Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Il naufragio Concordia e l’Italia da portare sul ponte di comando (di Claudio Lombardi)

Come qualcosa che non possiamo allontanare il tragico naufragio della Costa Concordia ci risuona nelle orecchie e occupa i nostri pensieri con la grandezza del dramma che si è consumato a pochi metri dalla terraferma su una nave che doveva essere il massimo della tecnologia, della sicurezza, del lusso “tutto compreso” alla portata delle tasche di chi il vero lusso non può permetterselo. Chi mai avrebbe potuto immaginare che 300 metri di nave e le mille diavolerie dell’elettronica e della sapiente capacità organizzatrice che ci vuole per progettare, costruire e far navigare un “mostro” di quel genere del valore spropositato di diverse centinaia di milioni di euro e con 4 mila persone a bordo si potessero arrendere all’umana imbecillità di un solo piccolo uomo?

I naufragi delle grandi navi passeggeri hanno sempre esercitato un fascino particolare. Anche in questo caso non si sfugge. Gli elementi del dramma e della metafora ci sono tutti: la nave (siamo noi, il nostro mondo), il mare (l’ignoto che ci accoglie, ma che è troppo più grande e più forte di noi), la notte (il percorso oscuro che dobbiamo affrontare per attraversare la vita), la festa (la fiducia, l’entusiasmo, la gioia) e poi, invece della fatalità o dell’evento naturale che è sempre più forte di tutti i marchingegni che l’essere umano può inventare, la spietata cretinaggine di una persona inadeguata ad assumere responsabilità di qualsiasi tipo.

I grandi naufragi del passato hanno avuto sempre come causa un elemento naturale e un elemento umano. L’errore umano però fu pagato con la vita dai suoi responsabili come nel caso del Titanic il cui comandante Edward John Smith rifiutò di abbandonare la nave e finì così la sua vita nelle acque dell’Atlantico del nord.

Nel caso del Concordia, invece, la natura non ha alcuna colpa a meno che non si voglia credere alla prima scemenza detta da Schettino e cioè che sulle carte nautiche gli scogli davanti al Giglio non fossero indicati. No, qui c’è solo l’errore umano e siamo alla commedia all’italiana nella quale tutti possiamo immaginare un bravo attore recitare la parte inverosimile che abbiamo potuto leggere negli stralci dell’interrogatorio di Schettino e nella pura successione dei fatti. Forse neanche uno sceneggiatore avrebbe potuto far meglio.

“Navigavo a vista perché conosco bene quei fondali e altre 3-4 volte avevo fatto quella manovra. Ma questa volta ho ordinato la virata troppo tardi e sono finito in acqua troppo bassa. Non so perché sia successo, sono stato vittima dei miei pensieri.”

E ancora: “All’improvviso, visto che la nave era inclinata di 60-70 gradi, sono inciampato e sono finito dentro una di quelle imbarcazioni (scialuppe di salvataggio ndr). Per questo mi trovavo lì”

E da quella scialuppa nella quale erano “caduti” altri due ufficiali di bordo si svolgono le famose telefonate con la Capitaneria di porto di Livorno ad appena un’ora dall’inizio dell’evacuazione di 4300 persone dalla nave.

Dunque la Costa crociere seleziona ufficiali a cui affida navi di quel genere con migliaia di persone a bordo che si mettono a navigare a vista a pochissima distanza da una costa con molti scogli che sta lì da millenni e che tutti conoscono e lo fa con una nave da 300 metri e alta 52 con un pescaggio (parte immersa dello scafo), si presume, di almeno una decina di metri. Teniamolo a mente.

La successione dei fatti non ha bisogno di commento: ore 21,42 impatto con lo scoglio; ore 22,35 una motovedetta della Guardia di Finanza interviene e verifica che la nave è in assetto cioè dritta e che poteva calare tutte le scialuppe e avviare in sicurezza lo sbarco delle 4300 persone a bordo; ore 22,58 viene dato l’ordine dell’evacuazione; ore 00,32 inizio registrazione delle telefonate tra Schettino e la Capitaneria di porto con il comandante che già aveva abbandonato la nave.

Teniamo a mente anche questo. E lo stesso facciamo con l’appello della moglie di Schettino a comprendere la di lui tragedia e il di lui dramma umano e con la notizia (se vera) della solidarietà dei suoi compaesani.

Il quadro non sarebbe completo, però, senza gli altri protagonisti del dramma: l’equipaggio, i soccorritori, gli abitanti del Giglio, i crocieristi.

