A che punto sono le grandi riforme

riforme costituzionaliL’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica e soprattutto le particolari modalità con cui è arrivata – senza il voto di Forza Italia, soprattutto – hanno fatto discutere molto negli ultimi giorni opinionisti ed esperti del cosiddetto “patto del Nazareno“, cioè l’accordo politico trovato da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi il 18 gennaio del 2014 presso la sede del Partito Democratico (si chiama così perché la sede del PD si trova in via di Sant’Andrea delle Fratte, poco distante da largo del Nazareno).

Al di là delle molte teorie più o meno complottiste circolate in questi mesi, Berlusconi e Renzi annunciarono che quell’accordo politico era stato trovato su tre grandi iniziative: la riforma del Titolo V della Costituzione, che consente alle regioni una forte autonomia di spesa; la fine del bicameralismo perfetto attraverso una riforma costituzionale che cambi le prerogative del Senato; la riforma della legge elettorale. Un anno e un presidente della Repubblica dopo, questo è lo stato delle riforme.

legge elettoraleLegge elettorale

Dopo molte discussioni e passaggi in commissione in aula, lo scorso 27 gennaio il Senato ha approvato una proposta di riforma della legge elettorale – il cosiddetto Italicum – apportando delle modifiche rispetto a un testo già votato alla Camera. I cambiamenti principali si possono leggere qui e hanno assecondato molte delle richieste presentate dalla minoranza del Partito Democratico, dalla soglia per accedere al premio di maggioranza alla destinazione del premio stesso alla lista e non alla coalizione più votata, fino a una parziale introduzione delle preferenze. La minoranza del PD chiede ancora di cambiare l’assegnazione dei seggi, che secondo la legge oggi avverrebbe con i capolista bloccati (quindi scelti dai partiti) e in un secondo momento, per i partiti che eleggono più di un parlamentare in quel collegio, i candidati eletti con le preferenze.

La riforma dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva. Alla Camera il PD ha una maggioranza larga e quindi può decidere cosa fare con una certa autonomia: qualora decidesse di modificare di nuovo la legge, dovrebbe tornare al Senato; questo scenario è comunque considerato improbabile. Non ci sono però notizie sui tempi previsti per il passaggio della legge elettorale alla Camera, dove oggi è in discussione la riforma costituzionale. In ogni caso, non c’è particolare fretta: un comma approvato in Senato prevede che la legge elettorale entri comunque in vigore solo a metà del 2016. Inoltre, la legge vale solo per la Camera, in vista della riforma del bicameralismo.

Riforma del bicameralismo

bicameralismoLa riforma del bicameralismo prevede che il Senato sia composto da 100 senatori e non più 315: 95 ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico e scelti dai Consigli Regionali, invece che eletti dai cittadini (74 saranno consiglieri regionali e 21 saranno sindaci), cinque nominati dal presidente della Repubblica (che sostituiranno i senatori a vita). Oltre a non essere eletti, i senatori non saranno pagati (la durata del mandato coinciderà con quella delle istituzioni territoriali di cui saranno espressione) e non voteranno la fiducia al governo. Il Senato potrà votare solo per riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali, leggi sui referendum popolari e il diritto di famiglia, il matrimonio e il diritto alla salute. Una spiegazione più estesa del funzionamento del nuovo Senato si può leggere qui.

La riforma è stata approvata dal Senato in prima lettura lo scorso agosto e lo scorso 13 dicembre è stata approvata anche in commissione alla Camera, seppure con qualche agitazione per l’approvazione di due emendamenti dell’opposizione (poi cancellati da altri emendamenti). La riforma è ora all’esame dell’aula, che ne ha già approvato l’articolo 1. La riforma dovrebbe essere approvata in prima lettura anche alla Camera entro febbraio. La legge a quel punto tornerebbe al Senato: visto che si tratta di una legge costituzionale, dovrà essere approvata due volte nella stessa forma da entrambe le camere. Se non otterrà i due terzi dei voti, dovrà essere confermata da un referendum senza quorum (in cui, quindi, basterà che il 50 per cento più uno dei votanti scelga l’abrogazione per cancellare la riforma).

