Banche: un paese vocato all’azzardo morale

La maggior parte dei cosiddetti “investitori retail” – i piccoli risparmiatori, per usare un termine di più facile comprensione – che hanno in questi anni acquistato obbligazioni subordinate degli istituti di credito dei quali erano anche correntisti non sapevano di acquistare titoli ad alto rischio, non destinati a loro.

azzardo moraleNella gerarchia dei “salvati” in una banca che fallisce ci sono prima i depositi, poi le obbligazioni senior, anch’esse garantite dal fondo interbancario, e infine le obbligazioni subordinate, che garantiscono un rendimento maggiore a fronte di un rischio maggiore, quello di essere in fondo alla graduatoria delle priorità di rimborso in caso di fallimento dell’emittente.

Chiunque si sia sentito proporre, in questi anni, di acquistare obbligazioni subordinate della propria banca, in realtà non si è visto nascondere il rischio dell’operazione, casomai il rischio gli è stato prospettato in maniera scorretta: “certo, dovrebbe fallire la banca per perdere il capitale, ma le pare che fallisce la banca?” E a riprova della fiducia generalizzata nel sistema, ad essere titolari di obbligazioni subordinate non erano solo i clienti delle banche, in cerca di un modo per assicurare un rendimento accettabile ai loro risparmi, ma anche i dipendenti delle banche stesse, impiegati e direttori di filiale, che garantivano così la bontà dell’investimento: “le pare che lo avrei fatto io, se ci fosse qualche pericolo”?

obbligazioni subordinateLa diffusione di titoli bancari subordinati in questi ultimi anni non è stata casuale, è stato un sistema per provare ad adeguarsi alle regole europee senza dover ricorrere agli aumenti di capitale e mettere a repentaglio gli assetti proprietari e gli equilibri di potere delle banche e delle fondazioniespressione della politica locale – che le controllano. A garanzia degli investimenti delle banche a famiglie e imprese deve essere accantonato un capitale adeguato, e le banche italiane sono sottocapitalizzate e intossicate dai “bad performing loans”, ovvero i crediti che non riusciranno più a incassare. Come mettere da parte capitale a garanzia dei nuovi investimenti, quando la maggior parte è immobilizzato a garanzia dei vecchi, senza essere costretti a vendere quote della banca stessa? La soluzione è stata trovata con le obbligazioni subordinate vendute ai piccoli risparmiatori: un rendimento accettabile in tempi come questi, a fronte dell’assenza di garanzia sul capitale in caso di bail-in: “ma le pare che fallisce la banca, signora mia?

banche venete salvateOggi, nel caso delle banche venete “salvate” (ma sarebbe meglio dire “liquidate”) a spese dei contribuenti, anche a chi ha acquistato obbligazioni subordinate al momento della loro emissione viene garantito il capitale per l’80% dal fondo interbancario e per il 20% da Intesa. La quale Intesa si vede riconoscere dallo Stato circa 4 miliardi a garanzia dell’investimento nella Good Bank, per la stessa ragione di cui sopra: evitare gli aumenti di capitale che sarebbero necessari per farci il favore di “mettersi in pancia” quel che resta di buono di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, e i conseguenti scossoni agli assetti di potere che ne deriverebbero.

Quindi, alla fin fine, si può dire che chi piazzava azioni subordinate del proprio istituto di credito ai propri clienti, per usarli come prestatori di ultima istanza, aveva ottime ragioni per farlo. Non stimava il rischio in maniera scorretta, ma lo prezzava come lo si può prezzare in un paese strutturalmente vocato all’azzardo morale e alla collettivizzazione delle perdite a seguito della privatizzazione dei profitti.

Il decreto del Governo sulle banche venete, oltre a sfilare 17 miliardi dal portafogli dei contribuenti presenti e soprattutto di quelli futuri, sancisce in maniera definitiva che tutto potrà ricominciare come prima, almeno fino al momento che non arriverà, benvenuta, una troika a mettervi fine una volta per tutte.