Tutti si sono comportati in maniera splendida e hanno dato prova di fermezza, coraggio, altruismo, autocontrollo e hanno saputo agire, questo è molto importante, con un orientamento etico che è servito ad ognuno per sapere cosa doveva fare e ricorrendo a tutte le risorse che l’organizzazione quotidiana della vita mette a disposizione (questo riguarda soprattutto gli abitanti del Giglio).

Dunque adesso il quadro è completo: un vertice codardo, irresponsabile frutto di una selezione inaffidabile e imprecisa, inserito in un’organizzazione inefficiente e superficiale priva di sistemi di verifica e di controllo (le coste sfiorate non erano un mistero, ma la prassi; le sbruffonate di Schettino erano note; l’insufficienza dell’organizzazione di emergenza non era stata valutata); uno strato intermedio composto dall’equipaggio molto più responsabile che, al momento del dramma, ha saputo prendere il comando; dei crocieristi che hanno avuto fiducia nell’organizzazione e hanno rispettato le regole che gli avevano detto di osservare; dei soccorritori che hanno rischiato la vita per fare il loro dovere; degli abitanti dell’isola che sono corsi in aiuto con tutto quello che avevano. Emblematica rimane l’immagine del Comandante della Capitaneria di porto di Livorno che rappresenta uno Stato che non si arrende ed è lui che costringe Schettino a dichiarare l’emergenza ed è lui che lo mette di fronte alle sue responsabilità e avvia comunque la macchina dei soccorsi.

Abbiamo, infine, “l’inevitabile” solidarietà della famiglia e dei compaesani di Schettino. Familismo amorale fu definito da uno studioso statunitense, Edward Banfield, il sistema che egli studiò nel Mezzogiorno d’Italia alla fine degli anni ’50. E familismo amorale troviamo ogni volta che c’è una tragedia. Amorale perché le responsabilità del colpevole sono annacquate con il dovere di difenderlo ad ogni costo privilegiando così il profilo personale-affettivo (o di appartenenza ad un gruppo di paesani) su quello dei danni fatti alla collettività. Quasi invocando una loro parificazione.

Questo dramma, però, è una metafora e va letto in controluce per intravedere la sagoma, l’essenza dei protagonisti e di quello che rappresentano.

Ognuno può farlo da sé in base al semplice riepilogo delle dichiarazioni e dei fatti.

Ciò che preme sottolineare è che spesso i vertici sono occupati da impuniti che provengono dalla selezione dei peggiori; che spesso questi agiscono con sprezzo delle regole, con superficialità e infischiandosene degli interessi generali; che scoperti nelle loro malefatte si nascondono, mentono, falsificano e pretendono l’impunità; che usano le loro responsabilità e i loro poteri come fossero prerogative proprietarie delle quali non devono rendere conto a nessuno; che provocano enormi danni senza comprendere la gravità delle loro azioni; che portano al naufragio una grande nave o un grande Paese col sorriso sulle labbra nascondendo la loro incapacità dietro atteggiamenti spavaldi e arroganti; che balbettano di fronte all’autorità vera di chi sa richiamarli all’ordine perché la temono e sanno di non poterle resistere.

Ma preme anche sottolineare che esistono tanti altri che vogliono rispettare le regole; che sono generosi e altruisti; che sanno come stare vicini e aiutare chi è in difficoltà; che sono capaci di organizzarsi per andare in soccorso di chi soffre; che hanno senso dello Stato perché sanno cos’è e lo vivono come espressione di una collettività; che non cercano le luci della ribalta perché credono più alla solidità e alla verità che all’effimero.

Sono in tanti, ci circondano, ne facciamo parte. Devono solo riconoscersi, incontrarsi, collaborare perché il problema e la sfida dell’Italia è portare LORO al vertice e al comando.

Claudio Lombardi

Atene e Roma, democrazie al tramonto (di Salvatore Aprea)

Il “paradigma” nel linguaggio comune è un modello di riferimento, un termine di paragone. La parola deriva dal greco antico paràdeigma, che significa esempio. Proprio la Grecia, con la sua storia recente, sta offrendo un eccellente paradigma sul modo di distruggere progressivamente una democrazia o far sì che non nasca mai, descritto con cura dallo scrittore greco Petros Markaris. Perché ci interessa il modello ellenico? Perché molte degenerazioni somigliano alle nostre e osservare da lontano chi ci somiglia può aiutarci a capire chi siamo diventati. D’altronde, tanto per abusare dei luoghi comuni, “italiani e greci, una faccia e una razza”……

