Ruolo dei partiti e referendum

Democrazia. Il Sì a Brexit è stata follia  o saggezza della folla?  Il problema non è se sia giusto tenere referendum su temi importanti, ma come si organizzano i dibattiti  che precedono il voto. È probabilmente in gioco un’idea di democrazia. Democrazia non è tanto e solo garantire a tutti libero accesso all’istruzione quanto dare a tutti delle buone ragioni per istruirsi. Così è democrazia non tanto e non solo garantire a tutti la libertà di voto quanto dare a tutti delle buone ragioni per andare a votare. Proviamo a vedere come.

brexitIl Sì a Brexit è espressione di follia o di saggezza della folla? La maggior parte dei commentatori italiani propende per la prima spiegazione, i leader dei partiti cosiddetti populisti per la seconda. Come stanno veramente le cose? Su Repubblica, Walter Veltroni conclude una intervista di commento affermando: «Il ricorso alla democrazia diretta come fuga dalla responsabilità della politica è sbagliato. Immagini se Roosevelt avesse promosso un referendum per chiedere se i giovani americani dovevano andare a morire per la libertà dell’Europa…». Sempre su Repubblica, il direttore Calabresi mette sullo stesso piano democrazia diretta e sondaggi in tempo reale per dire che «la febbre di oggi è la semplificazione», che pretende di risolvere magicamente i problemi” e che non ha «bisogno di esperti e competenze»; sul suo profilo Facebook, Saviano dice di non essere tanto sicuro che con Brexit abbia vinto il popolo, perché ricorda che il Popolo, nel 1938, acclamava «Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia». (Questo tipo di argomentazioni fa venire in mente il libro La pazzia delle folle, 1841, che racconta le illusioni collettive che sono alla base di gravi crisi finanziarie).

primarieVeltroni è comunque coerente con quanto da lui proposto negli ultimi dieci anni: semplificando grossolanamente: alle folle si può dare il compito di incoronare i candidati premier, i candidati sindaci e i segretari di partito attraverso le primarie (regolate per legge), ma la sinistra deve avere il coraggio di dare ai politici che governano maggiore capacità di decisione sulle altre scelte importanti. Secondo l’ex segretario del Pd, c’è bisogno di questa «soluzione governante non democratica» in quanto società, economia e comunicazione sono iperveloci, mentre la capacità di decisione della macchina democratica è iperlenta. L’architettura decisionale progettata da Veltroni non tiene però conto di diversi fattori, messi in rilievo dalla esperienza quotidiana e dalla letteratura scientifica, e cioè: 1) quando le decisioni politiche sono condivise dalla cittadinanza, esse trovano più veloce concreta attuazione di quando esse vengono prese dall’alto; 2) per decidere bene i politici devono avere una buona capacità di previsione, ma lo studio ventennale dello psicologo Philip Tetlock sulla capacità previsionale degli esperti mostra che quest’ultima è molto bassa e suggerisce ai leader di dotarsi di umiltà intellettuale; 3) in determinate condizioni le decisioni collettive sono più sagge di quelle dei cosiddetti esperti (La saggezza della folla, Surowiecki, 2005).

leader e follaRitornando a Brexit e non volendo entrare nel merito della decisione presa dagli elettori del Regno Unito, qui si vuole sottolineare che è superficiale l’analisi secondo cui il risultato del referendum si spiega con l’ignoranza e l’età dei votanti (leggasi: la democrazia diretta banalizza i problemi complessi, molto meglio la democrazia delle élite). Il problema non è se sia giusto o meno tenere referendum su tematiche importanti; ma come si organizzano i dibattiti che precedono il voto di questi referendum. Nei referendum popolari il dibattito avviene principalmente sui media.

Molto diversa da un punto di vista democratico sarebbe una situazione in cui, al posto dei referendum popolari, si organizzino consultazioni all’interno dei partiti politici: i dibattiti avverrebbero dentro i circoli locali dei partiti disseminati nel territorio nazionale, e potrebbero assumere la forma di discussioni deliberative ben strutturate e regolate: lavoro in piccoli gruppi, possibilità di ascoltare i pro e i contro delle diverse opzioni in campo, di fare domande agli esperti in plenaria, di approfondire attraverso materiale informativo bilanciato cartaceo/digitale, di interloquire e scambiare pareri con chi la pensa diversamente. A regolare il tutto sarebbero deputati i comitati rappresentativi delle opzioni in campo (nel caso di Brexit, un comitato per il sì e uno per il no), che avrebbero il compito di coordinarsi e di assicurare equilibrio nei dibattiti e correttezza nell’informazione.

partecipazione dei cittadiniIdealmente, in una democrazia del genere, i partiti avrebbero il compito di riacquistare il ruolo perso, di ascolto, analisi e sintesi dei bisogni di una parte della società, servendosi di tutti gli strumenti della democrazia deliberativa (Fishkin & Calabretta, 2012); i politici assumerebbero il ruolo di leader partecipativi, che in talune scelte conducono e in altre favoriscono la partecipazione; gli esperti metterebbero da parte un po’ di supponenza, aprendosi alle informazioni che non sono coerenti con le loro teorie; gli intellettuali avrebbero il compito di sottoporre le previsioni degli esperti a un processo di verifica; i cittadini sarebbero motivati ad assumersi le proprie responsabilità, a “studiare” le questioni complesse e a non scaricare tutte le colpe sui politici di turno; i giornalisti avrebbero il compito di svelare prima del voto le informazioni false al fine di propaganda… Sono ovviamente tutti bei propositi, ma come innescare un meccanismo virtuoso che ci aiuti a realizzarli? Al fine di riacquistare la legittimità perduta (vedi Ignazi, 2014), lo dovrebbero innescare gli stessi partiti, consultando i propri iscritti/elettori sui temi più controversi, importanti e dibattuti. Non si tratterebbe di democrazia diretta, ma di democrazia rappresentativa che in alcuni casi si fa partecipativa e deliberativa (Doparie, dopo le primarie, Calabretta, 2010; Democrazia, Petrucciani, 2014).

La realtà è molto diversa: più che alla rinnovata adesione a un grande progetto di democrazia, pace e prosperità, i ragionamenti di chi invitava a votare «remain» hanno richiamato alla mente il celebre invito a votare Dc col naso turato di Indro Montanelli (leggi Zizek su Internazionale e Parks sul NYTimes).

In questi anni di crisi economica e di globalizzazione sfrenata, il grave deficit di democrazia a livello nazionale e soprattutto europeo non ha offerto alternative all’elettore comune per poter esprimere il suo disappunto se non con l’astensionismo (di cui i politici continuano a non curarsi) o con la rabbia. Solo ascoltando e facendosi influenzare deliberatamente dalla folla (divisa in tanti piccole folle nei dibattiti partitici locali), le élite riusciranno a riprendere il contatto con la gente comune e il senso comune (che secondo la interpretazione di La Capria non è l’opinione corrente, ma implica una ragionevolezza critica); solo sentendosi ascoltata e considerata, e non solo contata, la gente comune penserà di avere almeno un qualche controllo sulla propria vita e potrà essere un po’ felice.

