Il regresso dell’IMU (di Roberta Carlini)

Intervenendo d’urgenza sulla tassa sulla casa, il governo Letta fa un triplice errore: spostando risorse dai più poveri ai più ricchi, dai più giovani ai più vecchi, dalle periferie al centro. Senza con questo aiutare l’economia. A chi giova?

IMU caseCostosa, inutile e dannosa. La prima manovra economica del governo Letta-Alfano, oltre a consegnare un plateale successo politico a Silvio Berlusconi – che vede la sua bandierina elettorale trasformata in decreto legge, il primo del neonato esecutivo – si colloca al di fuori di qualsiasi logica economica e al centro di un disegno redistributivo preciso: di censo (dai più poveri ai più ricchi), generazionale (dai più giovani ai più vecchi), territoriale (dalla periferia al centro).

Gli effetti redistributivi

Non è ancora chiara la sorte finale dell’Imu, visto che quella di giugno è solo una “sospensione”. Una parte della coalizione che sostiene il governo chiede che a regime l’Imu sparisca del tutto, e anzi che sia restituita anche quella pagata nel 2012; un’altra parte che sia tolta solo sulle prime case. Per comodità, ragioniamo sulla seconda opzione, che costerebbe alle casse pubbliche 4 miliardi di minori entrate. La vulgata vuole che, poiché sono moltissimi gli italiani proprietari di case, ci guadagnino quasi tutti. Ma andiamo a vedere i numeri. Secondo un rapporto sugli Immobili in Italia delle Agenzie del Territorio e delle Entrate, dei 41,5 milioni di contribuenti italiani, il 59% (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. Il che già esclude dal beneficio dei tagli all’Imu più del 40% dei contribuenti italiani: non hanno immobili, dunque sono presumibilmente nella fascia più povera della popolazione. Tra coloro che hanno un immobile come prima casa, poi, non tutti sono tenuti al pagamento dell’Imu, poiché per le fasce più basse di reddito le detrazioni azzerano l’imposta: considerando anche questi ultimi, si viene a scoprire che circa la metà delle famiglie italiane non paga l’Imu (vuoi perché non ha la casa, vuoi perché le detrazioni annullano del tutto l’imposta).

Tra coloro che invece sono tenuti a pagarla, com’è invece la distribuzione del reddito? Secondo i calcoli fatti dagli economisti Bordignon, Pellegrino e Turati, al primo decile della distribuzione ci sono solo il 26,4% di famiglie con Imu “positiva” (cioè tenute al pagamento dell’imposta), e tale percentuale cresce al crescere del reddito fino ad arrivare al 78,7% dell’ultimo decile. Di fatto, più della metà del gettito Imu prima casa viene dai tre scalini più alti della scala della distribuzione, insomma, da coloro che guadagnano di più. (Massimo Bordignon, Simone Pellegrino e Gilberto Turati, “Effetto Imu”, lavoce.info. Si veda anche Bordigon, “Se la felicità è tagliare l’Imu“). Una abolizione pura e semplice dell’Imu prima casa potrebbe sì alleviare il peso fiscale su una parte di famiglie non benestanti, ma di certo avvantaggerebbe in modo più che proporzionale quelle più ricche.

L’effetto redistributivo generazionale è ancora più preoccupante, e smentisce clamorosamente le buone intenzioni dichiarate (o propagandate) in proposito dal governo del relativamente giovane Letta. Come già si era notato qui, sono proprietari di case solo 837.158 contribuenti nella fascia d’età tra i 21 e i 30 anni: costoro sono solo il 3,5% dei proprietari, pur essendo l’11% della popolazione. Dopo i 30, la quota dei proprietari di case sale, ovviamente, con l’età. Dunque, un trasferimento di risorse pubbliche ai proprietari di case può essere giustificato con mille altri motivi, ma non certo con l’argomento pro-giovani; risolvendosi invece in un netto trasferimento di risorse da tutta la collettività ai suoi membri più anziani.disparità

Infine, la distribuzione centro/periferia. Quando a giugno mancheranno i primi due miliardi dell’Imu di quest’anno, saranno i comuni a entrare in crisi. Dopo anni di propaganda federalista, con decisione centralista viene abolito il più importante tributo locale. Non sarebbe stato meglio lasciare ai comuni libertà di scelta sul da farsi?

