Tra politica e società mettiamoci la partecipazione (di Vanni Salvemini)

Disallineamento e volatilità sono realtà ben note soprattutto nel panorama politico italiano. Sono alimentate dall’atteggiamento di impotenza dei politici, che scelgono i dettagli ma non sono più gli artefici delle prese di decisione fondamentali, ormai portate avanti altrove.
Quello che si sta vivendo in Italia è che davanti a questo declassamento del potere decisionale, la politica risponde con una vera esplosione di costi e con l’aumento degli investimenti per acquisire consenso, dato che il marketing ha ormai in gran parte sostituito il senso di appartenenza a una cultura politica.

Una democrazia prodotta da un mondo che anela la crescita illimitata è dunque impolitica, ovvero non radicata nella polis, incapace di decisioni, senza legittimazione, senza, quindi, gli elementi cardine che dovrebbero caratterizzare un paese democratico. Siamo giunti a una situazione in cui perfino la democrazia come anche l’economia rischia di diventare un’entità astratta ovvero di non essere incardinata in un popolo e in un territorio.

Il sistema così com’è non va più; occorre riscrivere regole nuove, in un esercizio di progettazione collettiva che richiede un grande sforzo di responsabilizzazione e di presa di coscienza, che ci faccia transitare verso forme di democrazia deliberativa, la quale preveda una maggiore partecipazione dei cittadini, che recuperi il senso vero di fare politica e la sensazione che ciò non sia un privilegio riservato a una ristretta élite di politici di professione.

Bisogna pensare ad una vera transizione democratica basata su nuovi percorsi di partecipazione che rappresenta la condizione di base ineludibile di un effettivo processo di cambiamento.
Partecipazione però significa un processo continuo di formazione e informazione. Solo in quanto processo la partecipazione diventa l’anticorpo per favorire la riproducibilità della democrazia che il capitalismo finanziario non permette e che solo noi possiamo innescare.
Contro l’antipolitica e la disaffezione, infatti, l’unico antidoto è la partecipazione.

Si tratta di osare dove nessuno finora è giunto: organizzare un’inedita forma di democrazia partecipata che riossigeni il rapporto tra politica e società. Il senso dell’esperienza delle primarie era proprio questo: puntare a far emergere un partito dei cittadini che mutasse nel profondo la realtà dei partiti di sinistra esistenti (di sinistra dato che le primarie sono nate e sono state attuate solo da quella parte).

Intendiamoci, la partecipazione non è solo un insieme di tecniche per comunicare in modo creativo. Al contrario, è una rottura politica. Riguarda chi gestisce il potere, chi tiene nelle mani il mazzo delle scelte, se debba essere un gruppo ristretto di notabili oppure gli apparati o anche i soli eletti, oppure una comunità allargata. È una questione che riguarda la sostanza più che la forma, il merito più che il metodo.

Più volte la partecipazione dei cittadini si è rivelata una chiave per vincere, il grimaldello per scardinare le incrostazioni dei voti bloccati e di quelli comprati, l’alchimia per dissolvere i coaguli di potere. La contraddizione è che se la partecipazione è decisiva per vincere, al contrario, diventa un impiccio per governare. I cittadini, indispensabili per generare un effetto moltiplicatore nella fase di raccolta del consenso, diventano, dopo la presa della Bastiglia, un ingombro quando chiedono di condizionare le decisioni politiche. E quando la politica perde lo slancio sociale verso il cambiamento, allora degrada in gestione del potere e anche la qualità delle politiche pubbliche decade. Lì si annidano i rischi di degenerazione; i leader, da interpreti del processo sociale, diventano dei surrogati. La funzione carismatica della leadership soppianta quella trasformativa e, invece di attivare le risorse latenti delle persone, rende tutti spettatori passivi, al massimo una curva nord del leader.

Il vero punto di leva, quello che consente di sollevare il mondo, è la fiducia. E la fiducia è una risorsa scarsa che si riproduce solo se nella relazione circolano fattori di coerenza, trasparenza, ascolto efficace. La fiducia si conquista accorciando banalmente il fossato che separa il dire dal fare. La crisi della politica, è innanzitutto crisi di fiducia nella politica. Ecco perché a tutti noi viene chiesto uno straordinario coraggio. Agire una politica che discuta pubblicamente dei propri costi, del modo con cui si organizza e finanzia e seleziona la classe dirigente, dei canali attraverso cui dialoga con gli interessi delle diverse parti sociali, delle regole e dei limiti nella gestione delle istituzioni. Una politica che abbia un’idea forte, riconoscibile, positiva su questo tempo di crisi, e che resti permeabile rispetto alle ansie del cambiamento. Questa politica, sarebbe l’unico anticorpo al virus dei vecchi e nuovi trasformismi, anche quando ricoperti dall’accattivante veste offerta dal leader carismatico.

Le primarie che sono la novità del panorama politico italiano possono cambiare qualcosa, ma non vanno soffocate e non vanno concentrate solo sulle persone. Per una vera partecipazione occorre mettere in discussione innanzitutto idee e programmi perché questo è l’unico modo per condividere il futuro.

Vanni Salvemini

La rivoluzione della politica (di Paolo Andreozzi)

Succede una cosa interessante – e anche bella, a suo modo. Sorprendente, eppure così manifesta – purché si voglia vedere la realtà. In breve, si tratta di questo.

Non c’è giorno che la televisione – i talk-show politici – e la grande stampa non ci informino sull’esito di implacabili sondaggi specializzati: chi voterebbe l’italiano? quale coalizione? pro o contro Monti? e alle primarie? e sulla ri-discesa in campo? e tra politica e antipolitica? Eccetera.
Sondaggi importantissimi, non foss’altro che su questi – e su questi soltanto – si fonda tutta la capacità previsionale del ceto politico nazionale o locale di vertice, e le sue scelte (scusate la parolona) strategiche.

Ma, pure, non c’è giorno che il sondaggio quotidiano non smentisca, almeno parzialmente, quello del giorno prima: ora va su Monti, ora va giù Fornero, ora su Renzi ora giù Grillo, ora giù Casini ora su la foto di Vasto, ora giù Marchionne ora su Bonanni, ora Polverini ora Formigoni, ora un vaffanculo generalizzato. Eccetera.

Col corollario che si capisce benissimo – perciò – con quanta poca scienza e coscienza l’italiano (quest’entità astratta) risponda all’ennesima domanda rivoltagli dall’ennesimo sondaggista in materia.
E ti credo! L’italiano – quello concretissimo – la propria scienza e coscienza la riversa in tutt’altre faccende, molto più politiche (sì: po-li-ti-che) di questa specie di gioco delle figurine che stampa e televisione ci cuciono addosso come fosse invece la realtà, tutto il nostro presente, la sola bussola per il futuro.

I cittadini – i lavoratori, i precari, gli studenti, i pensionati, i disoccupati, gli immigrati – non passa giorno, infatti, che non rispondano a ben altro sondaggio che li riguarda infinitamente più da vicino: essi rispondono – noi tutti rispondiamo – semplicemente decidendo come (e dove e quando e se e perché) distribuire le nostre risorse economiche, fisiche, di tempo, intellettuali, emotive. Scarse, o anche solo residue.

