieri, per passare alle opposizioni, è stata divulgata la proposta del Movimento 5Stelle. Interessante, perché rende assai rigorosi i criteri di scelta dei consiglieri di amministrazione, sottoposti ad una valutazione di merito stringente. Anche se appare curioso l’affidamento di un atto tanto delicato all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che certo non si è rivelata in quest’ultimo scorcio di tempo campione di attività e di solerzia. Anzi. Comunque, lo sforzo di Roberto Fico e dei colleghi ha diversi aspetti utili, da tenere in conto nell’immaginare una discussione aperta e senza preconcetti.

A tal fine, un bel gruppo di parlamentari (Nicola Fratoianni e Pippo Civati, Arturo Scotto, Sandra Zampa, Luca Pastorino e Annalisa Pannarale) ha elaborato un’ipotesi normativa convincente, nonché innovativa nel metodo. E’ il frutto, infatti, di un lungo e partecipato confronto istruito dal MoveOn-Italia. “La Rai ai cittadini”, movimento nato qualche anno fa sull’onda dell’esperienza venuta dagli Stati Uniti.

cambiamento governance RaiI punti essenziali dell’articolato riguardano in primo luogo la funzione di “bene comune” attribuita al servizio pubblico, il cui ruolo deve aumentare e non diminuire nell’era digitale, per evitare ulteriori divisioni culturali e sociali. La Rai può trovare prospettive e strategie adeguate se diviene lo strumento per la diffusione gratuita e generale di tutte le piattaforme tecnologiche. Inoltre, il consiglio di amministrazione è eletto da un organismo indipendente e rappresentativo del mondo della società civile: il Consiglio per le Garanzie del servizio pubblico, formato solo in parte ridotta da espressioni direttamente politiche ( 6 membri su 21 indicati dal Parlamento).

Insomma, la scelta di liberare la Rai dall’antica servitù della lottizzazione passa dalla teoria alla prassi. A breve scade il consiglio della Rai. Per cortesia, la legge Gasparri questa volta no.

Vincenzo Vita

Rai Way e RCS: voglia di monopolio?

torri di trasmissione RaiPrima Mondadori dichiara di voler acquistare RCS (che comprende il Corriere della sera); adesso Mediaset vuole lanciare un’offerta pubblica d’acquisto e scambio (Opas) per conquistare il 100% di Rai Way (impianti di trasmissione del segnale televisivo), attraverso la controllata Ei Towers, la società che possiede le antenne delle televisioni di casa Berlusconi.

Cosa succede nel settore media e informazione? Per anni si è denunciata l’anomalia di un intreccio tra cariche politiche, istituzionali e proprietà di reti televisive, case editrici, giornali, banche, assicurazioni e quant’altro nella persona di Silvio Berlusconi a lungo Presidente del Consiglio dei ministri e tuttora capo di uno dei maggiori partiti italiani. Una concentrazione di potere assolutamente anomala per una democrazia.

Ora che la maggioranza di governo è cambiata e le fortune del Berlusconi politico sono crollate (insieme a quelle dell’imputato che riusciva a sfuggire a tutti i processi) esce fuori un’altra forma di anomala concentrazione del potere ricercata con la creazione di un monopolio tecnico-mediatico nettamente superiore a quello del passato.

mondadori rcsSe le due proposte dell’impero berlusconiano fossero accolte avremmo tutti gli impianti di trasmissione dei segnali tv in mano a Mediaset e metà dell’editoria italiana in mano a Mondadori. Poiché sia Mediaset che Mondadori sono in mano a Berlusconi il cerchio si chiude.

No, non si può fare perché in un regime democratico non possono esistere monopoli privati che controllano settori essenziali per garantire la libertà di tutti. Certo Mondadori e RCS sono aziende private e sono libere di vendersi e acquistarsi. Ma chi ne è proprietario non può poi possedere anche tre reti televisive nazionali, più tutti gli impianti di trasmissione. Sennò un solo padrone può dettare la sua legge a un esercito di dipendenti che controllano media, informazione, editoria. E questo è pericoloso.