La maggioranza che sostiene il governo Renzi ha i numeri per approvare la riforma senza i voti di Forza Italia, sebbene abbia detto di voler fare le riforme importanti con l’opposizione. Se approvasse la riforma senza i voti di Forza Italia – come ha minacciato Renzi nelle ultime ore – sarebbe sicuramente necessario ricorrere al referendum; ma d’altra parte la ministra per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi si è impegnata a organizzare un referendum in ogni caso.

riforma titolo VLa riforma del Titolo V

Per quanto fosse il terzo punto del cosiddetto “patto del Nazareno”, dal punto di vista legislativo la riforma del titolo V è parte della riforma costituzionale che prevede la fine del bicameralismo perfetto. Il Titolo V è la parte della Costituzione che regola i rapporti tra lo Stato e le regioni: qui una spiegazione estesa della sua storia e del perché moltissimi lo considerano un problema. La riforma rovescia il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle regioni e restituisce pressoché integralmente allo Stato competenze come l’energia, le infrastrutture strategiche, le grandi reti di trasporto, la salute e la previdenza.

La legge prevede tra le altre cose qualche modifica riguardo i referendum abrogativi (se le firme raccolte dai promotori saranno 800 mila e non 500 mila, la soglia per la validità del referendum sarà la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera), alza la soglia di firme necessaria per presentare leggi di iniziativa popolare (da 50 a 150 mila), introduce i referendum propositivi e sopprime il CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

Tratto da www.ilpost.it

Senato o non Senato questo è il problema?

Più si va avanti nella discussione delle riforme istituzionali (ed elettorale) e più se ne trae l’impressione che non sia questo il problema. Cioè?

In Italia abbiamo avuto decenni di bicameralismo perfetto e di proporzionale puro. Hanno funzionato per un lungo periodo, poi si sono inceppati ovvero sono stati usati male da chi pensava al suo tornaconto. Partitocrazia, clientelismo, lottizzazione, uso privato del denaro pubblico sono state le manifestazioni terminali di un modello che non era sbagliato in sé.

Cambiando sistema elettorale sembrava che dovesse iniziare una nuova era. Preferenza unica, collegi uninominali, premi di maggioranza. Tutto a posto? Sbagliato! I vizi del sistema partitocratico si esasperarono. Invece di cambiare strada i partiti del centro destra si blindarono. Il berlusconismo concepì la “madre di tutte le riforme”, il “porcellum” la legge elettorale che doveva consegnare lo Stato a un’oligarchia ristretta di potenti.

E così fu. Altri anni di dibattiti e di scontri per arrivare ad un nuovo traguardo con la proposta che è oggi in discussione. Qual’ è la sostanza? Collegi piccoli e il ballottaggio per stabilire un vincitore. Insieme a questo fine del bicameralismo perfetto e introduzione di un bicameralismo “funzionale” ossia una Camera eletta direttamente dai cittadini che rappresenta il punto di vista dello Stato centrale e una eletta indirettamente dalle autonomie locali che le rappresenta e che ha compiti diversi rispetto alla prima Camera.

Un pericolo? Un disastro? Una cosa inutile? No, forse solo un tentativo di uscire dagli schemi bloccati ai quali la politica si era abituata. Come ha detto oggi un costituzionalista battagliero, Giovanni Guzzetta, il problema è politico non tecnico perché ogni proposta può avere un suo fondamento e può funzionare, ma non tutte le proposte hanno lo stesso significato.

Ecco, forse, il senso vero della riforma è scompaginare un ceto politico che è diventato padrone dello Stato togliendoli i suoi punti di forza e costringendolo a reinventarsi e costringendo anche i cittadini a vedere le cose da un punto di vista diverso. Abituati a decenni di immobilismo pensavamo che la politica potesse solo galleggiare su sé stessa con le stesse facce immutabili senza mai modificare nulla. Un rimescolamento forte come quello scatenato da Renzi non c’era stato da molti anni. Da adesso in poi almeno abbiamo capito che le cose possono cambiare e pure molto

Timeo Verdini et dona ferentes (di Roberto Angeli)

accordo Renzi BerlusconiPare che Renzi stia per partorire. Un travaglio un po’ più lungo ed agitato del previsto, con pentacontrazioni fastidiose e qualche voglia pruriginosa sopita, ma che comunque dovrebbe arrivare in porto a breve.