Noi – cioè – compriamo oppure non compriamo, investiamo oppure non investiamo, c’indebitiamo oppure non c’indebitiamo, intraprendiamo oppure no, traslochiamo oppure no, perseveriamo oppure no, molliamo tutto o no, scioperiamo o no, occupiamo o no, manifestiamo oppure no, mettiamo insieme, connettiamo oppure no, stimiamo oppure non stimiamo che una determinata azione reale ci convenga farla adesso, o dopo, o più affatto.
E questo è tutto – o almeno, questo è ciò che fotografa in maniera infinitamente più verosimile di ogni giochino di botta e risposta sulla battuta mediatica di giornata, la nostra scala delle priorità in questo momento storico, le nostre paure, le nostre speranze.

E anche di questa specie di enorme e capillare – e infallibile – sintesi quali-quantitativa esiste il resoconto statistico, misurabile e misurato, conoscibile e pubblico. Sta pure lui sui giornali – però dopo le prime intense pagine di cronaca politichese – e sui telegiornali, al terzo o quarto servizio: sono i numeri, le percentuali, gli indici mensili o annuali, i tassi verso l’alto o verso il basso dei consumi delle famiglie, del fatturato del commercio, della produzione delle imprese, degli investimenti, del credito, dell’occupazione, dell’indotto, del turismo. Eccetera.
Quello è ciò che siamo.

Ciò che siamo (al 99.9% degli umani) in Italia, in Europa, nel mondo (ex) sviluppato e nel mondo (già da parecchio) in via di sviluppo. Quello è la politica: sì, la po-li-ti-ca.

Ciò che dicono quei numeri non sto qui a ripeterlo, lo conoscete.

Di più: voi – e io, noi insomma, quei numeri non dobbiamo nemmeno conoscerli, giacché li creiamo ogni giorno, proprio noi, ciascuno e tutti, con ogni decisione presa, con ogni atto che poniamo in essere nel fare concreto della vita.

Pensiamo al nostro oggi, al nostro domani, nostro e di chi amiamo, facciamo confronti con com’era ieri – con cosa ieri immaginavamo fosse il domani, ossia il presente. misuriamo lo scarto, misuriamo sotto una luce nuova l’importanza relativa di tante cose – importanza che magari prendevamo per buona, senza pensarci, quando c’erano più soldi: anzi, quando ci avevano detto che i soldi c’erano o comunque si potevano fare.

Anzi: quando ci avevano detto che si dovevano fare, e poi si dovevano spendere, e poi fare, e poi spendere, e poi fare e poi spendere, e che questo era vivere – solo questo.

Succede una cosa interessante – e anche bella, a suo modo. Sorprendente, eppure così manifesta – purché la si voglia vedere, la realtà.

Succede che in Italia, in Europa e nel mondo – e lo dicono tutti i numeri, convergenti e nitidi come nessun sondaggio sulle figurine potrà essere mai – gli umani (il 99.9% degli umani) stanno capendo che invece vivere è un’altra cosa. Lo capiscono perché costretti a farlo, dalla pubblicità più potente che esista: lo stato dei fatti.

Meglio: succede che lo stanno direttamente vivendo – prima ancora che capirlo ‘nero su bianco’ – un tutt’altro modo, e che questo vivere diverso è quanto di più intrinsecamente rivoluzionario rispetto al sistema (capitalismo, neoliberismo, consumismo: chiamiamolo come ci pare, a seconda dei contesti analitici) abbiamo mai sperimentato nella storia.

Questo volevo dire. Che non siamo in crisi – o che non è questa la novità. La crisi il sistema la sconta da alcuni decenni e secondo alcuni la crisi è proprio connaturata al sistema in sé.

La novità è che siamo già nella rivoluzione. Eccola, la politica!

Ma dove porti la strada rivoluzionaria oggi non so dire.

Paolo Andreozzi (dal suo blog)

Chiedere conto, dare conto: ecco la riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Agli scandali siamo ormai abituati. Non ci sorprendiamo più che un assessore prenda la mazzetta o che lo faccia un geometra dell’ufficio tecnico o che un direttore generale favorisca una ditta amica o che un presidente di regione sia clamorosamente corrotto facendo guadagnare un suo amico faccendiere a spese dei soldi pubblici. Non ci stupiamo di scoprire che il finanziamento ai partiti abolito con referendum sia ristabilito sotto falso nome e porti nelle casse di queste associazioni non riconosciute e non controllate fiumi di denaro pubblico.

Eppure nel caso della regione Lazio c’è qualcosa di diverso. Forse è la classica goccia che fa traboccare il vaso o forse è la coazione a ripetere che contagia tutti i politici che sembrano subire passivamente un meccanismo che non riescono ad interrompere.

Tutti i politici. Bisogna dirlo e sottolinearlo perché così come per i finti rimborsi delle spese elettorali diventati un finanziamento spropositato e incontrollato, anche nel caso delle ruberie alla regione Lazio tutti i partiti hanno partecipato a costruire un meccanismo truffaldino di saccheggio del denaro pubblico.

Diciamo subito che, se per il Pdl la cosa non stupisce essendo questa una formazione politica che trae le sue origini dalle esigenze di fuga processuale e di dissimulazione dei reati di un pluripregiudicato colluso fin dalle origini con i clan mafiosi e col riciclaggio di denaro sporco (questo sta scritto in atti processuali e quindi è storia provata) come Silvio Berlusconi che dai suoi seguaci non è mai stato smentito e contrastato, per il PD, per l’IDV e per SEL stupisce e addolora.

Questi partiti dovevano essere l’alternativa al sistema di potere delle cricche e dell’illegalità, eppure non sono riusciti a sottrarsi al sistema che nella regione Lazio aveva raggiunto uno dei vertici dell’arbitrio.

Togliere soldi ai servizi per i cittadini, colpiti da tagli di tutti i tipi e da inasprimenti fiscali, per consegnarli nelle mani dei partiti che li hanno usati a loro piacere è stata una carognata che non si può comprendere e giustificare in alcun modo.

Non c’è festa di partito, non ci sono primarie, non ci sono comparsate televisive e relativi discorsi altisonanti che possono far dimenticare questa carognata. Non ha nessuna importanza che i soldi siano stati spesi per lussi privati o per convegni pensosi con relativa distribuzione di compensi a consulenti, professori universitari, studiosi e amici vari. Ciò che conta è il meccanismo che è stato messo in piedi e che sarebbe continuato se non si fosse inciampati nello scandalo.

Di conseguenza, qualche riflessione sui partiti, sulle istituzioni e sui cittadini.