Il paradigma greco

Da decenni il parlamento greco è avvolto da un apparato parallelo di potere composto da due fazioni che Markaris definisce il “partito del Moloch” e il “partito dei profittatori”. A quest’ultimo appartengono tutte le aziende che negli ultimi trent’anni hanno beneficiato del sistema clientelare, a incominciare dalle imprese edilizie che si sono arricchite grazie alle Olimpiadi del 2004, aggiudicandosi commesse pubbliche a cifre stellari. Tra i profittatori vi sono anche gli evasori fiscali – soprattutto professionisti con redditi alti, verso i quali le autorità hanno sempre mostrato grande tolleranza – e le aziende che riforniscono gli enti pubblici, come le ditte che vendono farmaci e apparecchiature mediche agli ospedali. Recentemente il ministero della salute di Atene ha costituito un ufficio per l’acquisto di medicinali con aste via internet, mettendo a disposizione per i primi acquisti 9.937.480 euro, pari alla spesa storica del settore. Comprando i farmaci online il ministero ha speso solo 616.505 euro, il 6,2 per cento della somma assegnata, così i greci hanno scoperto quanti soldi ingoiava il vecchio sistema. Il denaro pubblico sperperato finora, ovviamente, non è finito tutto nelle tasche del partito dei profittatori perché i partiti hanno intascato colossali contributi e anche perché le imprese corrotte hanno finanziato le campagne elettorali dei deputati e assicurato ai loro familiari posti di lavoro ben retribuiti. Lo stretto legame dei profittatori con il partito al governo e i suoi ministri – e il suo costo per la collettività – è sempre stato di dominio pubblico negli apparati dello stato, ma coperto da una coltre di silenzio.

L’occupazione dello stato

Il partito del Moloch – nome usato non a caso per designare un’organizzazione che assorbe grandi risorse come se fossero sacrifici ad una divinità – arruola i suoi militanti nell’apparato dello stato e nelle imprese pubbliche ed è diviso in due correnti: i sindacalisti da un lato e gli impiegati e i funzionari pubblici dall’altro. È questa la fazione esterna al parlamento su cui fa affidamento il partito di governo del momento ed è il garante del sistema clientelare, essendo formato per lo più da quadri e funzionari di partito. I dipendenti pubblici del partito del Moloch, ovviamente, non sono tutti uguali. Una parte dei suoi militanti sono, per esempio, funzionari che si sono guadagnati il posto di lavoro con un concorso e non tramite protezioni politiche. Sono gli unici dipendenti pubblici che lavorano, svolgendo anche il lavoro degli altri e quindi diventando loro stessi vittime del sistema. Gli altri, invece, hanno stretto un’alleanza non solo con i partiti al governo, ma anche con il partito dei profittatori.

L’origine di questa fazione risale agli anni cinquanta, dopo la guerra civile, quando i nazionalisti si impadronirono dell’intero apparato statale, collocando ovunque uomini di loro fiducia come premio per la lealtà agli ideali nazionalistici e monarchici. Nel 1981, dopo l’ingresso della Grecia nella CEE, per la prima volta andò al governo il partito socialista, il Pasok, e trasformò il metodo dei nazionalisti in una tradizione politica. Inizialmente la prassi fu giustificata con motivi condivisibili dagli elettori. Per il Pasok, dopo la lunga egemonia delle forze di destra, l’apparato statale era divenuto pregiudizialmente ostile alla sinistra. I socialisti per poter governare, quindi, dovevano mettere uomini di fiducia nei posti chiave dell’amministrazione. Ben presto tutto l’apparato statale fu occupato dagli uomini del Pasok. Quasi la metà degli iscritti al partito fu premiata con un posto nella pubblica amministrazione. Da allora e fino all’ultima crisi tutti i governi greci hanno applicato questo meccanismo. Per trent’anni, grazie ai sussidi europei i soldi non sono stati una preoccupazione e quando non sono più bastati, sono stati presi in prestito.