Si potrebbero muovere legittime critiche, di metodo e di merito, al nascente Esecutivo ed al suo Leader. Alcune molto ben fondate. Ma almeno una cosa va detta……alea iacta est! Finalmente va al macero la finta fratellanza caina, quella delle frasi rassicuranti e dei coltelli nella schiena, e si dismette il facile alibi del “se ci fossi stato io…” consegnando le chiavi di casa al nuovo Premier. Il redde rationem è alle porte e potremo seguire il risultato in diretta stando attaccati alla radiolina.

Però il buon Matteo si trova a non poter giocare la partita – per scelta o necessità – sul suo campo. Il tempo gli era nemico ed i margini ristretti. La gioca sull’unico campo che al momento è a disposizione, quello con le righe tirate da Alfano, e un po’ di regole dettate da Mr. B., sperando di poter comunque imporre il suo gioco. Non la condizione ideale per chi auspicava – ripetendolo più volte ad alta voce – di entrare a Palazzo Chigi con un fresco raccolto di voti. Ci entrerà guidando la sua auto, e standoci pure un po’ stretto considerando la quantità di convertiti dell’ultima ora che sono saliti sulla Smart del vincitore (anche i motti si adeguano ai tempi). Ma tant’è….chi in politica non ha mai voltato la rotta scagli la prima pietra.

equilibrio precario PDQualche compromesso, qualche posto da assegnare, ed i piddini troveranno la loro ennesima unità, rigorosamente temporanea: è la logica politica del Panta rei, che da Eraclito arriva dritta fino in via del Nazareno.

Ma dovrà fare i conti bene Matteo, perché Alfano si farà pagare il suo appoggio parlamentare. In primo luogo imponendo un perimetro politico ben chiaro: nessun governo di centrosinistra (senza trattino) ma la riproposizione pedissequa della formula che fu di Letta. Per un partito (l’NCD) che contemporaneamente deve ricavarsi uno spazio nel centro-destra e che però non può rompere prematuramente con la Casa Madre, con la quale è sempre bene tenere aperto un dialogo in vista di una probabile collaborazione elettorale, divenire il sostegno passivo di un governo chiaramente orientato a sinistra sarebbe imperdonabile. Ed infatti non accadrà.

L’altra posta, ben più ardua da ottenere, sarà la richiesta di una limatura alle soglie della legge elettorale che al momento rendono complessa qualunque collocazione per il neonato partito (sia come membro di una coalizione di centrodestra sia come perno di un polo centrista).
accordo di governoMa qui il margine di manovra si fa minimo poiché Verdini ha un mandato molto netto: nessuna revisione dell’accordo sulle riforme istituzionali, dove FI crede di aver ceduto anche troppo. E’ su questa linea Maginot che si giocherà la tenuta di una partita giocata su due tavoli. Da una parte gli alfaniani con le loro richieste che condizionano la nascita del governo, dall’altra gli arcoriani che tengono duro attorno ad una riforma elettorale che gli concede parecchi atout.

Nel mezzo il Governo e Renzi, che si gioca molto (per lui e per noi) senza poter schierare le truppe come avrebbe desiderato. Ma l’attesa fino al compimento della road map delle riforme lo avrebbe tenuto in standby troppo a lungo, e nessuna euforia dura all’infinito, nessuna messianica attesa supera un tempo dato, nessuna onda ti tiene in alto per sempre. Il Nostro avrebbe rischiato di rimanere ai margini dell’azione, ed ugualmente logorato da un possibile fallimento del governo cui era azionista di maggioranza. Così armato dall’ottimismo della volontà – e noi abbarbicati all’ottimismo della disperazione – il segretario del PD rompe gli indugi e si getta nella mischia. Per aspera ad astra? Speriamolo tutti, che ce n’è di bisogno.

