L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra

Il disorientamento del dopo Brexit

A qualche settimana dal referendum britannico che ha visto prevalere il leave l’incertezza regna sovrana.  Il dopo Brexit è contrassegnato dal disorientamento dei leader che danno l’impressione di non sapere bene che fare.
A Londra si registra un vero e proprio sconvolgimento politico: Il premier conservatore Cameron si è dimesso, il nazionalista Farage ha lasciato la guida del suo partito, il leader laburista Corbyn e’ stato sfiduciato dai suoi parlamentari e due big conservatori in prima linea per il leave, Gove e Johnson non correranno per prendere il posto di  Cameron.
referendum Regno UnitoIl referendum e’ stato utilizzato per fare una guerra di posizione nel partito conservatore, con Cameron che voleva dimostrare alla destra di essere il più forte e i politici dell’ala destra del partito che volevano dimostrare ai britannici di essere molto bravi a rubacchiare qualcosa a Bruxelles brandendo l’arma del referendum.
Oggi in prima linea per la successione a Cameron è rimasta solo Theresa May, donna allergica ad ogni trattato internazionale  soprattutto se relativo ai  diritti umani, ma che, pur tenendo un profilo basso, era dalla parte del remain.
Se, come ha fatto intendere Boris Johnson, l’obiettivo dei conservatori più estremisti e’ portare Londra fuori dall’UE, ma facendola rimanere attaccata al mercato unico la destra britannica sta facendo una guerra puramente simbolica e potenzialmente molto costosa. L’adesione allo spazio economico europeo in sostituzione di una membership dell’Ue con opt out su tutte le questioni politiche e’  un cambiamento poco rilevante sotto il profilo economico ottenuto però dopo un percorso tortuoso con impatti potenzialmente disastrosi e irreversibili su stabilità e crescita.
Dall’altra parte della Manica però non è che le cose siano molto più chiare. In sintesi si può dire che c’è una “Unione divisa” e non è certo una novità.  Come sempre c’è una Commissione Europea che (bene o male) vuol provare a sintetizzare un interesse comune e i governi nazionali che provano a difendere l’interesse nazionale o ancor peggio provano a cavalcare l’euroscetticismo per ottenere qualcosa in più.

Merkel HollandeIl “ventaglio” delle posizioni dei leader degli stati più importanti è significativo. La signora Merkel ha una posizione attendista: la Gran Bretagna è un partner commerciale importante per la Germania e la cancelliera vuol fare tutto il possibile per non pregiudicare l’accesso di Londra al mercato interno. Hollande ammonisce che senza la Gran Bretagna non si potrà mai parlare di esercito europeo. Evidentemente trascura il fatto che gli inglesi non vogliono che l’Europa divenga un superstato ed un esercito europeo sarebbe proprio una conferma della sua esistenza. Tanti altri premier europei sembrano come Merkel e Hollande più interessati a preservare rapporti politici e commerciali con Londra che a immaginare quei cambiamenti istituzionali e di politiche economiche che il voto del 23 giugno ci dice essere ormai improcrastinabili ma che in verità e’ evidente fossero auspicabili già dieci anni fa. Così il presidente della Commissione Juncker dice che Londra ha votato e che bisogna fare in fretta a definire la nuova situazione sulla base del principio “chi è dentro e’ dentro, chi è fuori e’ fuori”. Il presidente del Parlamento europeo, il tedesco Schulz con una riflessione sull’economia lapidaria e incontestabile si accoda a Juncker: l’instabilità fa male, quindi occorre chiudere subito il dossier Brexit.

crisi EuropaLa questione si complica ancora guardando ad est. Alcuni capi di governo di paesi accusati di opportunismo da Juncker perché interessati solo a rastrellare fondi comunitari, ma non a dare risposte comuni a questioni epocali come quella dei migranti, vogliono la testa del presidente della Commissione europea e cercano una sponda in Angela Merkel. Tra l’altro il presidente della Commissione in questo momento non può contare nemmeno sull’appoggio di tutti gli uomini delle istituzioni UE, con il presidente dell’eurogruppo l’olandese Dijsselbloem che non si e’ mai distinto per brillantezza ma adesso e’ completamente sparito ed il presidente del Consiglio Europeo, il polacco Tusk che dovrebbe facilitare la sintesi di posizioni tra i governi dell’Unione ma continua ad attaccare Merkel, Hollande e Juncker ed a stigmatizzare ogni proposta di riforma dell’Unione per cercare di guadagnare qualche consenso tra l’elettorato polacco che si e’  ormai affidato alla destra conservatrice ed euroscettica. Non abbiamo quindi un presidente dell’eurogruppo ma abbiamo trovato in Tusk il presidente de facto del no-eurogruppo che si candida a rappresentare  gli interessi dei paesi politicamente periferici. Il ruolo di Tusk era stato pensato per sbloccare le situazioni di stallo e oggi il polacco invita tutti a stare fermi sullo status quo.
Serve quindi una riforma profonda dell’Unione Europea che deve essere fatta con il coinvolgimento del popolo e non con un trattato di compromesso e poco comprensibile, tuttavia dobbiamo sapere che senza una classe dirigente degna di questo nome e con politici che usano le elezioni europee come sondaggi ed i referendum come terreno di battaglia interna al partito non c’è futuro per il vecchio continente.

Salvatore Sinagra