Intanto il governo finalmente ha deciso che bisogna riformare la Rai. Renzi dice che i partiti vanno esclusi dalle decisioni che riguardano la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo e i giornali parlano di due soluzioni allo studio: una fondazione alla quale trasferire le azioni Rai oppure un consiglio rappresentativo delle componenti della società italiana. Sia nell’un caso che nell’altro il consiglio di amministrazione Rai sarebbe nominato da questi organismi e non più dalla Commissione di vigilanza. I partiti, quindi, non deciderebbero più chi amministra la Rai.

decisioni governo su RaiForse è arrivata la volta buona? Ancora non si sa, ma intanto Berlusconi fa le sue mosse per conquistare almeno il monopolio delle antenne.

A questo punto il governo deve dire cosa pensa di fare perché una dichiarazione di principio non basta. I partiti fuori dalla Rai? Giusto, ma chi nomina gli organismi che nomineranno il consiglio di amministrazione Rai? E qual è la missione del servizio pubblico cioè che deve fare? E in tutto questo chi ci mette i soldi ovvero i cittadini italiani che pagano il canone cosa decidono?

Gli interrogativi sono tanti e le intenzioni del governo non sono chiare. Lo è, invece, un disegno di legge scritto da un gruppo di lavoro costituito da MoveOn. Ci si è lavorato per un anno intero e alla fine è uscita una proposta di riforma coerente, ragionevole, credibile.

Il cuore della proposta è che il CdA Rai (società per azioni 100% dello Stato e incedibile) sia nominato da un consiglio di garanzia eletto da tutte le componenti istituzionali, sociali e culturali nonché da tutti gli abbonati Rai su liste di candidati presentate dalle associazioni dei consumatori, dalle associazioni di volontariato e del terzo settore, dalle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative in ambito nazionale.

Questa sì che sarebbe una riforma veramente innovativa, ma non la si può realizzare permettendo la costituzione di un monopolio tecnologico. Se ci deve essere un monopolista delle antenne di trasmissione Tv ebbene questo deve essere controllato dallo Stato

Claudio Lombardi

Fatti non chiacchiere sulla Rai (di Vincenzo Vita)

ipotesi riforma RaiSettimana fondamentale ad Hit parade! Diceva all’inizio di ogni puntata della famosa trasmissione radiofonica il compianto Lelio Luttazzi. E settimana almeno altrettanto fondamentale per la Rai. E’ in programma tra oggi e domani, infatti, il consiglio di amministrazione dell’azienda, da cui forse emergeranno alcune scelte sul riordino del servizio pubblico. E sottolineo se, cantava Mina.
Appunto, visto che in questi ultimo mesi sono sì sbocciati -secondo una tardiva lezione maoista- cento fiori, ma un’opzione ancora non è emersa. Aspettando Godot (Renzi….). Iniziative, convegni, da ultimo l’interessante “Pallacorda” promossa dal Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza di Roma, diretto da Mario Morcellini. Vale a dire un ciclo di cinque seminari tesi ad aggiornare il tema, liberandolo da inerzie e mere ripetizioni. Ma con quale percorso? Infatti, dopo qualche promessa del sottosegretario Giacomelli di avviare una consultazione di massa nonché di anticipare alla fine di quest’anno il rinnovo della convenzione con lo stato, una coltre di nebbia ha avvolto le effettive intenzioni del governo.
Mentre sul nodo cruciale dei servizi pubblici, retti -tra l’altro- dal trattato di Amsterdam del 1997- una parola sarebbe lecito attendersi dal semestre europeo a guida italiana. Anzi. Una ridefinizione moderna e impegnativa del servizio pubblico nell’era della rete e delle tecniche numeriche (a quando quelle quantiche?) è necessaria per costruire la cittadinanza digitale. Questa è la sfida. Altro che ridimensionamento del servizio pubblico, come vorrebbe la farisaica corrente privatistica. Al contrario, si tratta di “espandere” il concetto di servizio pubblico, come carta cognitiva del nuovo universo . E dentro l’area pubblica prende piede il pre-concetto del bene comune, vero traguardo della democrazia partecipata.
servizio pubblico radiotelevisivoEcco. Serve un salto di qualità nel dibattito, superando i mille rivoli senza sbocco che non interagiscono (almeno un blog comune, no?) e non trovano un filo conduttore. Eppure, un anno fa Articolo 21 lanciò una consultazione nelle scuole per una nuova carta d’identità per la Rai e l’associazione “MoveOn” ha lavorato per due anni attorno ad un articolato normativo che domani verrà presentato alla sala stampa della Camera dei deputati. Così, la felice iniziativa -ancora un po’ generica- dell’università di Roma potrebbe a sua volta divenire un riferimento. Si operi una scelta. Sempre che si voglia davvero studiare idee e progetti di sviluppo e di cambiamento coraggiosi e non -al contrario- dare luogo ad una danza della morte.
Rai ai cittadiniE’ troppo aspettarsi dal consiglio di amministrazione della Rai un piano di evoluzione dell’azienda? Un programma non recessivo: di transizione da un apparato subalterno ideologicamente alla logica partitica ad una società multi-piattaforma indipendente e protagonista dell’industria culturale? Il tempo corre e il panorama mediatico è in via di rivolgimento profondo: alleanze e scelte strategiche prefigurano una foto di gruppo assai diversa da quella degli anni passati. A proposito, mai una volta che il governo  scopra un’altra verità. Nessuna vera riforma nascerà se non si metterà mano a quel puro anagramma del potere berlusconiano che fu la legge Gasparri. Se non interverrà il Parlamento, qualcuno potrebbe persino lanciare l’idea del referendum abrogativo. Insomma, la questione non sta nel difendere “quel che resta del giorno” di un brand, quanto piuttosto nell’avere il coraggio di pensare al futuro, come sta avvenendo pressoché ovunque. L’Italia è sempre più l’anello debole del villaggio globale.
Vincenzo Vita