Raffaele Calabretta e Filippo La Porta (articolo pubblicato su il Manifesto)

Il Presidente della stabilità. Che non basta più

Napolitano e la stabilitàNapolitano si dimette e conclude nove anni nella carica di Capo dello Stato. Tanti i giudizi finali e molte di più le polemiche che hanno accompagnato il suo mandato. L’accusa più infondata e, tutto sommato, stupida è che egli abbia abusato dei suoi poteri andando oltre i limiti costituzionali. Ciò, semplicemente, non è mai avvenuto dato che le scelte di sciogliere oppure no le Camere, di nominare un Presidente del Consiglio piuttosto che un altro, di firmare le leggi ed altro sono sempre avvenute nel rispetto delle prerogative costituzionali del Capo dello Stato.

Napolitano non ha mai nascosto la sua preferenza per le larghe intese e per la stabilità che evitasse elezioni anticipate e traumi per un Paese fragile ed esposto agli attacchi dei mercati finanziari, ma non avrebbe mai potuto imporre la sua volontà contro i partiti. È singolare che le critiche lo colpiscano per scelte che sono sempre state sostenute da maggioranze parlamentari. Fu così, per esempio, col governo Monti quando Pd e Pdl innanzitutto accettarono di far parte della maggioranza parlamentare e nessuno chiese nuove elezioni. Sarebbe bastato che il Pd si fosse impuntato e il governo Monti non sarebbe mai nato. E fu così per il governo Letta che seguì la sciagurata vicenda delle votazioni per il Presidente della Repubblica. Qualcuno si spinse, allora e lo va ripetendo anche adesso, a dire che Napolitano avrebbe tramato per farsi rieleggere. Una fesseria colossale. È proprio vero che lo stupido guarda il dito e non la luna che sta indicando.

attacchi a NapolitanoContro Napolitano si sono scatenati attacchi esagerati e persino isterici che, stranamente,  si sono rivolti con toni più moderati alle forze politiche protagoniste delle scelte di governo la cui responsabilità veniva scaricata quasi per intero sulle spalle del Presidente.

Napolitano è diventato, a un certo punto, il parafulmini su cui scaricare tutte le frustrazioni di un sistema malato e di partiti incapaci di assolvere alla loro funzione.

Che lui sia sempre stato per una stabilità fatta di diplomazia, prudenza, conservatorismo degli equilibri raggiunti nello status quo è cosa arcinota. La figura di Napolitano è sempre stata quella dell’uomo di stato e non di partito. Più che leader politico è stato uomo delle istituzioni e ha rappresentato nel percorso del comunismo italiano un approccio riformatore lento, progressivo, rispettoso delle compatibilità e delle gerarchie. Il medesimo approccio che ha portato nei suoi incarichi istituzionali. Inoltre, sia come leader politico che come uomo di stato, ha sempre avuto ben presenti le molteplici dimensioni della presenza italiana in Europa e nel mondo che dovevano fare i conti con un’arretratezza storica ed un’immaturità di lento recupero. Forse per questo ha sempre diffidato dai “salti” e dai traumi per superare gli ostacoli e abbreviare i tempi preferendo la lentezza alla velocità, la cautela all’azzardo.

ruolo dei partitiCome Presidente della Repubblica avesse avuto intorno forze politiche determinate e in grado di assumere la guida del Paese avrebbe svolto con più serenità la sua funzione di riequilibratore e di moderatore. Gli è toccato, invece, supplire all’incapacità dei partiti e lo ha fatto nell’unico modo possibile per la sua storia e per le funzioni che svolgeva. Non si può imputare a lui ciò che è andato storto in questi anni di vuoto di leadership politica. Per questo chi se la prende solo con lui non si rende conto di coprire i veri responsabili dei guai che stiamo passando.

Ciò detto bisogna anche dire che la stabilità non può più essere il progetto politico su cui basare il cambiamento. E la prudenza e l’equilibrio che può esprimere un Capo dello Stato non possono diventare l’orizzonte in cui si chiude il governo dell’Italia. E’ sperabile che non sia eletto un nuovo Napolitano o che, almeno, i partiti riprendano a svolgere la loro funzione di guida politica del Paese senza ripresentarsi in stato confusionale a rimettere le scelte politiche nelle mani del Presidente della Repubblica chiunque egli sia.

Napolitano si dimette non solo per l’età eccezionalmente avanzata, ma anche perché ha compiuto la sua funzione, ha fatto il suo tempo ed oggi occorre un cambiamento

Claudio Lombardi

L’ideologia dell’antipartito. Intervista a Salvatore Lupo

Pubblichiamo stralci di un’intervista di Simonetta Fiori a Salvatore Lupo

«L’antipartito? Non è la soluzione ma il problema. Sono convinto che molte tendenze degenerative non siano state conseguenza di “un eccesso di partito”, ma al contrario della presa sempre più debole dei partiti sulla società italiana»

partito e antipartito“Un’ideologia” – l’antipartito – che sin dal fascismo si estende prepotentemente nel sottofondo della storia nazionale, fino a esplodere nel 1993 con la retorica della nuova politica contrapposta alla vecchia – vedi Lega o Forza Italia – ora ripresa quasi in fotocopia dal Movimento 5 Stelle. Un fiume sotterraneo che invade luoghi inaspettati, come la destra eversiva e la P2, le mafie e la nuova camorra organizzata, ma anche – su un versante opposto – il movimento del Sessantotto e più di recente il «partito dei giudici». Con conseguenze talvolta simili, nell’arco degli ultimi vent’anni, «perché i propugnatori del cambiamento hanno dimostrato analoghi se non maggiori difetti della tanto detestata partitocrazia: partiti personali o neopartiti che – sventolando il vessillo della novità e della società civile – sono stati assai meno incisivi dei partiti tradizionali».

Nostalgia per i vecchi partiti? « No, nessuna nostalgia. Però dobbiamo levarci gli occhiali con cui negli ultimi vent’anni abbiamo guardato la storia repubblicana. Non solo nei primi decenni le forze politiche furono in grado di rappresentare davvero l’Italia reale, ma anche negli anni Settanta – a dispetto delle tesi storiografiche prevalenti – fecero cose fondamentali come la riforma delle pensioni, della sanità, della psichiatria, il nuovo diritto di famiglia, e molto altro ancora. E aggiungo: non è forse un caso che tra le rovine fumanti dell’attuale scena pubblica il massimo leader morale, il presidente della Repubblica, sia figlio di quella storia, una personalità cresciuta nel “partito più partito” di tutti».

grillo vaffaLei rintraccia un’analogia con i 5 Stelle. «Grillo porta all’esasperazione i toni dell’antipartito, riprendendo la retorica dei neopartiti: i partiti tradizionali fanno schifo, noi siamo un’altra cosa. Pretende di incarnare il nuovo e ripete slogan coniati dai manifestanti di vent’anni fa. “Arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano”, è un’espressione usata dai militanti neofascisti davanti a Montecitorio nel 1993. E poi ritorna la mistica della società civile, una formula fin troppo abusata nell’ultimo ventennio»….Questi movimenti non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto “partiti”, ma si pensano come totalità. Noi siamo la società civile – e dunque l’insieme delle persone perbene – voi no. Ora questo procedimento diventa inquietante quando coinvolge la magistratura, che è un potere dello Stato, e dunque non dovrebbe per principio prendere parte».

