L’appello di Benedetta Tobagi per la riforma della Rai

benedetta tobagiScrive Benedetta Tobagi oggi su Repubblica che “il conflitto di interessi sul sistema radiotelevisivo è tornato sui giornali” sull’onda delle polemiche sui compensi delle star televisive. Ma cessate queste polemiche adesso tutto tace di nuovo. E, invece, non si deve tacere “perché la televisione è ancora il mezzo che più influenza l’opinione politica degli italiani, quindi lo stato del sistema radiotelevisivo resta un problema cruciale di democrazia.”

Benedetta Tobagi ricorda che l’Italia occupa il 57° posto nella classifica 2013 di Reporters sans frontières, tra i Paesi con “problemi sensibili” in materia di libertà d’informazione e che in ambito internazionale sono state rilevate da anni “le perduranti criticità del sistema radiotelevisivo italiano, legate a una normativa antitrust insufficiente e alle fonti di nomina degli organismi di governo della Rai e dei membri delle autorità garanti e di vigilanza, che assoggettano il servizio pubblico al controllo della politica.” se ne è occupato anche il Parlamento europeo con una risoluzione del 14 gennaio 2003, nella quale si esprimeva preoccupazione per la situazione in Italia, dove gran parte dei media e del mercato delle pubblicità è controllato, seppur in forme diverse, dallo stesso soggetto, che è anche leader politico.

televisione tg“Il tempo passa, ma la situazione resta critica” scrive la Tobagi soprattutto perché i dati dei monitoraggi che rilevano un pesantissimo squilibrio informativo dei telegiornali delle reti Mediaset e, quindi, una generale preponderanza del Pdl nell’informazione televisiva “non hanno ottenuto risonanza né pubblica riflessione”.

E, invece, c’è “bisogno di un dibattito ampio e trasparente: la necessità di una seria normativa antitrust, la concessione e ripartizione delle frequenze, la governance Rai — o dobbiamo ritenere che la legge Gasparri sia intoccabile come le tavole mosaiche? Su governance e antitrust, i disegni di legge accumulatisi negli anni restano a prender polvere negli archivi del Parlamento. Mi pare che sia venuta a mancare una consapevolezza diffusa della posta in gioco e della complessità dei problemi.”

libertà informazioneContinua Benedetta Tobagi “qualcuno prova a parlarne — penso a Tana de Zulueta con l’Iniziativa cittadina europea per il pluralismo nei media (www.mediainitiative.eu), al movimento MoveOn con l’appello “La Rai ai cittadini”, ai convegni organizzati da Articolo21, fondazione Di Vittorio ed Eurovisioni in vista del rinnovo della concessione del servizio pubblico, in scadenza nel 2016 — ma con eco scarsissima nel sistema mediale. Dove si svolgono, oggi, i dibattiti sulle distorsioni del sistema radiotelevisivo italiano? “

Fin qui l’appello di Benedetta Tobagi consigliere di amministrazione della Rai indicata da organizzazioni della società civile. Il movimento MoveOn ha promosso un Tavolo tecnico Parlamento-società civile per scrivere la riforma della Rai che si riunirà per la prima volta il 14 novembre alla Camera. Ecco l’occasione per una mobilitazione la più ampia possibile ed ecco un terreno concreto per il mondo delle associazioni di cittadini sensibili alla libertà di informazione e al pluralismo e per quella parte dei politici che si dichiara a favore della liberazione della Rai dal dominio dei gruppi di potere.

Rai Vendesi? No grazie, non ci provate (di Claudio Lombardi)

Rai vecchio logoTarak Ben Ammar è un produttore cinematografico e imprenditore tunisino attivo nel campo dei media. Notoriamente molto vicino a Berlusconi si sente libero di parlare senza remore. Tanto non è italiano, non ha fondato nessun partito e non ha processi in corso in Italia.

Cosa ci dice Ben Ammar? Se la Rai è in vendita mi faccio avanti per comprarla. E chi lo dice che la Rai è in vendita? Lo ha accennato il ministro Saccomanni pochi giorni fa. Il ministro ne fa una questione contabile evidentemente, se la Rai produceva pomodori per lui era lo stesso.

