Brexit. Come si manipola il consenso

Pubblichiamo il discorso tenuto dalla giornalista Carole Cadwalladr al TED (conferenze di condivisione di idee ed esperienze) di Vancouver lo scorso 16 aprile. Si tratta della giornalista dell’Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.

È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.

Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.

Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.

Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.

Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con letteralmente carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolta soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).

Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.

Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.

Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.

Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.

La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?

La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.

E dei “London riots” nessuno parlò più (di Anna Rita Cosso)

Sono passate poche settimane dall’esplosione dei “fuochi di Londra” e, ormai, nessuno ne parla più. Al di là di quello che si sta facendo di concreto nel Regno Unito penso che la questione non sia confinabile ad una città e ad una nazione. Per questo propongo una riflessione che va oltre e che interessa anche noi in Italia.

Partecipo dal 2010 ad un progetto europeo che si chiama IGIV  (Linee Guida per un lavoro intersezionale di prevenzione della violenza giovanile) www.intersect-violence.eu.

Il progetto si occupa di prevenzione della violenza giovanile con un approccio integrato e multifattoriale: cosa vuol dire, in concreto? Che noi siamo abituati a segmentare i problemi: da una parte la violenza negli stadi, dall’altra il bullismo, in un altro settore e con altri specialisti la violenza di genere, capitolo a parte per l’omofobia,  sezione speciale per le baby gang, il vandalismo  e così via. Questo vuol dire  affrontare il tema della violenza con un approccio settoriale e  iperspecialistico.

Il progetto  della Commissione europea IGIV (che è un progetto Grundvitg e pertanto si occupa della formazione dei docenti e degli operatori sociali, come anche degli allenatori e dei leader di gruppi giovanili) si propone di affrontare tutti questi argomenti con un approccio integrato e intersezionale. Chi sono i giovani  violenti? Dove sono nati? Di che colore hanno la pelle? Sono maschi o femmine? A quale comunità appartengono? Sono nati in questo paese ? Hanno studiato? Hanno lavoro?  Che prospettive di vita hanno? Come si percepiscono nella scala sociale? Questo è l’approccio che in Europa si definisce “intersezionale” (approccio ahimè in Italia molto poco conosciuto e con bibliografia pari a 0): avere consapevolezza delle posizioni di dominanza sociale presenti nella società e da cui muovono sia i giovani sia coloro che si relazionano con i giovani in un’azione educativa.

Questa lunga premessa per dire  che nei primi giorni di agosto l’esplosione dei tumulti tra i giovani londinesi mi ha molto colpito, con tutto il seguito di analisi sociologiche, interventi dei politici, le disquisizioni sul ruolo dei media e dei social network. Mi ha colpito che tutto ciò partisse dai  quartieri degradati della grande Londra multietnica e multiculturale.

Mi ha poi anche molto colpito come, una volta avuto successo l’ inevitabile azione repressiva del governo Cameron, il tema sia scomparso dai media (anche se molto più lentamente dai social network che hanno continuato a discuterne in forum di grande intensità). Certamente non si può negare che quello che abbiamo visto nei tre giorni dei London Riots sia stato un movimento di protesta degenerato presto in teppismo e sciacallaggio, ma certamente non sono tra coloro che credono  che si possa semplicemente derubricare quanto accaduto  come “criminalità”.

Il problema è ovviamente quello di capire più a fondo le dinamiche di questo mondo giovanile (non solo a Londra ma nell’intera Europa) :  che cosa vuol dire essere oggi in una capitale europea una donna giovane, single, senza lavoro, magari con figli? Che prospettive ha un giovane bianco, figlio di alcolisti, che ha interrotto gli studi? Ed uno  di colore?

Abbiamo esaltato la primavera araba che cresceva su Facebook e Twitter: ma abbiamo anche ascoltato i leader del governo inglese dire che  se i London Riots si dovessero ripetere, bisognerebbe bloccare i social network!

I media di tutto il mondo si sono molto soffermati sui furti di iPad e borse firmate. Ma si può davvero gridare allo scandalo per questo? Il mondo occidentale  oggi non ha come simboli gli iPad e le borse firmate? Non è certo demonizzando un movimento che si esorcizzano i problemi del mondo giovanile e del potenziale di aggressività e di violenza che esso porta con sé.

C’è differenza tra il giustificazionismo degli anni ’70 e un approccio integrato al tema della violenza. Ci sono molteplici segnali d’allarme da affrontare con più scuola, più servizi, più prospettive, più protagonismo per i giovani. E soprattutto  lavoro.  Tutto il contrario dello scenario che si delinea in Europa ogni giorno di più.

Sentivamo in questi giorni l’ISTAT dirci che oltre un quarto dei nostri giovani sono senza lavoro e tanti tra questi neppure lo cercano più: e noi in Italia non abbiamo nessun sussidio per i nostri giovani! Segnalo un forum italiano dove questi giovani inglesi venivano definiti “fortunati”  in quanto, almeno loro, godono di un sussidio pubblico da 350 sterline al mese (i giovani italiani li definivano  “fancazzisti”, modo senz’altro più pittoresco ed efficace di dire “nullafacenti”).

Il quarantenne Sindaco di Perugia Vladimiro Boccali mi diceva, durante un’intervista fatta proprio nell’ambito del progetto IGIV : “Io ritengo che l’inafferrabilità del futuro dei giovani incida moltissimo sulla loro visione e sul modo di relazionarsi. Abbiamo di fronte generazioni profondamente insicure. Per i quarantenni di oggi aveva ancora un senso parlare di ascensore sociale, vale a dire di possibilità di miglioramento delle proprie condizioni sociali di partenza…. Lungi da me giustificare i comportamenti violenti, ma è evidente che in questo modo si è preparato un contesto. Se non dai protagonismo e non dai futuro, che cosa ti devi aspettare? Se tutto il sistema pubblico e privato, si basa sullo sfruttamento del lavoro e sul precariato, che cosa ti puoi  aspettare? Una recente indagine della Banca d’Italia sui giovani tra i 24 e i 35 anni ha presentato un quadro allarmante sul livello di disoccupazione. Non c’è quasi più lavoro a tempo indeterminato e sotto la voce tempo determinato ci sono le forme più assurde di precariato. “

E’ vero, la televisione ha messo molto in risalto la contrapposizione tra i giovani che distruggevano  e i giovani che pulivano il giorno dopo (c’erano anche in Egitto, ma all’interno dello stesso movimento di protesta, ovviamente). Questo non meraviglia: ci sono diversi modi di vivere e di integrarsi ( o non integrarsi) in una società. Sicuramente i giovani che pulivano le strade e si mettevano a difendere gli i esercizi commerciali del proprio quartiere avranno avuto alle spalle una comunità più coesa e un’identità culturale più forte, ma sono comunque diverse facce di una stessa medaglia. Quella  di un  mondo giovanile  che stranamente proprio le nostre generazioni sembrano  non riuscire proprio più   a capire.

Concludo con queste parole ,  lette in un forum:

“Piaccia o non piaccia agli amici di destra, una politica che non si assume la responsabilità di attenuare le diseguaglianze sociali… di creare opportunità per le future generazioni… che taglia le spese sociali, espone ciclicamente la collettività a disordini, tumulti, saccheggi.

La repressione poliziesca non potrà mai sostituire il compito proprio della politica di affrontare il declino economico e il degrado sociale di una generazione che appare sempre più abbandonata a sé stessa.”

Anna Rita Cosso