Di solito l’origine dell’antipartito viene collocata nel movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, tra il 1944 e il 1946. Lei risale ancora più indietro, a Giuseppe Bottai. «Bottai fu il primo a cogliere dentro lo stesso fascismo la dinamica tra antipartito e iperpartito: prima la diffidenza verso il Pnf, sospettato di riprodurre il vecchio mondo prefascista delle parti, poi la sopravvalutazione di quel partito unico che si identifica con lo Stato, ed è qui la nascita del regime.

Questa doppia pulsione la ritroveremo in età repubblicana, specie a destra, con la liquidazione dei partiti come principale ostacolo nel rapporto tra popolo e sovranità».

Tra i più tipici rappresentanti dell’antipartito, negli anni Cinquanta, lei include personalità diverse come Indro Montanelli ed Edoardo Sogno: tutti artefici in vario modo di oscure trame anticomuniste. «Sì, sospettavano che gli scrupoli legalitari della Dc – che si rifiutava di mettere fuori legge i comunisti – dipendessero da solidarietà partitocratiche. E il loro arcinemico era l’iperpartito per eccellenza, il Pci. Non è un caso che l’antipartito fosse diffuso soprattutto nelle correnti culturali e politiche della destra».

Può sorprendere che in questa genealogia dell’antipartito lei arruoli anche la P2, la loggia massonica di Gelli.

«Senza però sposare tesi complottiste. Non penso infatti che la P2 sia stata la centrale dello stragismo, piuttosto un importante campo di comunicazione tra membri dell’establishment. La loggia massonica si proponeva come un pezzo importante della destra che non riusciva a farsi partito.

Se si va a rileggere i documenti della P2, colpisce il tono critico al “professionismo politico corruttore”, “incapace di esprimere gli interessi della società“».loggia P2

Lei sostiene che lo stesso Grillo, pur totalmente estraneo alla loggia, sia consapevole della curiosa parentela. «È stato lui a dichiarare: “Vedete, io ho messo su una piccola P2 sobria e trasparente. La piduina degli aggrillati”. La sua è una provocazione, ma mostra di saper bene che la loggia massonica fu una forma di antipartito».

Continuando in questa storia nera, tra le forme di antipartito lei inserisce anche la mafia e le Brigate Rosse.

«Sì. Per la mafia occorre una distinzione: fino a un certo punto rappresentò una struttura di servizio per la macchina politica, poi si mise in proprio per una drammatica scalata al potere in concorrenza con i partiti».

Ma sarebbe sbagliato liquidare l’antipartito come pulsione storicamente antidemocratica.

«Sbagliato sì, anche perché è esistito un antipartito di tutt’altro segno, di radice azionista o liberaldemocratica. Ed era antipartito anche il Sessantotto. Quel che però viene fuori è che la retorica antipartititica è vecchia quanto è vecchio il Novecento, seppure più robustamente fondata negli anni Novanta del secolo scorso. E il fatto che oggi Grillo ripeta slogan del ’93 rivela il carattere fumoso e inconcludente di queste formule.

L’antipartito non ha mai portato da nessuna parte. E più che distruggere i partiti, dovremmo oggi preoccuparci di rifondarli daccapo».

Il testo integrale dell’intervista su Repubblica del 26 aprile 2013

Quali liste civiche? Intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. La risposta alla terza domanda. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La prima la leggete qui (http://www.civicolab.it/?p=3851) e la seconda qui (http://www.civicolab.it/?p=3853).

Dopo le precedenti risposte torniamo ancora sul rapporto fra politica e cittadinanza attiva. La politica dovrebbe essere sintesi degli interessi particolari e loro riconoscimento in un disegno generale di governo della società. Abbiamo detto che i cittadini attivi devono partecipare attraverso le reti civiche alle decisioni politiche e al controllo sulla loro attuazione. Come si può conciliare la molteplicità dei punti di vista che essi esprimono con la necessità di una visione più ampia che ne faccia la sintesi ? Alcune risposte a questo interrogativo sono già state date. Per esempio le liste civiche o particolari procedure di coinvolgimento dei cittadini contenute in varie norme (bilancio partecipato, comma 461 sui servizi pubblici locali ecc) che, però, sono poco conosciute e praticate.

Questa è una cosa molto complessa e bisogna decidere da dove partire cioè cosa viene prima e cosa dopo.

Prima di stabilire quali siano i giusti metodi c’è bisogno di superare l’emergenza della democrazia negata. Bisogna prima di tutto dare accesso ai cittadini alle dinamiche di scelta della classe dirigente che avviene per l’appunto in base alla credibilità di ogni singola proposta. Solo successivamente si potrà discernere il metodo più adatto a fare sintesi.

Ad esempio le primarie che ha fatto il PD hanno fatto chiarezza più di quanto non potesse fare l’investitura a Bersani decisa semplicemente dall’Assemblea nazionale del partito. E, comunque, le primarie se pur positive, non bastano da sole. Ma è un apprezzabile, timido tentativo di cambiare la situazione.

In ogni caso, prima di ogni cosa bisogna cambiare la legge elettorale ed introdurre le preferenze. Questo è il primo passo, altrimenti la polveriera su cui siamo seduti monterà sempre più forte e maggiori saranno i danni di un’inevitabile deflagrazione.

(intervista a cura di Angela Masi)

Le cause della crisi italiana (di Nicola Tranfaglia)

C’è ancora un’imperfetta consapevolezza, tra gli italiani, sul carattere complessivo – insieme economico-sociale, culturale e politico – dell’attuale crisi dell’Italia contemporanea. Per rendersene conto basta leggere la stampa quotidiana e periodica o, ancora meglio, ascoltare uno dei tanti telegiornali che si dedicano a queste analisi, invitando di solito esponenti della classe politica o del ceto imprenditoriale. Ma, dal punto di vista storico che oggi ci interessa in maniera particolare, possiamo dire quali sono le ragioni della grave crisi che attanaglia il nostro paese?

Tento di farlo in uno spazio ristretto, salvo ritornare in una prossima occasione sull’argomento che, da qualche anno, ci vede tutti coinvolti.

La prima ragione è di sicuro la contraddizione di fondo tra l’arretratezza dello Stato e l’attuale società economica e sociale.