Peccato che la Rai produca il servizio pubblico radiotelevisivo e che gestisca un bene pubblico come le frequenze Tv. Peccato che la Rai sia stato il fattore di unificazione nazionale più forte dal punto di vista culturale e che lo sia ancora adesso sia pure in regime di duopolio con il finto concorrente Mediaset. Finto perché Berlusconi è stato così furbo di dedicare tanta parte degli anni passati al potere alla conquista della Rai per ricondurla ad un ruolo servente dei suoi interessi (e di quelli delle finte reti concorrenti, ovviamente).

opinione pubblicaPeccato perché se la Rai sfornava panettoni poteva avere un senso metterla nelle mani dei privati: in fin dei conti perché lo Stato deve impastare i dolci e venderli nei supermercati?

Ma poiché la Rai fa un mestiere diverso e ha un peso enorme nella formazione dell’opinione pubblica e nella gestione dell’informazione di privatizzazione è meglio non parlare.

Per motivi ideologici? No, per motivi pratici. Il servizio pubblico radiotelevisivo esiste perché il bene pubblico frequenze è limitato e se fosse interamente nelle mani dei privati avremmo, forse, un pluralismo, ma molto limitato, diciamo corrispondente all’ampiezza delle aziende concessionarie.

televisione catenaForse, perché poi, si sa, l’occasione fa l’uomo ladro e l’imprenditore nasconde sempre un’anima da monopolista. Studiosi importanti del sistema basato sulla libera iniziativa economica hanno stabilito già da molti anni che la tendenza a sconfiggere i concorrenti e a rimanere da soli sul mercato è una tendenza connaturata al capitalismo che, quindi, ha dentro di sé una forza che lo spinge contro il mercato e contro la concorrenza. Aggiungiamo che lo scopo degli imprenditori privati è sempre fare profitti non erogare un servizio pubblico e il quadro è chiaro.

Se solo i privati avessero le frequenze televisive in capo a qualche anno i più piccoli sarebbero risucchiati dai più forti e si creerebbero degli oligopoli in grado di dominare il mondo della televisione. E addio pluralismo.

pluralismo  tvLo scopo del servizio pubblico, invece, è proprio quello di garantire una libertà di espressione libera da condizionamenti economici e dall’asservimento a scopi privati. Per questo dovunque esiste un servizio pubblico televisivo.

Dice: ma se servizio pubblico deve essere perché fanno pure gli spettacoli e Sanremo? Bè, veniamo da lontano, da quando di televisione ne esisteva una sola e doveva fare tutto e c’è sempre un effetto di trascinamento che tende a ripetere modelli e strade già percorse.

fazioMa non si tratta solo di questo perché servizio pubblico non è solo fare un bollettino quotidiano, non può essere solo questo sennò di che pluralismo si tratta? Se vogliamo il pluralismo culturale e artistico dobbiamo accettare anche lo spettacolo e la satira, i film e le fiction. Piuttosto il problema è la dipendenza dall’audience che anche per la Rai è diventata un obbligo.

Problema guadagni esagerati. È vero nella Tv pubblica i guadagni dovrebbero essere limitati, ma nei limiti di quello che si riesce a far accettare ai protagonisti. Il punto è se il loro lavoro fa guadagnare la Rai oppure no. Magari si potrebbe pensare a gettoni di presenza simbolici e a percentuali dell’incasso pubblicitario.

democrazia digitaleMa questi sono aspetti minori; ciò che conta e pesa di più è la feudalizzazione della Rai tra partiti, correnti e gruppi di potere cresciuti all’ombra della proprietà pubblica e del controllo politico. Ecco, questi sì sono problemi grossi di cui si discute da anni, ma sui quali non si fanno passi avanti. E perché? Ma perché quelli che dovrebbero decidere sono gli stessi che ricavano un vantaggio dal controllo sulla Rai per la loro parte politica o per loro stessi. E, invece, i proprietari della Rai sono i cittadini che pagano ogni anno un canone per finanziarla.

Allora ci vuole una riforma seria e radicale che sottragga la Rai al dominio dei partiti che, ricordiamolo, sono solo una parte della società al servizio della quale la Tv pubblica dovrebbe essere. Che riforma? Quella proposta da MoveOn Italia sicuramente che si basa su una gestione pluralista formata da eletti degli abbonati alla tv, di eletti dalle parti sociali e componenti culturali e professionali raccolti in un Consiglio nazionale delle comunicazioni televisive nel quale saranno presenti anche i rappresentanti dei partiti in quanto componenti delle istituzioni elettive.

L’unica strada è questa se si vuole fare sul serio televisione pubblica. Ovviamente ci dovrebbero essere anche norme più stringenti contro le posizioni dominanti e sul conflitto di interessi in modo che nessun prossimo Presidente del Consiglio possa essere anche il maggior proprietario di televisioni del Paese.