dubbio di RenziMa rimane un piccolo dubbio che lentamente affiora in superficie (a pensare male si fa peccato, lo so….), come se un nuovo Laocoonte me lo sussurrasse. Cosa porta in dono Verdini? Sarà un vero aiuto? Uno scambio dall’utilità vicendevole, quello in cui si combinano riforme istituzionali e governo di legislatura in uno sposalizio per il bene del paese? Forse che questo sacramento invece di essere suggellato dal “finchè legislatura non ci separi” non abbia già il timer acceso tarato sui tempi di FI? E non sarà che, con le regole elettorali di cui sopra, Berlusconi si è già assicurato l’alleanza con Alfano (ed altri ancora), ed entrambi sono pronti a staccare la spina non appena sarà il momento propizio?

Marciare divisi per colpire uniti? Già, una vecchia storia..

Roberto Angeli

Basta retorica e finzioni: con Berlusconi non si può governare (di Claudio Lombardi)

basta BerlusconiL’articolo che segue è stato scritto un mese fa, ma anche se si fosse trattato di un anno o di cinque o di dieci anni fa la sostanza non sarebbe cambiata e sarebbe assolutamente attuale. La condanna definitiva di Silvio Berlusconi non interessa tanto la persona, ma il sistema e i metodi che hanno costituito lo scheletro del potere reale in Italia negli ultimi decenni.

Il problema è il berlusconismo manifestazione estrema e terminale (per le sorti del Paese) del clientelismo affaristico a impronta mafiosa e criminale che ha inquinato la democrazia italiana fin dalla sua nascita e che è esploso con il pretesto dell’anticomunismo. La conquista dello Stato e l’uso dei poteri pubblici a fini privati hanno segnato la prassi di governo fin dagli anni 50-60 e hanno selezionato una classe dirigente che è vissuta al di fuori delle regole riuscendo a coinvolgere milioni di italiani in quel sistema di illegalità di massa che costituisce un caso unico fra le democrazie avanzate.

Oggi tutto questo deve finire e non può esistere alcuna rinascita dell’Italia che non metta al centro questa svolta. Chi ancora continua a prendere in giro gli italiani con la favoletta delle riforme istituzionali senza nemmeno riuscire a cambiare la legge elettorale è colpevole al pari di chi predica e pratica la legge oligarchica di una casta di intoccabili al comando.

pulizia dal berlusconismoÈ ora che nasca fra gli italiani una ribellione civile prima che politica con la quale tutti facciano i conti. Nell’immediato è chiaro che questo governo finto fondato sulla farsa della retorica della responsabilità per nascondere la verità di un accordo di potere interno al vecchio ceto politico deve finire. Che il gruppo dirigente del PD dica cosa vuole e agisca di conseguenza se ne ha il coraggio e la capacità, altrimenti si metta da parte che l’Italia ha bisogno di politici nuovi.

“Piano piano i magistrati stanno ricostruendo il profilo criminale del capo del centro destra italiano negli ultimi venti anni. Se si pensa alle difficoltà che hanno dovuto superare, alla vera e propria guerra istituzionale, politica e mediatica che si è scatenata contro di loro da parte di un avversario proprietario del maggior partito di  governo restato ai vertici dello Stato per oltre un decennio, proprietario di tre reti televisive nazionali, di case editrici e di giornali, di un impero economico e finanziario, pronto ad usare ogni mezzo lecito e illecito per affermare il suo potere, punto di riferimento per ceti sociali e gruppi dirigenti che hanno dato l’assalto allo Stato e alle risorse pubbliche ricavandone enormi benefici in spregio a qualunque legalità. Se si ha ben presente cosa è successo in Italia negli ultimi venti anni si comprende che siamo in presenza di una svolta storica.

intreccio politica mafiaUna semplice consultazione di wikipedia dà l’idea di quale intreccio criminale e di potere si sia sviluppato intorno alla persona di Silvio Berlusconi. Le leggi fatte apposta per ostacolare o sopprimere i processi sono state l’espressione più significativa e più efficace di una guerra condotta non solo da lui, ma da una parte delle classi dirigenti per assoggettare la società italiana (istituzioni, cultura civile ed economia) ad un potere dispotico di puro sfruttamento dei pochi sui molti.