Settant’anni fa (e gli storici di quel periodo sono tutti d’accordo sul problema, quando venne fondata, dopo la seconda guerra mondiale, la democrazia repubblicana) non si ebbe né la forza né la capacità di creare un nuovo Stato, inteso come apparato pubblico complessivo, e i principi costituzionali, approvati alla fine del 1947, sono rimasti finora in gran parte lettera morta. Sicché si restò alle vecchie strutture statali presenti nell’Italia liberale e fascista come se non fosse successo nulla di nuovo e questo ha costituito una grande palla al piede per la nostra repubblica.

Le responsabilità sono essenzialmente delle classi dirigenti italiane e dei principali partiti politici, la Democrazia Cristiana e i partiti laici da quello liberale, al repubblicano al socialdemocratico e al socialista, che hanno governato il paese per gran parte del periodo storico che abbiamo alle spalle fino all’irruzione clamorosa del leader populista Silvio Berlusconi che ha guidato, per quasi vent’anni, la nostra povera Italia. Ma anche gli esponenti decisivi dell’opposizione comunista hanno le loro responsabilità, come avviene sempre di fronte ai problemi capitali di un popolo.

La seconda ragione che mi sembra di dover indicare è quella economica, e soprattutto dei mutamenti che su questo piano sono avvenuti a livello continentale e mondiale.

La più rapida circolazione delle merci e degli uomini che si è stabilizzata nell’ultimo trentennio ed ha abbattuto le vecchie barriere nazionali ha avuto come effetto l’emergere netto del passo più rapido di paesi come la Germania e gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e di Cina e India in quello orientale.

Il fenomeno diventerà più evidente nei prossimi anni ma è già abbastanza chiaro. L’Italia, ancora una volta, è stato l’anello debole del sistema capitalistico occidentale proprio per l’imperfetta modernizzazione che ne ha caratterizzato la storia nel lungo periodo repubblicano ed oggi ne paghiamo le dure e amare conseguenze.

La terza ragione che è necessario indicare è la profonda crisi morale e civile che ha caratterizzato l’ultimo ventennio a causa dell’incapacità delle nostre classi dirigenti di rinnovarsi e portare sulla scena persone oneste e competenti.

Questo è avvenuto con maggior evidenza nella parte conservatrice e reazionaria dell’orizzonte politico ma, di fatto, è accaduto in tutto lo schieramento, anche nella sinistra.

La fine delle vecchie ideologie generali, che hanno avuto luogo essenzialmente con la caduta del comunismo sovietico alla fine degli anni ottanta del Novecento, ha segnato in Italia forme di smarrimento e di incertezza politica che non si sono esaurite e che portano, ancora oggi, all’emergere di leader, a destra come a sinistra, che privilegiano di gran lungo la tattica rispetto alla strategia politica.

Questo modo di procedere ha favorito, a sua volta, il grande successo del populismo (di cui Berlusconi è stato l’assoluto protagonista) ma che è tuttora presente anche in altre forze politiche del centro-destra, come del centro-sinistra.

Questo aspetto deve esser superato se vogliamo ritornare a una democrazia moderna come è quella invano disegnata fin dal 1948 nella nostra costituzione repubblicana.

Qualcuno dirà che questo potrà avvenire con le prossime elezioni politiche generali previste per il prossimo anno. Ma io conservo al riguardo alcuni dubbi che elenco in maniera sintetica: come potremo avere una classe politica diversa se i partiti non diventeranno di nuovo centri di elaborazione culturale e politica, come sono stati nei primi vent’anni dell’Italia repubblicana? E come potrà avvenire un simile mutamento se i partiti continueranno a scegliere i propri candidati alle assemblee elettive sulla base della docilità e sottomissione ai capi piuttosto che su quella del merito e della competenza culturale degli individui?

A questi interrogativi che ho fatto in molte occasioni alla classe politica attuale non ho ricevuto finora risposte chiare e soddisfacenti e in mancanza di esse sarà molto difficile sperare che le cose cambino e si arrivi a risolvere la crisi morale e culturale che oggi, più che mai, attanaglia l’Italia.

Nicola Tranfaglia da www.lib21.org

Il paradosso della democrazia dai conti pubblici alle sfide del mondo globalizzato (di Claudio Lombardi)

Interessante analisi di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace su Repubblica-affari e finanza di oggi. Il tema è l’effetto delle politiche dei governi Berlusconi negli ultimi dieci anni sull’entità del debito pubblico, sulla crescita del Pil, della spesa pubblica e del prelievo fiscale.

I numeri del rapporto debito pubblico/PIL  parlano chiaro. Si parte dal 2000 con il 109,2%, nel 2001 siamo al 108,8%, nel 2002 al 105,7%, nel 2003 al 104,4%, nel 2004 al 103,9%, nel 2005 si risale al 105,9% e nel 2006 al 106,6%.

Prendendo in considerazione gli anni del governo Berlusconi 2001-2006, anni di stabilità politica e di favorevoli condizioni economiche (la prima crisi negli Usa inizierà nella seconda metà del 2007), si passa dal 108,8% al 106,6%, ovvero il debito diminuisce in rapporto al Pil del 2,2%. Poco, molto? Considerando un ampio arco di tempo, la stabilità politica e le condizioni dell’economia e mettendo a confronto tutto ciò con le precarie condizioni della finanza pubblica italiana  che, all’avvio dell’euro, non rispettava assolutamente il parametro del 60% del rapporto debito/Pil fissato nei trattati, ma si era impegnata a ridurlo progressivamente, si può tranquillamente affermare che il risultato di cinque anni di governo è stato nettamente insufficiente.

Se poi si guarda agli anni successivi si constata che questo giudizio è fin troppo ottimistico.

Nel 2007 il rapporto debito/Pil va al 103,6% con una diminuzione, in un solo anno, del 3%. Cosa era successo? Era cambiato il governo nel corso del 2006, si era formato il governo Prodi che, pur gravato da una scarsissima maggioranza e minato dai contrasti interni, riuscì ad invertire la rotta e a raggiungere quel risultato straordinario.

Nel 2008 la coalizione di Berlusconi vince di nuovo le elezioni e il debito ricomincia subito a salire: 106,3% nel 2008, 116,1% nel 2009, 119,1% nel 2010 e nel 2011 le stime indicano una crescita ben più pesante. In pratica, in pochi anni, il debito pubblico italiano è diventato una palla al piede per l’Italia e per l’intera Europa e questo per l’inettitudine conclamata della maggioranza di centrodestra che ha disseminato il suo cammino di frottole e illusioni, ma ha causato un danno reale gravissimo agli italiani con un malgoverno simile a quello conosciuto negli anni peggiori di tangentopoli. La formula magica è stata: illudere la massa con provvedimenti truffaldini come l’abolizione dell’ICI (pagata comunque con il dissesto delle finanze locali) ed esibendo un ottimismo becero che non aveva nessun fondamento nella realtà; e lasciare campo libero nella gestione del denaro pubblico e degli apparati pubblici alle cricche e agli incompetenti.

