La tentazione della rabbia e dell’isolamento (di Claudio Lombardi)

crisi italianaLa situazione è drammatica e i responsabili sono tanti sia fuori dai confini nazionali che all’interno. Prendersela con i grandi speculatori della finanza è difficile. Appaiono tanto lontani quanto “innocenti” nel fare i loro interessi come fossero animali che seguono solo il loro istinto. In realtà una finanza ormai sconfinata nel gioco d’azzardo criminale non ha giustificazioni e vive grazie alla complicità dei governi che hanno tolto ogni limite alla fabbrica virtuale dei soldi. Diciamolo più chiaro: la politica negli stati più potenti del mondo ha aiutato la speculazione finanziaria e continua a coprirla. Questa la causa prima.

L’Europa e l’euro pure sono responsabili e sono più vicini a noi. Ma cosa è meglio: sfasciare tutto e navigare da soli nel mondo (in questo mondo e con un debito pubblico come il nostro si è dipendenti dai prestiti per vivere) oppure stare dentro l’Europa? Meglio l’Europa e lottare per imporre una direzione politica che controlli la moneta e il cambio.

farsi affari propriTutto qui? No, perché altri responsabili sono qui tra noi e sono le classi dirigenti che hanno usato lo Stato per farsi gli affari loro. Mica solo i politici, ma tanti tanti altri. Guardiamoci attorno, forse anche il nostro vicino di casa truffa lo stato perché dichiara il falso per prendersi i benefici riservati a chi guadagna poco. I politici hanno fatto male il loro lavoro, certo. E devono essere cambiati, certo anche questo. Ma perché lo stiamo dicendo da anni e si sta cominciando a farlo solo ora? Guardiamoci un po’ allo specchio, sù, perché noi tutti li abbiamo votati e tollerati. E non è Berlusconi che oggi è valutato oltre il 20% dei voti? E non vi viene in mente una relazione tra sfascio e chi ha governato per tanti anni? E allora?

arrabbiatiTanti urlatori dicono di avere il popolo dalla loro parte. Ma quale popolo? Il popolo siamo tutti e ognuno di noi decide da chi farsi rappresentare. Non è che chi urla, solo per questo, parla a nome nostro.

Soprattutto diffidiamo dalle semplificazioni. La ricerca di una spiegazione rapida e rassicurante, un nemico contro cui sfogarci. Per esempio la politica che è vista solo come il regno degli inganni e come un peso per la società. Si diffonde il mito della democrazia diretta che non si integra con gli stati e con le istituzioni, ma li sostituisce magari con un collegamento internet. Bello, vero? Peccato che la politica sia lo specchio della società e che i migliori fanno dappertutto una gran fatica ad avanzare e che i peggiori si affermano con più facilità. Dappertutto o quasi. Qualcuno dovrebbe studiare il fenomeno.

crisi democraziaSta di fatto che spesso furbizia, cinismo e disinteresse per i valori morali premiano più che il lavoro onesto, la dedizione al proprio dovere, l’onestà intellettuale. Ma i primi hanno bisogno dei secondi come dell’aria che respirano sennò su chi prevarrebbero? L’arte di sedurre gli elettori, per esempio, è indispensabile ben più del ragionamento pacato. Seduzione significa anche urlare la rabbia degli altri rappresentandola sul palcoscenico come fa Grillo. Crea empatia, si dice, e tutto sembra più semplice. L’empatia convince di più, si sa. Già, ma poi?

L’alternativa? C’è, ma è difficile e più complessa. La crescita culturale e civile e la democrazia sono le basi per una maggiore libertà e per una ricchezza più diffusa. Non servono più straricchi, servono più benestanti, milioni di benestanti. Ma bisogna crescere e prendere in mano il proprio destino. Come? Organizziamo la partecipazione alla politica con partiti, movimenti, associazioni. Scendiamo in piazza,  ma su obiettivi concreti e realizzabili. E non facciamoci più prendere in giro. Cambiare in meglio si può, ma bisogna usare il cervello

Claudio Lombardi

Libera: educazione alla legalità, partecipazione, civismo (di Angela Masi)

libera contro le mafieLeggendo i giornali e seguendo i Tg sembra che l’Italia sia solo quella rappresentata dalle cronache politiche fatta, troppo spesso, di manovre e lotte per conquistare spazi di potere. C’è, però, un’altra Italia nella quale i cittadini si impegnano per svolgere attività di interesse generale. È il vasto mondo dell’attivismo civico e dell’impegno politico in movimenti e associazioni che non si candidano a dirigere le istituzioni, ma che esprimono una consapevolezza e una competenza che li rende degni di far parte della classe dirigente.

Libera è una di queste realtà e di essa vogliamo parlare. Il suo percorso è lungo, interessa diverse generazioni ed è centrato sull’educazione alla legalità e su un cambiamento culturale, del modo di pensare, di vivere e di agire diventato oggi assolutamente indispensabile e che, forse, costituisce il vero traguardo rivoluzionario a cui guardare.

libera no mafiaLibera è un network di associazioni che nasce nel 1995, sull’onda delle gravissime stragi di Mafia che avevano raggiunto l’apice con gli omicidi di Falcone e di Borsellino.

La sua storia, però, affonda le radici nel lontano 1965 quando fu fondato il Gruppo Abele da un’appena ventenne don Luigi Ciotti. Fin dalle origini, l’impegno dell’associazione fu legato ad un binomio inscindibile: l’impegno comune a sostegno degli emarginati e a promuovere la giustizia sociale.

solidarietàNel corso di quasi 50 anni di storia e per far fronte a sfide sempre più impegnative, l’impegno si è strutturato in comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti, percorsi di mediazione dei conflitti, un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice, percorsi educativi, progetti di cooperazione allo sviluppo, un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle. Insomma un mondo dedicato all’impegno sociale e civile sempre dalla parte dei più deboli.