Un disegno di conquista che si è potuto sviluppare anche grazie alla “tolleranza” delle opposizioni che hanno finta di non vedere il lato criminale del berlusconismo e ne hanno privilegiato il volto istituzionale e politico costruito ad arte dagli strateghi di Publitalia per catturare il consenso degli italiani. Un’opposizione imbelle (e in parte collusa) ha pensato di aver a che fare con un avversario politico normale quando, invece, si trovava di fronte il prodotto estremo di un sistema di potere pluridecennale che si era forgiato nella complicità con la mafia e con buona parte della criminalità organizzata (banda della Magliana, camorra, ‘ndrangheta), che era passato per gli anni dello stragismo e del terrorismo di Stato, che aveva già praticato il saccheggio dei soldi pubblici sprecati e rubati a fiumi nel Mezzogiorno e nell’acquisto del consenso a suon di pensioni, indennità, finanziamenti a pioggia, assunzioni clientelari, abusivismo edilizio, distruzione del territorio e dell’ambiente. Un sistema di potere messo in crisi da Tangentopoli che trovò in Silvio Berlusconi la sua geniale via d’uscita.ideologia dei soldi

Il berlusconismo doveva significare lo spegnimento della lotta politica annegata nei modelli della società del piacere nella quale ad ognuno era consentito di sognare la sua personale conquista “del mondo” che tradotta in volgare significava semplicemente che ciascuno doveva sentirsi libero di farsi gli affari suoi senza più temere sanzioni o regole da rispettare.

L’epopea dei condoni e delle cricche di affaristi senza scrupoli (a tutti i livelli, dagli uffici circoscrizionali alla Presidenza del Consiglio), della corruzione è stata la vera ideologia del berlusconismo insieme con l’immagine finta fornita dalle sue televisioni ad un popolo a cui venivano indicate le vie del successo e dell’arricchimento facile. E se questi, ovviamente, non erano per tutti bastava l’esempio di chi ci riusciva e la sensazione che a questi si poteva chiedere di tutto liberi da condizionamenti legali, politici e morali senza dover più mascherare l’antica abitudine al clientelismo di un popolo mai diventato nazione.

corruzione-italiaSbaglierebbe oggi chi si soffermasse sui vizi del potente Berlusconi trascurando di comprendere il senso di una parabola che parla di Italia e di italiani e che spiega molto più di tante analisi economiche lo spread che ci divide dai paesi civili.

Se oggi la magistratura sta portando a conclusione alcuni processi e arrivano le prime condanne è perché il modello del berlusconismo ha fatto fallimento portando l’Italia alla bancarotta se non ancora finanziaria sicuramente istituzionale, etica e civile. Una reazione degli italiani è in corso e per questo le cose stanno cambiando.

Poco c’è da dire sul governo e meno ancora sui seguaci di Berlusconi. Sul governo si può solo sottolineare che il suo profilo emergenziale ne esce consolidato ovvero che appare sempre più chiaro che non può durare oltre alcuni provvedimenti per l’economia, per la macchina dello Stato e per andare a votare con una nuova legge elettorale. E non può durare soprattutto perché i seguaci del pluricondannato Berlusconi, dell’indegno ad ogni carica politica ed istituzionale, del corruttore dei giovani e della morale pubblica continuano a non prendere le distanze da lui identificandosi con la sua sorte. Perché lo facciano è un mistero; forse qui si sconta un’inclinazione tutta italiana alla faziosità o alla fedeltà al Capo di impronta mafiosa di chi resta nel gruppo fino a che il padrino non viene eliminato.

Qualunque sia il motivo questa fedeltà indica una cultura politica e un’ideologia della sopraffazione e dell’illegalità da combattere senza se e senza ma.”