Ormai si è capito che la crisi è stata l’occasione per nascondere un bel po’ di malefatte a cominciare dall’assoluta incapacità di guidare il Paese nello sfruttamento delle sue potenzialità economiche. Non a caso il Pil nel decennio 2001-2010 è cresciuto in media dello 0,4% l’anno mentre negli altri paesi europei a noi paragonabili la crescita è stata sempre oltre il doppio di quella italiana (media UE 1,4%).

Come ricordano gli autori dell’articolo “se vi è stato un miracolo di Berlusconi in Italia, è stato quello di avviarne in maniera inarrestabile il declino economico”. Anche i dati sul prelievo fiscale confermano che si è fatto il contrario di quello che è stato fatto credere agli italiani: in un decennio il gettito fiscale è aumentato del 33,7%, ben l’11% in più dell’incremento dei prezzi. La stessa cosa è accaduta con la spesa pubblica aumentata del 46,5% fra il 2000 e il 2010 (da 542 mld di euro a 794 mld di euro).

Bonafede e Di Pace concludono l’analisi con una considerazione amara: “insomma, l’imprenditore che si era presentato agli italiani come l’homo novus della politica, capace di rimettere a posto i disastrati conti dell’Italia, in realtà è stato l’ennesimo assaltatore della diligenza della spesa pubblica, tanto da dare quasi il colpo di grazia alle nostre finanze”.

Una considerazione ancora più amara deve essere fatta sulla politica. Chi si illude che le classi dirigenti che detengono nelle loro mani i poteri che in democrazia vengono concessi a chi riscuote il consenso degli elettori agiscano sempre per il bene della collettività si sbaglia di grosso.

Croce e delizia di ogni democrazia è la ricerca del consenso. Non se ne può fare a meno ovviamente, ma crea le occasioni perché la selezione dei rappresentanti politici non si faccia sulla capacità di governare, sulla lealtà e sulla qualità dei programmi. Troppo spesso, infatti, il rapporto con i cittadini è basato su illusioni e promesse irreali oppure sulla cultura dello scambio di favori che permette ai politici di fare quello che vogliono in cambio della soddisfazione di interessi personali degli elettori.

In tutti i casi la conseguenza sarà la selezione dei peggiori fra i rappresentanti politici che si faranno forti della mancanza di cultura democratica e della prevalenza dell’individualismo egoista sugli interessi della collettività.

È stata già osservata la stranezza del caso italiano che porta ad escludere dal governo i partiti quando si verificano situazioni di emergenza quasi si trattasse di ostacoli alla soluzione dei problemi. I governi tecnici nascono sempre dal fallimento della politica rappresentata dai partiti e gettano un’ombra sinistra sulla salute del nostro sistema democratico.

Anche guardando a quel che accade in altri paesi occidentali si ha l’impressione che i tradizionali percorsi di formazione del consenso non bastino più. Il mondo oggi è più complicato per tutti e non si può tornare al passato quando ogni Stato faceva per conto suo difendendo la sua moneta, i suoi commerci, le sue conquiste coloniali (quando c’erano) e ogni tanto scoppiava una guerra per sistemare le controversie più difficili. Dopo la seconda guerra mondiale, con la terra piena di armi atomiche e con nazioni di quello che era il terzo mondo che sono diventate potenze economiche e militari mondiali, con l’interdipendenza fra le economie quell’assetto porterebbe al disastro anche più rapidamente che nel passato. Per questo il consenso basato sulle semplificazioni e sulle illusioni oggi è un pericolo.

Una vera cultura democratica è quella che mette i cittadini in grado di capire e di valutare  le strategie che vengono proposte e l’impatto delle politiche che vengono praticate. La partecipazione serve a questo e costituisce una grande riserva di intelligenza e di competenza senza le quali nessuna elite per quanto preparata riuscirà a superare i paradossi della democrazia che vive di consenso,  ma dal consenso sbagliato può essere distrutta.

Claudio Lombardi

O nuova democrazia o videocrazia ? (di Claudio Lombardi)

“Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.”

Con queste frasi Mario Monti nel suo discorso programmatico al Senato ha delineato l’epitaffio del berlusconismo come degenerazione dei “vizi “ del sistema Italia e ha indicato in che misura la crisi della politica abbia minato la sua capacità di prendere la guida del Paese in un momento di emergenza. Quasi scusandosi ha, in realtà, asserito che proprio il governo in cui non ci sono esponenti di partito si assume il compito di riconciliare i cittadini con le istituzioni e con la politica.

Da qui deve partire una riflessione seria perché è un caso isolato nel contesto occidentale (Grecia esclusa) che i partiti divengano un ostacolo al governo dello Stato.

Se guardiamo al passato troviamo altri momenti nei quali soltanto mettendo da parte i partiti (o la guida del governo oppure tutti i suoi membri) si è riusciti a superare momenti drammatici nella vita della nazione. E ogni volta che si presentano periodi difficili nei quali i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione faticano a trovare una via d’uscita si invoca o si minaccia un governo tecnico.

Piuttosto strano visto che la Costituzione sembra prevedere che solo i partiti siano il canale attraverso il quale i cittadini possano partecipare alla vita politica (art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”). D’altra parte sono i partiti che si presentano alle elezioni, fanno eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento, danno vita alle maggioranze che esprimono i governi e che, naturalmente, ne indicano la composizione (anche se non vi è alcuna norma costituzionale che stabilisca questo vincolo). Per questo sono possibili i cosiddetti governi tecnici che, in realtà, sono governi non nati dai partiti che trovano la loro maggioranza in Parlamento. Maggioranza politica ovviamente.

Nell’ultimo anno abbiamo avuto altri casi di emarginazione dei partiti dall’iniziativa politica che ha determinato grandi novità nel Paese.

I tre referendum sui servizi pubblici locali (acqua innanzitutto), sul legittimo impedimento e sul nucleare sono stati promossi con la partecipazione di un solo partito presente in Parlamento e con la partecipazione assolutamente non preminente di altri che ne stanno fuori. Le elezioni dei sindaci a Milano e Napoli si è svolta sotto la pressione di movimenti e comitati che hanno, di fatto, imposto i loro candidati. Il milione e duecentomila firme sul referendum elettorale che cambierà l’equilibrio politico in Italia si è svolta quasi tutta ad opera di organizzazioni della società civile.

Che sta succedendo alla politica e ai partiti?

Sembra chiaro che la politica si sta trasformando con il massiccio ingresso della società civile non solo con le organizzazioni, ma anche con la partecipazione di milioni di singoli cittadini che, attraverso i social network, influenzano l’opinione pubblica in maniera inimmaginabile anche solo 5 anni fa.

Anche da parte delle organizzazioni della società civile inoltre c’è una focalizzazione su obiettivi, temi e campagne che non c’era nel passato. Sembra quasi che abbiano deciso di non aspettare più l’iniziativa dei partiti e di fare da sole. Chi c’è c’è, gli altri li cercheremo strada facendo, questa sembra la loro filosofia.

