Finanziamento alla politica: andare oltre la propaganda

Sul finanziamento pubblico dei partiti si sta giocando da anni uno scontro tra propagande opposte e dura realtà. Quest’ultima è fatta dai comportamenti delle persone che hanno fatto registrare un bassissimo livello di etica pubblica.

Dalle leggi pensate, scritte e votate da tutti i partiti per eludere il referendum sul finanziamento che risale al lontano 1993, agli scandali di tutti i tipi, fino alle mutande di Cota e alle “magnate” in ristoranti costosi abbiamo visto abbastanza a lungo di che razza di imbroglioni fosse (sia?) composta buona parte della politica in Italia (la parte residua ha solo subito).

Detto questo bisognerà pur andare oltre l’immagine dei politici arraffoni che rubano il denaro pubblico e decidere che fare con le spese della politica. Che sono un problema serio e non c’entrano nulla con i ladri e non si esauriscono nei partiti. E’ chiaro che ci vorranno anni per fare pulizia di persone e comportamenti e su questo i residui partiti si giocheranno tutto.

Ma chi vuole partecipare (movimenti, comitati e associazioni civiche incluse) dovrà essere facilitato con servizi e rimborsi dati per realizzare progetti o per partecipare a referendum o elezioni. Certifichiamo, documentiamo, verifichiamo tutto, ma non lasciamo il gioco nelle mani dei ricchi, della pubblicità e degli sponsor.

Il problema è studiare meccanismi che impediscano qualunque abuso e punire drasticamente i comportamenti scorretti. Un esempio lo si aspetta da parte di chi come il PD di Renzi vuole “cambiare verso”. E per dare l’esempio non bastano le parole: ci vogliono i fatti cominciando con mettere nell’ultima fila i politici che si sono distinti nel passato per comportamenti scorretti verso i soldi pubblici. Sennò le parole sono solo chiacchiere

Il punto sul finanziamento pubblico dei partiti (di Claudio Lombardi)

Vediamo se sul finanziamento pubblico dei partiti si riesce a ragionare. La cosa è importante perché la politica è una funzione sociale con cui si governa la collettività, non si esaurisce con il voto e non si svolge tutta dentro alle Assemblee elettive. Che la collettività ci metta dei soldi non è assurdo mentre è sospetto se ce li mettono le banche, le finanziarie, le società petrolifere, quelle che producono energia, quelle che hanno delle reti Tv ecc ecc. Ovvio che i soldi vanno chiesti a tutti i cittadini, ma un finanziamento pubblico è proprio questo. Tutto sta a vedere di quanti soldi si tratta e come e a chi vengono dati.contributoCome stanno le cose adesso? Una panoramica della legge 6 luglio 2012, n. 96 che si basa su tre punti fondamentali: sistema misto di finanziamento pubblico e privato con dimezzamento dei soldi pubblici ai partiti; controlli dei bilanci affidati a una commissione di 5 magistrati e certificazione dei conti da parte di società di revisione; pubblicazione online dei conti.

Innanzitutto i contributi pubblici spettano alle forze politiche che siano rette da uno statuto democratico che indichi chi redige e approva i bilanci, come sia organizzata la vita interna nonché il rispetto delle minoranze e i diritti degli iscritti. Così si dovrebbero evitare i movimenti personali nei quali non si sa chi maneggia i soldi.

Dimezzamento significa che viene messa a disposizione la metà dei contributi rispetto a prima secondo un sistema misto: una quota del 70% per rimborso spese (elettorali e ordinarie) e una quota, del 30% in proporzione a quanto ricevuto dai privati (0,50 euro dello Stato per ogni euro ricevuto da privati certificati da una società di revisione).

Viene posto un tetto per le spese elettorali sia dei partiti che dei movimenti politici. Viene imposta la pubblicità della situazione patrimoniale e reddituale dei soggetti che svolgono le funzioni di tesoriere dei partiti o dei movimenti politici.

Obbligo di rendicontazione per tutti i partiti che dovranno avvalersi di una società di revisione (iscritta nell’albo della CONSOB) che verificherà la regolarità del rendiconto. Istituzione della Commissione per la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti e dei movimenti politici composta da 5 membri, designati dai vertici delle tre massime magistrature: Corte dei conti, Consiglio di Stato e Corte di cassazione.

