Scandali, soldi, favori: questi partiti non possono salvarsi (di Teresa Petrangolini)

Mi piange il cuore perchè non sono mai stata nè qualunquista nè anticostituzionale. Sono però ormai convinta che con questi partiti, con questa classe dirigente l’Italia non va da nessuna parte.

Non c’entra la democrazia, non c’entrano i principi. Non mi interessa disquisire sul fatto se o meno una democrazia si regge senza i partiti.

Il problema è molto più terra terra: non può sedere in posti di responsabilità chi è profondamente disonesto, chi se ne frega dell’interesse generale, chi pensa solo ai soldi e agli amici, chi usa i “nostri” rimborsi elettorali per farsi i fatti suoi. C’è chi, come vari personaggi dell’entourage di Berlusconi, è entrato in politica per questo, e chi ha preso il vizio dentro il sistema politico. Quest’ultimo fatto è ancora più grave, perchè purtroppo dimostra come sia il sistema di chiusura, di privilegio, di distacco dalla realtà comune agli altri, ad aver creato il guaio.

Io non credo che bastino i mea culpa degli Schifani, dei Rutelli, dei Maroni, a risolvere i problemi. Si tratta di un fenomeno talmente diffuso di intrecci, di scambi, di equilibri, che richiederebbe quasi una rivoluzione per essere cambiato. Tutta l’amministrazione pubblica ne è pervasa, salvo poche e ammirevoli eccezioni, perchè conta sempre di più (e non sempre di meno) “di chi sei”, chi ti presenta, anche per posti e posizioni, dove il curriculum potrebbe bastare ed avanzare.  La questione è veramente seria: come possono fare una profonda riforma dell’agire pubblico gli stessi che, direttamente o indirettamente, hanno prodotto questo stato di cose, vale a dire gli attuali partiti politici con le loro cordate e annessi? E’ come chiedere ai piranha di prosciugare il Rio delle Amazzoni!

Noi per parte nostra, come cittadini attivi, una cosa possiamo fare: introdurre mediante le nostre prassi, le nostre idee, la nostra progettualità, un modo nuovo di intendere l’agire pubblico, senza fratture manichee, ma con una riscoperta quotidiana dell’interesse generale.

Quello che serve al nostro paese è sì una rivoluzione, ma una rivoluzione civica, che faccia emergere pratiche nuove, persone nuove, nuove agende della politica. La magistratura sta facendo un gran lavoro di pulizia. Ma poi servono le energie, le persone per colmare i vuoti prodotti ed evitare fenomeni, molto italiani, di trasformismo. Ci saranno altri partiti, altri schieramenti? Non lo so e nessuno lo sa. Che servano queste energie e queste persone per costruire un futuro diverso ne sono certa.

Teresa Petrangolini segretaria di Cittadinanzattiva

La TAV e il male oscuro dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“ ‘Ave ragione ‘o cane”. È questa la sentenza che pronuncia Antonio Barracano nella commedia di Eduardo De Filippo “Il sindaco del Rione Sanità”. Il cane, per difendere il pollaio, ha azzannato la moglie di Antonio provocandole una brutta ferita e i figli della donna vogliono punire immediatamente il cane responsabile di un’aggressione inammissibile in quella casa, la casa del Sindaco del Rione Sanità. Antonio Barracano da decenni si è attribuito il ruolo di giudice implacabile per dirimere le mille controversie che nascono fra gli abitanti del Rione e anche in questa occasione vuole fare giustizia. E assolve il cane.

Egli si fregia di una severità assoluta nel giudicare che applica anche a sé stesso e per questo gode della fiducia degli abitanti del Rione. Ma, attenzione, Barracano ascolta tutti, a lungo, non decide mai senza aver capito bene di cosa si tratta, poi cerca di convincere e solo alla fine decide e sentenzia. Il Sindaco del Rione Sanità è una metafora dell’agire secondo giustizia ed equità con un rigore di cui dà l’esempio in prima persona. In effetti, Eduardo attribuisce ad Antonio Barracano quella virtù che tutti vorrebbero veder praticata nella vita pubblica: la giustizia severa, ma giusta che non guarda in faccia a nessuno anche a costo di danneggiare proprio chi giudica.

