L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

Un’utopia necessaria: la partecipazione

Dopo gli attacchi terroristici in Francia c’è una grande attenzione su ciò che accade nella vita quotidiana delle periferie e dei quartieri popolari. Si osservano le condizioni reali delle comunità locali, ma ci si interroga anche sui comportamenti delle persone che le compongono. Si teme che piccole scelte individuali possano tradursi in fatti politici il cui impatto va ben oltre la dimensione locale. L’occasione è tragica, ma il metodo di guardare alla dimensione micro per capire cosa accade in una dimensione più grande è valido. Vediamo come e perché.

periferieA Roma le dimissioni dell’ex Sindaco Marino hanno scatenato una discussione diffusa sui mali della città e sull’urgenza di affrontarli. Ci sono stati e ci saranno, nell’approssimarsi delle elezioni, molti convegni più o meno partecipati. Qualcuno si è già spinto a dire che c’è bisogno di una nuova classe dirigente (riferendosi anche alla Società civile, non solo a quella politica), addirittura di una nuova ‘oligarchia’ (De Rita), intendendo forse una nuova ‘elite’. Come può nascere una nuova classe dirigente senza la partecipazione diretta dei cittadini alla definizione di una nuova idea di città, quartiere per quartiere, magari partendo proprio dalle periferie? Forse attraverso il riciclaggio della vecchia classe dirigente obsoleta e impotente nella vita pubblica, ma abilissima nella difesa dei propri interessi privati economici e di potere? Le nuove classi dirigenti, nella nostra epoca, sono il frutto di processi, a volte anche tumultuosi e cruenti. Esse si formano ponendosi alla testa delle trasformazioni di una data Società e di un dato assetto dei poteri, e riescono a determinarle con la partecipazione concreta dei cittadini, che non sono solo dei numeri da infilare nelle statistiche.

democrazia deliberativaRoma, come tutti ormai sanno, non è più quella ‘stupenda e misera città’ della quale scriveva Pasolini, una città dai tremendi squilibri, ma in tumultuosa crescita economica e culturale, con un tessuto sociale definito e leggibile. Non è più nemmeno la città delle estati di Nicolini, che furono tentativi riusciti di porla al centro dell’attenzione del mondo per la sua verve e capacità di innovazione culturale. Ora è fortemente degradata, sia sul piano ambientale, sia su quello della cultura e della morale civili. E la democrazia vi latita.

Eppure molti osservatori rilevano che nelle nostre sterminate periferie non c’è solo degrado e isolamento, ma anche creatività sociale e voglia diffusa di essere città per migliorare le proprie condizioni.

La professoressa Marianella Sclavi, esperta di tecniche partecipative, ha studiato diverse esperienze di partecipazione reale dei cittadini alla progettazione urbana nel Bronx a New York, nella città di Chelsea, nei pressi di Boston, ma anche in alcuni quartieri di Milano e di Torino. Si tratta di esperienze che si vanno facendo da una trentina d’anni, soprattutto nel mondo anglosassone, dove i partiti hanno una scarsa presenza territoriale ed è necessario costruire un rapporto diretto tra le amministrazioni e i cittadini. Si sono sperimentate e sviluppate delle metodologie interessanti che rispondono al nome di “Democrazia Deliberativa” e che hanno il pregio di sapersi adattare alle diverse situazioni. La cosa veramente importante è che i cittadini e le amministrazioni abbiano la capacità di ascoltarsi con la convinzione che chi la pensa diversamente non è un nemico da abbattere, magari col voto, ma una risorsa che si aggiunge. Altra cosa fondamentale è l’intenzione condivisa (sia dai cittadini, sia dalle amministrazioni) di avviare processi di co-decisione perché lo scopo è quello di aumentare la soddisfazione sociale per le decisioni pubbliche per evitare sia le ritorsioni di quelli che si sentono penalizzati sia il rinvio alle ‘Kalende greche’ , dell’attuazione di qualsiasi progetto di importanza pubblica.

cittadini attiviE’ evidente che la Democrazia Deliberativa non sostituisce la Democrazia Rappresentativa, ma la integra e l’aiuta a uscire dal ‘cul di sacco’ nel quale i partiti, laddove esistono, come da noi, l’hanno portata, per la loro insipienza, per l’incapacità di comprendere i mutamenti sociali e culturali ed il conseguente distacco dalle esigenze reali delle popolazioni.