Ma Libera è conosciuta soprattutto per un altro aspetto del suo impegno. L’antefatto è l’assassinio nel 1982 di Pio la Torre, importante uomo politico siciliano. Con la legge che il Parlamento italiano approvò subito dopo ci fu la svolta di aggredire i patrimoni dei mafiosi attraverso la confisca dei loro beni. Nel 1996 Libera, nata l’anno precedente dal Gruppo Abele, raccoglie oltre un milione di firme per una norma che preveda che questi beni siano destinati ad uso sociale. Questa raccolta di firme porterà poi all’approvazione della legge 109 con la quale fu introdotta la possibilità che i beni confiscati ai mafiosi fossero riutilizzati a favore della società.

capaciNegli anni seguenti le attività realizzate a seguito della confisca dei beni ai mafiosi si sono sviluppate in tutta Italia. Nel Sud si tratta di luoghi e attività dal forte valore simbolico come le aziende agricole sui terreni una volta proprietà di Toto’ Riina, Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Al Nord le confische sono minori come numero, ma segnalano un’espansione delle mafie al di là dei luoghi di origine.

Consolidata l’esperienza sulla confisca dei beni e sul riutilizzo a fini sociali, Libera si è impegnata molto sul fronte della lotta alla corruzione e per la trasparenza: nel 2011 ha avviato la campagna “Corrotti” insieme con Avviso Pubblico con cui si chiedeva l’impegno di governo e Parlamento ad adeguare il nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione.

corruzione-italiaUna prima legge anticorruzione venne adottata nel Novembre 2012, ma a giudizio di Libera e di tante altre realtà della società civile si trattò di una legge inadeguata. Nacque così su impulso di Libera e del Gruppo Abele una nuova campagna: “Riparte il futuro” (http://www.riparteilfuturo.it/petizione/).

La campagna “Riparte il futuro” ha chiesto prima delle ultime elezioni un impegno preciso ai candidati perché si facessero promotori di una legge sullo scambio elettorale politico-mafioso. In  centinaia hanno aderito e ne è nato un intergruppo parlamentare detto dei “braccialetti bianchi” del quale fanno parte circa 250 rappresentanti di quasi tutte le forze politiche. Primo risultato l’approvazione all’unanimità della riforma del 416 ter del codice penale (scambio elettorale politico-mafioso) da parte della Commissione Giustizia della Camera.

Da questi brevi cenni è evidente che Libera porta avanti azioni concrete fuori da logiche di schieramento partitico, ma che rispondono all’interesse generale. Si conferma così che l’Italia già oggi vede all’opera una nuova classe dirigente che si occupa di riforme vere non di quelle evocate come arma di lotta politica o per distogliere l’attenzione dalle mancanze di chi dirige le istituzioni. Il caso di Libera dimostra che con l’attivismo civico e con la partecipazione dei cittadini si può governare meglio e che l’oligarchia che si è imposta nel sistema politico italiano è diventata un peso intollerabile e un freno allo sviluppo del Paese.

Angela Masi

PD: come non sprecare le primarie (di Claudio Lombardi)

strada del PdCongresso Pd a pieno regime. Impazza il calcolo delle percentuali e la caccia al voto degli iscritti ormai si sta quietando. Degli scandaletti sul boom di tesserati si è tanto parlato, meno del dibattito di massa che ha comunque coinvolto e coinvolge decine di migliaia di persone nei circoli. Meno ancora si parla dei milioni di italiani che si stanno interessando alla scelta del segretario del Pd. Questa, che continua ad essere una novità per i partiti italiani, incuriosisce e fa discutere tanta gente anche lontana dal Pd perché, obiettivamente, non è una tradizione della nostra politica poter andare alle urne per eleggere il segretario di un partito. E poi i candidati sono veri e si danno battaglia alla luce del sole con profili personali e identità politiche ben distinte.

Basta vedere cosa succede sull’altro versante, cioè a destra, per capire la differenza. Lì, un capo-padrone decide da una settimana all’altra che si chiude un partito e se ne apre un altro. E tutto il confronto sta sulla maggiore o minore fedeltà alla persona del capo che, trattandosi di Berlusconi, non è esattamente una questione di ideali politici.

espulsione BerlusconiPluricondannato che deve essere espulso dal Parlamento perché colpevole di reati infamanti, sotto processo per altri reati ancora più infamanti, Berlusconi è un politico finito e di cui tutte le persone per bene dovrebbero vergognarsi. Un uomo da allontanare dalla vita pubblica e da consegnare ai giudici e alla pattumiera della storia. Invece, scioglie e fonda partiti senza nemmeno l’ombra di un metodo democratico. Qualcuno si ribella (Alfano & C.), ma la destra italiana è ancora molto lontana da una sua rifondazione. Casomai i litiganti, i “diversamente berlusconiani” sono in gara per spartirsi i voti del centro destra che Forza Italia resuscitata non potrà certo rappresentare come ha fatto negli ultimi venti anni, ma insomma l’obiettivo di una destra europea sembra ancora molto lontano.

partecipazione politica PdNiente di tutto questo nel Pd. Tutto bene allora? Manco per niente, perché l’attenzione è ancora troppo concentrata sulla ricerca del leader e meno sulla ricerca della politica migliore da far fare al Pd. Anche il dibattito nei circoli è stato segnato in negativo dalle competizioni e dalle ambizioni personali delle seconde, terze e quarte file di sostenitori di questo o quel candidato e da logiche di corrente che impediscono il confronto.

La preoccupazione ossessiva per le regole, la disattenzione per il dibattito sulle proposte politiche e programmatiche degli stessi candidati, il fatto di aver incanalato la partecipazione degli iscritti e dei cittadini alla definizione della linea politica e dell’identità del partito solo dentro la gara per le cariche di segretario nazionale (e provinciale) sono i limiti che il Pd deve superare se vuole che questa sua “invenzione” e la sua stessa esistenza come partito siano utili all’Italia e al rinnovamento della politica.

L’8 dicembre gli italiani eleggeranno il segretario del Pd, ma da allora in poi il Pd tutto (e non solo il segretario eletto) dovrà dimostrare di esserselo meritato.

Claudio Lombardi

Roma: i guai della politica debole (di Claudio Lombardi)

truffa atacCon l’ATAC, se fosse confermato il traffico di biglietti falsi, si toccherebbe il fondo dell’intreccio politica – apparati pubblici – reati nella capitale d’Italia. Dopo questo fondo ci sarebbe soltanto lo stato-mafia gestito direttamente dalla criminalità organizzata. A Roma ancora non ci si è arrivati, in Sicilia e in alcune zone della Campania ci si è andati molto vicini.