Giordano Masini tratto da http://stradeonline.it

Europa e Stati Uniti di fronte alla crisi

Un interessante articolo sul Sole 24 Ore a firma di Alberto Quadrio Curzio mette in luce le grandi differenze nella risposta alle crisi finanziarie e bancarie tra Europa e Stati Uniti. Di seguito ampi stralci. “Le Istituzioni della Ue e della Uem … progettano per la crescita, ma operano per il rigore. Gli Usa hanno fatto l’opposto operando in velocità con interventi pubblici dalle grandi conseguenze economiche……

crisi EuropaRecessione e ripresa
La ripresa degli Usa è nata dalla rapidità e dall’entità del contrasto alla crisi con due interventi associati al quantitative easing. Il primo,varato già il 3 ottobre 2008 dal Governo Usa, è il Tarp (Troubled Asset Relief Program) per acquistare i titoli “spazzatura” dalle banche ripulendone i bilanci. Il programma di iniziali 700 miliardi di dollari consentì al sistema bancario Usa di riprendersi presto e di erogare credito. Al contrario nella Uem, i salvataggi e le pulizie bancarie sono state frammentate nazionalmente (talvolta occultamente tramite salvataggi a Stati come Irlanda, Portogallo e Grecia anche per soccorrere banche tedesche e anche francesi) e lentamente. I Paesi grandi più fragili sia pure per ragioni diverse (la Spagna per la bolla immobiliare, l’Italia per il debito pubblico) si sono trovati di fronte ad una scelta: entrare in un programma di risanamento bancario finanziato dal fondo europeo Esm a condizione di essere vigilati dalla cosiddetta ”troika”(scelta, giusta, della Spagna); cavarsela per conto proprio (scelta, sbagliata, dell’Italia). Ciò accadeva nel 2012-13 (cioè quattro anni dopo il Tarp Usa) quando la crisi aveva già colpito l’economia reale fiaccando molte imprese e quindi banche che le avevano affidate. Quando l’Unione Bancaria ha cominciato a funzionare nel novembre 2014 (cioè due anni dopo l’annuncio datone nel Consiglio del giugno 2012!) per sciogliere il legame banche-debiti sovrani, la situazione del sistema bancario europeo era diventata molto disomogenea svantaggiando nettamente soprattutto l’Italia ma anche tutta la Uem le cui banche andavano ripulite e ricapitalizzate in modo equilibrato.

recovery act UsaIl secondo intervento per contrastare la crisi americana è il “Recovery Act” adottato dal Governo nel 2009 con 850 miliardi di dollari investiti in infrastrutture materiali e immateriali e per sgravi fiscali a cui è seguito un altro piano da 500 miliardi di dollari per opere pubbliche lanciato nel 2015. Non è dunque solo il mercato del lavoro più snello e la maggiore flessibilità della economia Usa che ha facilitato l’uscita dalla crisi ma anche un potente intervento pubblico (Tarp e Recovery) che ha portato il debito sul Pil dal 64% del 2007 al 104,8% del 2015 ma anche la disoccupazione che dal 4,6% del 2007 è balzata al 9,6% del 2010 ma è già ridiscesa al 5,2% nel 2015

Nella Ue il Piano Juncker per gli investimenti ,annunciato più di un anno fa, incomincia a muoversi adesso. Parte sei anni dopo il “Recovey” Usa con cifre minime e cioè 21 miliardi di euro che a regime dovrebbero mobilitare 315 miliardi di investimenti delle imprese e nelle infrastrutture …… Intanto la Uem non si può rallegrare per un debito sul Pil che dal 65% del 2007 è salito solo al 93,6% del 2015 perché i 10 punti in meno rispetto a quello Usa sono pagati dalla disoccupazione che dal 7,5% del 2007 è salita all’11% del 2015.

Il Governo europeo
La democrazia europea ……… è diversa da quella americana …. ma non può reggere senza un Governo dell’Eurozona. A questo mira il progetto dei “quattro presidenti” (del Consiglio e della Commissione europea, dell’Eurogruppo e della Bce ai quali si è aggiunto ora il Presidente del Parlamento) per «Completare l’Unione economica e monetaria». Il progetto, presentato nel giugno del 2012, è stato revisionato in molti Consigli Europei. Qualche parte è stata attuata. Il più rimane da fare per una governance economica e di bilancio più efficace per stimolare la competitività, la convergenza e la sostenibilità; per la rappresentanza esterna della zona euro per rispecchiare meglio il suo peso nell’economia mondiale; per l’Unione bancaria per aumentare la stabilità finanziaria nella zona euro”.

Tratto dal Sole 24 Ore del 20 dicembre 2015