I partiti, i loro dirigenti e i loro esponenti che siedono nelle istituzioni hanno perso il senso della realtà. (Non il Pdl che è un caso a parte, ma gli altri partiti). Abituati al potere, armati di una concezione della politica intesa proprio come esercizio del potere che mette il partito (o la persona che occupa quel posto) al di sopra della legge e dei cittadini comuni non sono riusciti ad imboccare una strada diversa. È evidente che l’ossessione dei soldi li perseguita perché a loro pare che siano i soldi ad aprire la strada del successo politico. E pensano sia giusto che a pagare sia lo Stato perché, dicono, la democrazia lo richiede. Peccato che si dimentichino sempre di mettere un freno alle quantità e di creare un sistema di controlli che stronchi ogni abuso. Solo a scandali scoppiati cercano di correre ai ripari, ma sempre senza sapere bene come conciliare l’arbitrio cui sono abituati con l’esigenza di fare qualcosa di convincente. È questo che chiede la democrazia?

Le istituzioni si sono dimostrate terra di conquista per bande di approfittatori raggruppati sotto sigle di partito per pura convenienza. Parlo del Pdl ovviamente, ma la cosa sembra riguardare anche taluni che hanno intuito le possibilità di carriera all’ombra di altre bandiere. Se un consigliere regionale guadagna oltre 10mila euro al mese e dispone di privilegi che aumentano il peso di questi guadagni come si può pensare che la competizione per conquistare quel posto sia mossa solo da una spinta ideale? Se fosse stato così avremmo assistito alla ribellione degli onesti nelle regioni “carogna” come la Sicilia e il Lazio, ma così non è stato.

Ma la questione è anche di struttura istituzionale perché il tanto decantato federalismo diventato una moda e basato sull’esaltazione delle autonomie regionali non ha fatto altro che moltiplicare le ruberie e gli sprechi disarticolando le politiche pubbliche spezzettate in tanti sistemi regionali autoreferenziali. Anche la riforma del titolo V della Costituzione (fatta in fretta e furia dal centro sinistra per apparire moderno e federalista anch’esso) si è rivelata un disastro. Bisogna tornare ad un’autonomia più limitata che sottoponga tutte le regioni al coordinamento delle politiche nazionali, a controlli penetranti e a regole comuni a cominciare dai sistemi elettorali, dalla composizione dei consigli e dalle spese istituzionali. Tutte le regioni anche quelle a statuto speciale che non hanno più motivo di essere. Il caso della Sicilia dovrebbe bastare e avanzare per capire a cosa è servita l’autonomia regionale speciale: un furto sistematico e legalizzato da parte di una classe dirigente isolana che ha depredato quel territorio senza nemmeno portare benessere e sviluppo. Ma anche nel caso di Bolzano l’ordine, la pulizia, il decoro nascondono privilegi incredibili e indecenti che non hanno più motivo di esistere.

Infine i cittadini, croce e delizia di tutto, inizio e fine di tutti i ragionamenti. Sono i cittadini che si fanno comprare dai favori e dalle illusioni, sono sempre loro che tollerano e si sottomettono al sistema di potere che li rende sudditi e clienti con la mano tesa verso il politico. Ma sono anche loro i protagonisti di una rinascita possibile. Qualunque riforma della politica, qualunque mutamento istituzionale dovrà mettere al centro la partecipazione e la responsabilizzazione del cittadino. Non il politico che riceve e ascolta i suoi elettori che non serve, non basta e non risolve nulla, ma un sistema che proceduralizzi la partecipazione e che la faccia diventare strumento ordinario di governo della collettività.

Impossibile? No, possibile già praticato, ma non riconosciuto abbastanza. Il bilancio partecipato è il primo esempio, poco diffuso e poco incisivo per come è attuato. La valutazione civica “inventata” da Cittadinanzattiva che si basa sulla formazione e sull’attività di valutatori civici (cittadini comuni e non professionisti) e sull’integrazione del loro lavoro con quello delle amministrazioni pubbliche  e delle istituzioni.

Ecco le basi che indicano la strada da percorrere. Bisogna essere convinti che questa è la strada giusta e che ogni forma di partecipazione fondata sulla separatezza fra cittadini e politici non funziona più. I festival di partito, i dibattiti, le manifestazioni di piazza non servono a niente se poi i politici decidono e operano nelle istituzioni in modo non trasparente di fronte a cittadini deresponsabilizzati. Chiedere conto, dare conto questa la sostanza del rinnovamento vero della politica.

Claudio Lombardi

Europeizzare la politica – stralci da un discorso di Giorgio Napolitano

“Il punto cruciale è che in un continente interconnesso come non mai – dall’economia al diritto – la politica è rimasta nazionale. Ed è questo un fattore fondamentale di crisi della costruzione europea, e nello stesso tempo di crisi della politica……

Le vicende convulse che per effetto della crisi si stanno da un biennio succedendo nell’Eurozona spingono con inaudita forza oggettiva in una direzione ineludibile : quella di un’integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli stati unitisi prima nella Comunità e poi nell’Unione. Sono infatti insorti e divenuti evidenti limiti e contraddizioni superabili solo attraverso un pieno e coerente compimento politico del progetto europeo nato sessanta anni orsono.

Questa direzione di marcia, questo balzo in avanti incontra ostacoli e resistenze molto forti : ma sta crescendo la coscienza di come sarebbe catastrofica per l’Europa la scelta opposta, un tornare indietro, un regredire dal cammino compiuto nel corso di un sessantennio.

Quel che voglio dire, in estrema sintesi, è che sono esplosi i problemi lasciati nello sfondo e non affrontati dopo la nascita dell’Euro ……………. Il trasferimento alle istituzioni comunitarie delle sovranità nazionali in quel settore cruciale, e alla neo-istituita Banca Centrale Europea della gestione effettiva della politica monetaria, avrebbe dovuto essere rapidamente coronato da passi decisi sulla via della definizione e della rigorosa osservanza di regole e discipline condivise in materia di politiche di bilancio; e sulla via di un efficace governo dell’economia, per garantire avvicinamento e convergenza – anziché squilibri crescenti – tra i processi di sviluppo dei paesi della zona Euro.

Ma ciò comportava il superamento di riluttanze e rigidità manifestatesi ad esempio nel confronto svoltosi, tra il 2002 e il 2003, in seno alla Convenzione incaricata di elaborare un progetto di Trattato costituzionale.

Quelle chiusure, ribadite nel Trattato di Lisbona sottoscritto il 13 dicembre 2007, hanno fatto sì che l’Unione europea si trovasse poco dopo impreparata a fare i conti con l’impatto della crisi finanziaria globale.

Non si è andati finora al di là di un disegno di Unione di bilancio e di Unione bancaria ; e decidendo come si è deciso, si è dato in molti casi alle opinioni pubbliche il senso di costrizioni da subire con sacrificio di procedure democratiche, e in assenza di ogni possibilità di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini, di consapevole riscontro nell’opinione pubblica più larga.

Il profondo disorientamento che ne è scaturito, il diffondersi – anche attraverso movimenti politico-elettorali di stampo populista – di posizioni di rigetto dell’Euro e dell’integrazione europea, il radicarsi – tra gli investitori e gli operatori di mercato su scala globale – della sfiducia nella sostenibilità della moneta unica e della stessa Unione, possono superarsi perseguendo decisamente, e non solo a parole, la prospettiva di una Unione politica europea di natura federale.

E questa prospettiva deve nascere da un ampio moto di partecipazione e da un processo di trasformazione della politica.