Perché succede? Perché la politica è debole e non riesce a vivere per compiere la sua missione che è di definire e perseguire l’interesse della collettività e cade preda di gente che persegue solo il suo interesse travolgendo tutti gli ostacoli e trovando la lucidità per illudere, corrompere o prendere in giro gli elettori.

narcisismo dei politiciCi sono anche molti politici mossi dalle migliori intenzioni che, nel dissolvimento delle ideologie, hanno corso il rischio (anzi, lo hanno proprio fatto) di identificare sé stessi con la causa politica in cui credevano e sono finiti avviluppati in un meccanismo dal quale è difficile uscire: la corruzione da parte di soggetti forti (costruttori, affaristi, manager) mascherata da sostegno all’attività politica in uno scambio di favori sistematico.

Probabilmente a Roma è accaduto qualcosa del genere e non lo si scopre adesso con lo scandalo dei biglietti falsi perché gli indizi o i segnali o le manifestazioni più evidenti ci sono da tanti anni.

politicaPer questo a Roma come altrove la cura è una sola: legalità e una politica più forte. Politica più forte non significa più potere ai politici, ma una politica più diffusa e partecipata, una politica socializzata nella quale il controllo dell’opinione pubblica sia fondamentale così come la partecipazione alle decisioni e all’attuazione amministrativa dei provvedimenti. Su tutto la trasparenza e l’accessibilità alle informazioni come deterrente ai raggiri e agli imbrogli.

Bisogna fare terra bruciata intorno ai corrotti e ai corruttori e mettere nell’angolo i politici che imbrogliano le carte promuovendo sé stessi a finalità principale del loro lavoro.

quartieri romaUn’ultima considerazione riguarda lo sconcerto perché lo scandalo delle ruberie a Roma e della dissipazione del patrimonio pubblico non è imputabile solo alla banda di Alemanno che ha banchettato nelle aziende di proprietà pubblica imponendo solo in Atac e in Ama quasi 2000 assunzioni clientelari in cinque anni. Purtroppo occorre riflettere anche sull’esperienza delle giunte di centro sinistra sotto le quali sembra sia iniziato lo scandalo Atac. Non si tratta solo di questo però perché l’ingigantimento di tutto il sistema delle aziende comunali con conseguenti assunzioni e maggiori spese (magari all’ombra dei grandi eventi di cui si è alimentato il modello Roma) e le vicende di un piano regolatore che ha consentito la costruzione di interi quartieri senza i servizi (innanzitutto di trasporto) che erano stati promessi e pattuiti getta molto più che ombre sull’opera delle giunte Rutelli e Veltroni.

Pd dispersoQui torna il discorso sullo spappolamento dei grandi partiti ridotti spesso a macchine di potere in preda alla competizione tra gruppi e cordate prive di qualunque motivazione politica. Le vicende del tesseramento del Pd di questi giorni hanno rivelato una realtà sconcertante che conferma pienamente lo scenario sopra descritto.

Non solo questo partito è andato in direzione ostinata e contraria alle motivazioni che hanno portato alla sua nascita e che sono rimaste scritte nei documenti (e impresse nella mente di tanti militanti), ma ha anche bruciato il patrimonio di credibilità portato da una parte dei suoi “soci” fondatori che affondano le radici nei movimenti politici e sociali romani dei decenni passati.

Una saggezza antica dice che “Necesse est enim ut veniant scandala verumtamen vae homini per quem scandalum venit, ” (Vangelo di Matteo 18.7) il significato è semplice e profondo:”è inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale lo scandalo avviene” . Trattandosi di Roma la citazione latina ci sta bene e il senso calza a pennello con la situazione che stiamo vivendo soprattutto quando promette che i responsabili rispondano dei danni fatti. Chiunque essi siano.

Claudio Lombardi

Dentro al mondo di centro sinistra: intervista a futuredem

ritorno al futuroQuel che avviene nel PD interessa tutti, non solo i suoi elettori perché è in gioco il rinnovamento degli indirizzi di governo e della cultura civile dell’Italia . Per questo abbiamo rivolto alcune domande a Giulio Del Balzo uno dei creatori di Futuredem associazione politico-culturale che si rivolge al mondo del centro sinistra.

 

 

Che succede nel Pd? Occupy Pd, FutureDem, OpenPd e altre ancora sono sigle dietro le quali c’è un fenomeno nuovo di mobilitazione dei militanti e degli elettori del Pd. Da dove nasce e cosa significa?

futuroSenza dubbio è diffusa la necessità di rinnovare la politica e l’organizzazione della realtà che rappresenta le idee in cui molti di noi si riconoscono: il Partito Democratico. Questa è la motivazione di fondo su cui si sono formati diversi gruppi di persone che hanno assunto come nome le diverse sigle che tu citi. Diverse le sigle e diversi, ma su una spinta comune, anche i fini e le dinamiche.

Noi Futuredem (www.futuredem.it) siamo nati a febbraio, in piena campagna elettorale; sentivamo la necessità di creare un network di giovani che potesse rispondere alle esigenze della nostra generazione e di questo nuovo millennio. Con l’esperienza delle primarie, infatti, abbiamo conosciuto in tutta Italia moltissimi ragazzi che si sono impegnati per portare avanti la visione di centrosinistra proposta da Matteo Renzi: più innovativa, rivolta al futuro e capace di risolvere i problemi della società in un’ ottica contemporanea. Siamo stanchi del solito approccio sindacale anni “70”, autoreferenziale, pedagogico e passatista, fortemente inquadrato, dedito esclusivamente al “Partito” e ai propri superiori su un modello piramidale;  purtroppo questo approccio è ancora una  delle componenti culturali (e comportamentali) più influenti e pesanti all’interno del Partito. Non ci piace nemmeno che tutto venga diviso in categorie: studente, operaio, borghese, disoccupato, giovane, vecchio, di destra, di sinistra. Per esempio, Matteo Renzi è stato definito di destra. Con questo aggettivo, ormai vuoto, una proposta politica precisa è stata accantonata senza neanche essere valutata nel merito e con essa anche molti sostenitori che non sono iscritti al PD. L’atteggiamento dominante è stato di rifiuto e la dirigenza del Partito Democratico ha ignorato l’importanza di questo patrimonio umano, sociale e politico.

direzioni diverseCome ci racconta Zigmun Bauhman, viviamo in una società liquida, dove le persone e gli organismi possono interpretare più ruoli allo stesso tempo: noi abbiamo voluto agire in maniera trasversale al Partito Democratico e alla società civile e, perciò, abbiamo costituito questa rete liberal, che, ora, è anche diventata ufficialmente un’associazione politico-culturale e svolge un interessante attività di laboratorio di idee, sul modello dei think tank americani. Vogliamo dimostrare che, per far vivere un modello di politica, non serve vincere a un congresso o fare un’OPA sul partito tesserando a iosa: basta un gruppo di individui che, liberamente, decidono di organizzarsi e collaborare.