La strada suggerita da Saccomanni e da Tarak Ben Ammar è il solito ritornello che ci ha già fregati da decenni: diamo tutto in mano al mercato e il mercato ci restituirà meraviglie.

No grazie abbiamo già dato, non ci fregate più

Claudio Lombardi

Compensi Tv: polemiche e un copione già visto (di MoveOn)

fazioLe polemiche sui compensi di Fazio e Crozza ripetono un copione già visto che non incide minimamente sui veri problemi delle televisioni e della Rai. Di compensi esagerati se ne possono trovare dovunque nei gruppi che detengono il potere in aziende pubbliche e private e in quelle potenze finanziarie e bancarie a cui sono purtroppo legate, non per destino, ma per scelte politiche, le economie di mezzo mondo. Compensi esagerati, smodati e anche immeritati che evidenziano l’enorme aumento delle disuguaglianze tra la stragrande maggioranza che ha poco e chi affoga nella ricchezza.

disparitàIn Italia abbiamo esempi sia del primo tipo che del secondo e, se chi ha scatenato la polemica sui compensi di Fazio e Crozza (Brunetta del Pdl) volesse fare qualcosa di buono, troverebbe scandalose ingiustizie contro cui scagliarsi. Aspettiamo che lo faccia, altrimenti dovremo pensare che sono altri gli scopi per i quali ha parlato e dovremo sospettare che lo ha fatto non per ansia di equità, ma per difendere gli interessi dei principali concorrenti della Rai che poi sarebbe Mediaset di proprietà di Silvio Berlusconi.

Il tema delle televisioni è troppo serio per perdersi dietro ad un fuoco di paglia su compensi comunque legati ad un equilibrio fra costi e ricavi. Da molti anni è sul tappeto una riforma delle televisioni e della Rai in particolare che le porti fuori dal monopolio gestito da due aziende che sono pure state controllate dalla stessa persona per molto tempo.

televisioniPer la libertà dell’informazione questo è il vero scandalo perché all’ombra del duopolio le risorse sono state piegate alle esigenze di chi controllava le regole del gioco. Nella Rai, in particolare, il clientelismo ha prodotto spese elevate, moltiplicazioni di posti, stipendi elevati dei dirigenti, costi spropositati per l’acquisto di prodotti all’esterno. La mortificazione delle professionalità interne è stata la logica conseguenza della tenaglia fra clientelismo e distribuzione dei soldi in base ad esigenze politiche.

MoveOn nasce come movimento che vuole riformare la Rai riportandola sotto il controllo dei suoi legittimi proprietari, i cittadini che pagano il canone e le tasse con le quali la Rai si mantiene.

Per questo è stato avviato un Tavolo di lavoro tra rappresentanti dei cittadini e parlamentari che dovranno scrivere la riforma della Rai e che inizierà i suoi lavori il 7 novembre. Questa è la via giusta per arrivare ad un assetto più trasparente e con meno sperequazioni sottoposto al controllo e al giudizio dei cittadini.

MoveOn Italia

Una nuova Rai modello BBC: qualità e servizio pubblico (di Duilio Giammaria)

televisioniQuando si parla di televisione, un pò come avviene nel calcio, tutti si sentono giustamente autorizzati a esprimere giudizi e pareri. Fa parte del gioco. Il dibattito si fa più complesso quando si cerca di definire cosa debba fare una televisione finanziata con danaro pubblico. Bisogna però riconoscere alla televisione la dignità di un’analisi specifica proprio per quella “eccezione culturale” che è ormai unanimemente riconosciuta per le imprese culturali. Ma il dibattito si può trasformare in un micidiale impasto in cui servizio pubblico, mercato, tecnologia, scenari futuri, tutti argomenti messi senza gerarchia sullo stesso piano, lo rendono indecifrabile persino agli addetti ai lavori.

televisione tgNegli ultimi 10 anni abbiamo ascoltato e discusso con i “top manager” della BBC in varie occasioni da Caroline Thompson a Mark Thompson. Erano gli anni in cui la BBC si preparava alla stipula della nuova Royal Charter, il contratto di servizio. La complessità dello sforzo messo in atto dalla BBC per interpellare l’opinione pubblica inglese suonava in quegli anni quasi come fantascienza in Italia.