Infine obbligo di pubblicità dei rendiconti sui siti internet dei partiti e dei movimenti politici nonché nel sito internet della Camera dei deputati.

Ecco, oggi, quando si parla di finanziamento dei partiti si parla di questo sistema. Cosa c’è che non va? I contributi sono dati anche per le spese di funzionamento dei partiti e non solo per quelle elettorali. Anche se una parte è agganciata ai contributi privati resta il fatto che si va oltre i rimborsi elettorali e questo non va bene.cittadini3

La seconda è che non tocca la questione del finanziamento della politica che non coincide con il finanziamento dei partiti. Oggi il mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva partecipano alla politica spesso in maniera più incisiva di un partito, ma non dispongono di servizi e di fondi. Escluso che si possano finanziare direttamente (così non si dà luogo ad equivoci) è del tutto lecito pensare ad un fondo per la politica cui si accede proponendo progetti annuali e pluriennali monitorati da autorità pubbliche. Inoltre si può pensare a dare la possibilità e i mezzi ai comuni per fornire ospitalità e servizi alle associazioni della società civile in locali pubblici consentendo loro la condizione di base – la disponibilità di una sede – per attivarsi. Sottoponiamo tutto ciò a controlli accurati, ma rendiamo credibile l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Bisogna rendersi conto che con questa norma è superata l’esclusività del partito politico come strumento per una partecipazione politica che persegua l’interesse generale e, quindi, è giusto aiutare la cittadinanza attiva a svolgere la sua funzione.

Una proposta semplice è proprio questa: stornare una quota dal finanziamento pubblico di partiti e formazioni politiche e destinarla ad un Fondo per la cittadinanza attiva che escluda finanziamenti diretti, ma si concentri invece su attività documentate di interesse generale per favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica che serve per controllare il funzionamento delle istituzioni, per monitorare le amministrazioni e i servizi pubblici, per aiutare a trovare soluzioni ai problemi. Le organizzazioni territoriali dei partiti (non più sostenuti dal finanziamento pubblico) potrebbero strutturarsi per lavorare anch’esse su progetti di questo tipo concorrendo ai finanziamenti e sarebbero senz’altro più utili così alla collettività. Insomma soldi spesi bene e un ottimo investimento.

Claudio Lombardi

Riforma del finanziamento dei partiti: no a rinvii e prese in giro (di Claudio Lombardi)

Torniamo sul tema del giorno: crisi e politica. Qui si parlerà solo del finanziamento pubblico ai partiti, ma il collegamento è evidente perché come dice Milena Gabanelli “un cattivo politico nominerà un pessimo dirigente della pubblica amministrazione che, a sua volta, si contornerà di pessimi collaboratori” e l’insieme produrrà un uso del potere distorto e dannoso per la collettività. Il che può solo indebolire il Paese di fronte alla crisi e, anzi, essere proprio una causa di crisi: una crisi per distruzione di risorse economiche e umane.

Sul finanziamento dei partiti si sta consumando un gioco di specchi per niente onorevole. Ad ogni scandalo che scoppia i partiti rispondono con dichiarazioni nelle quali si afferma la determinazione ad intervenire con la massima urgenza. Poi si fa passare il tempo e i cambiamenti ipotizzati si sgonfiano riducendosi a ben poca cosa. E, se non si sta attenti, gli scandali diventano l’occasione per operazioni poco trasparenti ai danni dei cittadini come fu dopo il referendum che abolì nel 1993 il finanziamento pubblico dei partiti.

Ora ci sono molti che invocano l’irrinunciabilità del principio del finanziamento pubblico senza il quale farebbero politica solo i ricchi. Veramente non si capisce perché si siano svegliati solo ora dopo che per molti anni si è praticata una truffa con leggi che hanno ignorato il referendum e che hanno creato un sistema aperto all’arbitrio e alla corruzione. Ovviamente all’ombra dei sacri principi democratici e con i soldi pubblici e con le leggi approvate da tutti i partiti. Vogliamo dire che questi appelli potevano smuovere qualche politico di lungo corso un po’ prima e fargli imboccare la strada della trasparenza e del rigore? Sì vogliamo e dobbiamo dirlo. Quindi, per favore, risparmiateci la retorica.