La politica italiana è nel pieno di una doppia crisi: di rappresentanza innanzitutto perché troppi cittadini non si riconoscono più nelle formazioni politiche che si presentano alle elezioni e poi di efficacia perché l’Italia è governata male, i gruppi di potere hanno spadroneggiato per tanti anni alla faccia degli interessi generali e l’ultimo Parlamento non è nemmeno riuscito ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. In questo quadro la crisi del Pd e la sua soluzione conta qualcosa per gli italiani? Insomma il Pd è un problema o una speranza?

sognoLa crisi del PD è dovuta, soprattutto, all’assenza di un’adeguata trasparenza e di adeguati strumenti di ricambio politico e generazionale. Centinaia di persone, infatti, in un modo o nell’altro, sopravvivono economicamente grazie al PD. Funzionari di Partito (il PD ha 300 dipendenti, 180 a tempo indeterminato), collaboratori parlamentari, politici di professione, non possono fare politica in maniera disinteressata, perché dalla dirigenza del PD dipenderà, per certi aspetti, anche il loro posto di lavoro. Al nostro Paese servono politici disinteressati al proprio tornaconto (lavoro, carriera, status sociale) personale e che, una volta terminato il mandato, possano tornare a svolgere il proprio impiego. Sarà molto difficile estirpare la radice di questa mentalità, perché, ad esempio, Massimo D’Alema, che ha sempre vissuto solo di politica da quando aveva 20 anni, è ancora amato da molti giovani democratici.

Penso, quindi, che se il PD riuscirà a purificare sé stesso, i suoi nuovi dirigenti potranno avere la forza di rinnovare anche l’Italia. Il Partito, nonostante tutto, è una grande speranza per il Paese perché è l’unico partito forte, non personalistico, dotato di una spinta riformista e di ottimi amministratori locali.

giovani e lavoroUltima domanda: in cosa devono credere i giovani? Basta avere un leader o ci vuole un cambiamento più radicale?

Noi giovani dobbiamo credere in noi stessi e, ogni giorno, rispondere alla domanda: cosa posso fare io per intervenire sulla realtà circostante? Compiuto questo passaggio, tutto il resto diventa quasi spontaneo. Ha poco senso credere in qualcun altro o in un’ideologia che ci viene propinata, se prima non ci concentriamo sulla costruzione della nostra forza interiore che può anche diventare una potenza esplosiva e rivoluzionaria.

Penso che le due opzioni proposte non si escludano a vicenda. Per un cambiamento radicale è necessario un leader che riesca a incarnare la visione delle persone che lo votano e lo sostengono e che, allo stesso tempo, sappia conciliare e parlare a tutti. Il cambiamento, inoltre, è endogeno, non viene dall’esterno. Perciò, senza leader (cioè persone che influenzano le altre con la forza delle proprie idee), non è possibile alcun cambiamento. Il leader, naturalmente, non deve mai dimenticarsi delle motivazioni per le quali gli altri gli hanno affidato tale ruolo, perché, altrimenti, non ci condurrebbe ad alcun cambiamento ma ad un mero mantenimento dello status quo.

(intervista a cura di C.L.)

103 giorni di un governo di conservazione (di Claudio Lombardi)

giudizio su governo lettaMeglio avere un governo che non averlo. Meglio che qualcuno rifinanzi la Cassa in deroga, che decida di iniziare a pagare i debiti dello Stato con le imprese, che ci rappresenti in Europa. Meglio di niente. Insomma i “successi” del governo Letta scaduti i fatidici cento giorni sembrano essere tutti di questo livello: niente di clamoroso , nessuna svolta, ma una consueta ordinaria amministrazione con i soliti decreti legge che trasportano un’infinità di norme di difficile valutazione redatte da una burocrazia ministeriale onnipotente nelle cui mani sarà poi consegnata la loro attuazione. L’effetto annuncio è assicurato; i risultati nessuno li andrà a verificare. Esattamente quel che accade da molti anni: tonnellate di leggi, regolamenti, decreti, circolari che sembrano affrontare ogni più minuto problema, ma che poi non si traducono in miglioramenti sostanziali. La scienza italica del tirare a campare si arricchisce di un nuovo capitolo. Basta agganciarsi ad un’emergenza e il gioco è fatto: si invoca la stabilità e si pratica la conservazione.

doppiezza pd-pdlIn cosa è diverso il governo Letta? Nella maggioranza che lo sostiene no perché è la stessa che sosteneva il governo Monti nato dal fallimento della politica che non ha saputo guidare la crisi succeduta alla caduta del governo Berlusconi alla fine del 2011. L’unica novità è che adesso il Pd e il Pdl guidano direttamente il governo anche questo nato in una situazione di emergenza da un ulteriore fallimento della politica che non ha nemmeno saputo eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

In entrambe le crisi – fine 2011, post elezioni 2013 – determinante è stato il ruolo del Capo dello Stato che ha assunto la veste di suprema guida del Paese, ultima istanza alla quale rivolgersi per dirimere ogni sorta di problema. Lo si è visto anche in questi giorni con gli appelli del Pdl perché Napolitano trovi una soluzione alle condanne di Berlusconi quasi che il Presidente possa agire da costituzione vivente creando nuove norme da imporre al di sopra di quelle esistenti.

inciucioChiaramente l’alleanza Pd-Pdl non ha alcun senso che vada oltre l’emergenza e suscita profondo fastidio ricordare le altisonanti dichiarazioni di quanti, Letta in primis, prefiguravano luminosi destini per un governo che alla prova dei fatti si è avvitato sui reati di Berlusconi e sulle sue esigenze elettorali (vedi IMU) senza nemmeno riuscire ad impostare la riforma della legge elettorale. Sì, profondo fastidio per il politichese da politicanti condito con fiumi di retorica sui “cambiamenti del sistema politico” mentre l’unico provvedimento urgente, la legge elettorale, veniva consapevolmente annegato in un pateracchio di riforme costituzionali con comitati e sottocomitati di saggi in un gioco da illusionisti sperimentato ormai da oltre trent’anni.