A distanza di anni, il senso delle parole con cui la BBC ha lavorato alla sua autoriforma: “qualità, valore sociale, concorrenza creativa, diritto di cittadinanza, servizio pubblico universale”, si è dimostrata un formidabile atout e ha di fatto spinto il polo multimediale pubblico britannico verso l’eccellenza. Oggi il sito della BBC è uno dei più visti nel mondo. I suoi programmi prodotti per il mercato interno arricchiscono i palinsesti di mezzo mondo, compreso il nostro. Acclamati programmi come Superquark non potrebbero esistere senza gli acquisti fatti alla BBC. La Rai ha persino acquistato due documentari di Caravaggio.
Questo per dire che la difficile prova di ridefinire la propria identità, anche in una situazione di contrazione di mercato, può essere uno stimolo importante a ritrovare le ragioni della propria esistenza.

parola ai cittadiniAi cittadini di sua maestà, furono poste domande del tipo: “Quali sono i programmi che considerate più importanti? Come pensate dovremmo gestire l’evoluzione tecnologica e quella culturale? Che valore attribuite ai vari servizi che vi offriamo?

Furono inventate nuove forme di contabilità e trasparenza affinchè i soldi dei cittadini (fee payers) fossero spesi con efficienza e perseguendo gli obbiettivi del bene collettivo.

L’interessante lettura, della Royal Charter è altamente consigliata a chiunque oggi pensi al nuovo contratto di servizio e di concessione: non si parla di reality ma di factual documentary; non si parla di consumo televisivo ma di diritto di cittadinanza. Non si parla di format importati dall’estero ma di produrre contenuti di elevata qualità disponibili universalmente a tutti i cittadini sulla multipiattaforma digitale.

La BBC ha risposto con determinazione alla necessità di produrre e distribuire programmi di qualità. E per definire cosa sia la tv di qualità, la BBC si rivolse ad uno studio di mercato che arrivò a dettare una precisa definizione: “la tv di qualità è fatta di idee innovative, con programmi che fanno riflettere, con alti standard di gusto e decenza e con un’elevata percentuale di programmi originali” .

riunione cittadiniUn altro punto forte del ragionamento della BBC su come massimizzare il valore dei suoi programmi scaturisce dal sofisticato ragionamento che i suoi programmi devono servire gli interessi generali del paese. Ad esempio, oltre a una quota di programmi commissionati alla produzione indipendente, la BBC ha istituito un’altra quota del 25% nella quale produttori interni e quelli esterni concorrono direttamente per realizzare i migliori progetti.

Per dimostrare quanto prenda sul serio il suo compito di servizio pubblico universale la BBC rivela il costo medio delle sue produzioni: un’ora di fiction su BBC 1 costa 780.000 euro. Un’ora di documentari specialistici (per intenderci quelle meravigliose produzioni come “I dinosauri”, “Il cervello umano”) costano oltre 500.000 euro l’ora, con una resa economica molto elevata perché vengono esportati in tutto il mondo.dinosauri

Lo sforzo di riforma culminò con lo scioglimento del Board of Governors (una sorta di CdA) a cui il si imputava il conflitto di interessi perché gestiva e controllava allo stesso tempo. Nacque l’attuale Trust indipendente dal management per misurare ogni anno i risultati ottenuti.
“It’s not rocket science”: un modo anglosassone di dire che definire gli scopi della televisione di servizio pubblico non è particolarmente difficile. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica e anche il “rocket” della BBC ha avuto i suoi momenti difficili, ma nel complesso il modello del public broadcast inglese si è affermato creando un nuovo standard di qualità e di servizio al pubblico. Ogni sistema ha ovviamente propri equilibri e proprie regole, ma è altrettanto vero che anche per la nuova RAI, l’esperienza inglese può suggerire importanti suggerimenti da seguire

Duilio Giammaria da www.articolo21.org

Le mani di Berlusconi su La7? (di Claudio Lombardi)

Impazza la campagna elettorale che sancisce la fine dell’interregno del governo dei tecnici e, nel pieno di una crisi economica e finanziaria devastante, accompagnata dall’esplosione di uno scandalo dietro l’altro, deve dare all’Italia un nuovo governo e una nuova rappresentanza parlamentare.

