L’idea sbagliata della flat tax (2)

Flat tax ed evasione fiscale

Non vi è evidenza che un significativo taglio della pressione fiscale farebbe diminuire l’evasione.  I più considerati studiosi del sommerso affermano che l’evasione fiscale dipende in prima battuta dalla capacità amministrativa dello Stato e da come lo Stato é percepito dai cittadini. In seconda battuta impattano sull’evasione:

  • gli aumenti della pressione fiscale. Una crescita sensibile della pressione fiscale fa aumentare l’evasione perché gli operatori economici spiazzati ricorrono al sommerso. Tuttavia non ci sono particolari evidenze del fatto che abbassamenti della pressione fiscale producano una riduzione dell’evasione
  • fattori storici e sociali
  • struttura del mercato, ovvero dimensioni degli operatori economici e circolazione del contante

Attualmente l’economia sommersa di tutti i paesi che adottano la flat tax si stima abbia una dimensione superiore all’economia sommersa italiana. Il professor Schneider dell’università di Linz, uno dei massimi esperti di evasione fiscale, nel 2015 stimava un’evasione fiscale (shadow economy) per l’Italia di circa il 20%. Secondo Schneider il primo paese per evasione fiscale dell’UE era la Bulgaria con circa il 32% del PIL seguito dalla Romania con circa il 31%. Entrambi i paesi adottano ormai da diversi anni la flat tax.

Più in generale i paesi dell’Europa occidentale hanno una pressione fiscale nettamente più elevata ed un’evasione fiscale nettamente più bassa dei paesi dell’Europa orientale, i paesi che hanno le migliori performance in termini di lotta al sommerso sono la Francia e l’Austria che fanno rilevare dati sulla pressione fiscale tra i più elevati al mondo.

Altra evidenza importante è il trend. Dagli anni ottanta in avanti, contro ogni previsione l’evasione fiscale crebbe ovunque, dal 2005 ad oggi si rileva invece una dinamica di riduzione del sommerso, nell’ordine del 3-4% in tutti i paesi OCSE, i cui principali driver appaiono la diffusione dei pagamenti elettronici e l’aumento dell’efficienza dell’amministrazione finanziaria.

Flat tax, crescita e benessere

Non vi è alcuna evidenza che la flat tax, come ogni riduzione del carico fiscale per i più abbienti stimolerebbe la crescita; oggi il trickle down, ovvero la tesi che quello che va bene per i ricchi va bene per tutta la nazione è fortemente contestata. Riscuotono sempre più successo le idee di Piketty e Stiglitz secondo cui al contrario più tasse ai ricchi potrebbero significare maggiori investimenti pubblici che il privato non farebbe oppure tagli alle imposte sui redditi più bassi che si convertono in consumi. Oggi addirittura il Fondo Monetario Internazionale afferma che meno tasse ai ricchi non significa più crescita ma più disuguaglianze e che anzi in molti paesi occorrerebbe più progressività[15]. Essenzialmente il mercato è fatto dalla domanda – il potere d’acquisto dei cittadini – e dall’offerta – la competitività delle imprese. La flat tax sarebbe l’ennesimo intervento volto a potenziare l’offerta, ma il risultato complessivo del taglio delle tasse ai ricchi potrebbe essere negativo perché i tagli alla spesa necessari per finanziare la flat tax potrebbero deprimere in misura significativa i consumi.

Qualora vi fosse spazio per una drastica riduzione della pressione fiscale sarebbe quindi opportuno partire dai redditi più bassi per stimolare i consumi, oppure tagliare l’aliquota sui redditi delle società perché le scelte di localizzazione delle imprese in un paese dipendono molto più dall’imposta sui redditi delle società che dalle aliquote sui redditi delle persone fisiche.

Flat tax in Italia

Salvini afferma che all’Italia serve una flat tax con aliquota del 15%, Berlusconi dice che si potrebbe iniziare con un’aliquota del 23% che si potrebbe ridurre se la crescita del PIL fosse sostenuta. Carlo Cottarelli ammonisce che il taglio delle imposte da solo produrrebbe un buco di circa 30 miliardi.