Non-senso economico

Inoltre, i due effetti redistributivi – quello regressivo a sfavore dei più poveri, e quello dalle periferie al centro – si mostrano amplificati se passiamo alla seconda parte di tutti questi ragionamenti: come sarà sostituito il gettito Imu, visto che il governo si è impegnato a tenere invariati i saldi di bilancio e dunque a non finanziare riduzioni delle imposte con nuovo deficit? Qualche sindaco ha già annunciato che saranno aumentate le addizionali Irpef locali – dunque, l’imposizione si sposterebbe dalla casa al lavoro. In alternativa, i comuni saranno obbligati a tagliare le loro spese, per lo più legate a funzioni sociali e di assistenza, quelle che vanno a beneficio delle fasce più deboli della popolazione: che si troveranno a dover pagare di più per ticket, o contributi a tariffe come quelle degli asili nido, o trasporti, o tante altre spese legate alle funzioni dei comuni. A queste obiezioni si replica che potrebbe essere il governo centrale, con qualche marchingegno, a mettere risorse proprie sulla riduzione dell’Imu: ma anche in questo caso vanno valutati gli effetti redistributivi derivanti dalla scelta di impiegare le poche risorse disponibili in una riduzione dell’imposta sugli immobili invece che – per fare solo qualche esempio – in un piano per il lavoro dei giovani, o nella riduzione delle imposte sui redditi più bassi, o altro.

giovane e crisiCome ha scritto Mario Pianta, con i 4 miliardi del gettito dell’Imu sulla prima casa si possono azzerare le imposte sui redditi per tutti coloro che guadagnano meno di 15.000 euro l’anno. E ci sono molte ragioni per “tassare le case, non il lavoro” (v. intervista a Gilberto Muraro, su Il Bo). Misure nettamente rivolte ai più poveri, oppure al sostegno alle assunzioni dei più giovani, avrebbero inoltre un effetto sull’economia maggiore, sostenendo la domanda interna: cosa che la riduzione o cancellazione dell’Imu fa in misura assai minore. Molti tra i sostenitori della riduzione o abolizione dell’Imu, dicono che in questo modo si avrebbe una spinta alla ripresa economica attraverso il rilancio dell’edilizia (è quel che scrive per esempio Luca Ricolfi su La Stampa del 5 maggio 2013, nell’articolo “Parliamo di tasse senza ideologie”): ignorando però (o fingendo di ignorare) il fatto che le compravendite di case nuove sono ferme non per colpa dell’Imu ma perché le banche non danno più mutui, e che già sul mercato ci sono milioni di metri cubi costruiti e invenduti. Né si può pensare che un forte incentivo all’economia possa arrivare attraverso l’effetto della maggiore liquidità che una parte delle famiglie avrà a giugno: a meno di non immaginare che tutti i proprietari di case corrano a spendere i soldi risparmiati sull’Imu acquistando immediatamente beni, ovviamente italiani.

Roberta Carlini da www.sbilanciamoci.info

Monti e la sanità. Storia di un’anca (di Roberta Carlini)

Il sistema sanitario nazionale “potrebbe non essere garantito se non si trovano nuove modalità di finanziamento”, dice Monti. Notizia per Monti e altri al governo. Per esempio per un pensionato che, improvvisamente, si trova a non poter più camminare e ha bisogno di una protesi dell’anca. O meglio, rettifico: scopre di aver bisogno di una protesi dell’anca dopo aver fatto una radiografia a pagamento perché nella sua regione, il Molise, perché per  le lastre Asl c’è da aspettare mesi. Sempre nella sua regione (una di quelle con sanità disastrata e commissariata dall’autore del disastro), scopre di dover aspettare sei mesi anche per l’operazione, nella sanità pubblica.