La questione è semplice: il principio del finanziamento pubblico della politica e, quindi, anche dei partiti, è giusto, ma è stato utilizzato per mettere in piedi una macchina mangiasoldi abusiva. Che tutti oggi dicono di voler cambiare. Appunto: oggi e non ieri. È sufficiente per affermare che continuare ad agitare il principio del finanziamento pubblico senza intervenire drasticamente sulle norme attuali serve solo ad aumentare la rabbia dei cittadini.

I numeri sono noti e chiari così come evidente è l’assenza di controlli con cui si è gestito quello che è diventato il nuovo finanziamento pubblico dei partiti riempiti di soldi in spregio ai principi democratici e al buon senso.

Quale riforma è, quindi, necessaria? Questa:

1. occorre riportare i rimborsi alla loro vera natura attraverso l’imposizione della semplice corrispondenza fra spese fatte per le campagne elettorali e i rimborsi con rigorose verifiche sulla correttezza e congruità delle spese effettuate.

2. imporre tetti di spesa per le campagne elettorali in modo da diminuire le disparità fra chi è ricco e può spendere molto inondando le strade e i canali di comunicazione con la sua propaganda e chi ricco non è.

3. riportare sui cittadini e sui militanti l’onere di sostenere i loro partiti anche prevedendo crediti di imposta per chi contribuisce a sostenere un partito o un movimento politico o un’associazione di partecipazione civica. Il meccanismo è stato elaborato dall’economista Pellegrino Capaldo e prevede che lo Stato accordi un credito di imposta sulla gran parte delle somme donate ai partiti da chi ha diritto al voto (cioè i singoli cittadini e non le aziende di qualunque tipo). In questo modo lo Stato finanzierà partiti e movimenti solo dopo che i cittadini abbiano scelto di contribuire personalmente per sostenerli (esempio: verso 100 al mio partito, il fisco me ne restituisce 90).

4. estendere il finanziamento pubblico di cui al punto 3 ai movimenti e alle associazioni di partecipazione civica perché la politica oggi non dipende più solo dai partiti.

5. creare un sistema di controlli e di sanzioni partendo da una disciplina dello status dei partiti che oggi non esiste ai quali vanno perlomeno estese le regole e i controlli previsti per le associazioni civiche.

6.  porre un tetto massimo ai contributi destinati ai partiti e a qualunque altro soggetto impegnato in politica per impedire che i finanziatori ne assumano il controllo.

Una riforma seria come quella indicata è indispensabile per difendere il principio del finanziamento pubblico della politica e per allontanare i soggetti che potrebbero con la loro ricchezza condizionarla pesantemente giungendo a controllare, attraverso i partiti, le stesse istituzioni.

Una svolta esemplare va compiuta. Chi lo nega o gioca al rinvio o vuole lasciare tutto come sta nella speranza che i cittadini si distraggano fa male i suoi calcoli e si assume una grande responsabilità.

Claudio Lombardi

Alla faccia degli italiani: ancora il finanziamento dei partiti (di Martina Marra)

Alla faccia degli italiani. Perché è bene non dimenticarsi che nel 1993 gli elettori avevano detto chiaramente «basta» con un referendum al finanziamento pubblico. Giusta o sbagliata che fosse,la decisione era stata quella.

Messi in crisi,i partiti avevano cercato di correre ai ripari. Con un sistema identico a quello utilizzato per far sopravvivere il ministero dell’Agricoltura, cancellato anch’esso dal referendum: cambiando semplicemente nome. Il ministero è stato così ribattezzato «delle Politiche agricole», mentre il finanziamento pubblico dei partiti è diventato «rimborso elettorale». Calcolato subdolamente a forfait. E con questo trucco la pioggia di denaro si è trasformata in un acquazzone. Da 800 lire a elettore nel 1993 si è passati nel 2002 a 5 euro per ogni consultazione (Camera, Senato, europee e regionali),ora ridotti del 30% sull’onda dell’indignazione popolare.