cittadini arrabbiatiIn tutto questo gli interessi degli italiani che fine fanno? E chi se ne occupa? Il Pdl è inadatto a governare perché è dominato da una cultura politica da monarchia assoluta che si rivela ogni volta che vengono tirati in ballo gli affari di Berlusconi. Gli interessi generali, le istituzioni democratiche, la politica, lo Stato per quelli del Pdl esistono solo per servire ai loro interessi privati e di gruppo. Non esiste Costituzione, né leggi; loro chiedono il plebiscito del popolo ridotto a folla manipolata (e con il controllo di gran parte della Tv privata e della carta stampata è facile) e poi vogliono fare i comodi loro.

pd confusoIl Pd sarebbe l’unico partito rimasto dallo sfacelo del passato, ma non è mai nato e appare tonto, ottuso, incerto su tutto, confuso, sbandato. I suoi vertici esibiscono il loro senso di responsabilità come se bastasse a dire chi sono e cosa vogliono. In realtà è solo il sipario dietro cui si cela l’incapacità e la paura di assumere un’identità ben definita fondata su scelte chiare che potrebbero mettere a rischio carriere, posti di lavoro nel vasto mondo che dipende dalla politica, posizioni di potere. Per questo meglio accordarsi con gli avversari che hanno identiche esigenze piuttosto che imboccare strade nuove. Se un partito diventa un ufficio di collocamento per ottenere incarichi ben pagati o che consentono l’avvio di carriere all’ombra della politica perché rischiare? La famosa stabilità di cui tanto si parla, in realtà, è quella di chi vive di politica e grazie alla politica non quella degli italiani.

democraziaIl cambiamento da realizzare allora può partire anche da qui: un partito deve identificarsi con un programma e un progetto politico chiaro e su questi si deve mettere in gioco. Non serve a nulla governare senza questi presupposti; di fatto finiscono per governare le tecnocrazie nazionali ed europee e i poteri forti della finanza e dell’economia.

La politica è il modo per costruire il futuro che non esiste già preformato. L’Italia ha mille vincoli – quelli europei, il debito, le arretratezze – ma sopra a tutto ha un deficit di cultura politica e civile. Se questi limiti vengono accettati supinamente non se ne esce. Per questo è necessario che nascano formazioni politiche che, come già successo con il M5S, rappresentino una cultura nuova di protagonismo dei cittadini. Non servono però leader carismatici alla Grillo che poi “naturalmente” vogliono comandare tutti; serve una partecipazione articolata in una rete di luoghi fisici e di percorsi nei quali potersi esprimere e attraverso i quali condividere le decisioni e i controlli sulle politiche pubbliche.

Non si tratta però di qualcosa che riguarda solo gli iscritti ai partiti, ma di una nuova modalità di vivere la democrazia che riguarda tutti. Difficile, ma indispensabile

Claudio Lombardi

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (seconda parte)

codecisioneNella prima parte di questa intervista hai sottolineato più volte che la partecipazione dei cittadini deve essere diretta cioè non preformata sulla base di decisioni già assunte a monte. Che si tratti di partiti, di associazioni o di sindacati il salto da fare è passare dal livello della consultazione a quello della codecisione. Ora, mi chiedo, i partiti che ruolo hanno in tutto questo?

I partiti hanno una bella verifica su questo terreno, ma soprattutto ce l’ha la sinistra perché ha tutto l’interesse al fatto che i cittadini prendano il più possibile la parola; la destra, invece, ha una matrice culturale diversa e propende verso altre gerarchie decisionali (si va dai tecnici, a gruppi di comando ristretti fino ad arrivare ai furbi che si arrampicano sulla scala gerarchica).

Su questa impostazione ovviamente si discute e ci si divide: io non penso che la funzione del partito politico sia quella di sequestrare a sé la decisione pensando di possedere sempre le conoscenze più avanzate per deliberare. Dico questo perché io sono di sinistra e penso che bisogna rendere sempre più uguale e diffuso il diritto a prendere la parola e sono fermamente convinto che un partito di sinistra non può che ricondurre la propria azione a questi valori. Valori che corrispondono ad ideali, ma anche a linee strategiche che poi si devono tradurre in atti concreti.

dibattito pubblicoIntendiamoci, dò per scontato che gli iscritti a un partito si ritrovino su posizioni simili perché frutto di confronti e discussioni. Ma non credo che ci debba essere una disciplina, un vincolo quando si va al confronto con i cittadini. Se si condivide una cultura politica di sinistra non può che esserci dibattito. Se io militante (o dirigente), invece, penso che la mia funzione essenziale sia quella di conquistare il consenso alle scelte del partito (e se il partito governa, anche alle scelte dell’amministrazione) allora la partecipazione scende e c’è anche una crisi di cultura politica. Io credo, invece, che la funzione essenziale del partito sia quella di sollecitare la presa di parola anche quando può risultare sgradevole.

Il pericolo più grande che corre la politica oggi è l’exit non la voice. Quando facevo l’assessore e alle assemblee del dibattito pubblico venivano persone a parlare e urlavano e si incazzavano ero contento perché se la gente ha voglia di venire alle assemblee, di parlare e anche di urlarti contro ebbene è sempre meglio dell’exit. Oggi il vero pericolo per la politica è che la gente se ne vada in silenzio, è il fatto che la gente non vada più a votare; laddove c’è voice c’è anche meno astensionismo.

democrazia dei cittadiniStai dicendo che la sinistra dovrebbe fare della partecipazione diretta dei cittadini una sua bandiera?

Sì dovrebbe farne una sua bandiera e anche un carattere identitario per arrivare però ad atti concreti. Per questo dico che ci vorrebbe una legge che renda la partecipazione obbligatoria come nel débat public, anzi, meglio che nel modello francese, per esempio con l’uso delle nuove tecnologie che, però, da sole non servono a molto. Sarà che sono un vecchio sindacalista abituato a fare assemblee su tutto, ma io vedo la tecnologia (parlo della rete ovviamente) che accompagna e non sostituisce il contatto diretto. Qua vedo un’altra discriminante: io non sono perché la gente dica sì o no su un quesito e basta; io voglio che la gente partecipi anche alla formulazione del quesito cioè che possa cambiarle le regole del quesito non subirle. Non credo alla democrazia ridotta ai referendum continui (anche se poi lo strumento referendario ci deve essere) nei quali si può dire solo sì o no su un quesito già strutturato.