Corre allora (si fa per dire) nel Lazio, che pur essendo un’altra regione a sanità disastrata e commissariata, ha una grande abbondanza di ospedali e, soprattutto, di cliniche convenzionate, data la presenza in sede di una delle multinazionali del settore (Vaticano) e dei maggiori campioni nazionali (Angelucci, Ciarrapico etc). Trova un bravo chirurgo, pensionato dall’ospedale pubblico, che opera in una di queste cliniche, e si rimette a posto l’anca e gamba connessa. Ma dopo l’operazione c’è bisogno di una terapia di riabilitazione, per poter camminare. Viene spedito in un’altra clinica, con prescrizione di 30 giorni di ricovero per la riabilitazione. Arriva un po’ acciaccato e quindi nei primi giorni non ci pensa, ma poi si rende conto che, delle 24 ore di ricovero pieno, solo 45 minuti li passa in fisioterapia. Tutto il resto è noia: chiacchiere con anziani, cibo precotto in piatti di plastica, messa e rosario dagli altoparlanti (la clinica è cattolica, e tutti i pazienti, anche di altre religioni o atei, si sorbiscono il Verbo a meno di non rifugiarsi nel cortile). Ma è tutto gratis, tranne l’acqua minerale che va comprata alle macchinette.

Dopo una decina di giorni, prende cappello e se ne va, firmando per le dimissioni volontarie, mentre la sua famiglia cerca il modo di fargli fare la terapia di riabilitazione a casa. Ma si scopre che sia nel Lazio che nel Molise questa possibilità non è di fatto contemplata dalla sanità pubblica: si può chiedere, certo, ma il terapista arriverà (se arriverà) dopo mesi e mesi. Allora decide di pagarselo di tasca sua, facendo un po’ di sedute in casa e un po’ presso un centro specializzato. Si rimette in piedi, le gambe funzionano, ma i conti non tornano. Perché lo Stato, il Servizio Sanitario Nazionale (maiuscole d’obbligo, qui), può pagargli la pensione completa in clinica per un mese (6-700 euro al giorno) ma non finanzia l’alternativa più economica (35 euro a seduta per 20-30 sedute).

Non è una storia immaginaria o una metafora. Il paziente in questione è mio padre, e, a partire dalla sua anca, mi sono messa a fare qualche domanda. Ne ho parlato con il chirurgo che l’ha operato. Lui ha risposto che non è l’unica stranezza, nel nostro SSN. Il protocollo della regione Lazio, come di tante altre regioni, prevede la riabilitazione in clinica per trenta giorni, per operazioni come la sua. Ne ho parlato con amici e colleghi, esperti di conti pubblici o di arti malandati. E tutti mi hanno confermato l’assurdo: costerebbe meno fare le riabilitazioni in day hospital, oppure a casa; costerebbe di meno persino andare a prendere i pazienti a casa, fare le sedute e poi riaccompagnarli; ma non si fa. Certo, in molti casi il ricovero serve: anziani che hanno altre malattie, oppure non sono autosufficienti, o non hanno nessuno che li aiuti a lavarsi o vestirsi e nei primi tempi dopo l’intervento può servire un sostegno (ma va detto che neanche in clinica venivano aiutati a lavarsi e vestirsi).

Ma perché non lasciare libertà di scelta, al medico e ai malati? Perché imporre, di fatto, il costosissimo ricovero? Quando e con chi sono state scritte le direttive regionali sulle prestazioni in convenzione (andiamole a vedere, visto che si vota sia nel Lazio che nel Molise)? Attenzione, non si tratta di un dettaglio o di una spesuccia, ma di operazioni diffusissime tra gli anziani: di articolazioni nuove, ne avremo sempre più bisogno in futuro. Si chiama invecchiamento demografico, tutti dicono che dobbiamo prepararci a questo. Adesso Monti dice che dobbiamo ripensare le modalità di finanziamento del sistema sanitario pubblico. Beh, se già smettessimo di finanziare il business sanitario privato, sarebbe un gran passo avanti. Dunque: bravo Monti, se intendeva questo. Ma intendeva questo? Strano però, dell’argomento non c’è traccia nella spending review. Urge inchiesta.

Roberta Carlini da www.robertacarlini.it