Dal 1999 al 2008, mentre le retribuzioni dei dipendenti pubblici crescevano del 42,1% e le risorse per i beni culturali si riducevano del 50%, il finanziamento pubblico ai partiti lievitava del 1.110 per cento. Senza risparmiarci particolari sconcertanti. Per esempio: il rimborso si calcola sul numero di iscritti alle liste elettorali della Camera che sono oltre 47 milioni, anche per le elezioni del Senato, dove la soglia di età per partecipare al voto è 25 anni e gli elettori sono quindi circa 4 milioni di meno. Per esempio:i partiti che non raggiungono l’1 per cento non hanno diritto al rimborso, ma i soldi che questi non incassano se li dividono gli altri. Fin quando esistevano i collegi e non c’era ancora il «porcellum», si aveva diritto ai rimborsi elettorali anche per le elezioni suppletive, nonostante il costo della campagna per quei seggi fosse stato già rimborsato. Grazie alla norma votata nel 2006, ai rimborsi elettorali hanno diritto anche i partiti morti, come la Margherita e i Ds. Nonché quelli non presenti in Parlamento perché non hanno superato la soglia di sbarramento del 4%, ma hanno comunque raggiunto 1’1%, come la Destra.

Quando poi si parla di finanziamento pubblico, ci si limita sempre al rimborso elettorale. Ma i quattrini arrivano anche da tanti altri rivoli. Ci sono infatti i fondi destinati ai gruppi parlamentari di Camera e Senato e dei consigli regionali, i finanziamenti ai giornali di partito e lo sgravio del 19% spettante ai contributi «privati»: per capirci, quelli che ora possono restare anonimi fino a 50mila euro. Per non parlare dei soldi che molti parlamentari versano nelle casse del proprio partito: denari pubblici anch’essi, spesso prelevati dal fondo per i collaboratori. Tutte queste voci più che raddoppiano il rimborso elettorale. Dunque il finanziamento pubblico «nudo e crudo» ha garantito ai partiti dal 1974 a oggi miliardi di euro e non è azzardato ipotizzare che le formazioni politiche abbiano assorbito in 37 anni altrettanti miliardi di euro. Praticamente senza alcun controllo. Nessun partito oltre al PD, fa certificare il bilancio da un revisore esterno. Il collegio sindacale interno è composto da fedelissimi della segreteria e del tesoriere. E sebbene qui si stia parlando di denaro pubblico, la Corte dei conti non può metterci il naso. I giudici contabili hanno il solo compito di esaminare la correttezza formale dei rendiconti elettorali, senza alcun potere sanzionatorio. Più volte hanno sottolineato pubblicamente l’ipocrisia di chiamare «rimborso» un finanziamento che è superiore alle spese documentate: 503 milioni contro 136, per le sole elezioni del 2008. Ma nessuno ha dato loro ascolto. E da questi pochi numeri si capisce perché. Nel 2008 il Carroccio ha dichiarato spese elettorali per 2 milioni 940 mila euro e ha incassato 41 milioni 384 mila euro. Nemmeno se avesse investito in un titolo spazzatura, ai tempi d’oro degli hedge fund, avrebbe avuto un ritorno simile. E agli altri partiti non è andata certamente peggio. Il folle aumento dei rimborsi, per giunta, ha causato anche la crescita esponenziale delle spese elettorali, andate letteralmente in orbita. Nel 1996 Alleanza nazionale e Forza Italia denunciarono una campagna elettorale da poco più di 5 milioni? Ebbene, nel 2008 il Pdl ne ha spesi oltre 68. Del resto le regole, approvate dagli stessi partiti, sono fatte ad hoc. Sul modello delle tre scimmiette: non sento, non vedo, non parlo. Compresa quella, sconosciuta ai comuni mortali, che consente al tesoriere di andare in banca con la Gazzetta ufficiale e farsi anticipare le rate dei rimborsi di fatto su base fiduciaria e senza rendere conto a nessuno. E nessuno, finora, le ha mai cambiate quelle regole, anche se a parole sono tutti d’accordo. E ora dopo gli scandali della Margherita e della Lega secondo voi cambierà qualcosa? Io ho i miei dubbi..
Martina Marra

La manovra finanziaria del Governo: una vecchia storia (di Claudio Lombardi)