Si sollevano ora polemicamente, da qualche parte, riserve e contrarietà su ulteriori cessioni di sovranità nazionale a favore dell’Unione, come se il processo di integrazione non fosse stato basato fin dalla sua nascita sul principio – vedi art. 11 della Costituzione italiana – di una libera autolimitazione della propria sovranità da parte degli Stati nazionali.

La necessità di delegare funzioni sempre più significative, già proprie della sovranità nazionale, alle istituzioni dell’Unione succedute a quelle della Comunità, si è fatta cogente e ineludibile ; il vero problema è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell’Unione.

L’asse del potere di decisione si è spostato, dalle istituzioni comunitarie sovranazionali – Commissione e Parlamento – verso i capi di governo, verso il Consiglio europeo e il suo nucleo più forte. Ne ha sofferto anche il ruolo dei Parlamenti nazionali. Ma quale può essere la risposta, la via d’uscita?

Il passaggio, per la democrazia, dalla dimensione nazionale a una dimensione sovranazionale, costituisce una prova ardua, come già lo fu il passaggio dalle piccole città-Stato agli Stati nazionali. Sul piano istituzionale e politico, l’Unione federale si nutrirebbe di solidarietà, di sussidiarietà – in una corretta, non subdola accezione del termine – di confronto e cooperazione tra istituzioni sovranazionali, nazionali, regionali e locali, fatto salvo il potere decisionale supremo riservato alle istanze europee nella definizione e nell’attuazione dell’interesse comune.

In questo quadro, una particolare importanza assumerebbe, per il suo potenziale democratico, la componente parlamentare, comprendente insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, che senza sovrapporsi nell’esercizio delle loro distinte funzioni, condividerebbero l’esercizio del potere costituente nell’Unione, concorrerebbero a garantire il rapporto tra elettori ed eletti nel vasto territorio europeo, e collaborerebbero in molteplici campi e modi concreti.

E tuttavia non finisce qui, e cioè sul terreno della possibile e necessaria ulteriore evoluzione istituzionale, il discorso di un’Europa democratica. Quella che manca è una dialettica politica finalmente europea, con le sue sedi, le sue forme di espressione, le sue forze protagoniste.

La politica è rimasta frammentata, chiusa in sempre più asfittici ambiti nazionali, è stata sempre meno capace di guidare le decisioni europee e anche solo di raccontarle.

Si è continuato a far politica in chiave nazionale, secondo visuali sempre più ristrette, ed elettoralistiche di parte, rinunciando a una funzione promotrice di riflessione e di dibattito, anche – si sarebbe detto una volta – pedagogica. E ciò è stato fattore tra i più gravi di ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale.

Si possono e debbono, oggi, apprestare rimedi a questi mali, a queste patologie, e perciò si lavora e si dovrà lavorare – con successo, mi auguro – qui da noi, alla regolamentazione in senso democratico dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, alla revisione del sistema di finanziamento dell’attività politica, al rafforzamento delle normative anti-corruzione. Di ciò abbiamo senza dubbio bisogno.

Nessuna nuova o più vitale democrazia potrà nascere dalla demonizzazione dei partiti, nel deserto dei partiti. Quel che è indispensabile, non solo in Italia ma in Europa, è che si rinnovino.

A tale rinnovamento possono certamente contribuire nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica, se vi si fa ricorso in modo responsabile e trasparente. Né si può restringere l’attenzione ai partiti già in campo, quali si sono definiti storicamente o più di recente ridefiniti, ignorando nuovi movimenti capaci di raccogliere anche sul terreno elettorale delusioni e aspirazioni specie delle più giovani generazioni.

La questione cruciale, decisiva è che in Europa la politica, i suoi attori e le sue guide, i partiti e le leadership, riacquistino quel più alto senso della missione che ne ha fatto in precedenti periodi storici la forza e la grandezza.

Un senso della missione comune che può solo essere la missione di unire l’Europa, di farla vivere e pesare nel mondo nuovo di oggi e di domani.

I partiti debbono impegnarsi – non da soli, certo, ma in prima linea – in una vera e propria controffensiva europeista. E possono farlo solo europeizzandosi. Abbiamo bisogno di partiti realmente europei, ovvero sintonizzati e organizzati su scala europea.

Rischiano, al contrario, la marginalizzazione e l’irrilevanza gruppi e movimenti politici che in qualsiasi paese dell’Unione si rinchiudano in una logica esclusivamente protestataria, preoccupati soltanto di “chiamarsi fuori” dall’assunzione di comuni responsabilità europee.

Ed è precisamente in questo senso che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo.

C’è urgente bisogno di quella che ho chiamato una “controffensiva europeista”. E come si può concepirla e condurla al successo senza un’ampia partecipazione di forze giovani, oggi distanti dalla politica in Italia e non solo in Italia ? Cercate, giovani, ogni varco per far sentire e valere le vostre ragioni, le vostre esigenze e per esprimere – ciascuno secondo le sue libere scelte – idee ricostruttive e rinnovatrici sulla politica”

Astensionismo e rinnovamento della politica (di Tullio Marra)

La partecipazione al voto alle ultime amministrative 2012 è stata del 66,88% nel primo turno (-4,16% rispetto al 2011) e del 51,38% nel secondo turno (addirittura l’ 8,93% in meno rispetto alle precedenti elezioni).

Nella Costituzione italiana, all’art. 48, è scritto che “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Il voto è personale (non può essere dato per delega da un rappresentante); eguale (ogni voto vale indipendentemente da chi l’ha dato); libero (nessuno può essere costretto a dare un voto diverso da quello voluto); segreto (a garanzia della libertà e per evitare indebite pressioni o ritorsioni). Dice, ancora, che votare è un “dovere civico” (parte di quel dovere di solidarietà politica, di cui parla l’art. 2), nessuna sanzione è prevista per chi non va a votare.

Tra gli studi di settore sul fenomeno astensionista consiglio quest’analisi abbastanza completa e secondo me attendibile:

http://audipolitica.it/images/stories/sintesi/Sintesi_ItalianiCheNonVotano.pdf

L’astensione è un’ opzione politica. E’ un errore considerare l’anti-politica coincidente con l’astensionismo elettorale. Tra la partecipazione elettorale e la non partecipazione esiste una zona grigia, ove si passa dal votare o no a seconda le circostanze, e degli schieramenti in campo e dei leader in concorrenza. Quindi l’astensione non è fenomeno di anti-politica di sapore anarchico.

Il 50 % degli astensionisti non si rifugia in un atteggiamento genericamente anti-politico, ma indica esattamente negli attuali partiti la ragione della loro mancata partecipazione elettorale.
Due sono gli elementi che potrebbero far tornare gli astensionisti al voto: primo, la comparsa di nuovi protagonisti e leader politici; secondo, una maggiore e generale moralità della politica.
Le analisi hanno scoperto che gli astensionisti non sono persone ignoranti e superficiali per ciò che riguarda la politica. Al contrario i tre quarti di costoro hanno precise idee ben precise su cosa dovrebbe essere la politica.