Il Pasok è anche responsabile della nascita della seconda componente del partito del Moloch, quella dei sindacalisti. Andreas Papandreou, fondatore del Pasok e primo presidente del consiglio socialista, dal 1981 al 1989 governò il paese come un monarca e mantenne il potere affidandosi a un’aristocrazia. Nacque così una specie di nobiltà di corte, composta da ministri e dirigenti di partito. Al suo fianco c’era un’aristocrazia cittadina, formata da funzionari del sindacato e del partito collocati nell’apparato dello stato e nelle sue aziende, affiancata a sua volta da un’aristocrazia nazionale, costituita da funzionari che elargivano agli agricoltori i sussidi stanziati dall’Unione europea. Le istituzioni democratiche, in queste condizioni, in qualche modo funzionavano lo stesso, anche se chi godeva della benevolenza del re poteva ricevere poteri illimitati, mentre il notabile che cadeva disgrazia perdeva il posto con una sola parola del sovrano.

L’accordo con il partito al governo ha enormemente accresciuto il potere e i privilegi dei sindacati della funzione pubblica. I sindacati greci non hanno potere sui lavoratori del settore privato, ma hanno un potere pressoché illimitato nel settore pubblico, che permette loro di proclamare uno sciopero in qualsiasi momento, mobilitando una decina di migliaia di dipendenti pubblici. Le aziende non osano opporsi ai sindacati, temendo la collera dei partiti al governo.

Oggi la Storia sta presentando il conto ad Atene.

Tramonti romani

Il quadro del proprio paese dipinto da Markaris è impietoso. Raffigura il simulacro di una democrazia che dovrebbe farci riflettere. Somiglia, infatti, a ciò che noi siamo diventati negli ultimi 30 anni. In fondo il sistema greco di collocare uomini di fiducia del governo in carica nei posti chiave in cosa differisce, se non nel nome, rispetto allo spoil system nostrano? Non basta disporre del diritto di voto per ritenere di vivere in un paese realmente democratico. D’altronde anche nella Russia di Putin viene esercitato il diritto al voto, ma chi definirebbe quella russa una democrazia? Anche durante il ventennio mussoliniano i cittadini furono chiamati alle urne, nel 1929 e nel 1934, ma quei plebisciti di tipo bulgaro non hanno nulla da spartire con la democrazia. I partiti attuali, governati da un leader e dai propri colonnelli, hanno ben poco di democratico al loro interno: se i principi della democrazia non fanno parte del loro dna, come è possibile ritenere che i partiti siano in grado di applicarli al loro esterno?

L’agonia della prima repubblica dura ormai da vent’anni, un tempo in cui in troppi abbiamo accettato di essere progressivamente retrocessi da cittadini al rango di consumatori, ripiegandoci sempre più nella sfera privata. Riacquistare la nostra capacità critica verso ciò che accade intorno a noi è il primo passo per tornare ad essere cittadini. Non possiamo più accettare di ascoltare dichiarazioni inutili di sedicenti leader politici che hanno ampiamente dimostrato di non avere nulla da dire e dare ascolto a dei mezzi di comunicazione che troppo spesso si riducono a fare da megafono. Cominciamo a cercare le informazioni da tutte le fonti che possono consentirci di riflettere sul nostro passato e sul futuro che ci attende. Scrive Markaris, rivolto ai propri connazionali: “…saremo vittime della crisi: nel migliore dei casi per due generazioni e nel peggiore per tre. I veri perdenti di oggi sono i giovani. Ma domani sarà tutto il paese a crollare, perché nel giro di pochi anni mancheranno forze nuove”. Tutto ciò vale anche per il nostro paese: lasciare che tutto scorra non si può più.

Salvatore Aprea da www.lib21.org

Fatta l’Italia facciamo gli italiani (di Antonello Marasco)

Quale’ il più grande problema dell’Italia?

Ho riflettuto a lungo e poi, purtroppo, mi sono dato questa risposta: gli italiani!

150 anni di unità nazionale non hanno prodotto nel popolo italiano un senso di appartenenza nazionale, un attaccamento al bene comune. In parte siamo ancora legati a un sentire di tipo medievale dove le corporazioni, intese come gruppi di interesse slegati dall’interesse generale, impediscono lo sviluppo socio-economico di una nazione moderna.

Così il Paese non sa dove vuole andare perchè non ha un sentire comune, la “ barca” non viene spinta da tutti in una unica direzione, ma e’ tirata a sinistra e a destra con divisioni che si radicano nel popolo suddiviso in una miriade di categorie apparentemente in competizione l’una con l’altra. La divisione più grande, tuttavia, è quella fra lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, professionisti e imprenditori) e lavoratori dipendenti (operai e impiegati). Ora se ne sarebbe aggiunta un’altra, forse trasversale, quella dei pensionati il cui peso (e il cui numero) è così aumentato da farli apparire quasi l’ago della bilancia per le sorti dell’Italia. Conta molto, però, che all’interno di queste macro aree sussistano altre divisioni che rendono sempre difficile stabilire quanto ognuno debba ricevere e quanto debba contribuire al benessere nazionale. Purtroppo l’effetto di queste fratture e della ricerca dei bilanciamenti che funzionano meglio, spesso porta all’immobilismo. E questa è una caratteristica del nostro Paese unanimemente riconosciuta dagli osservatori stranieri.