Tu allora vedi un partito politico che sia anche  un canale di formazione delle decisioni, una specie di facilitatore del confronto tra cittadini e istituzioni?

parole partecipazioneAssolutamente sì, se io penso al partito del futuro penso a un partito che ha sempre le porte aperte. I meet up mi piacerebbe che li facessero nel Pd (o anche in altri partiti) perché le porte aperte sono sempre meglio delle porte chiuse. L’ho già detto che la cosa che temo di più è l’exit e non la voice e chi ha paura di esser contestato è pazzo, la contestazione è il sale del confronto.

Non bisogna aver paura della partecipazione perchè rappresenta la possibilità di concorrere direttamente al bene pubblico cioè alla risoluzione concreta dei problemi. E non solo a parole, ma con i fatti. Per esempio se i cittadini decidono di gestire direttamente uno spazio pubblico è meraviglioso perché è una mobilitazione di energie fisiche, morali, intellettuali per una cosa giusta. Qua incontriamo la grande questione della sussidiarietà: c’è quella verticale alla Comunione e Liberazione per cui si tratta della pura e semplice sostituzione del pubblico col privato; e c’è un’altra idea di sussidiarietà che è invece connessa all’idea di cittadinanza attiva, una sussidiarietà circolare in cui la presenza attiva dei cittadini cambia anche sostanzialmente il modo di fare amministrazione, il modo di lavorare degli uffici pubblici. Da noi abbiamo un’idea di pubblica amministrazione in cui è lecito quello che è ordinato, non è lecito quello che i cittadini sono in grado di costruirsi da soli. Non dimentichiamo che la Costituzione mette al centro la persona e quindi implica anche il valore della cittadinanza attiva. E ricordiamoci del grande valore del volontariato che rafforza ogni campo nel quale agisce la sussidiarietà anche quello, cui tiene molto il Terzo Settore, dell’impresa sociale.

pericoloDue parole sul Pd. Oggi il Pd appare come un laboratorio politico e sembra che la spinta che viene dalla base debba portare a grandi cambiamenti. È così?

Il Pd vive una crisi profonda del suo gruppo dirigente storico; questa spinta dei militanti e degli elettori nasce dall’indignazione per il governo con il Pdl e dal punto a cui ci ha portato il gruppo dirigente attuale. Ma io, come Fabrizio Barca, ho paura del doroteismo cioè di gente che ha sempre avuto un certo stile di direzione e che adesso dice “sono d’accordo con Barca” e lo dice perché poi tutto venga ricondotto all’interno di dialettiche ben conosciute e che non han portato da nessun parte. Per cui il Pd appare adesso un grande laboratorio come dici tu, ma poi al congresso ci deve essere un rinnovamento radicale perché se poi tutta questa spinta viene ricondotta ad una divisione tra quelli che sono per D’Alema quelli che sono per Renzi  allora esplode il laboratorio.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Le vie della partecipazione: le reti civiche (di Angela Masi)

cooperazionePartecipazione dei cittadini alla vita pubblica, forme di rappresentanza e crisi dei partiti sono sempre temi di grande attualità. Di più: la carenza di partecipazione viene individuata come una delle cause delle degenerazione del sistema dei partiti con le conseguenze che tutti conosciamo sul governo nazionale, delle regioni e dei comuni.

Se scriviamo “democrazia partecipativa” sul motore di ricerca di Google, otteniamo un numero impressionante di pagine: la diffusione di questa espressione, che è piuttosto recente, è stata rapidissima in tutto il mondo ed è un evidente sintomo del disagio provocato dalle derive oligarchiche e asfittiche della democrazia rappresentativa.

Si direbbe che la democrazia partecipativa sia diventata un ombrello piuttosto largo che copre pratiche e intenzioni di svariatissima natura: giuristi che ragionano sui referendum, politologi che parlano della partecipazione elettorale, gruppi politici di base che rivendicano le primarie, social forum che si interrogano sul nuovo modello di sviluppo, sindaci che sperimentano bilanci partecipativi e così via.

assemblea di cittadiniSpesso la domanda di partecipazione è stata avanzata da movimenti o associazioni che chiedevano alle istituzioni di aprirsi alle loro richieste. Non c’è stata, insomma, una spinta generale ad attuare in maniera strutturale forme di democrazia partecipativa. Forse sarebbe stato compito dei partiti promuoverle, ma, di fatto, si è ritenuto il consenso elettorale come più che sufficiente espressione di partecipazione politica. Un errore grave e non scusabile di cui paghiamo le conseguenze noi cittadini.

Ci sono stati però alcuni momenti cruciali che hanno portato a scrivere norme fondamentali. È il caso dell’art.118 della Costituzione che esprime il principio di sussidiarietà orizzontale: “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”. Ciò significa che la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più vicini al cittadino e, quindi, più vicini ai bisogni del territorio, ma il cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, deve essere aiutato nella cooperazione con le istituzioni per definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine.

aprire ai cittadiniIn questo modo l’apertura delle istituzioni alla partecipazione può far entrare nel loro orizzonte nuovi contenuti, nuove forme di democrazia e nuove priorità. In pratica può rinnovare la politica e le politiche.

Il tema della partecipazione è complesso perché si compone di molteplici profili: dalla partecipazione dei cittadini alla decisione politica e amministrativa, alle condizioni che la rendono possibile e cioè la trasparenza nei rapporti tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni e l’accessibilità delle informazioni.

Contrariamente a ciò che potrebbe apparire non siamo all’anno zero e molti strumenti sono già disponibili, in parte conosciuti e utilizzati, in parte no.

Con questo primo articolo vogliamo iniziare a ricostruire le vie della partecipazione indicandone i capisaldi. Partiamo dalle reti civiche.

La Rete civica è sostanzialmente un sistema informativo telematico, riferito ad un’area geograficamente delimitata (comune, area metropolitana, provincia, comunità montana etc.), al quale possono partecipare in modo attivo, ossia come produttori di informazioni oltre che fruitori, tutti i soggetti presenti nell’area stessa: enti locali e altre istituzioni, sindacati, associazioni, imprese, cittadini. In sostanza è uno spazio dove i cittadini possono attivamente interagire con gli amministratori, ottenere servizi dagli enti locali, informazioni e, soprattutto, farsi ascoltare.

interattivitàInfatti i principi fondamentali alla base di tale istituto sono l’interattività e l’accesso alle informazioni.