Claudio Lombardi

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

I miei dubbi sulla revisione costituzionale (di Walter Tocci)

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.ossessione riforme istituzionali

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

“Se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l’esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell’ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell’amministrazione statale. La burocrazia, l’inefficienza e l’incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent’anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

italiano arrabbiatoIl malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell’amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall’agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l’esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l’alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all’esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l’articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell’intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l’Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante – per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall’utilità dell’amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.  rappresentazione mediatica

C’è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un’amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all’alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell’amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell’ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l’anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l’innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.

Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva – meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l’uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall’esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l’alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L’uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l’Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.leader al comando

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un’altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell’ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l’obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell’establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

chiacchiere sulla CostituzioneD’altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell’eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull’articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c’è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione.

Discorso all’assemblea dei senatori Pd del 28 maggio 2013 (Tratto da http://waltertocci.blogspot.it)

Rosarno: negazione dei diritti e violenza (di claudio lombardi)

I fatti di Rosarno con gli atti di violenza compiuti dai lavoratori stranieri e quelli ancor più gravi degli abitanti della cittadina calabrese impongono di ragionare.

Il primo impulso è di solidarietà con i lavoratori immigrati – irregolari o regolari non fa nessuna differenza – trattati in maniera disumana e ferocemente sfruttati da chi gestisce e utilizza il loro lavoro.

Chi si permette di trattare nella maniera che abbiamo visto e conosciuto attraverso fotografie, testimonianze e televisione persone in stato di bisogno che offrono il loro lavoro non ha alcuna giustificazione.

Senza se e senza ma, come si usa dire da qualche tempo, questi pretesi datori di lavoro, questi procacciatori di manodopera devono essere indicati come persone non degne, vergogna del loro paese, nocivi per la stabilità sociale, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta di asociali che pensano solo allo sfruttamento di ogni debolezza altrui per incrementare la loro ricchezza che non sono nemmeno capaci di tradurre in una crescita generalizzata del contesto sociale ed economico in cui vivono.

Così come già accaduto con la catastrofe ambientale e con la speculazione edilizia nel Mezzogiorno (con danni enormi per l’ambiente e molte vittime) la criminalità organizzata – che si chiami mafia, camorra e ‘ndrangheta o in altro modo – occupa con il suo malgoverno gli spazi lasciati liberi dal governo legittimo e dallo Stato.

Non è facile immaginare il tipo di vita che si possa condurre in un territorio così profondamente inquinato da chi ha fatto della violenza la sua legge e riesce ad imporla all’intera popolazione che sa benissimo di non poterla espellere e di dover rispondere più a questa legge che a quella dello Stato.

Lo stravolgimento che si realizza nella vita delle collettività locali ricorda più la situazione di territori martoriati dalle guerre o in mano a eserciti stranieri.

Il problema è che nel caso del nostro Sud l’esercito straniero è la parte più forte della società civile, nasce da quei territori ed è radicato nel modo di vivere e nella cultura che imprime il suo segno sulle relazioni sociali e sul modo in cui si formano e si esprimono le gerarchie sociali.

La convivenza con le mafie ha impedito che nascesse una cultura civile democratica predominante in grado di confinare ad ambiti marginali la delinquenza che, invece, si pone come potere in grado di controllare il territorio e di condizionare le istituzioni democratiche.

La caratteristica principale di questa situazione è la negazione dei diritti delle persone. Sembra affermazione scontata e ripetitiva. Sembra il meno e, invece, è il più.

Occorre sempre ricordarlo perché i diritti esprimono il riconoscimento sociale, con la mediazione di norme giuridiche e di impegni di governo delle istituzioni, di valori e principi che servono per vivere in un ambiente sociale ed umano che sollevi dalla paura degli altri e rafforzi la speranza e la fiducia.

Speranza e fiducia: questi sono i valori di fondo indispensabili alla convivenza pacifica che si esprimono attraverso i diritti. Qui non si tratta di distinguere fra cittadini e stranieri perché ci sono diritti che, non solo la nostra Costituzione riconosce come propri dell’essere umano, ma anche l’intelligenza e il buon senso accettano come inevitabili se si vuole mantenere la coesione e la stabilità sociali.