Ebbene sì siamo in emergenza. Ancora una volta; non è la prima e, rassegniamoci, non sarà l’ultima. Chiunque abbia raggiunto la maggiore età non può non ricordarsi di esserci cresciuto con le crisi e con le emergenze. La genesi delle emergenze è più o meno sempre la stessa: si parte da una crisi economica preferibilmente a livello internazionale per arrivare alla minaccia di uno sconvolgimento dei nostri equilibri che si rivelano fragili per la struttura della nostra economia, per il mancato sviluppo di una parte del Paese e per l’inefficienza dello Stato che sperpera ricchezze immense in spesa pubblica improduttiva (accompagnata da clientelismo, ruberie e corruzione nonché inadeguatezza degli apparati burocratici). Se la circostanza non fosse seria e anche drammatica ci sarebbe da ironizzare sulla sacralità di certe formule e di argomentazioni che vengono utilizzate dai politici per spiegare i contenuti dell’ennesima manovra. In primo luogo non c’è mai tempo e modo per prevenire le crisi che ci colgono sempre di sorpresa. Il che non permette di accorgersi che esiste il fenomeno (loro lo chiamano così con un termine che vorrebbe rendere “oggettivo” e quasi “naturale” ciò che corrisponde a precise scelte politiche) dell’evasione fiscale che, quindi, non può essere contrastato in tempi utili per fronteggiare la crisi. Di conseguenza, poiché siamo in emergenza, bisogna chiedere sacrifici a quelli che non si possono nascondere al fisco oppure tagliare servizi di cui i ricchi non hanno bisogno. Ci sono vari ritornelli che circolano insistentemente: uno è quello dei tagli e l’altro è quello delle riforme. Dopo decenni di manovre e di finanziarie e dopo anni di gestione che ha pure aumentato la spesa corrente si scopre che bisogna assolutamente tagliare la spesa improduttiva che, evidentemente, è come i capelli o i peli, ne tagli un po’ e quelli si riformano. È curioso assistere alla serietà con la quale si annuncia che occorre tagliare le spese inutili senza che nessuno mai ci spieghi com’è possibile che non sia già stato fatto in una delle manovre del passato. E poi i problemi ci sono perché non si sono fatte le riforme (quali? Boh! Ognuno ha le sue preferite, importante è dire che bisogna farle). Il menu delle manovre poi è sempre vario e fantasioso: prendiamo la spesa sanitaria imputata da anni di essere eccessiva e per questo monitorata e ridiscussa ogni anno. Ogni tanto si impongono ticket per le visite specialistiche o per i medicinali sempre dichiarando che occorre andare al fondo degli sprechi (altro eufemismo che rende oggettivo e impersonale ciò che spesso dovrebbe essere chiamato furto di denaro pubblico e corruzione). Gli sprechi continuano e le regioni devono trovare i soldi in altro modo, ma sempre i contribuenti pagano.

Sarebbe lecito aspettarsi da chi governa lungimiranza e rigore e, invece, scopriamo sempre improvvisazione e preoccupazione per la difesa del proprio spazio elettorale e delle proprie clientele e anche irresponsabilità. Come possiamo definire l’allegra superficialità del nostro Presidente del Consiglio che appena l’anno scorso proclamava che la crisi internazionale non avrebbe toccato l’Italia? E in quale altro modo si può spiegare la persistenza di un’evasione fiscale che supera, secondo valutazioni concordi, la cifra di 100 miliardi di euro? E di una corruzione che pesa, secondo la Corte dei Conti, per la metà di questa cifra? Se pensiamo che dietro questi numeri non c’è il destino o la fatalità bensì indirizzi e decisioni ben calcolate (come gli scandali della politica affaristica hanno sempre dimostrato) allora c’è n’è abbastanza per arrabbiarsi.

Le decisioni del Governo vengono presentate come ineluttabili e prive di alternativa. Sicuramente rappresentano la via più semplice per raggiungere l’obiettivo di tamponare la situazione, ma per la natura stessa della fragilità italiana, non andranno lontano. Il problema non è la speculazione sulla quale l’Europa è intervenuta, sia pure tardivamente, con la decisione di “proteggere” i titoli del debito pubblico degli stati. Il problema dell’Italia è sempre lo stesso da decenni e ha molte facce tutte collegate: debito pubblico, spesa pubblica, efficienza dello Stato, politiche industriali, equità sociale.