Utopie? No, già oggi numerose associazioni operano nelle nostre città seguendo quei principi. Il salto di qualità da fare è anche di quantità nel senso che i processi partecipativi devono diventare una modalità ordinaria di assunzione delle decisioni di rilevanza pubblica che, ad essere chiari, si dovrebbero chiamare col loro vero nome: decisioni politiche. E tutta questa attività, insieme all’indispensabile componente strategico-progettuale si chiama politica tanto per ridare sostanza a termini spesso trascinati nel fango da comportamenti disonesti e individualistici .

No, non si tratta di utopia, ma ormai di una necessità.

Lanfranco Scalvenzi                                            

La parabola del sindaco Marino

Con le sue dimissioni probabilmente il sindaco Marino concluderà anche la sua parabola politica. Difficile pensare che possa riciclarsi in qualche altro incarico o che possa dar vita ad un raggruppamento politico del quale essere il leader. Raramente è capitato veder dilapidare un patrimonio di credibilità e di fiducia con tanta leggerezza. Per il sindaco più importante, più esposto e più osservato d’Italia la prudenza era un obbligo dovuto, prima di tutto, ai romani che lo avevano votato. Se si mettono in fila le realizzazioni della Giunta Marino e lo sconvolgimento degli equilibri di potere che ha portato a Roma la prudenza doveva diventare un imperativo categorico. Così non è stato e perdere tutto per essere scivolato su una faccenda di trascurabile entità rivela l’inadeguatezza di una persona che ha voluto per sé un’identità fatta di ingenuità, purezza, lontananza dalle lusinghe del potere, ma non è stato capace di rispettarla fino in fondo. Inadeguatezza e solitudine visto che Marino ha pensato di fare il sindaco solo al comando senza costruirsi una rete di sostegno magari anche tra le associazioni dei cittadini.

fine giunta MarinoIl partito che lo ha fatto eleggere, il Pd, lo ha abbandonato quasi subito. Di cosa era questo partito negli ultimi anni a Roma tutto è stato detto dai commentatori e dagli analisti politici. Anche la magistratura ha avuto modo di dire la sua con le indagini su “mafia capitale”. Profondamente incistato nel sistema dei poteri romani il Pd non poteva immaginare che il “marziano” candidato a sindaco in extremis nel 2013 si sarebbe ribellato non eseguendo le direttive che i gruppi di controllo del partito romano pretendevano di imporre.

Eppure intorno a Marino si sono raccolte personalità di valore che sono riuscite a raggiungere risultati importanti lottando contro l’inimicizia di partiti e poteri forti. Più che un elenco puntuale basta mettere in risalto alcuni passaggi cruciali del lavoro di questi due anni e mezzo.

Uno dei primi atti fu la richiesta di una verifica contabile agli ispettori del Ministero delle finanze. Con quella verifica è stato messo in luce il disordine dei conti e la violazione di tante regole.

giunta MarinoMarino ha scoperto, denunciato e combattuto le spese clientelari del comune buttando all’aria un sistema di affarismo che gravava sulle casse del comune e che faceva pagare con la complicità dei responsabili politici e amministrativi prezzi assurdi per ogni tipo di fornitura.

Ha messo in dubbio la correttezza della gestione delle farmacie comunali, le uniche in perdita in tutta Italia. È stato Marino a voler mettere a disposizione della magistratura tutti i documenti grazie ai quali è stato più facile scoprire e indagare “Mafia Capitale”.

Altro passaggio cruciale è stata la chiusura della discarica di Malagrotta cioè uno dei cuori del sistema di potere romano al cui centro stava il business dei rifiuti e il suo “Re”, quell’avvocato Cerroni amico e finanziatore di tutti i partiti rappresentati nei precedenti consigli comunali. Ha imposto una nuova governance all’ACEA (dove incredibilmente la maggioranza delle azioni erano pubbliche ma i vertici e la maggioranza del CdA erano privati)

mafia capitaleSempre Marino ha voluto la ridefinizione dei termini contrattuali per la realizzazione della linea C introducendo il principio che i ritardi vanno a carico dell’impresa appaltante, come è in tutto il mondo civile, e imponendo un cambio del vertice. Ciò ha portato a mettere sotto i riflettori la più costosa opera pubblica italiana di questi anni e ha fatto esplodere lo scandalo dei prezzi di realizzazione gonfiati a dismisura nella connivenza delle precedenti amministrazioni comunali.