Fra i comportamenti della nostra classe politica la maggiore impressione negativa che si ripercuote su tutti gli elettori è quella inerente all’utilizzo dell’incarico pubblico per meri interessi privati.

Gli astensionisti non sono, come taluni vogliono far credere, degli arrabbiati ignoranti, ma sono del tutto simili al popolo dei votanti.

Da rimarcare che la tendenza all’astensionismo è comune a tutte le democrazie dell’Europa occidentale. E questo senza ignorare la specifica e profonda crisi che vive oggi il nostro sistema politico.

Questo spiega il successo inaspettato del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Coloro che l’ hanno votato, l’ hanno fatto perché ritengono la politica dei partiti tradizionali fallimentare, e vedono nel suo programma politico istanze innovative e, personalmente, ritengo che il presunto carisma di Grillo, c’entri poco con il suo successo.

Il M5S ha occupato, in questo momento, un vuoto politico, derivato dalla crisi strutturale, morale e anagrafica dei gruppi dirigenti dei partiti. Il M5S risponde a quella parte dell’opinione pubblica desiderosa di un cambiamento politico radicale, risponde altresì a una richiesta di trasparenza, di taglio dei finanziamenti ai partiti e ai costi della politica, di maggiore partecipazione per decidere sulle scelte della vita pubblica. Tutti segnali importantissimi. C’è grandissima insoddisfazione per lo scenario politico attuale. Il voto a M5S è un voto sì di protesta, ma soprattutto d’opinione. Continuerà a crescere, e quindi a spazzare via tutto e tutti, soltanto se i partiti tradizionali resteranno fermi e non appariranno novità politiche seriamente rappresentative.

Tullio Marra

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi

I disastri, la crisi e l’insostenibile leggerezza dei politici (di Claudio Lombardi)

In una delle zone più ricche e più sviluppate del Paese un terremoto di media intensità provoca crolli diffusi, numerose vittime e molte migliaia di sfollati perché la prevenzione e il rispetto di regole prudenziali nella costruzione degli edifici e nella messa in sicurezza è l’ultima delle preoccupazioni delle istituzioni, delle amministrazioni pubbliche e di tanti cittadini abituati al tirare a campare, all’arte di arrangiarsi e incapaci di chiedere il rispetto dell’interesse generale da chi questo deve fare senza se e senza ma.

Un politico di lungo corso e di esibita fede cattolica, Roberto Formigoni, viene scoperto a libro paga di un mediatore di affari nella sanità lombarda. Sanità che dipende dal governo della Regione cioè dallo stesso Formigoni. Secondo i magistrati molti milioni di euro costituiscono il bottino del mediatore, Daccò, e le spese a favore del Presidente della Regione, scoperte finora, ammontano a cifre dell’ordine di milioni di euro (una barca di 27 metri a disposizione, vacanze in paradisi non celesti bensì terreni da decine di migliaia di euro a volta, una villa in Sardegna venduta ad un terzo del suo valore ecc ecc). Non serve altro per dichiarare il Formigoni bugiardo e disonesto e per chiedere alla Magistratura di metterlo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente alle istituzioni. Un presidente di regione pagato in natura con viaggi, ville scontate e altre utilità da chi è in affari con la regione stessa è incompatibile con la democrazia ed è inutile e dannoso per i cittadini.

Ci siamo appena liberati da un governo diretto da un imbroglione che ha passato più tempo a svicolare dalle inchieste giudiziarie a suo carico, a fabbricare leggi personali e a combattere i magistrati che a governare e assistiamo increduli al tentativo di riciclarsi come un leader del popolo addirittura preso a riferimento da giovani che vorrebbero rifondare il Pdl. Ma cosa vogliono rifondare e su che basi se non fanno i conti con i disastri prodotti dal berlusconismo? E Berlusconi sarebbe il loro candidato alla Presidenza della Repubblica con il suo codazzo di ladri e di puttane? C’è da chiedersi da dove vengano questi giovani e che idea abbiano dell’Italia e dello Stato.

In questi confini si svolge la vicenda italiana emblema di una leggerezza della politica che non sa governare, ma sa conquistare il potere e mantenerlo distruggendo risorse e mandando a picco il Paese.

Domandiamoci quanto ci è costato il sistema di potere clientelare dei governi di centro, centro destra e centro sinistra che hanno diretto la ricostruzione dell’Italia, ma lo hanno fatto non con la legalità e la crescita della cultura civica dei cittadini, ma elevando a sistema il nepotismo, l’abuso e l’uso del denaro pubblico per conquistare consensi corrompendo le regole del vivere civile e il regolare funzionamento delle amministrazioni pubbliche.

La montagna del debito pubblico sta lì a testimoniare di quanto sia costata agli italiani quella lunga stagione.

La situazione è drammaticamente peggiorata col berlusconismo, degenerazione estrema del clientelismo, che ha costruito uno spregiudicato sistema di governo di cricche e di gruppi di potere dando l’illusione che fosse un progetto liberale che avrebbe reso gli italiani più liberi e più ricchi.

I risultati li stiamo toccando con mano e i crolli in Emilia Romagna e lo stato disastroso del territorio esposto a frane, smottamenti, esondazioni, terremoti ne sono l’emblema più evidente. Ciò che sta crollando è quell’Italia governata da oligarchie imbelli avviluppate in lotte di palazzo o semplicemente criminali in lotta per accaparrarsi risorse pubbliche che abbiamo visto all’opera negli ultimi venti anni. Fra gli imbelli mettiamoci pure le opposizioni che molto di più avrebbero potuto fare se non avessero messo al centro il loro narcisismo, se avessero guardato oltre i loro schemini teorici o i loro slanci adolescenziali per realizzare qui ciò che hanno tanto ammirato in paesi molto lontani e molto diversi da noi come gli Usa o anche se avessero guardato oltre la loro rete di rapporti nei palazzi del potere. Possiamo dire che anche loro sono in parte responsabili dei disastri di oggi?

Oggi abbiamo un governo di professori che non ha la forza per dare una sterzata e riportare il rigore e la legalità al primo posto perché è sotto ricatto di un Parlamento che non rappresenta più il Paese e perché è stretto in vincoli europei sempre più insensati che fanno apparire l’Europa come un peso insopportabile e non come un’opportunità. Un governo che, però, ha trovato la forza per dare battaglia sull’art. 18 che persino la Confindustria ha dichiarato inutile per la ripresa economica e per imporre una riforma delle pensioni servita solo a fare cassa facendo pagare a chi ha poco i conti della crisi.

In questo scenario nulla di buono potrà accadere se i cittadini non si risveglieranno dal torpore che ha consegnato tutto il potere in mano a una classe dirigente di incapaci e di predoni strettamente alleati di fatto con le varie forme di criminalità che imperversano in Italia e che rappresentano ormai anche un potere economico diffuso.

Risvegliarsi non significa solo mandare tutti a quel paese, ma vuol dire impegnarsi, pretendere e imporre una nuova politica e una nuova democrazia portando alla guida delle istituzioni le parti migliori della società civile costringendo a rinnovarsi anche quelle forze politiche disposte a fare la loro parte per la ricostruzione dell’Italia.