Prendiamo l’equità sociale. E’ risaputo che dopo il passaggio all’euro si è verificata una gigantesca redistribuzione dei redditi a sfavore dei lavoratori a reddito fisso e a favore di quelli che decidono il prezzo delle loro prestazioni. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire cosa è successo quando da un mese all’altro molti prezzi hanno seguito la parità con la lira (mille lire=un euro) e le retribuzioni no (mille lire=mezzo euro). Questo trasferimento di ricchezza ha coinciso con un quinquennio di governo (2001-2006) assai permissivo per le categorie che ci hanno guadagnato. In quegli anni la ricchezza di tanti è stata occultata e il fisco ha fatto finta di non vedere. Quando si è deciso di favorire il rientro dei capitali e delle ricchezze detenute all’estero si è accordato un altro privilegio con l’aliquota del 5% con la quale tutto è stato legalizzato. Nel frattempo lo Stato si è retto grazie ai tanti che non sono sfuggiti al fisco (lavoratori e anche piccole imprese). Oggi si lamenta una caduta dei consumi, ma quali scelte politiche di governo sono state fatte quando c’erano un po’ di miliardi da spendere? Eliminazione dell’ICI e salvataggio dell’Alitalia, 6 miliardi di euro. E quanto sono costati i grandi eventi e la truffa della cricca di malfattori che si nascondeva dietro gli interventi straordinari gestiti dalla Protezione civile? 1 miliardo, 2 o più? Chi doveva vedere e agire nell’interesse pubblico non ha visto perché non gli conveniva e oggi chiama al sacrificio. Con che credibilità?

Nel merito delle misure adottate c’è solo da osservare che il Governo, coerentemente con le sue scelte precedenti, non ha voluto fare nulla per chiedere di più a chi ha avuto di più in questi anni e non ha fatto nulla per modificare scelte tanto costose quanto velleitarie e convenienti solo per alcuni gruppi di aziende e per determinati settori politici. Ci si riferisce al Ponte di Messina opera quanto mai inutile oggi, alla tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziarie (i guadagni di borsa pagano ancora il 12,5%), alla revisione della spesa per l’istruzione e per la sanità privata (quest’ultima continua a generare scandali per le truffe che vengono scoperte). E la spesa per la politica dove viene tagliata? forse i rimborsi elettorali vengono dimezzati? sì si tenta di tagliare alcune province, ma già il giorno dopo Tremonti e Berlusconi appaiono perplessi. Anche la spesa militare può essere oggetto di revisione sia per ridurre i numerosi impegni all’estero che le spese per gli armamenti. Per aiutare l’economia però non bastano i tagli occorre anche rilanciare i consumi interni e le esportazioni. È controproducente togliere qualcosa dalle tasche di cittadini che vivono di lavoro dipendente e lasciare che crescano i grandi patrimoni. Per questo ci vuole un’imposta straordinaria sulla ricchezza patrimoniale di maggiore entità. Per aiutare le imprese occorre puntare sullo sviluppo di quei settori che in tutti i paesi occidentali guardano al futuro (l’economia verde) e praticare un rapporto leale con le pubbliche amministrazioni (ritardo nei pagamenti).

Si tratta di scelte alternative che potrebbero essere praticate da un Governo e da un Parlamento che si prendano cura veramente degli italiani nello spirito dell’unità nazionale e della coesione sociale. La via imboccata dal nostro Governo non è questa e lo dimostra anche l’accanimento con il quale in Parlamento si prosegue giorno e notte nell’esame della legge che, di fatto, ostacola la magistratura nella lotta alla criminalità. Mentre si chiedono sacrifici agli italiani si tenta in ogni modo di far approvare una legge che garantirebbe l’impunità per i delinquenti che hanno contribuito a saccheggiare lo Stato e si tapperebbe la bocca a giornali e radiotelevisioni che volessero far sapere cosa sta succedendo. Questi sono i fatti che sappiamo distinguere dalle ipocrisie dei responsabili di questa situazione.

Claudio Lombardi