Ecco cosa succede quando gli interessi particolari sono sentiti superiori al bene comune.

Intanto il mondo va avanti, ci sorpassa e siamo trascinati da correnti molto più grandi del nostro “piccolo” paese che poi tanto piccolo non sarebbe visto che riesce ad essere la settima (o ottava) potenza economica del mondo e che potrebbe porsi a livello mondiale come punto di riferimento culturale anche più di quanto non sia già oggi.

Mentre i giovani, le nostre menti migliori, troppe volte abbandonano il paese, non dobbiamo dimenticare di quanto siamo fortunati a essere nati su un suolo cosi bello e ricco che ha partorito menti eccelse e che ha prodotto opere non solo artistiche che le altre nazioni  guardano con ammirazione.

Purtroppo l’ammirazione non è destinata tanto agli italiani di oggi quanto all’Italia per ciò che ha saputo esprimere nel corso dei secoli. A volte sentiamo proprio il bisogno che qualcuno ci ricordi che siamo nipoti di Leonardo, Michelangelo, Galileo Galilei, Machiavelli, Dante, Leopardi, Garibaldi, Mazzini, Guglielmo Marconi e tanti altri che arrivano quasi ai giorni nostri.

Tanti altri talenti italiani hanno trovato all’estero la strada per esprimersi e non è questa la sede per indicarli. Basta sottolineare che dobbiamo liberarci dell’immagine che ci vuole tutti “figli” o imitatori di Berlusconi. E questo anche oltre la fine dei suoi tristi anni di governo.

Torniamo alla sostanza, a ciò che conta oltre le apparenze qui e altrove: la sola vera ricchezza sono i giovani con la loro intelligenza e vitalità. Loro hanno i mezzi e le capacità per scardinare il sistema; bisogna solo allevarli con cura, dare loro strumenti e occasioni, mentre la classe dirigente attuale per paura e miopia non fa altro che togliere risorse alle scuole, alle Università e alla ricerca.

Come cittadini italiani dobbiamo ancora  metabolizzare il fatto che le tasse non sono un sopruso dello stato che viene a metterci le mani nelle tasche, ma il giusto contributo che ognuno di noi versa nelle casse comuni per realizzare le opere e sostenere i servizi che mandano avanti la vita della nazione e di noi tutti.

Per questo ci vogliono buoni amministratori a tutti i livelli e la legalità come cardine della vita pubblica. Se pensiamo agli anni passati, gli anni delle cricche e dei festini, già questa sarebbe una rivoluzione. Un’altra la potremo fare noi tutti sentendoci cittadini cioè elemento fondante dello Stato.

Cosi, fatta l’Italia, faremo anche gli Italiani.

Antonello Marasco

Anche in Umbria arrivano gli scandali nella sanità? Il ruolo dei cittadini (di Annarita Cosso)

Ebbene sì, avremmo preferito non doverne mai scrivere, ma i fatti degli ultimi giorni ci dicono che anche in Umbria è scoppiato un caso di “sanitopoli”, definizione mutuata dalla ben più celebre “tangentopoli” che sta ad indicare la diffusione, a cavallo fra politica e amministrazioni pubbliche, di un malcostume fatto di piaceri, di gestione piegata ad esigenze personali, di affari privati trattati dai posti di potere di qualunque livello e tipo essi siano.

Le indagini della magistratura sono in corso ed è presto per pronunciare giudizi, sia di colpevolezza che di assoluzione. Ciò che è chiaro, però, e che emerge dalle intercettazioni che sono state divulgate sulla stampa (e meno male che ci sono e che sono rese pubbliche senza violare alcuna legge!) è che esiste un sistema di gestione del potere che è più forte delle “fedi” politiche e che tradisce una cultura dello Stato e una concezione della politica che non sono quelle che ci piacciono.
Non è mia intenzione impartire lezioni e sviluppare approfondite analisi. Desidero solo, oggi, scrivere delle brevi note a margine della “sanitopoli” umbra e porre qualche interrogativo che chiama in causa tutti noi.