Marino si è scontrato con la potentissima lobby dei vigili urbani sia imponendo un vertice a loro sgradito, sia esigendo una rotazione degli incarichi, sia volendo colpire con sanzioni disciplinare l’assenteismo programmato e organizzato come fu per la notte di Capodanno 2015.

conferenze urbanistiche RomaMarino ha imposto la sostituzione dei vertici di AMA il cui AD è stato poi arrestato con Mafia Capitale e ha messo alle corde l’azienda denunciando le sue inefficienze e minacciando di mettere a gara il servizio togliendole l’affidamento diretto.

Marino con il suo assessore alla legalità il magistrato Sabella è entrato in conflitto con i gruppi malavitosi che controllavano il litorale di Ostia. Ha eliminato i camion bar dal centro storico e dai monumenti scontrandosi con la potente famiglia dei Tredicine monopolista delle licenze per le vendite in strada. Ha rimosso migliaia di cartelloni abusivi dalle strade.

Ha fatto approvare il bilancio di previsione a inizio anno e non alla fine o addirittura l’anno successivo come avveniva in precedenza in un quadro di trasparenza e di rispetto delle regole contabili.

errori di MarinoHa cancellato 20 milioni di potenziali metri cubi di cemento per 160 proposte di nuove urbanizzazioni che si sarebbero riversati su 2300 ettari di Agro romano.

Ha smesso di coprire la vergogna di un patrimonio del comune con centinaia di immobili “regalati” ad occupanti sprovvisti dei titoli per abitarle.

Ha avviato progetti di trasformazione urbana con la partecipazione dei cittadini (ex caserme di via Guido Reni).

HA effettuato conferenze urbanistiche in tutti i municipi per ascoltare il punto di vista dei cittadini.

A fronte di questo (sommario) elenco positivo ci sono stati atteggiamenti di improvvisazione e di leggerezza che hanno minato la credibilità del sindaco. Comunque vada a finire l’esperienza politica di Marino è destinata a concludersi. Resta ai romani l’amarezza di non aver trovato una persona capace di unire onestà, intelligenza, lungimiranza, leadership. Che la si trovi in futuro è dubbio.

Claudio Lombardi

L’ antimafia capitale che serve

Penso sia arrivato il momento di una nuova Resistenza civica contro le mafie, i loro protettori, i loro soci occulti, i politici che ne traggono profitto o che convivono con questo cancro.

Dai roghi della terra dei fuochi, alla devastazione delle coste, al caporalato schiavista delle campagne, ai monopoli criminali dello smaltimento dei rifiuti, alle distruzioni ambientali, alle centinaia di opere fantasma e di cattedrali nel deserto abbandonate, agli abusi edilizi, alle faraoniche opere inutili, tutto costituisce il brodo di coltura di un’illegalità diffusa che alimenta un’economia parallela di saccheggio del territorio, dell’ambiente e dei soldi pubblici.

cittadiini attiviI Partiti (li scrivo ancora con la P maiuscola perché sto ancora alla vecchia definizione di “strumenti della democrazia che si organizza”) hanno da molto tempo abbandonato il territorio inteso come luogo per creare rapporti culturali e sociali e per favorire economie sane, per denunciare ingiustizie, per creare forme di solidarietà, per fare comunità. In cambio abbiamo avuto comitati di affari, falsi circoli territoriali, capibastone, camarille (non correnti di pensiero che erano una cosa seria).

C’è bisogno di un grande risveglio civile, di un nuovo patto per la buona Politica, di una grande assunzione di responsabilità nel segno dell’Etica pubblica.

Questo discorso vale soprattutto per Roma, capitale del Paese, dove adesso ci si accorge che tutto è inquinato da presenze criminali e da ordinarie illegalità nella colpevole assenza di un’azione pubblica rigorosa delle Amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni. Ci voleva la pacchiana sceneggiata dei funerali di Casamonica per smuovere le acque stagnanti della politica romana che torneranno nella palude dell’immobilismo e persino della connivenza se i cittadini non capiranno o non sapranno organizzarsi con forme di partecipazione sempre più attiva e puntuale.

mafia capitaleScrive l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Giovanni Caudo sul Corriere della Sera del 2 settembre: “ Acqua, energia, rifiuti ed urbanistica sono da sempre i mercati monopolistici radicati a Roma che valgono miliardi di euro e su cui i poteri locali tutt’altro che forti si sono accomodati. Quando da una buca dove gettare la spazzatura si passa alla raccolta differenziata e si progettano gli ecodistretti, dai debiti sistematici si passa al risanamento del bilancio, dalle varianti di piano per rendere edificabile l’Agro romano si passa alla trasformazione dell’esistente, hai messo in campo una visione di città di respiro internazionale. Questo è il modo più efficace per combattere Mafia Capitale”.