Renzi e la RAI (di Vincenzo Vita)

riforma televisioneNel discorso introduttivo tenuto sabato scorso all’assemblea nazionale del partito democratico Matteo Renzi ha parlato –ed è stato più di un cenno- della Rai. Il tema si è risvegliato soprattutto per il taglio chirurgico di 150 milioni di euro imposto dal decreto Irpef. Con il caldo invito a cedere quote del gioiello di famiglia “Rai-Way”. Era mancata finora, però, un’indicazione chiara che toccasse il medio e il lungo periodo. C’è stata.

Il servizio pubblico ipotizzato dal presidente-segretario interpella  nuovi e impegnativi traguardi educativi, secondo la grande tradizione impersonata dal maestro Manzi, simbolo di una stagione che fu: bella e (oggi) impossibile. Le agenzie formative sono diffuse e intricate nella e con la rete, tanto da rendere difficile una ricomposizione unitaria dei contenitori. Ciò non significa, ovviamente, che l’aspetto didattico non stia nel cuore del servizio pubblico. Tuttavia, il risultato si raggiunge se l’offerta è vasta e plurale, si incammina sui diversi sentieri del sapere, che non si incarnano in uno specifico “format”. Anzi, proprio il valore di “Rai educational” in tanto si può esprimere, in quanto appartiene ad un palinsesto vario e complesso.

servizio pubblico televisivoNell’ascoltare Renzi veniva in mente il canale pubblico degli Stati Uniti Pbs –di qualità, ma marginale- piuttosto che il servizio pubblico della tradizione europea: dalla Bbc del Regno Unito, all’Ard tedesca, a France Télévisions, alla stessa Rai. Vale a dire la ricerca della qualità, ma non cedendo lo scettro della fruizione e dell’industria culturale al settore privato. Certo, quel modello si è logorato, come è in difficoltà l’intera cultura del Welfare di cui è stato una parte cruciale. Lo spartito della nuova riforma –questa sì  urgente e indifferibile- deve partire dalla parte alta e migliore dell’esperienza dei broadcaster pubblici, non dall’improponibile sistema degli Usa a dominante commerciale. Via i partiti, certo. E via altrettanto lobby e salotti, amicizie e appalti inutili. Il servizio pubblico dell’era digitale e cross-mediale è una piattaforma aperta e neutrale che permette ai cittadini di accedere al progresso tecnologico in modo egualitario.  Non secondo la via facile e redditizia della “pay tv”. E un vero, affascinante bene comune.