Fin qui si potrebbero tradurre questi fenomeni in una lentezza dei partiti tradizionali sostituita dalla velocità di altri soggetti. C’è, invece, dell’altro. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio il cui fondatore oggi siede nel governo fa politica oppure no? A me sembra di sì. Qualcuno potrebbe dire: ma chi li ha eletti? Facile la risposta: si sono eletti da soli con le opere che hanno compiuto e con il seguito che hanno acquisito.

Quanti altri casi Sant’Egidio ci sono in Italia? Probabilmente tanti, impegnati in settori diversi e che da tempo hanno rinunciato a lavorare in silenzio e, sempre più spesso, decidono di comunicare direttamente il loro pensiero sulle scelte migliori nel campo di cui si occupano. Per esempio il Centro Astalli, emanazione dell’Ordine dei Gesuiti, lavora per accogliere ed assistere i rifugiati politici e si fa sentire con comunicati e conferenze stampa sulle scelte politiche dei governi relative all’immigrazione. È una novità che nel passato non c’era. Perché?

Citiamo un altro caso: Cittadinanzattiva. Da molti anni è impegnata nel campo delle politiche pubbliche (sanità, scuola, servizi pubblici, Europa e giustizia), dispone di una presenza territoriale articolata per reti e si esprime con campagne su singoli temi e, soprattutto, con la pratica della valutazione civica che non è altro che un monitoraggio sistematico sulle politiche ministeriali, regionali e locali viste attraverso i loro effetti sui servizi resi ai cittadini.

Fa politica Cittadinanzattiva? Sì, ovvio, ma non presenta liste e non fa eleggere nessun suo rappresentante.

Parliamo delle associazioni ambientaliste (quelle che non hanno dato vita a partiti) e dei consumatori? Vale lo stesso discorso: fanno politica. Non cito tutti gli altri casi, ma sono veramente tanti. Cosa li accomuna tutti? Il fatto che abbiano bisogno di un mediatore per arrivare ad incidere sulle scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Il mediatore è il partito. Così come lo è per le categorie sociali organizzate, per i gruppi economici, per i sindacati. Il partito mediatore e interprete.

Sarebbe uno schema semplice se non presentasse diversi inconvenienti. Innanzitutto l’orientamento alla conquista del potere che ogni partito si trova nel suo DNA e che lo condiziona moltissimo. Poi un partito agisce, di solito, attraverso le sue rappresentanze istituzionali e non agisce direttamente sui temi che nascono dalla società e che gli vengono proposti dalla società civile. inoltre le scadenze di un partito sono quelle delle campagne elettorali il che comporta un orizzonte temporale molto breve. Infine, nessuno può sbloccare una situazione bloccata nelle istituzioni di vertice dello Stato perché sono le depositarie della sovranità e se uno o più partiti s’impuntano le istituzioni restano bloccate. Il caso del governo Berlusconi è emblematico tanto è vero che la successione delle dimissioni originate dalla perdita della maggioranza alla Camera e della nomina di Monti (che, comunque, adesso ha ricevuto la fiducia della maggioranza del Parlamento), ha fatto gridare alla sospensione della democrazia e addirittura al golpe del Presidente della Repubblica.

Bastano questi punti per porsi una domanda: se i partiti possono diventare un ostacolo per la democrazia e per la politica con cosa li sostituiamo? La risposta è difficile, ma, comunque, non si tratta di sostituzione bensì di integrazione e di meccanismi che vadano oltre la mera nomina attraverso elezioni. Si tratta anche di meccanismi che favoriscano l’emarginazione dei partiti macchine di potere ovvero di quei partiti che puntino tutto sul loro ruolo di mediatori strapagati fra società ed istituzioni. Attraverso la trasformazione della politica in funzione sociale diffusa si potrà favorire questo processo insieme alla strutturazione della partecipazione che leghi la presenza del singolo cittadino al funzionamento di uno o più servizi sottratti al controllo diretto della politica o del mercato. E non solo di questo si tratta ovviamente perché la partecipazione deve condizionare la politica fino al governo nazionale con meccanismi strutturali.

Non è questa la sede per cercare tutte le risposte, ma solo per segnalare un tema da sviluppare. Ciò che conta è che si diffonda prima la cultura della partecipazione alla politica che prepari il terreno ai successivi cambiamenti istituzionali.

Questo evidentemente è compito di chi opera già oggi nella società civile, dei partiti più sensibili e di quanti si dedicano per professione o vocazione all’elaborazione del pensiero politico. Importante è essere consapevoli che siamo giunti al limite delle possibilità di questo assetto delle democrazie occidentali e che un passo avanti si farà se ci saranno i soggetti convinti di farlo. Altrimenti si andrà indietro, magari verso quella videocrazia che abbiamo sperimentato solo in parte in Italia negli ultimi venti anni.

Claudio Lombardi

Il problema siamo noi (di Claudio Lombardi)