Quelle realizzate finora sono, purtroppo, poche e, fra queste, non tutto va nel verso giusto. Eccone alcuni esempi.

MILANO con il portale milanese dell’e-participation, PartecipaMi, offre la possibilità ai cittadini, alle amministrazioni (Comune, Consigli di Zona, Provincia, Regione), alle organizzazioni pubbliche e private che gestiscono servizi pubblici, alle associazioni e alle aziende di interagire pubblicamente sulla rete, per informare, segnalare e discutere sui temi della città. PartecipaMi offre anche un ampio supporto informativo ai cittadini milanesi sugli atti amministrativi di giunta, consiglio comunale e consigli di zona. La piattaforma è predisposta per favorire l’osmosi con i social network. Su Facebook è attiva una pagina dove vengono rilanciate le novità del sito ed è anche attivo l’account Twitter. Vi è inoltre per gli utenti registrati la possibilità di farsi notificare, via e-mail, la pubblicazione di nuovi eventi, post e commenti pervenuti sulle discussioni che interessano ciascuno.

partecipareA TRIESTE la rete civica appare come un gazzettino comunale. Il comune pubblica dei post nelle varie aree di interesse ma nessuno dei post è commentato, criticato o integrato dai cittadini o dalle associazioni dei cittadini. Più interessante la parte dedicata alla trasparenza dove si trova una selezione di norme e una sezione dedicata alla pubblicità dei redditi della cariche elettive del comune. Collegamento ai maggiori social network e iscrizione alla newsletter.

ROMA: la “rete civica” consiste in un elenco di associazioni ed enti no profit cioè, praticamente, non esiste.

A FIRENZE la Rete civica è partita già a metà degli anni ’90 per poi dar vita nel 1999 alla Rete Civica Unitaria del Comune di Firenze. Qui hanno avuto il loro spazio i siti delle associazioni che avevano aderito al progetto. I punti di forza della Rete civica: qualità tecnologica; contenuti istituzionali; interattività dei servizi; usabilità e accessibilità.

Queste sono le esperienze più rilevanti “in eccesso o in difetto di partecipazione”. In generale bisogna dire che le reti civiche non sembrano essere una componente conosciuta e praticata per la partecipazione dei cittadini. Una carenza strutturale che deve far riflettere.

Angela Masi

Il rinnovamento del Partito Democratico secondo Occupy PD

Di crisi dei partiti si parla ormai da molti anni e di notizie su ciò che sta accadendo all’interno del Pd sono pieni i giornali. Le crisi, però portano anche cambiamenti. Uno di questi, il più rilevante, è la nascita tra i militanti del Pd di un movimento che si è dato il nome di Occupy Pd. Abbiamo raccolto il punto di vista di Paolo (41 anni), Francesco (33 anni) e Raffaele (41 anni)

bandiere pd

D: Nella sua breve storia il Pd ha suscitato ondate di partecipazione (le primarie ad esempio) ed ondate di delusione o di sfiducia. Il movimento Occupy Pd appare un pò anomalo perchè esprime un grande bisogno di partecipazione partendo dalla delusione, ma invece di guardare ad altre forze politiche vuole rilanciare proprio il PD. Inevitabile chiedere ai protagonisti i motivi di questa scelta sotto due diversi profili. Cominciamo dal primo: il Pd è riformabile ovvero è possibile sottrarlo ai giochi di corrente e di gruppo che sembrano dominarlo?

Paolo: Non so se il PD è riformabile, ma so che il vero PD, quello in cui molti di noi avevano creduto al momento della sua costituzione, deve ancora nascere realmente. Il nostro tentativo è quello di far capire che o il PD sarà qualcosa che innova la politica italiana ed europea o non sarà. Per questo in modo spontaneo ci siamo organizzati, per dimostrare che siamo molti di più, e soprattutto meglio, di quei 101 che hanno affossato una idea di partito nuovo, prima che una persona non votando Prodi alla Presidenza della Repubblica. Per questo diciamo che il vero PD siamo noi insieme a migliaia di militanti che si impegnano ogni giorno e non i soliti nomi che da oltre 20 anni si leggono sui giornali o si vedono in TV che ripetono sempre le stesse cose e di certo non possono essere il simbolo del cambiamento.

centroRaffaele: Il PD è senz’altro riformabile. Certo non sarà facile. La vicenda dei 101 (o forse più) rappresenta la sintesi di tutto ciò che il PD non è stato, a partire dalla sua fondazione. Però il Pd è anche fatto dai suoi militanti e dai suoi elettori, che nella maggior parte dei casi si sono mostrati migliori dei propri dirigenti. Ed è fatto anche da amministratori, uomini e donne, serie e competenti che sono stati premiati, pur in presenza di un’astensione senza precedenti e nonostante il PD nazionale, alle recenti elezioni comunali. Il PD potrà tanto più riformarsi quanto più si mostrerà aperto e inclusivo nei confronti degli elettori, soprattutto dei giovani elettori. Quanto più saprà “contaminarsi”. Quanto più abbandonerà i riti che si consumano nei circoli e che, a salire, si ripetono nei vari livelli di governo del partito. Decisioni prese nei cosiddetti caminetti e che non nascono mai da un dibattito aperto, libero da condizionamenti. Auspico una partecipazione “alla pari” del singolo iscritto, del singolo elettore, che discutono con il parlamentare, con il sindaco, con l’assessore. Giorno per giorno, e non soltanto in occasione dei congressi o delle primarie. Ecco, credo che con questo metodo di lavoro le correnti sarebbero in grande difficoltà. E il PD ri-acquisirebbe appeal presso l’elettorato. Un buon metodo anche per sconfiggere l’astensionismo.