Bene, assessore Caudo, siamo d’accordo! Ma questi temi debbono diventare materia di coinvolgimento della società civile che non si deve sostituire alla società politica in una democrazia rappresentativa ma deve solo affiancarla secondo lo spirito e la cultura della sussidarietà. Sono le conoscenze diffuse e le mille competenze specifiche le vere risorse umane di questa Città che possono consentire una partecipazione attiva dei cittadini liberando la loro creatività e realizzando di fatto un controllo sociale sulle azioni politiche e amministrative delle istituzioni locali.

I partiti che le guidano però devono compiere atti concreti. Ciò che conta è che la politica non dia più l’esempio di chiacchiere cui seguono fatti radicalmente diversi.

coinvolgimento cittadiniLa situazione di oggi a Roma (ma lo stesso si può dire a livello nazionale) non è un fenomeno naturale, ma è stata creata negli anni con il consenso o al limite con il silenzio-assenso di tutte le forze politiche (tranne il M5S che non esisteva). Per questo non bisogna distrarsi con la caccia al capro espiatorio che oggi si cerca di identificare nel Sindaco Ignazio Marino.

Come iene tutti si avventano sulla preda uscendo dal bosco nel quale si erano nascosti. Il Pd più di tutti dovrà impegnarsi per restituire credibilità alla proposta politica del centro-sinistra. Per le destre nemmeno si può parlare di proposta politica: devono ancora dimostrare come sia possibile che siano sotto accusa per essere state il perno di un’associazione a delinquere che voleva spartirsi la città.

Per questo non saranno sufficienti né l’opera del prefetto Gabrielli e nè un’assessore alla Legalità. La rinascita di Roma dovrà basarsi sulle forze sane e su un mutamento di prassi e di cultura della maggioranza dei romani e di chi li governa

Paolo Gelsomini

Roma è l’Italia

Sembra che una maledizione si sia abbattuta sulla Capitale. Dai trasporti ai rifiuti, dalla pulizia della città al decoro urbano, dalla convivenza tra le persone all’ordine pubblico, dallo stato delle strade all’uso del denaro pubblico, dal funzionamento delle amministrazioni al rispetto della legalità. L’impressione è che non funzioni più nulla e che la città sia allo sbando. Persino l’aeroporto di Fiumicino è colpito da disservizi e disastri che, dolosi o colposi che siano, rivelano grande fragilità e assenza di autorità di governo.

degrado RomaIn questo quadro si continua a porre al centro dell’attenzione la guerra di posizione e di logoramento che vede protagonisti il sindaco Marino, il Pd, gli altri partiti presenti in Consiglio comunale. Marino criticato, Marino sfiduciato da Renzi, Sel che se ne va, gli assessori che si dimettono e quelli che arrivano. Il tutto mettendo sullo sfondo l’analisi delle cause del degrado e le idee per uscirne. Che la cosa sia voluta o meno l’effetto è quello di alimentare una generale insoddisfazione rancorosa e irresponsabile i cui sbocchi sono temibili.

Qualche avvisaglia si è avuta con l’ottuso boicottaggio della metropolitana da parte dei macchinisti i quali, di fronte alla richiesta di fare un orario di lavoro simile a quello dei loro colleghi di Napoli o Milano hanno deliberatamente sabotato il servizio. Rancore e rabbia irresponsabili che hanno suscitato altra rabbia da parte dei passeggeri a cui è stata resa la vita impossibile. Finora si è riusciti a non varcare il confine della violenza, ma ci si è andati vicini.

arrabbiatoRancore e rabbia irresponsabili anche da parte di cittadini che da anni vivono il degrado essendone in parte diventati attori e autori. Il trionfo dell’abuso, il premio al più furbo e al disonesto, l’avanzata del malfattore arrivato a tutti i livelli di potere nella vita cittadina sono andati di pari passo con l’allontanamento dalla legalità e dalle buone regole. L’assenteismo eccezionale e la bassa produttività dei lavoratori nelle aziende comunali fallite (AMA e Atac) e che solo la continua iniezione di capitali pubblici tiene in vita sono sempre stati lo specchio dell’abuso dei livelli dirigenziali. I fatti ne hanno dimostrato l’incapacità e l’attitudine predatoria, con risultati di gestione pessimi, ma con retribuzioni spropositate ottenute grazie alla connivenza di politici interessati solo a consolidare i propri feudi locali.