Dunque i problemi non erano risolti, la solidita’ dell’Italia non era quella sbandierata dal Governo, i conti dello Stato non mettevano al sicuro i portafogli degli italiani nei quali gia’ poche settimane fa si era deciso di mettere le mani e che adesso ci si prepara ad alleggerire in maniera decisa.
Ripensare adesso alle rassicuranti dichiarazioni degli anni passati quando si affermava con sicumera che la crisi non ci riguardava e che era, addirittura, un problema psicologico fa rabbia e dovrebbe portare ad una immediata ribellione nei confronti di chi ci ha preso in giro. Se cio’ non accade non e’ strano tanto e’ vero che, senza alcun pudore, si riparla ora di sacrifici dolorosi, ma necessari esattamente come se ne parlava in tutte le crisi precedenti. Il problema non e’, infatti, che il Governo ancora in carica ci ha presi in giro perche’ questo e’ cio’ che e’ accaduto molte altre volte nella nostra storia con l’eccezione di quei pochi momenti nei quali la politica e i governi si sono messi alla testa della nazione producendo risultati straordinari.
Il problema e’ che gli italiani si sono sottomessi a gruppi politici che sempre piu’ somigliano e si manifestano come associazioni a delinquere o di affaristi, parassiti, imbroglioni, sfruttatori e sabotatori delle risorse pubbliche.
Esagerazione? Non sembra proprio viste le continue inchieste della magistratura che coinvolgono esponenti politici di primo piano come e’ accaduto nei giorni scorsi con le cosiddette P3 e P4 e con i casi Papa e Milanese e, da ultimo, Tedesco. Sono tutti cosi ? No ovviamente, ce ne sono tanti che fanno del loro meglio, ma non prevalgono sugli altri. E poi: quanti mettono le istituzioni e i cittadini al primo posto e il partito all’ultimo?
Pensate un po’, tutto quello che si sa oggi lo si deve ai magistrati; proprio a quella magistratura che Berlusconi, pluriimputato di svariati reati comuni, vorrebbe mettere a tacere e privare di essenziali strumenti di indagine. Come si fa a negare che gente di malaffare si e’ impadronita di una parte della politica e delle istituzioni e lotta contro i poteri dello Stato che devono far rispettare la legalita’?
Non si puo’ perche’ questa e’ l’evidenza dei fatti.
E questo viene prima della crisi mondiale perche’ non c’e’ sacrificio bastevole a rimediare gli effetti di una politica al comando che agisce come un aggregato di bande criminali. Parole forti? Si’ certo, ma come definire in altro modo cio’ che da molti anni accade in Italia?
Si parla tanto e giustamente di costi della politica in un momento in cui stanno decidendo che noi cittadini pagheremo il conto della loro incapacita’, dei loro errori, del loro affarismo. Ma i costi della politica non sono solo quelli riportati sui giornali. I costi piu’ pesanti sono quelli di dover mantenere un sistema di potere che assorbe risorse e non funziona. Chi viaggia in Europa torna sempre con la sensazione che gli altri stanno comunque piu’ avanti perche’ li’ i servizi funzionano, le regole sono rispettate e lo spazio pubblico tutelato. Sembra che lo Stato ci sia e faccia la sua parte. Da noi no, la sensazione e’ che nulla sia affidabile e tutto incerto.
Ecco i veri costi della politica, di una politica che non e’ nemmeno piu’ tale, perche’ ci sarebbe bisogno di tanta politica, diffusa, partecipata e condivisa. E ci sarebbe bisogno di partiti in grado di guidare la societa’ civile non perche’ le stanno sopra, ma perche’ ne sono espressione. E ci sarebbe bisogno di una societa’ civile che faccia politica cioe’ si occupi dell’interesse generale e non pensi solo ai propri problemi particolari.
In definitiva una politica come quella che comanda in Italia costera’ sempre troppo perche’ non svolge il suo compito.
In questi giorni sapremo quanto ci costera’ l’incapacita’ della nostra classe dirigente e ascolteremo le solite litanie di politici ed esperti che ci spiegheranno come siano necessari i duri sacrifici di fronte all’emergenza. Ovviamente si guarderano bene dallo spiegare come mai le condizioni dell’Italia rendano piu’ pesanti questi sacrifici e di quale sia la loro responsabilita’. Saremo presi in giro di nuovo e, salvo sorprese, lo accetteremo. Almeno, questo e’ il copione di sempre.
Senza rabbia e con amarezza ne parlava su Repubblica il 7 agosto Ilvo Diamanti in un articolo che andrebbe letto e riletto e dal quale traiamo la seguente citazione:

“Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.”

Ecco: il problema siamo noi. Se abbiamo pazienza superemo questa crisi in attesa della prossima quando ancora ci diranno “emergenza, sacrifici”. E intanto la spazzatura sara’ tornata nelle strade di Napoli e i politici gestiranno ancora gli appalti e le consulenze senza problemi, ovviamente impegnadosi a completare la Salerno-Reggio Calabria entro la data improrogabile del…….

Claudio Lombardi

E ora guardiamo avanti, ad una nuova Italia (di Claudio Lombardi)

“Tuttavia è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza. E all’aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle splendide città”

È una visione poetica che interpreta e descrive gli stati d’animo, quelli che muovono le persone e che precedono decisioni e azioni. Lo stato d’animo è quello di una vigilia che precede un evento tanto atteso che si intravede e già si realizza anche se soltanto in parte. Però si avverte che l’evento è vicino, che è diventato reale e allora si è disposti a percorrere un altro tratto ormai sicuri che ci si arriverà.

Per questo si è ben disposti e si sente il bisogno di aprirsi per accogliere tutto ciò che può dare vigore, ma lo si fa con la tenerezza di chi sente di essere nel giusto e di non essere solo. E, infatti l’arrivo alla meta, all’alba, si farà armati solo di una pazienza ardente, la stessa che si è coltivata per tanto tempo nel lungo tempo dell’attesa; non vi è traccia di violenza perché la pazienza ardente si alimenta di vigore e tenerezza.

Queste parole di Arthur Rimbaud restituiscono, forse meglio di tante analisi, il senso di ciò che sta accadendo nel nostro Paese, dalle elezioni amministrative ai risultati, straordinari, dei referendum del 12-13 giugno. Il senso che in tanti avvertiamo dentro di noi e che si trasforma in decisione e determinazione.

I protagonisti sono i cittadini comuni, non gli apparati di partito, non i professionisti della politica. Eppure c’è tanta politica in quello che sta accadendo, c’è tanta professionalità e ci sono pure militanti e dirigenti dei partiti. E allora che sta succedendo?

Semplice: la politica si sta diffondendo, sta diventando una funzione (e un potere) sociale; ogni cittadino sente di poter valutare la situazione e decidere le azioni che ritiene più appropriate organizzandosi e utilizzando gli strumenti che ha a disposizione o creandone di nuovi. Internet si sta rivelando – dovunque riesce ad affermarsi – come uno strumento, forse il più potente, di comunicazione e di socializzazione che supera l’ignoranza e l’isolamento. Uno strumento che non rimane fine a sé stesso, ma si trasforma in azioni concrete e in nuove forme di incontro e condivisione. E che diventa tanto più potente quanto più viene condiviso tra gruppi organizzati che assumono il punto di vista dell’interesse generale.

Le forze politiche che hanno capito le novità si sono mossi con scioltezza e rapidità e con chiarezza. Niente formule astruse, niente manovre di palazzo, ma proposte e iniziative nette che mettono tutti di fronte ad un sì o ad un no.

Magari non sarà sempre così, ma, per ora, basta con i sotterfugi e i mezzucci che hanno costellato la vita di tanti partiti che si ritenevano interpreti predestinati della volontà popolare. E basta anche con la politica in mano alle bande di disonesti e di approfittatori, ladri e farabutti, amici e complici di mafiosi e camorristi. Basta con l’inefficienza di chi occupa le istituzioni per il proprio tornaconto personale e così facendo impoverisce il Paese.

Basta per ora, ma se vogliamo che sia anche per domani e per sempre (o quasi) dobbiamo imparare la lezione e tenerci ben stretta la nostra “pazienza ardente” e anche il “vigore” e la “reale tenerezza”.

La rete che si è creata in questi mesi si deve consolidare. È flessibile, si adatta alle situazioni, non vive solo nei computer e nei cellulari, ma diventa reale presenza fisica in una miriade di associazioni, movimenti, comitati e gruppi in collegamento fra di loro.

Di questa presenza c’è bisogno ed è fondamentale perché la democrazia, le istituzioni, la politica non possono più sembrare parole vuote che si ascoltano con diffidenza. E la grande riforma che ci vuole per l’Italia non è di tecnica istituzionale o di meccanismi finanziari, ma deve essere quella di consolidare la sua base popolare e di riconoscersi come realtà nazionale fondata sui tratti dell’identità che incomincia a delinearsi con più chiarezza adesso: libertà, partecipazione, pluralismo, responsabilità, serietà, condivisione, solidarietà, accoglienza e poi, certo, anche vigore e tenerezza.