Che speranza di futuro può avere una società nella quale agli stranieri sia riservato un trattamento che disconosce fondamentali diritti che, invece, si pretende di riservare solo ai cittadini?

In un mondo sempre più fondato sull’interdipendenza una società di questo tipo sarebbe condannata, prima o poi, alla guerra che non è mai una romantica avventura (come, forse, pensano tante teste vuote che si riconoscono nei simboli di pseudoculture guerriere di cui non hanno alcuna esperienza), ma è fatta solo di distruzione e morte.

E che tipo di ordine sarebbe quello di uno Stato nel quale la cultura dominante e praticata darebbe per scontata la negazione della persona in quanto tale?

A quante violenze quei cittadini sentirebbero di avere diritto per difendere i propri interessi?

E come si impedirebbe alla cultura della prevaricazione e della negazione dell’umanità di dilagare nei confronti di tutti quelli che si manifestassero come più deboli?

Chi è così ottuso da non capire che solo la pacifica convivenza, la stabilità sociale e la coesione sono le condizioni per un arricchimento generale e perché ognuno trovi le condizioni per esprimere le sue capacità migliori? Chi?

Purtroppo di ottusi ce ne sono tanti.

Per esempio tutti quelli che gridano contro i clandestini dopo che una legge ipocrita ha sancito che debba venire in Italia solo chi ha già un lavoro sicuro sapendo benissimo che un lavoro lo si trova solo dopo essere arrivati qui.

Chi, con bieca furbizia, ha rovesciato su tutti gli italiani e sugli stranieri, con la forza e l’autorevolezza della legge, il peso di trovare una soluzione al dramma epocale rappresentato dalle migrazioni dovrebbe essere qualificato incapace di legiferare e di governare.

Invece pontifica e continua a detenere le leve del potere.

Ma gli ottusi non lo capiscono. Così come non capiscono che senza i lavoratori stranieri l’Italia non funzionerebbe più come adesso. Frutta, verdura, zootecnia, fabbriche, servizi familiari, commercio al dettaglio e una miriade di lavori che ci permettono di vivere e che dovremmo elencare uno per uno se non bastasse guardarsi in giro o dentro le proprie case per capire cosa vale il lavoro degli immigrati.

Ma l’ottuso pensa che toccherebbe agli altri e che ciò che a lui serve non sarebbe toccato.

E che dire degli abitanti di Rosarno che per anni non hanno visto oppure hanno visto, ma accettato le condizioni disumane in cui venivano tenuti i lavoratori stranieri e non si sono ribellati di fronte alle angherie e ai soprusi a loro riservati e adesso parlano pure di ospitalità tradita?

Perché non provano loro a godere dei “privilegi” della stessa ospitalità?

E tutti quelli che dovevano vedere e non hanno voluto vedere dove li classifichiamo? Ottusi, vigliacchi o complici?

No, non è in questo modo che può vivere una collettività che vuole prosperare e credere nel futuro.

Occorre che in Italia si realizzi una rivoluzione culturale che metta al primo posto quei valori scritti nella nostra Costituzione che non sono mai citati dai politici che continuano a cianciare di fantomatiche riforme e non si rendono conto che il loro compito è di guidare la nazione anche con il rigore e l’esempio sulla base di valori che uniscano la collettività.

La prima riforma da fare sarebbe quella di unirsi per costruire un Paese civile fondato su una cultura dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza non solo dello straniero, ma anche delle risorse e delle capacità che in tanti possiedono (i giovani innanzitutto) e a cui viene negato diritto di cittadinanza in Italia. Accoglienza, apertura, disponibilità sono caratteri propri di una società che si sviluppa e che diventa ricca per la qualità delle persone che riesce a formare e che la compongono.

La cultura dei diritti è la condizione di base per lo sviluppo di questo tipo di società e la cittadinanza attiva ne costituisce la migliore espressione.

 

Claudio Lombardi – Cittadinanzattiva Toscana, Marche e Umbria