Il fatto è che il degrado parte sempre dall’alto e diffonderlo in basso serve perché divenga sistema di potere nel quale il grande abuso sia coperto dai mille piccoli abusi di un popolo di clienti legati dalla stessa cultura del disprezzo dello Stato e del saccheggio delle sue risorse.

illegalità di massaIl grande problema di Roma sta qui e vive della complicità di massa tra un popolo abituato a stendere la mano per chiedere favori e privilegi allo stato parallelo dell’illegalità e chi è stato capace di impadronirsi degli strumenti e delle risorse del potere pubblico.

Ovviamente non sempre è stato così e ci sono stati periodi migliori di questo, ma da anni le cose vanno peggiorando. Di fatto fino a ieri a Roma tutto era possibile con la corruzione e l’inchiesta “mafia capitale” ha mostrato solo in minima parte quanto il sistema fosse diffuso e potente.

No, davvero la discussione sul sindaco è veramente misera cosa e rischia di sviare l’attenzione dalla vera natura dei problemi che sono talmente profondi da scoraggiare chiunque. L’unica cosa certa è che la pulizia non si può fare se non c’è la lucida consapevolezza di dover smantellare un sistema di potere fondato su un blocco sociale e di interessi e di ricostruirne un altro che sia il suo opposto.

opinione pubblica romanaAncora una volta Roma si rivela specchio del Paese. Il problema dell’Italia non è lo sforamento dei limiti del deficit per la semplice ragione che tutti gli sforamenti del passato hanno prodotto uno sviluppo imbastardito e un immenso spreco di risorse. In questi giorni si denuncia il sottosviluppo del Mezzogiorno. Ebbene si guardi alla Sicilia e alla fine che hanno fatto i fiumi di capitali pubblici che sono stati bruciati nella fornace del sistema di potere che la governa. Quello è l’esempio di un cancro capace di divorare ben più di ciò che gli si somministra per alimentarlo.

Pensiamo di andare da qualche parte in questo modo? Da ogni parte si invoca un’autorità di governo che prenda in mano la situazione. Magari ci fosse e fosse libera dagli intrecci del passato. Per ora non c’è e in ogni caso non basterà se non ci metterà il suo impegno la maggioranza degli italiani.

Claudio Lombardi

Niente bilancio al Comune di Roma: qualcuno se ne occupa? (di Claudio Lombardi)

Il comune di Roma è senza bilancio e, secondo le regole della contabilità pubblica, è in vigore una gestione provvisoria che permette di spendere non più di un dodicesimo di quanto speso nel precedente anno, ma con una serie di limitazioni che si traducono comunque nella sola possibilità di mantenere in funzione la macchina amministrativa e niente di più. La legge 26 marzo 2010 n. 42 di conversione del DL n. 2/2010 prevede, infatti, che l’approvazione dei bilanci, preventivo e consuntivo, del comune di Roma sia subordinata alla nomina di un Commissario straordinario del Governo per la gestione del piano di rientro dei debiti pregressi accumulati nelle passate gestioni. Senza la ricognizione della contabilità che dovrà essere fatta dal Commissario non si potrà redigere e approvare il bilancio.

Che la situazione finanziaria di Roma fosse problematica era noto da tempo, che i problemi arrivassero fino a bloccare il bilancio non si immaginava anche perché si tratta di un provvedimento “estremo” che viene, di solito, imposto da circostanze straordinarie che rendono impossibile proseguire una gestione ordinaria delle finanze municipali. Forse nessuno si era reso conto che la situazione fosse gravissima, forse nemmeno il Sindaco se ne è reso conto altrimenti avrebbe fatto di tutto per evitare la situazione di paralisi che sta gettando nello scompiglio i servizi gestiti dal Comune e l’intera amministrazione centrale e quelle dei municipi.