Claudio Lombardi

Le cause della crisi italiana (di Nicola Tranfaglia)

C’è ancora un’imperfetta consapevolezza, tra gli italiani, sul carattere complessivo – insieme economico-sociale, culturale e politico – dell’attuale crisi dell’Italia contemporanea. Per rendersene conto basta leggere la stampa quotidiana e periodica o, ancora meglio, ascoltare uno dei tanti telegiornali che si dedicano a queste analisi, invitando di solito esponenti della classe politica o del ceto imprenditoriale. Ma, dal punto di vista storico che oggi ci interessa in maniera particolare, possiamo dire quali sono le ragioni della grave crisi che attanaglia il nostro paese?

Tento di farlo in uno spazio ristretto, salvo ritornare in una prossima occasione sull’argomento che, da qualche anno, ci vede tutti coinvolti.

La prima ragione è di sicuro la contraddizione di fondo tra l’arretratezza dello Stato e l’attuale società economica e sociale.

Settant’anni fa (e gli storici di quel periodo sono tutti d’accordo sul problema, quando venne fondata, dopo la seconda guerra mondiale, la democrazia repubblicana) non si ebbe né la forza né la capacità di creare un nuovo Stato, inteso come apparato pubblico complessivo, e i principi costituzionali, approvati alla fine del 1947, sono rimasti finora in gran parte lettera morta. Sicché si restò alle vecchie strutture statali presenti nell’Italia liberale e fascista come se non fosse successo nulla di nuovo e questo ha costituito una grande palla al piede per la nostra repubblica.

Le responsabilità sono essenzialmente delle classi dirigenti italiane e dei principali partiti politici, la Democrazia Cristiana e i partiti laici da quello liberale, al repubblicano al socialdemocratico e al socialista, che hanno governato il paese per gran parte del periodo storico che abbiamo alle spalle fino all’irruzione clamorosa del leader populista Silvio Berlusconi che ha guidato, per quasi vent’anni, la nostra povera Italia. Ma anche gli esponenti decisivi dell’opposizione comunista hanno le loro responsabilità, come avviene sempre di fronte ai problemi capitali di un popolo.

La seconda ragione che mi sembra di dover indicare è quella economica, e soprattutto dei mutamenti che su questo piano sono avvenuti a livello continentale e mondiale.

La più rapida circolazione delle merci e degli uomini che si è stabilizzata nell’ultimo trentennio ed ha abbattuto le vecchie barriere nazionali ha avuto come effetto l’emergere netto del passo più rapido di paesi come la Germania e gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e di Cina e India in quello orientale.

Il fenomeno diventerà più evidente nei prossimi anni ma è già abbastanza chiaro. L’Italia, ancora una volta, è stato l’anello debole del sistema capitalistico occidentale proprio per l’imperfetta modernizzazione che ne ha caratterizzato la storia nel lungo periodo repubblicano ed oggi ne paghiamo le dure e amare conseguenze.

La terza ragione che è necessario indicare è la profonda crisi morale e civile che ha caratterizzato l’ultimo ventennio a causa dell’incapacità delle nostre classi dirigenti di rinnovarsi e portare sulla scena persone oneste e competenti.

Questo è avvenuto con maggior evidenza nella parte conservatrice e reazionaria dell’orizzonte politico ma, di fatto, è accaduto in tutto lo schieramento, anche nella sinistra.

La fine delle vecchie ideologie generali, che hanno avuto luogo essenzialmente con la caduta del comunismo sovietico alla fine degli anni ottanta del Novecento, ha segnato in Italia forme di smarrimento e di incertezza politica che non si sono esaurite e che portano, ancora oggi, all’emergere di leader, a destra come a sinistra, che privilegiano di gran lungo la tattica rispetto alla strategia politica.

Questo modo di procedere ha favorito, a sua volta, il grande successo del populismo (di cui Berlusconi è stato l’assoluto protagonista) ma che è tuttora presente anche in altre forze politiche del centro-destra, come del centro-sinistra.

Questo aspetto deve esser superato se vogliamo ritornare a una democrazia moderna come è quella invano disegnata fin dal 1948 nella nostra costituzione repubblicana.

Qualcuno dirà che questo potrà avvenire con le prossime elezioni politiche generali previste per il prossimo anno. Ma io conservo al riguardo alcuni dubbi che elenco in maniera sintetica: come potremo avere una classe politica diversa se i partiti non diventeranno di nuovo centri di elaborazione culturale e politica, come sono stati nei primi vent’anni dell’Italia repubblicana? E come potrà avvenire un simile mutamento se i partiti continueranno a scegliere i propri candidati alle assemblee elettive sulla base della docilità e sottomissione ai capi piuttosto che su quella del merito e della competenza culturale degli individui?

A questi interrogativi che ho fatto in molte occasioni alla classe politica attuale non ho ricevuto finora risposte chiare e soddisfacenti e in mancanza di esse sarà molto difficile sperare che le cose cambino e si arrivi a risolvere la crisi morale e culturale che oggi, più che mai, attanaglia l’Italia.

Nicola Tranfaglia da www.lib21.org

O nuova democrazia o videocrazia ? (di Claudio Lombardi)

“Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.”

Con queste frasi Mario Monti nel suo discorso programmatico al Senato ha delineato l’epitaffio del berlusconismo come degenerazione dei “vizi “ del sistema Italia e ha indicato in che misura la crisi della politica abbia minato la sua capacità di prendere la guida del Paese in un momento di emergenza. Quasi scusandosi ha, in realtà, asserito che proprio il governo in cui non ci sono esponenti di partito si assume il compito di riconciliare i cittadini con le istituzioni e con la politica.

Da qui deve partire una riflessione seria perché è un caso isolato nel contesto occidentale (Grecia esclusa) che i partiti divengano un ostacolo al governo dello Stato.

Se guardiamo al passato troviamo altri momenti nei quali soltanto mettendo da parte i partiti (o la guida del governo oppure tutti i suoi membri) si è riusciti a superare momenti drammatici nella vita della nazione. E ogni volta che si presentano periodi difficili nei quali i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione faticano a trovare una via d’uscita si invoca o si minaccia un governo tecnico.

Piuttosto strano visto che la Costituzione sembra prevedere che solo i partiti siano il canale attraverso il quale i cittadini possano partecipare alla vita politica (art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”). D’altra parte sono i partiti che si presentano alle elezioni, fanno eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento, danno vita alle maggioranze che esprimono i governi e che, naturalmente, ne indicano la composizione (anche se non vi è alcuna norma costituzionale che stabilisca questo vincolo). Per questo sono possibili i cosiddetti governi tecnici che, in realtà, sono governi non nati dai partiti che trovano la loro maggioranza in Parlamento. Maggioranza politica ovviamente.

Nell’ultimo anno abbiamo avuto altri casi di emarginazione dei partiti dall’iniziativa politica che ha determinato grandi novità nel Paese.