Una lunga premessa per affrontare il difficile tema TAV. Quanti di noi vorrebbero che tutti gli affari pubblici fossero permeati da un profondo senso di giustizia? E che quelli che gestiscono per conto della collettività il potere di decidere applicassero a loro stessi la severità che mettono nell’applicare ai cittadini le loro decisioni? E quanti vorrebbero che le decisioni pubbliche fossero “perfette” e incontrovertibili? Tanti sicuramente, ma, purtroppo, la “quadratura del cerchio” non esiste. Ciò che realisticamente si può fare è mettere a base delle decisioni pubbliche procedure trasparenti e affidabili e ricercare da subito la partecipazione e il coinvolgimento  dei cittadini non solo dando l’impressione di voler perseguire soluzioni giuste, ma dimostrando che lo sono effettivamente o che, perlomeno, lo sono secondo gli strumenti di giudizio di cui si dispone.

Probabilmente è ciò è mancato nella vicenda TAV o è arrivato in ritardo.

Tempi e fiducia sono essenziali, ma sono mancati entrambi.

Che sia mancata la fiducia è evidente ed è solo la conferma che in Italia ogni gruppo locale rifiuta qualunque opera che possa modificare l’assetto esistente perché, appunto, non si fida di chi decide e di chi applica le decisioni e non si fida che ci sia giustizia nella distribuzione degli oneri fra le diverse comunità locali.

Perché devo accettare un rigassificatore nel mio territorio? Che se lo prendessero gli altri. Perché la strada deve passare da qui? Fatela più in là che, magari, nemmeno protestano. Perché volete fare una ferrovia? Non vi basta quella che c’è? Sicuramente la fate per i vostri intrallazzi e, quindi, fermatevi perché oggi non ci serve e da qui non passate. E così via.

I dati forniti dalla stampa e rintracciabili sulle fonti disponibili evidenziano che le comunità locali contrarie alla TAV sono solo una parte degli abitanti della Val di Susa, ma probabilmente sono proprio quelli toccati direttamente dai cantieri che saranno aperti.

Altri dati indicano che quei 13 km di tunnel in territorio italiano avrebbero la funzione di rinnovare una ferrovia esistente poco utilizzata perché limitata dal tracciato e dalla pendenza. Altri dati ancora quantificano in oltre 4000 al giorno il numero di veicoli pesanti (Tir) che transitano in quella zona da e verso la Francia. La costruzione di una ferrovia più efficiente farebbe sperare in una riduzione di tale numero.

Infine la TAV si pone come parte di un collegamento est-ovest che fa parte di accordi con altri stati e con l’Unione Europea e di una strategia per rinnovare le reti di comunicazione del continente.

I No-TAV contestano tali dati e dichiarano la loro opposizione irriducibile giungendo a gesti estremi e con azioni di guerriglia urbana sostenute da gruppi estremisti in tutto il territorio nazionale. Sorge spontanea la domanda: ma, in definitiva, non si tratta di costruire una semplice ferrovia? Anzi, un tunnel lungo 13 km. È chiaro che un’opera così non si giudica sulla convenienza nei prossimi 5 anni perché è destinata a durare per molte generazioni e rappresenta un investimento per il futuro come fu già nel passato (pensiamo al traforo del Frejus lungo 13,6 km deciso nel 1857 e aperto nel 1871: quanto traffico poteva esserci in quell’epoca?). E allora perché tanto accanimento?

È interessante notare che le proteste che ci sono state in Italia non ci sono state sul versante francese. Perché? Probabilmente in Francia lo Stato gode di una maggiore fiducia che da noi; una fiducia che riposa su elementi precisi. In particolare sulle procedure di consultazione delle popolazioni interessate da opere pubbliche e su regole di svolgimento di tali opere (Démarche Grand Chantier) che si preoccupano di portare benefici concreti alle popolazioni locali in termini di sviluppo e di occupazione.

Ci deve preoccupare molto che la violenza che si è espressa nelle manifestazioni non sia stata rifiutata dagli abitanti di quei comuni che hanno deciso di opporsi radicalmente alla TAV. E ci deve preoccupare anche che non sia stato seguito il metodo francese sia nel coinvolgimento fin dall’inizio delle popolazioni, sia nel far ricadere sulle collettività locali non solo i disagi, ma anche i benefici di una grande opera. Tutto sembra imposto dall’esterno e la comunità locale si chiude e si ribella.