Intanto con la rinuncia del Papa, si prepara una svolta epocale nella Chiesa cattolica al termine di una stagione di disordine e di crisi.
Mentre tutta l’attenzione è rivolta a questi grandi eventi si sta consumando nella disattenzione generale un incredibile assalto berlusconiano all’unica televisione libera emersa nel settore privato in questi anni di duopolio fra Mediaset e una Rai di fatto privatizzata e colonizzata dai partiti e dai governi in carica.
La7, la tv di Gad Lerner, di Enrico Mentana, di Santoro, di Lilli Gruber, di tanti giornalisti e di tante trasmissioni che danno un punto di vista diverso da quello delle reti di proprietà di Berlusconi e dei partiti che si sono suddivisi il controllo della Rai sta per essere venduta da Telecom ad altri imprenditori privati.
Chi sono quelli che, zitti zitti, hanno conquistato la pole position?
Indovinate… sono persone molto vicine a Berlusconi. I fondi Clessidra e Cairo communication in tanti modi collegati a Berlusconi sia per legami personali che per presenza diretta di suoi capitali.
Ora, immaginate un pò le implicazioni e le conseguenze di una ulteriore espansione dell’impero berlusconiano. Immaginate che Grillo vinca le elezioni e possa attuare la sua proposta di lasciare alla Rai una rete televisiva interamente finanziata col canone vendendo le altre due sul mercato nel quale, intanto, Berlusconi ha conquistato altre posizioni grazie a prestanome e a una girandola di fondi e società in grado di neutralizzare qualunque regola di limiti al possesso delle azioni.
Grillo, infatti, dice che nessuno deve avere più di un tot di una rete tv. E che problema è per un impero che possiede già tre reti, si avvia a conquistare la quarta e che può ricorrere a tutti i trucchi per mascherare l’acquisto di altre due reti della Rai?
Diciamo che Berlusconi si prepara alla prossima riforma della Rai che se non punterà sul potenziamento del servizio pubblico e sull’indipendenza dai partiti segnerà il drastico declino della tv per la quale si paga il canone. Declino funzionale al suo spezzettamento e alla sua vendita.
Ecco lo scenario che si presenta se non si blocca la vendita de La7 agli amici di Berlusconi.
La parola d’ordine per tutti quelli che vogliono la libertà e il pluralismo è impedire la conquista de La7 e poi dopo le elezioni ridare ai cittadini il controllo della Rai con la riforma proposta da MoveOn Italia

La RAI del futuro tra mercato e servizio pubblico (di Elio Matarazzo)

Progettare nuovi sistemi dove pubblico e privato convivano nella sperimentazione dell’ideazione, produzione e distribuzione dei contenuti, è la “sfida impossibile” su cui riflettiamo da anni con la segreta speranza di fare proposte costruttive anche per il legislatore. L’ambizione è mettere al centro del sistema della conoscenza la RAI Tv – Servizio Pubblico per creare sviluppo e occupazione in questo settore strategico dell’economia della conoscenza.

La rivoluzione della “tecnologia digitale” dei mezzi di comunicazione e diffusione di contenuti (cultura, informazione, intrattenimento), attraverso la circolarità delle risorse immateriali, come la conoscenza, l’informazione, la creatività, la ricerca scientifica e tecnologica, offre un’infinita gamma di potenzialità applicative, ideative, produttive e di architetture comunicative nuove, attraverso i nuovi media digitali.

Il mercato della comunicazione, e della produzione dei contenuti, è caratterizzato  dalla concorrenza globale; questa situazione, richiederebbe in Italia la presenza di un soggetto imprenditoriale pubblico, finalizzato alla realizzazione degli interessi culturali generali del paese con l’obbiettivo di pensare un Welfare della comunicazione, promuovendo la produzione di contenuti italiani, rispetto a quelli acquistati. La RAI TV è la più grande casa editrice italiana e pensare ad una sua ristrutturazione significa pensare ad un soggetto pubblico che metta insieme tecnologia e creatività, propulsore dell’innovazione digitale, della produzione e della diffusione di contenuti. La sfida è quindi quella di far convivere le ragioni del Servizio Pubblico con quelle legate all’esigenza di stare sui mercati con un’impresa efficiente. La RAI deve diventare un grande gruppo multimediale e riconquistare la leadership nell’informazione, nella cultura, nell’ intrattenimento, nei programmi di servizio pubblico e in quelli legati al mercato, allargando la propria attività ai nuovi servizi digitali dell’industria della comunicazione digitale.

A mio giudizio le ragioni per una riforma della RAI TV sono:

1)  La ricerca del pluralismo culturale come criterio editoriale essenziale per svolgere il ruolo di Servizio Pubblico;

2)   Il rilancio della produzione, soprattutto nei settori della fiction e del cinema; la scelta dell’innovazione del prodotto, con creatività e professionalità, negli scenari aperti dalla tecnologia digitale  per tentare di competere nei mercati globalizzati;

3)   Utilizzare nella diffusione digitale internazionale della RAI TV i contenuti prodotti in Italia, come risposta alle sfide della globalizzazione;

4)  La ricerca di alleanze strategiche con altri gruppi della comunicazione e l’acquisizione di capitali privati, per non essere subalterni nella sfida della tecnologia digitale e per progettare il futuro.