Cosa succede  quando i cittadini, la politica e la pubblica amministrazione scambiano i diritti per piaceri ? Una domanda che rappresenta un paradigma fondamentale nel rapporto fra Stato e società che ci riporta al senso e alla funzione della politica. Il potere, che si esprime attraverso le istituzioni democratiche e gli apparati che da queste dipendono, esiste per far funzionare la pubblica amministrazione e raggiungere gli obiettivi che soddisfino l’interesse della collettività oppure quelli di gruppi ristretti che vivono su un sistema parassitario di scambio di favori ? 

Le indagini sono in corso, ma già si è capito che, anche in questo caso, ci si muove in quel consueto terreno posto al confine tra lecito e illecito che è fatto dal voto di scambio, dal  clientelismo e dall’assuefazione o dall’inclinazione a scambiare le pubbliche funzioni con gli affari privati senza curarsi dei comportamenti e delle regole.
Su questo, non sulle responsabilità personali che dovranno essere accertate, qualche riflessione occorre pur farla. Grande è lo sconcerto che si è diffuso, vergognoso il contenuto delle intercettazioni rese pubbliche, brutta l’immagine che ne emerge e tanti gli ipocriti giudizi che si sentono in giro. Dobbiamo domandarci se tutto ciò riguarda solo amministratori e assessori oppure dobbiamo dire qualcosa di più.
Non credo di dire nulla di originale se denuncio l’esistenza di un mondo nel quale tanti cercano di risolvere i loro problemi affidandosi alle “conoscenze” giuste.

Sono in lista di attesa e voglio anticipare una visita? Parlo con Tizio, uomo politico, e in un batter d’occhio anticipo.
Mio figlio non ha lavoro? “Ma perché tu che conosci tanta gente non cerchi di imbucarlo da qualche parte?”
Ho un pezzo di terra e ci voglio costruire? Prendo la tessera e poi con la santa pazienza comincio a tampinare , a sollecitare, a far presente il problema a chi ha il potere di decidere.

Perché dobbiamo parlare chiaro ed andare oltre la denuncia dei soliti politici o degli eventuali corrotti e dei dispensatori di favori? Perché se è insopportabile che i politici ricerchino il voto di scambio, è anche insopportabile che tanti fra noi, cittadini onesti, si siano lasciati corrompere così profondamente da questo sistema, da non poter più dare tutte le colpe solo agli altri.
Una persona che gode di un’ ottima posizione nella sua vita professionale mi diceva : “Ho fatto la campagna elettorale per XXX. Ma dopo non mi ha  aiutato a far carriera. Alle prossime elezioni non mi chiamassero; perché se  mi chiamano, metto in chiaro prima di tutto che voglio un passaggio di grado!!!”

E’ vero, noi stiamo dalla parte dei cittadini, sempre, perché è evidente di chi è la colpa primaria  di tanta corruzione dei costumi.
Però, se un politico è bravo “perché ci pensa lui al mio problema”, allora dobbiamo essere anche noi a lanciare un grido d’allarme e aver chiara la posta in gioco e la distinzione tra interesse generale e particolare.

Sappiamo che la questione non è dire : tanto lo fanno tutti.
Bisogna dare ai cittadini gli strumenti per contare; bisogna avere la consapevolezza di valere noi cittadini, semplicemente per come siamo e non perché conosciamo il politico di turno, bisogna impegnarsi per far prevalere una cultura di rispetto delle regole e dei valori senza i quali uno Stato non può reggersi. E se occorre battersi per dare una soluzione collettiva a problemi che ci riguardano in tanti dobbiamo farlo e non girare la testa dall’altra parte rifugiandoci in comodi ruoli di spettatori distratti o, peggio, di opportunisti profittatori. Non dobbiamo nemmeno, e qui parlo al vasto mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva (della quale dovrebbero far parte anche le organizzazioni territoriali dei partiti se vale ancora il loro ruolo costituzionale) accontentarci di gestire il nostro piccolo pezzo di attività godendo anche noi della condiscendenza di chi tiene in mano il potere.

Dobbiamo essere noi la coscienza critica, attiva e vigile, che partecipa e controlla e che sempre lo fa alla luce del sole e di fronte ai cittadini. Perché la politica non è quella che fanno gli specialisti: deve essere anche quella che noi sappiamo praticare con la nostra presenza. 

Questa è a mio parere la vera rivoluzione civica, di cui dobbiamo avere il coraggio di parlare

Anna Rita Cosso Segretaria regionale Cittadinanzattiva dell’Umbria