Apparire come e poter dimostrare di essere veramente “coloro che fanno le cose giuste” e applicano anche a sé stessi il rigore che chiedono agli altri è essenziale per chiunque rivesta funzioni pubbliche.

È ciò che è mancato nella vicenda TAV fin dall’inizio. Ecco l’importanza dei tempi e della chiarezza nelle azioni pubbliche. Purtroppo ciò che è mancato all’inizio è anche ciò che manca alla classe dirigente italiana da ormai troppi anni. Incapace di fare le cose giuste al momento giusto e troppe volte sorpresa a curare il proprio interesse particolare e non quello generale anche a costo di danneggiare o di saccheggiare le risorse pubbliche. Perché poi i cittadini dovrebbero fidarsi quando li si chiama a sopportare un disagio? La diseducazione a fare il bene del proprio Paese è una responsabilità enorme che pesa su chi ha diretto l’Italia negli ultimi decenni ed è il male oscuro che in alcuni casi genera la rivolta, ma molto più spesso porta al rifiuto duro e ostile. Che fare contro questo male oscuro? Una rivoluzione civica che riporti i cittadini al centro dello Stato, che cambi la classe dirigente, che diffonda la cultura dei beni comuni e del civismo. Ci vorrà molto tempo, ma questo è l’investimento più serio per noi e per il futuro.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi

La carta igienica nelle scuole, la cricca della Protezione Civile e la rivoluzione civica (di Claudio Lombardi)

Magari è passata un po’ inosservata, messa in ombra da un diluvio di informazioni e commenti sulle ultime malefatte dell’imputato Berlusconi, però vale la pena riepilogarla perché ci dice a cosa serve il populismo autoritario che stringe in un sacro patto la maggioranza che ci governa.

Si tratta della conclusione delle indagini dei PM di Perugia sulla parte principale dell’inchiesta sui grandi appalti, quelli gestiti dalla famosa “cricca” Anemone, Balducci, Bertolaso che ha operato per molti anni all’ombra e con il favore della Presidenza del Consiglio.

Secondo i PM per 11 anni “uno stabile sodalizio a delinquere” ha governato il sistema dei grandi appalti pubblici determinandone le scelte e truccando il mercato allo scopo di saccheggiare le risorse pubbliche.

Secondo i PM a chiusura di lunghe indagini durate circa due anni, “un’associazione per delinquere ha commesso una serie indeterminata di corruzioni, abusi di ufficio, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamenti, mettendo la funzione dei funzionari pubblici a disposizione di privati imprenditori”. E, ancora “ di fatto, i funzionari pubblici hanno operato al servizio del privato e consentito che la gestione degli appalti avvenisse in maniera del tutto antieconomica per le casse pubbliche” e cioè  “a favore degli imprenditori” e dei loro “profitti illeciti”. L’ammontare di questi profitti illeciti viene quantificato per i soli Diego Anemone e per l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, in oltre 75 milioni di euro per il periodo 2004-2009.

Confermate le accuse di corruzione aggravata per Guido Bertolaso al quale viene imputato di aver compiuto atti contrari ai doveri di ufficio per favorire Diego Anemone nell’aggiudicazione degli appalti compiendo “scelte economicamente svantaggiose per la pubblica amministrazione consentendo che i costi aumentassero considerevolmente”. E non finisce qui perché Bertolaso “ha posto stabilmente la propria funzione pubblica a disposizione degli interessi di Diego Anemone”.

L’insieme delle imputazioni costituisce, in sostanza, la dimostrazione di una appropriazione privata degli apparati pubblici coerente con una cultura del comando ben rappresentata dal Governo Berlusconi. Secondo questa cultura, una volta ottenuta l’investitura elettorale da parte del popolo (e non importa che sia, comunque, un’investitura minoritaria trasformata in maggioranza da una legge elettorale truffa che toglie all’elettore la possibilità di scegliere e di farsi rappresentare), le istituzioni diventano di proprietà della maggioranza di governo che non accetta più alcun controllo, non accetta di sottoporsi alle leggi e all’equilibrio costituzionale dei poteri dello Stato. L’intero Stato diventa un attributo del leader falsamente eletto dal popolo e da quel momento in poi tutto è permesso a chi ha conquistato il potere.