La Proposta è trasformare la RAI TV in un’ azienda a rete, un’ “azienda corta”  che privilegi la flessibilità e l’autonomia dei giornalisti e degli autori, rispetto ai super-condizionamenti politici e burocratici, assicuri le condizioni strutturali del pluralismo e ricerchi la propria unitarietà nella coerenza del progetto strategico .

Un possibile modello organizzativo è basato sui seguenti elementi:

Una Fondazione  RAI:  con “atto di Dotazione” viene istituita una fondazione che ha il fine di perseguire l’interesse generale con l’esercizio del servizio pubblico radiotelevisivo; il Parlamento nomina gli amministratori che restano in carica per almeno sette anni;

RAI  Holding : società per azioni di proprietà della Fondazione  alla quale vengono conferite le azioni Rai oggi detenute dal Ministero del Tesoro; possibilità di avere una piccola quota di azioni cedute a finanziatori istituzionali (non speculativi per es. i “Fondi pensione”);

Gruppo dirigente RAI Holding:  La Fondazione RAI nomina un Amministratore Delegato e il Consiglio D’amministrazione  della RAI  Holding;

Società Operative:  La Rai Holding  nomina gli amministratori delegati delle singole società operative; decide le relative quote d’ ingresso dei privati nelle singole società operative  finalizzate ad  attività legate al mercato.  Il gruppo  dirigente delle società operative lo decidono i soci che hanno le quote di maggioranza .

Trasformare la RAI in Holding per creare una struttura che renda meno opprimente e più difficile il condizionamento esercitato dai partiti e dai poteri forti, far entrare i privati nelle società operative della Holding nei settori più legati alle esigenze del mercato.

Il vertice della Fondazione RAI, destinato ad assorbire le funzioni della Commissione Parlamentare di Vigilanza, dovrà essere nominato dal Parlamento con criteri di garanzia, uguali a quelli che regolano la nomina della Corte Costituzionale.

Cosa molto importante la proprietà dell’ Azienda deve rimanere pubblica, mentre le risorse economiche  derivanti dal canone e dalla pubblicità confluiranno nella RAI Holding. Criterio fondamentale è la distinzione fra produzione di contenuti strettamente di servizio pubblico (informazione, informazione parlamentare, programmi di interesse sociale, ecc..) che saranno finanziate solo con il canone; attività con finalità di servizio, ma con una dimensione di mercato (ad esempio le reti televisive generaliste) che potranno essere finanziate in parte con il canone e, in parte, con i proventi della pubblicità e attività prettamente di mercato (ad esempio produzione di fiction o  spettacoli di intrattenimento) che dovranno essere finanziate solo con la pubblicità. Ognuna di queste aree dovrà far capo a distinte società operative e l’ingresso di privati sarà possibile, in maniera differenziata, solo per le attività rivolte al mercato.

Tutte queste attività potranno essere collocate nella holding finanziaria con autonomia organizzativa facendo capo, come già detto, a distinte società operative. Su tutto deve dominare il criterio della trasparenza. Unitarie devono restare l’identità, la missione e la coerenza strategica del gruppo RAI TV che comunque, nello scenario italiano, deve avere obbiettivi peculiari in termini di sviluppo culturale, di pluralismo informativo, di contributo alla modernizzazione digitale del paese (banda larga) e alla politica industriale  del sistema-Italia, in collaborazione coi territori e con le risorse finanziare private.

È bene chiarire che l’ingresso di capitali privati non significa privatizzare la RAI TV o abbandonare la funzione di servizio pubblico. Significa, invece, creare le condizioni perché la RAI TV possa entrare nelle aree di mercato, con una politica industriale di produzione di contenuti digitali per tutte le piattaforme, non solo rivolta al mercato nazionale, ma anche a quelli internazionali.

Il disegno di una holding finanziaria, articolata in società operative  con una forte unitarietà strategica, è dunque la sfida per lo sviluppo, per crescere economicamente e creare buona occupazione.

Questo è un progetto concreto e adeguato ai tempi, non è fatto di sogni che sono belli e riempiono le nostre notti, tutelano il nostro sonno, ma svaniscono quando al mattino ci svegliamo.

Elio Matarazzo

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