I tre referendum sui servizi pubblici locali (acqua innanzitutto), sul legittimo impedimento e sul nucleare sono stati promossi con la partecipazione di un solo partito presente in Parlamento e con la partecipazione assolutamente non preminente di altri che ne stanno fuori. Le elezioni dei sindaci a Milano e Napoli si è svolta sotto la pressione di movimenti e comitati che hanno, di fatto, imposto i loro candidati. Il milione e duecentomila firme sul referendum elettorale che cambierà l’equilibrio politico in Italia si è svolta quasi tutta ad opera di organizzazioni della società civile.

Che sta succedendo alla politica e ai partiti?

Sembra chiaro che la politica si sta trasformando con il massiccio ingresso della società civile non solo con le organizzazioni, ma anche con la partecipazione di milioni di singoli cittadini che, attraverso i social network, influenzano l’opinione pubblica in maniera inimmaginabile anche solo 5 anni fa.

Anche da parte delle organizzazioni della società civile inoltre c’è una focalizzazione su obiettivi, temi e campagne che non c’era nel passato. Sembra quasi che abbiano deciso di non aspettare più l’iniziativa dei partiti e di fare da sole. Chi c’è c’è, gli altri li cercheremo strada facendo, questa sembra la loro filosofia.

Fin qui si potrebbero tradurre questi fenomeni in una lentezza dei partiti tradizionali sostituita dalla velocità di altri soggetti. C’è, invece, dell’altro. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio il cui fondatore oggi siede nel governo fa politica oppure no? A me sembra di sì. Qualcuno potrebbe dire: ma chi li ha eletti? Facile la risposta: si sono eletti da soli con le opere che hanno compiuto e con il seguito che hanno acquisito.

Quanti altri casi Sant’Egidio ci sono in Italia? Probabilmente tanti, impegnati in settori diversi e che da tempo hanno rinunciato a lavorare in silenzio e, sempre più spesso, decidono di comunicare direttamente il loro pensiero sulle scelte migliori nel campo di cui si occupano. Per esempio il Centro Astalli, emanazione dell’Ordine dei Gesuiti, lavora per accogliere ed assistere i rifugiati politici e si fa sentire con comunicati e conferenze stampa sulle scelte politiche dei governi relative all’immigrazione. È una novità che nel passato non c’era. Perché?

Citiamo un altro caso: Cittadinanzattiva. Da molti anni è impegnata nel campo delle politiche pubbliche (sanità, scuola, servizi pubblici, Europa e giustizia), dispone di una presenza territoriale articolata per reti e si esprime con campagne su singoli temi e, soprattutto, con la pratica della valutazione civica che non è altro che un monitoraggio sistematico sulle politiche ministeriali, regionali e locali viste attraverso i loro effetti sui servizi resi ai cittadini.

Fa politica Cittadinanzattiva? Sì, ovvio, ma non presenta liste e non fa eleggere nessun suo rappresentante.

Parliamo delle associazioni ambientaliste (quelle che non hanno dato vita a partiti) e dei consumatori? Vale lo stesso discorso: fanno politica. Non cito tutti gli altri casi, ma sono veramente tanti. Cosa li accomuna tutti? Il fatto che abbiano bisogno di un mediatore per arrivare ad incidere sulle scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Il mediatore è il partito. Così come lo è per le categorie sociali organizzate, per i gruppi economici, per i sindacati. Il partito mediatore e interprete.

Sarebbe uno schema semplice se non presentasse diversi inconvenienti. Innanzitutto l’orientamento alla conquista del potere che ogni partito si trova nel suo DNA e che lo condiziona moltissimo. Poi un partito agisce, di solito, attraverso le sue rappresentanze istituzionali e non agisce direttamente sui temi che nascono dalla società e che gli vengono proposti dalla società civile. inoltre le scadenze di un partito sono quelle delle campagne elettorali il che comporta un orizzonte temporale molto breve. Infine, nessuno può sbloccare una situazione bloccata nelle istituzioni di vertice dello Stato perché sono le depositarie della sovranità e se uno o più partiti s’impuntano le istituzioni restano bloccate. Il caso del governo Berlusconi è emblematico tanto è vero che la successione delle dimissioni originate dalla perdita della maggioranza alla Camera e della nomina di Monti (che, comunque, adesso ha ricevuto la fiducia della maggioranza del Parlamento), ha fatto gridare alla sospensione della democrazia e addirittura al golpe del Presidente della Repubblica.

Bastano questi punti per porsi una domanda: se i partiti possono diventare un ostacolo per la democrazia e per la politica con cosa li sostituiamo? La risposta è difficile, ma, comunque, non si tratta di sostituzione bensì di integrazione e di meccanismi che vadano oltre la mera nomina attraverso elezioni. Si tratta anche di meccanismi che favoriscano l’emarginazione dei partiti macchine di potere ovvero di quei partiti che puntino tutto sul loro ruolo di mediatori strapagati fra società ed istituzioni. Attraverso la trasformazione della politica in funzione sociale diffusa si potrà favorire questo processo insieme alla strutturazione della partecipazione che leghi la presenza del singolo cittadino al funzionamento di uno o più servizi sottratti al controllo diretto della politica o del mercato. E non solo di questo si tratta ovviamente perché la partecipazione deve condizionare la politica fino al governo nazionale con meccanismi strutturali.

Non è questa la sede per cercare tutte le risposte, ma solo per segnalare un tema da sviluppare. Ciò che conta è che si diffonda prima la cultura della partecipazione alla politica che prepari il terreno ai successivi cambiamenti istituzionali.

Questo evidentemente è compito di chi opera già oggi nella società civile, dei partiti più sensibili e di quanti si dedicano per professione o vocazione all’elaborazione del pensiero politico. Importante è essere consapevoli che siamo giunti al limite delle possibilità di questo assetto delle democrazie occidentali e che un passo avanti si farà se ci saranno i soggetti convinti di farlo. Altrimenti si andrà indietro, magari verso quella videocrazia che abbiamo sperimentato solo in parte in Italia negli ultimi venti anni.

Claudio Lombardi

Progetto quota civile: i cittadini in rete per una nuova politica (di Paolo Andreozzi e Valentina Manusia)

In un duplice senso: “fare rete” – che può voler dire anche “fare goal”, cioè arrivare all’obiettivo.

E, in effetti, l’individuazione e il perseguimento di obiettivi concreti sono senz’altro il focus di questo nuovo collettivo, nato da pochi giorni su Facebook, il quale ha certo finalità di informazione e discussione sui temi utili a comprendere la realtà del Paese e tuttavia si propone essenzialmente di fare cose secondo lo sviluppo coerente dei tre semplici punti in cui si riconoscono i cittadini che lo animano.

Punto uno: votare al più presto. Due: far sì che il meglio della società civile sia rappresentato in Parlamento. Tre: non fare un altro partito.

I membri attivi – il coordinamento – di questo collettivo condividono un’intuizione iniziale (ormai di molti mesi fa) secondo cui la strada maestra per “liberare” l’Italia non doveva passare né per le aule dei tribunali né per i corridoi del Palazzo ma, per la chiamata del popolo sovrano ad esprimersi secondo Costituzione. E i risultati delle elezioni amministrative e, soprattutto, dei referendum hanno confermato nettamente che l’opinione pubblica è prontissima a mettere un punto e a capo rispetto all’ultimo ventennio. Come volevasi dimostrare.