Ormai gli allarmi scattano ogni giorno: non ci sono più soldi per la manutenzione degli edifici scolastici (e dei campi estivi nemmeno se ne parla), i sussidi per le ragazze madri non si possono dare, niente assistenza per anziani e disabili, niente risorse per qualunque spesa straordinaria (incluse le piccole manutenzioni come vetri rotti, la derattizzazione e la disinfestazione) e anche i soldi per le spese ordinarie stanno finendo. Per ora se ne sono accorti i cittadini che hanno bisogno di assistenza e di sussidi, ma tutti i romani subiscono ogni giorno le conseguenze di un degrado scandaloso per una città come Roma con le insidie che si nascondono nelle strade cittadine costellate da buche diventate uno dei principali pericoli per motociclisti e automobilisti. Bisognerebbe vedere con i propri occhi lo stato del manto stradale per capire che la situazione sta andando fuori controllo.

E si tratta della capitale d’Italia. Per quale ragione il Governo abbia adottato una legge così ottusa che impone regole buone forse per un condominio alla città più popolosa del Paese non è dato sapere. Anche perché i politici sono troppo impegnati ad inseguire le polemiche tra questo e quello o l’eterno ritornello sulle tante riforme istituzionali che sarebbero necessarie e che non vengono fatte. Addirittura questo è stato il contenuto di un messaggio televisivo che il Presidente del Consiglio ha rivolto il 25 aprile agli italiani.

Poiché i cittadini sono spesso almeno intelligenti quanto chi fa della politica il proprio mestiere bisognerebbe chiedere al nostro Presidente del Consiglio se ci vogliono proprio le riforme istituzionali per tappare le buche di Roma, o per dare assistenza a chi si trova in stato di bisogno, per riparare gli edifici scolastici che cadono a pezzi o, addirittura, per decidere e attuare una politica economica che ci porti lontano dal rischio di fare bancarotta dato che abbiamo un debito pubblico enorme e che la vendita dei titoli di Stato per coprire questo debito non è mai scontata e le conseguenze di una caduta di affidabilità dello Stato italiano possono essere drammatiche non tanto per chi è al vertice delle istituzioni, quanto per gli italiani che ne pagherebbero le conseguenze. Perché se ci vogliono le riforme istituzionali per fare tutto ciò allora il primo cambiamento indispensabile sarebbe quello di sostituire i politici evidentemente incapaci di svolgere il loro compito.

In questo andazzo si blocca, come se niente fosse, l’amministrazione della capitale in attesa che sia nominato il commissario tal dei tali e che si proceda ai sensi dell’articolo e comma e paragrafo ecc ecc in un tripudio di irresponsabilità e di ignoranza dei problemi veri dei cittadini che la politica DEVE risolvere.

In questo quadro sconsolante spicca anche, purtroppo, la mancanza di forti proteste da parte dei romani, dei partiti che li rappresentano e delle associazioni e movimenti. Non che nessuno protesti, anzi, si leggono comunicati e interventi a convegni che accusano la Giunta capitolina e il Sindaco di non essere capaci di amministrare. Questo si fa, ma non basta. Dove sono le tante associazioni dei cittadini, dove sono i sindacati e gli stessi partiti di opposizione alla Giunta? Perché non suscitano una protesta visibile che obblighi chi deve decidere a muoversi in fretta? Ciò che preoccupa è la passività, l’abitudine a sopportare coltivando il proprio “orticello” e il proprio ruolo senza uscirne fuori, senza mettersi veramente dalla parte dei cittadini, rispettando una immaginaria linea di divisione fra la politica e chi si occupa del “sociale”. Si tratta, ovviamente, di un giudizio generico che andrebbe verificato caso per caso, ma ciò che si vede e si percepisce è, purtroppo, la mancanza di una reazione dell’opinione pubblica all’altezza della gravità della situazione. E le forme associative che nascono dai cittadini (inclusi partiti e sindacati) sono quelle che dovrebbero organizzare e guidare questa reazione. Che non lo facciano suscita molte preoccupazioni perché la nostra è una democrazia fondata sulla partecipazione che significa anche protestare, stimolare, richiamare l’attenzione, lottare. Senza la partecipazione si scivola verso un regime fondato solo sulla delega a pochi “capi” o ad uno solo e si consegna lo Stato nelle mani di qualcuno che disporrà a proprio piacere di tutto il potere, magari convincendo i cittadini che lo fa nel loro esclusivo interesse.

Claudio Lombardi