Francesco: Il partito ha bisogno di una rigenerazione, è confortante il fatto che questo bisogno provenga proprio dalla base perchè a cambiare i dirigenti si fa sempre in tempo. Il congresso lo si fa per parlare del partito e del tipo di società che vogliamo cioè di come vogliamo cambiare attraverso questo partito la società. Il partito democratico non è quindi l’obiettivo finale (certe volte sembra questa la logica delle correnti), ma è il modo per avvicinare l’individuo al benessere collettivo. Rigenerazione del Pd significa anche riscoperta di una partecipazione più attiva della base che non si esprime solo con le primarie, (che restano imprescindibili), ma anche con lo strumento del referendum presente nello statuto e finora mai utilizzato.direzioni diverse

 

D: La seconda domanda è un po’ brutale: perché le vicende del Pd dovrebbero interessare gli italiani?

 Paolo: Perché può essere lo strumento per cambiare il paese. Questa era l’ambizione originaria e a questo obiettivo noi rimaniamo legati. In primis attraverso nuovi strumenti di coinvolgimento democratico tipo le primarie, ma poi per dare uno spazio di discussione e di decisione a tutti quei soggetti della società civile che si impegnano su questioni specifiche. Dare spazio a chi sta fuori da un partito significa imparare sempre qualcosa. Far contare nelle decisioni chi è dentro un Partito significa realizzare in concreto la democrazia nel nostro paese. E’ questo che è in gioco nel prossimo congresso di “rifondazione” del PD, e credo che il risultato che ne uscirà non sarà indifferente per il futuro del governo, degli assetti politici nazionali e dunque degli italiani.

aprire il pd Francesco:  Le vicende del Pd necessariamente e direi naturalmente interessano la gran parte dei cittadini in primo luogo perchè dal Pd può partire la riforma dei partiti e questo migliorerebbe di molto il funzionamento del sistema democratico (il che farebbe un gran bene all’Italia e magari sarebbe il caso che anche altri partiti si ponessero il problema). In secondo luogo un partito rinnovato deve essere più aperto e accogliere e dare voce anche a tante persone che si sentono respinte oggi da una logica di chiusura (le giovani generazioni, i precari ecc.). E pure questo farebbe bene all’Italia.

Raffaele: Perché la sorte del Pd deve interessare gli italiani? Perché l’uomo solo al  comando non risolve i problemi del Paese. L’abbiamo visto in questi vent’anni, lo stiamo vedendo in questi giorni. I partiti “uninominali” non sono in grado di dare risposte ai problemi dei cittadini, delle imprese, delle giovani generazioni. Serve un progetto collettivo. Serve la politica. E nel campo del centrosinistra italiano l’unica “entità” in grado di dare una prospettiva al Paese si chiama Partito Democratico. Certo, serve tornare allo spirito costituente del 2007 e parlare di temi, di idee, di proposte politiche piuttosto che di leadership. Auspico quindi che il prossimo congresso sia davvero fondativo e che da esso scaturisca un progetto che parli agli italiani e che indichi una direzione verso la quale muoversi insieme, da qui ai prossimi anni.

DOPARIE: base e vertice si incontrano nella democrazia (di Maurizio Soverchia)

Si amplia ed esce allo scoperto il dibattito sulle doparie, nel mondo della politica italiana e tra i cittadini. Doparie, un progetto scientifico del CNR che intende sviluppare ed attuare “le primarie dopo le elezioni”, sulle decisioni di governo o di opposizione. Uno strumento di democrazia partecipativa e deliberativa per assumere decisioni cruciali e controverse all’interno dei partiti politici, ideato dal ricercatore Raffaele Calabretta. Doparie perché si fanno dopo le elezioni e costituiscono un momento di contatto e di partecipazione democratica diretta, in grado di migliorare la qualità della democrazia rappresentativa.partecipazione

Sarebbe comunque erroneo considerarle una sorta di referendum aperto a tutta la cittadinanza, in quanto essenzialmente consistono in consultazioni tra i partiti e quella parte di cittadini che si riconoscono come loro elettori, ma che intendono evitare il momento di rappresentanza “grezza” costituito dal referendum del SI’ e del NO (vedi articolo scientifico tradotto in italiano).

Dalle doparie scaturisce la necessità dei militanti e degli elettori di avere accesso a dati reali e verificabili, per instaurare una discussione produttiva nel merito di un problema, che abbia in seguito un riscontro in termini decisionali.

Il PD, per esempio, si è da tempo avvicinato alle doparie. Dirigenti e circoli territoriali hanno cominciato un dibattito che è sempre più ampio. L’iniziativa più recente, organizzata e promossa dal progetto di ricerca Doparie e dal circolo PD Trastevere, si è tenuta dopo il primo turno di votazioni per le comunali cittadine a Roma, in un teatro piccolo, ma stracolmo, con alcuni ospiti che hanno presentato il progetto e tanti cittadini interessati e incuriositi  che sono intervenuti sui diversi temi svelati dal progetto (vedi pagina evento su Facebook).

partecipareLa partecipazione alla politica è in crisi perché il cittadino sente di non contare e questo stato ovviamente aumenta la disaffezione. Le doparie sono un tentativo di mettere in campo iniziative volte a migliorare questa situazione, per un ritorno alla ricognizione della società italiana fatta da individui responsabili, in quanto conoscono i problemi e tentano di fornire soluzioni.

Oltretutto lo statuto del PD prevede lo strumento del referendum, istituto che non è mai stato regolamentato e utilizzato, allo scopo di mobilitare le strutture del territorio su problematiche specifiche. La difficoltà di chiedere l’attuazione del referendum sta nel numero altissimo di firme da raccogliere – circa trentamila – cifra che è al di là della ragionevole possibilità di un gruppo di militanti.

Si dovrà quindi pervenire all’approvazione di un regolamento che consenta anche l’effettuazione delle doparie con una trasmissione di informazioni dai vertici verso la base e dagli iscritti ai vertici.

Si tratterebbe in fondo di costituire, in tempi brevissimi e con un investimento risibile, una vera rete di comunicazione dall’alto verso il basso e viceversa e in orizzontale – ovviamente – che consenta lo scambio di informazioni in tempo reale.

In fin dei conti un modello e un esempio che può essere adottato da altri partiti e dai movimenti che fanno della partecipazione la loro bandiera. La partecipazione, infatti, non basta affermarla, bisogna praticarla e renderla accessibile per tutti. Solo così si rende un servizio che migliora la politica e rende le decisioni più affidabili e condivise. La protesta oggi così diffusa deve portare cambiamenti reali e quello dei meccanismi decisionali di chi dice di rappresentare i cittadini è il primo passo da fare.

Maurizio Soverchia

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