Se le persone che vivono nel nostro Paese sapranno riconoscersi in questi caratteri e se sentiranno che le istituzioni per prime li rappresentano e li condividono anzi, che ne sono l’emblema, allora sarà più facile affrontare e risolvere i problemi dell’economia e dello Stato perché sapremo di essere una collettività unita da qualcosa e scopriremo di avere una forza e una ricchezza che non immaginavamo.

Claudio Lombardi

I cittadini hanno votato e hanno scelto (di Claudio Lombardi)

I cittadini hanno votato e hanno scelto. Tutto adesso appare molto più semplice, più chiaro e anche più impegnativo.

Semplice perché si è dimostrato che la democrazia è viva, che non è fatta di masse inerti stregate dai messaggi pubblicitari e che la delega al Capo, unico depositario della volontà popolare,  ha un limite oltre il quale scatta una reazione di rifiuto. Nonostante o, meglio, grazie alla crisi dei partiti, sono nate forme nuove di partecipazione, di formazione e di scambio delle idee, di espressione del consenso e del dissenso. La politica, come funzione sociale di governo della collettività, è la nuova speranza che ha mosso milioni di italiani stufi di apparati di potere, di cricche, di inettitudine e di complicità prosperati all’ombra di partiti che stavano costruendo lo Stato antidemocratico delle oligarchie.

La creazione e la circolazione delle idee, la capacità di analizzare la realtà per verificarne la fondatezza, la decisione di azioni concrete e l’iniziativa politica sono state condotte e realizzate autonomamente in gran parte al di fuori degli stessi partiti di opposizione da gruppi di cittadini che hanno così iniziato a sperimentare concretamente la possibilità di influire sul corso delle cose.

È un fenomeno di nascita della cittadinanza attiva ancora non abbastanza conosciuto fatto di una miriade di gruppi di collegamento e di iniziativa che hanno in gran parte superato la divisione tra radicamento nel territorio ed “evanescenza” della pura presenza virtuale su internet. Si è dimostrato anzi, proprio in queste elezioni, che la vitalità democratica e la forza della partecipazione hanno portato all’incontro dei mondi del radicamento territoriale e dello spazio di internet che si supponevano diversi ed in antitesi. In tanti hanno sperimentato la forza che deriva dall’appartenere ad entrambi e ne hanno tratto maggiore conoscenza, capacità di azione e la possibilità di costruire reti di rapporti molto più grandi del passato. Le forze politiche che hanno capito queste novità sono state premiate, ma non sono state loro il quartier generale che ha mosso le persone secondo uno schema classico della politica; piuttosto sono andate bene perché hanno condiviso e non hanno preteso di imporre giochi di partito o formule da professionisti della politica.

La sorpresa dei risultati elettorali c’è stata, inoltre, anche perché questi sviluppi si sono realizzati in maniera non appariscente. Anche quando sono state organizzate manifestazioni memorabili nate da gruppi informali pensate, decise e pubblicizzate prima con canali diretti (passaparola, internet) e poi su giornali e televisioni non è stata colta la qualità e la profondità del cambiamento che si stava verificando.

Ora appare semplice che i cittadini discutano, decidano e cambino il corso delle cose. Ricordiamoci di come si è costruita questa svolta e non accettiamo che nessun partito dica: è merito mio, date a me la delega e ci penso io a guidarvi. Piuttosto siano i partiti a dimostrare di saper costruire o, meglio, condividere forme nuove di espressione politica se ne sono capaci. Altrimenti accettino di essere superati da altri che sapranno farlo.

Chiaro perché è caduto (non completamente ancora però) il velo che nascondeva la realtà di quello che veramente stava accadendo in Italia. Ben pochi ormai credono alla rappresentazione finta che è stata costruita nel corso degli anni a sostegno di una classe dirigente imbastardita perché dedita agli interessi privati di ognuno dei suoi componenti e inerte di fronte allo spreco di risorse e allo sfascio delle istituzioni.

Il velo è caduto perché si è alzato il vento della crisi economica e gli italiani si sono resi conto di essere più poveri e in balia dell’arbitrio di chiunque detenesse il potere di dettare ed imporre agli altri le proprie condizioni (dall’ultimo dei call center alle istituzioni della Repubblica). A questo punto hanno guardato in alto, al vertice del potere, e hanno visto con occhi diversi la verità delle persone che lo avevano preso. Se i politici di opposizione non hanno insistito abbastanza sul collegamento fra affari delle cricche (Bertolaso, Anemone ecc ecc), sfascio delle istituzioni e impoverimento del Paese, le persone hanno cominciato ad imprimerselo bene in mente. E ogni volta che ascoltavano la decisione di tagliare qualche servizio o qualche stipendio hanno rinnovato quel collegamento e giudicato.

Non è un caso se uno dei caratteri forti di questo voto è che i cittadini hanno fatto di testa loro scegliendo le persone che ritenevano più adatte e non quelle indicate dagli apparati dei partiti. La circolazione “sotterranea” delle idee e la formazione dei punti di vista si è allargata e ha prodotto fatti, non solo clic sui computer. Anzi, i clic sui computer sono diventati vita reale e la situazione è apparsa più chiara; drammatica per lo stato dell’economia e della società, ma chiara.

Impegnativo perché adesso non si può tornare indietro. La situazione dell’Italia è troppo seria perché si possa consentire ad un Governo incapace a capo di una maggioranza parlamentare inconsistente (non nei numeri, ma nella capacità di guidare il Paese) di continuare a gestire le istituzioni. E non è nemmeno possibile pensare che basti e che sia decisivo un mero cambio di partiti al vertice perché questo significherebbe illudersi e non sarebbe il cambiamento profondo del quale, invece, c’è bisogno. Il punto di partenza lo abbiamo visto e su quella strada bisogna camminare : il protagonismo dei cittadini, la loro partecipazione politica non per contendersi il potere, ma per costruire le decisioni e per accompagnare le istituzioni e gli apparati nella loro applicazione e nel controllo sull’efficacia.

Qualità è la grande richiesta che viene dagli italiani. Non è più possibile tollerare che risorse e beni preziosi siano dilapidati senza ritegno e senza produrre risultati buoni per la collettività e per i singoli cittadini. Tutto ciò che è stato ostaggio delle cricche e di chi ha occupato le istituzioni per farsi gli affari suoi deve tornare ad essere visibile e controllato. Chi ha commesso reati deve pagare senza sconti per nessuno ed essere messo da parte. I problemi devono essere affrontati per risolverli con i mezzi enormi di cui dispone un paese ricco come l’Italia; un paese che è riuscito a spendere a vuoto decine di miliardi di euro dai rifiuti in Campania, al ponte sullo stretto, ai lavori della Protezione civile, ai fondi europei saccheggiati e dilapidati senza risolvere nulla, senza crescita, senza costruire niente.

Adesso le cose devono cambiare: è il tempo della concretezza e della cittadinanza attiva che deve partecipare e dare vita a una nuova politica.

Claudio Lombardi

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