È bene rendersi conto che ciò rappresenta una sovversione del dettato costituzionale, una rivoluzione autoritaria che si esprime con mutamenti progressivi che di fatto cambiano il regime costituzionale attraverso la distorsione dell’attività istituzionale, la negazione della legalità, la gestione privatistica dei poteri pubblici, la guerra continua contro le istituzioni di garanzia.

In questo quadro nascono e agiscono le “cricche” come quella che agiva all’ombra della Protezione Civile.

Sarebbe utile che qualcuno facesse i conti e ci dicesse quanto è costata agli italiani la rivoluzione del berlusconismo e le scorribande delle varie “cricche”. Si può solo intuire che il danno sia stato grande e sicuramente ha contribuito al dissesto dei conti pubblici. Ci vuole molto per mettere in relazione questo modo di governare con i tagli ai servizi che hanno colpito tutti gli italiani? No, non ci vuole molto.

Bisogna, quindi, rendersi conto che se le scuole pubbliche non possono comprare la carta igienica (per non parlare dello stato degli edifici e di quanto serve ad una efficace attività didattica) ciò non è dovuto alla crisi mondiale, ma all’azione di una classe dirigente che da molto tempo ha coperto i gruppi di potere e le collusioni tra politici e criminalità favorendone l’arricchimento e che non è riuscita a risolvere la secolare divisione fra nord e sud. Anzi, ha favorito un intreccio perverso fra l’illegalità e il clientelismo diffuso nel sud (sostenuto dalla spesa e dagli apparati pubblici) e le convenienze del nord a sfruttare tutte le opportunità che la condizione del sud permetteva. Salvo poi lamentarsi del prezzo da pagare in termini di trasferimenti monetari per mantenere proprio quel tipo di sottosviluppo e quegli equilibri di potere. Ora poi che le mafie hanno portato i loro capitali al nord iniziando a gettare le loro teste di ponte nelle istituzioni locali l’intreccio si è fatto quasi inestricabile.

Il problema di fondo è sempre quello di una politica incapace di svolgere la sua funzione e ridotta alla sola conquista del potere sfruttando il controllo dei mezzi di comunicazione, il sottosviluppo civile e la debolezza della cultura civica di buona parte della cittadinanza.

Solo in questo modo si può imporre alla popolazione di Napoli di vivere in mezzo alla spazzatura dopo aver speso, in tanti anni di emergenza, qualcosa come 14-15 miliardi di euro nella quasi totalità sprecati o rubati come hanno documentato tante inchieste giudiziarie e giornalistiche.

Solo in questo modo si può svolgere ogni anno, nella quasi generale indifferenza o rassegnazione, la lotteria dei permessi di soggiorno agli immigrati. Possono partecipare gli immigrati che già hanno trovato un datore di lavoro disposto a garantire per loro svolgendo le pratiche per l’assunzione. Evidentemente si tratta di persone già tutte “sistemate” qui da noi sennò nessuno li richiederebbe. Eppure bisogna far finta che non stiano qui e che siano assunti a “scatola chiusa” facendoli arrivare dal loro paese di origine. Alla politica, che ha fissato in una legge questa assurda finzione, non interessa risolvere il problema; interessa far finta di averlo fatto. Sono solo due fra i mille esempi che si possono fare.

C’è veramente da auspicare una rivoluzione civica e la formazione di una nuova classe dirigente. Speriamo che i movimenti che sono riusciti ad esprimersi in questi anni, a destra, a sinistra e al centro, sappiamo assumere il compito di guidare un tale cambiamento.

Claudio Lombardi

Caso Ruby-Berlusconi: via dallo Stato di diritto, un passo verso il medioevo (di Claudio Lombardi)

Tre fatti:

  • festini a sfondo sessuale con decine di donne, pagate e no, nelle residenze del capo del Governo;
  • partecipazione accertata di una minorenne “raccolta dalla strada” ( viveva di espedienti ed era scappata dalla famiglia e dalla comunità alla quale era stata affidata) ai festini, compensata per la sua presenza con denaro contante e gioielli a somiglianza di quanto avviene nei rapporti di prostituzione;
  • intervento diretto del Presidente del Consiglio sulla Questura di Milano per imporre il rilascio della stessa ragazza fermata senza documenti, con molto denaro in suo possesso e accusata di furto; intervento basato sulla menzogna avendo Berlusconi informato il Capo di Gabinetto che si trattava di una parente del Capo dello Stato egiziano Hosni Mubarak; intervento che ha indotto la polizia a mentire al magistrato che doveva disporre dell’affidamento della ragazza e a nascondere la sua vera identità che, nel frattempo, era stata accertata.