Adesso, però, tutta quell’energia – civile e politica insieme – non va dispersa. E il modo migliore, secondo i promotori del Progetto, è finalizzarla verso un obiettivo preciso: la Quota Civile.

Proviamo a spiegarla in questo modo.

E’ pacifico che il Paese viva oggi uno di quei rarissimi momenti di svolta epocale che punteggiano la sua storia. Ne vengono in mente tre, di comparabili: la fase costituente figlia della Resistenza, la solidarietà nazionale al culmine degli “anni di piombo”, l’indignazione popolare che diede sostegno alla procura di Milano contro la corruzione e a quella di Palermo contro la mafia.

Oggi che il ciclo berlusconiano è ai titoli di coda – un ciclo lunghissimo che ha trasformato molto l’Italia – il passaggio sarà di tale portata che, per non deragliare, c’è bisogno di tutta la forza disponibile. Dall’economia al lavoro, alla cultura: la spina dorsale del Paese deve drizzarsi e tenersi pronta alle prevedibili tensioni.

Ma non dimentichiamo che l’Italia è una democrazia rappresentativa, e alla fine tutte le linee di forza si scaricano sul luogo dove si esercita principalmente il potere legislativo: le Camere. Che sono il teatro di confronto e scontro tra i partiti, ai quali spetterebbe perciò il supremo compito di sintesi di tutto ciò di cui il Paese ha bisogno (ed è tanto, in questa fase).

Scontiamo quindi la seguente contraddizione: in teoria l’aspettativa dei cittadini nei confronti della politica professionale sarebbe massima, in pratica la nostra fiducia nei suoi confronti è minima.

E questa contraddizione, paralizzante, si può affrontare in tre modi: entrando in uno dei partiti del sistema per provare a cambiarlo da dentro; dando fiato al “partito” che si dichiara contro il sistema in sé cioè all’antipolitica; lavorando per una nuova politica che si può definire Progetto Quota Civile.

Il Progetto Quota Civile prevede alcuni momenti, alcune cose da fare in sequenza logica e cronologica.

Primo: che tutto il meglio che la società civile è riuscita a creare in questi anni nel campo della cittadinanza attiva in tutte le sue espressioni ( movimenti, associazioni, comitati, piazze reali e virtuali, voci libere, competenze, professionalità e generosità individuali raccordate a momenti collettivi) si riconosca e sia riconosciuto come una realtà che deve trovare un luogo dove far confluire le proprie esperienze e dove elaborare una strategia comune per dar valore aggiunto al ruolo che ciascuno si è scelto e che svolge.

Questo luogo noi lo abbiamo individuato negli Stati Generali della Società Civile: da indire presto, da organizzare quanto al metodo e poi da realizzare in concreto.

Non una semplice passerella di testimonianze e di buone intenzioni; e nemmeno un mero contarsi, per vedere quanti sono i patrioti che hanno dimostrato di amare coi fatti questo Paese: gli Stati Generali devono servire per esprimere la determinazione a contare davvero nelle scelte politiche che governano la cosa pubblica a tutti i livelli.

Contare significa partecipare non suggerire, significa controllare le azioni degli apparati pubblici e conoscere tutte le informazioni necessarie per capire cosa si fa e come si fa; ma significa anche operare direttamente, quando serve, come stanno facendo i cittadini napoletani in questi giorni e come è previsto che si faccia in base all’art. 118 ultimo comma della Costituzione ( “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” ).

Immaginiamo un grande incontro di competenze e di generosità che metta a sistema il meglio dell’esser cittadini per arrivare ad una lista condivisa di punti programmatici; li potremmo chiamare Elementi di Governo Partecipato per l’Italia Nuova.

Ma il Progetto Quota Civile non mira a fare a meno dei politici, né pensa che la politica sia un peso per la società.

Ciò che si intende fare è portare nella politica il punto di vista e l’esperienza dell’attivismo civico e della partecipazione politica che già hanno dimostrato di conoscere i problemi del Paese e di saperli affrontare. L’obiettivo è un rinnovamento della politica e dei partiti che non possono più andare avanti pensando di dover stare “sopra” ai cittadini. “Accanto” e “insieme” sono le parole più adeguate per descrivere il rinnovamento del rapporto fra partiti e cittadini. Per questo gli Stati Generali non sono un unico momento che si esaurisce con un documento, ma sono il primo passo di un progetto di integrazione e di condivisione.

Il terzo momento del Progetto deriva da queste considerazioni. La politica e chi la rappresenta non hanno la fiducia dei cittadini. Per questo occorre una Quota Civile che porti in tutte le assemblee elettive i rappresentanti delle realtà di cittadinanza attiva che agiscono nel Paese.

Non si tratta di chiedere ai partiti, che da mesi fanno la corte al nuovo civismo, di fare un po’ di spazio.

In ballo c’è un’ Alleanza per la Costituzione di cui farà parte sia il personale politico professionale selezionato dai partiti, sia un significativo numero di cittadini democraticamente scelti per autorevolezza, competenza, creatività e soprattutto integrità morale dagli Stati Generali della società civile.

Ciò che si propone ( niente di meno! ) è che tutti i partiti rinuncino a dei posti nelle assemblee elettive per fare spazio alla Quota Civile.

Ma non sembri pura utopia, se è vero che questa potrebbe essere l’ultima occasione per gli “apparati” – e, forse, lo capiscono pure loro – di fare un virtuoso passo indietro e non dover girare i tacchi e sparire nell’impopolarità.

Se andrà così, i “rappresentanti del popolo“ entreranno nei luoghi del Potere e li renderanno meno opachi, lavoreranno insieme ai partiti dell’Alleanza per la realizzazione del programma, denunceranno ritardi o sabotaggi eventuali, fino all’estrema misura della sfiducia allo stesso governo di cui sono parte, fino al rifiuto di far parte di qualsiasi altra maggioranza – dal che conseguirebbe la fine della stessa legislatura.

Ed è esattamente per questo “dispositivo di controllo” della gente sulla politica, che analogamente al “sentimento dei referendum” porterebbe tanti cittadini a scegliere un’Alleanza congegnata in tal modo.

Alleanza per la Costituzione significa ripartire da un nuovo patto costituzionale che abbia la determinazione di sviluppare il sistema democratico disegnato nella Costituzione. Un Patto che coinvolga innanzitutto i cittadini affinché assumano la consapevolezza di essere loro le basi dello Stato.

Occorre una rivoluzione culturale che rimetta al centro la cultura civica come elemento fondante della convivenza e dell’etica pubblica: quella “religione civile di massa” che l’Italia non ha ancora conosciuto.

Il Progetto Quota Civile non ha l’ambizione di guidare questa rivoluzione.

La propone e la indica come necessità di questo tempo sperando che siano in tanti a sentirne l’esigenza e a raccogliere questa sfida.

Il Progetto Quota Civile è un collettivo di recentissima costituzione, indipendente e autofinanziato, che si ritrova su internet all’omonima pagina Facebook, ed è in procinto di costituirsi in associazione.

Paolo Andreozzi e Valentina Manusia

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