La riforma manca da quarant’anni. Troppe ipocrisie, violenti ostruzionismi e molta incoscienza hanno bloccato il riordino dell’anima pubblica del sistema. Non per caso. E’ il conflitto di interessi. Una Rai dominata, subalterna ed immobile era il prezzo del compromesso penoso con il berlusconismo, di cui Mediaset costituiva la roccaforte. Ecco: una reale riforma non sarà mai davvero praticabile se eluderà l’abrogazione della legge Gasparri e la risoluzione del conflitto di interessi.

informazione in reteOra pare muoversi qualcosa, dopo anni di boicottaggio. Il governo parla di una consultazione di massa per definire i caratteri del futuro servizio pubblico. Un’ottima idea, su cui certo non c’è copyright. Tuttavia, è utile ricordare che la consultazione è stata lanciata proprio un anno fa – a partire dalle scuole- dall’associazione Articolo 21, d’intesa con il ministero dell’istruzione. E il Move On ha lavorato per due anni ad un progetto di coinvolgimento dei cittadini nella governance della Rai. Cittadini, appunto, non tele-corpi. Che il canone, poi, sia inserito nella dichiarazione dei redditi, con una consistente quota di esenzione per le aree deboli della società. Chi può, invece, paghi di più. Insomma, per uscire dal giogo della politica serve una linea politica.

Vincenzo Vita

Nessuno parla più della “questione Tv” (di Nicola D’Angelo)

pluralità tvTra meno di un mese le primarie per scegliere il nuovo segretario del Pd. Tutti i candidati hanno annunciato i loro programmi e il tema dello sviluppo di internet è stato indicato, seppure con qualche confusione, come centrale. C’è invece qualcosa che non è stato detto. Il digitale è un ecosistema composto di varie articolazioni fortemente interconnesse tra loro. Tra queste articolazioni non c’è dubbio che vi sia anche la parte relativa al settore radiotelevisivo che se non cambia regime rischia di condizionare negativamente il resto.

Per questo dovrebbero essere assunte una serie di urgenti iniziative che peraltro si rendono necessarie anche per chiudere definitivamente un’epoca in cui l’Italia è stata una peculiarità mondiale per le condizioni di dominanza e di controllo legate al conflitto di interessi. Dovrebbe dunque essere abrogata la legge Gasparri e al suo posto fatta una legge rigorosa che finalmente garantisca un effettivo pluralismo attraverso un uso trasparente, efficiente e concorrenziale delle frequenze e delle risorse pubblicitarie.

canali raiAndrebbe inoltre riformato il servizio pubblico a cui deve essere garantita indipendenza e rilancio della sua funzione soprattutto nella convergenza ed andrebbe di pari passo modificato in una visione moderna il sistema dell’emittenza locale e della radiofonia. Infine, andrebbe sostenuta l’industria delle produzioni audiovisive, in particolare quelle indipendenti. Invece, questi temi sono scomparsi dal dibattito politico. Non che prima si facesse molto, ma almeno se ne parlava. L’iniziativa in materia è ormai affidata a singoli gruppi, tra questi si segnala l’ottima iniziativa di MoveOn con i suoi 5 punti di riforma del sistema delle comunicazioni e della Rai.

torri tvSaranno le larghe intese, ma il tema dell’abrogazione della Gasparri è scomparso dall’agenda politica. Eppure le cose vanno peggio che in passato. L’Italia continua a scendere nelle classifiche mondiali sulla libertà di informazione e il dissenso nei grandi media non trova più spazi. La transizione al digitale ha addirittura rafforzato le posizioni dominanti del principale operatore televisivo privato (Mediaset) e della gara delle frequenze si è persa traccia. Anche il recente annuncio di Telecom di voler vendere le torri televisive appartenute a La7 potrebbe finire per aumentare questa immane concentrazione (se vendute a EI Towers, azienda controllata da Fininvest).

Molti sostengono che internet ha ormai sostituito il peso della televisione. Si tratta di un errore, la televisione ha ancora una un ruolo notevole nel mercato delle comunicazioni e nella formazione del consenso, soprattutto in un paese come il nostro a scarsa attitudine tecnologica. Per questo sarebbe necessario non accantonare la “questione televisiva”.

Nicola D’Angelo da www.ilfattoquotidiano.it

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