Tre fatti che bastano e avanzano per uscire fuori dal quadro di uno Stato nel quale prevalgono le leggi disciplinate da un sistema di regole costituzionali e per entrare in una situazione nella quale l’arbitrio del potere è la sola regola e la sola legge.

Ciò che ha segnato la nascita dello Stato moderno è proprio il passaggio da una concezione patrimoniale nella quale lo Stato come soggetto autonomo non esisteva al di là del patrimonio del sovrano ad una nella quale è l’accordo sulla legge (da quella suprema a quelle ordinarie) ad essere il fondamento del potere che vive nella legge e per gli scopi che queste definiscono attraverso la partecipazione di un numero crescente di componenti della società che si esprime nella politica e si riflette nelle istituzioni.

È la soggettività dello Stato ed è questa prevalenza del patto che si accetti la superiorità delle regole e del diritto che costituisce la base sulla quale si fondano i diritti delle persone che, altrimenti, sarebbero nelle mani del sovrano.

Il passaggio cui stiamo assistendo in Italia è, incredibilmente, questo o, perlomeno, va in questa direzione. Forse persino senza che i protagonisti lo vogliano e lo comprendano veramente, lo Stato è caduto nelle mani di un vertice politico che esprime un’antica cultura proprietaria che risale al medioevo dietro la quale si nasconde il massimo dell’insicurezza e del disordine per i cittadini comuni.

Come possono i cittadini continuare a fidarsi di un Governo diretto da un uomo che usa il suo potere – il potere che la Costituzione attribuisce ad una istituzione per assolvere alla suprema funzione di guidare il Governo dell’Italia – per evitare ad una sbandata che ha partecipato ai suoi festini di rispondere dei reati di cui è accusata, di dichiarare la sua vera identità, di sfuggire alla legge? È persino banale rispondere che quest’uomo non dovrebbe godere di alcuna fiducia perché non ha alcuna scusante per il suo comportamento irresponsabile ed eversivo dell’ordine costituzionale. Un uomo che si prende gioco degli apparati dello Stato affermando il falso e pretendendo su questa base che non si applichi la legge, ma la sua volontà personale.

È, inoltre, appena il caso di aggiungere che si tratta dello stesso uomo di “Stato” che da 15 anni tenta in ogni modo di sfuggire ai giudici per i reati comuni di cui è accusato.

Il problema, in effetti, non sta tanto in Berlusconi. Sta nelle persone che ancora credono in lui e in quelli che diventano suoi complici ben sapendo che lo fanno per difendere i propri interessi privati e non l’interesse generale.

Se ne parliamo è perché, ormai, la contesa non riguarda più opposte visioni politiche (destra, sinistra, centro e tute le possibili varianti), ma due concezioni dello Stato: una costituzionale e una proprietaria. In quest’ultima tutto è concesso a chi ha conquistato il potere compreso disporre del denaro pubblico a suo piacimento, violare le leggi e piegare ai suoi voleri le istituzioni e gli apparati dello Stato.

È esattamente ciò che si è rivelato nella vicenda Ruby-Berlusconi con l’aggravante dell’abiezione morale di chi più volte si è eretto a rappresentante della morale e dei valori tradizionali e, puntualmente, li ha calpestati sporcandoli con i suoi comportamenti.

A questo punto c’è solo da sperare che prevalga la voglia degli italiani di non vivere in una giungla dove vale la legge del più forte, dove comandano i malavitosi che conquistano le istituzioni democratiche e le usano per trasformare i cittadini in sudditi, dove i metodi mafiosi e camorristici si sono fatti Stato.

In questa giungla nessun diritto può sopravvivere e nessuna sicurezza può esistere per le persone oneste.

Occorre una rivoluzione civica che metta ai margini i disonesti e gli affaristi che hanno conquistato posti di potere in questi decenni, che li chiami a rispondere delle loro responsabilità e che affermi una nuova cultura dello Stato democratico.

L’unico modo è risvegliarsi dal lungo sonno e tornare alla politica che è fatta di cura dell’interesse della collettività e di strategie per lo sviluppo della società e per la convivenza civile.

Claudio Lombardi