La flat tax non si finanzia da sola e la sua introduzione sarebbe per il nostro paese una scelta spericolata. Alcune evidenze depongono chiaramente in questo senso:

  • Nel 2005 il consulente economico della campagna elettorale di Angela Merkel, Paul Kirchoff, propose l’introduzione di una flat tax con aliquota del 25%, la proposta bocciata dai tedeschi fu ritenuta da più parti irrealizzabile anche in un paese ricco come la Germania.
  • Negli stessi anni, nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi ottenne dal parlamento una delega fiscale per introdurre un’imposta sui redditi con due sole aliquote, una del 23% ed una del 33%. La proposta fu accantonata perché considerata troppo onerosa per il bilancio dello Stato. L’Italia di allora aveva un rapporto debito/PIL che in pochi anni, grazie al lavoro fatto dai governi degli anni novanta, era fortemente calato e stava convergendo sul 100% del PIL; tale rapporto è oggi al 130%.
  • Negli ultimi quindici anni la progressività del sistema fiscale italiano è fortemente diminuita, prima con la riforma dei redditi d’impresa che ha abolito il credito d’imposta sui dividendi[16], poi dando la possibilità di optare per una flat tax sugli affitti. Tale ultimo intervento non ha prodotto i benefici sperati in termini di recupero di sommerso.

La flat tax ci porterebbe a dover scegliere tra una probabile crisi del debito pubblico e tagli della spesa che deprimerebbero la domanda. Per finanziare dal nulla la manovra come affermato dal leader leghista Matteo Salvini occorrerebbe una crescita del PIL del 4 o del 5% per molti anni, obiettivo irraggiungibile nel mondo post Lehman Brothers e ancor più irraggiungibile per un paese come l’Italia che arriva da un lungo declino della produttività del lavoro e con un’età media molto avanzata.

Probabilmente oggi una spending review seria che liberi 10 o 15 miliardi da investire in ricerca e sviluppo avrebbe più ricadute positive di quelle di un drastico taglio della pressione fiscale. Ad un paese che invecchia servono asili e non meno tasse sui redditi elevati. Inoltre una flat tax per tutti renderebbe meno efficaci gli sgravi fiscali per i neo imprenditori, che oggi beneficiano di un’aliquota del 5%[17]; parafrasando Thomas Piketty: “non sempre meno tasse significa più libertà (d’impresa).”

Per tutte queste ragioni la flat tax è un’idea antistorica e dannosa. Non per questo però sono fuori luogo le posizioni di chi invoca una semplificazione del nostro sistema tributario. Per esempio si potrebbero abolire piccole imposte come il canone Rai, la concessione governativa sui contratti di telefonia, il bollo sul conto corrente o quello sull’automobile che sono in alcuni casi ormai superate e sganciate dalla capacità contributiva e sostituirle con un’unica imposta computata su una base imponibile che intercetti una reale capacità contributiva

E` opportuno ricordare in conclusione che oggi non è più tempo di credere a chi ci promette la chimera di una rapida rivoluzione che cambierà la nostra vita, si tratti della flat tax, dell’abbandono della moneta unica o di poco credibili tagli agli sprechi di molte decine di miliardi in un anno e senza effetti indiretti. La vera rivoluzione è far capire che l’Italia è un paese che si cambia lavorando non con il martello ma con il cacciavite.

Salvatore Sinagra

Note

[15] International Monetary Fund, Trackling inequality, Fiscal monitor Ottobre 2017

[16] Prima della riforma della tassazione sui dividendi i redditi d’impresa venivano tassati in capo alla società con aliquota ordinaria (IRPEG) poi al momento della distribuzione del dividendo ad un socio persona fisica il dividendo veniva tassato in capo alla persona fisica secondo i suoi scaglioni IRPEF ma veniva concesso lo scomputo delle tasse pagate dalle imprese. In sostanza il reddito d’impresa quando usciva dal circuito societario veniva sottoposto a tassazione progressiva. Con l’introduzione dell’IRES dal 2004 viene abolito il credito d’imposta sui dividendi, il reddito d’impresa viene tassato ad aliquota ordinaria del 24% (più IRAP) ed il dividendo quando distribuito a persone fisiche se viene tassato secondo regimi agevolati (oggi in realtà meno agevolati che al momento della riforma) che variano a seconda della rilevanza della partecipazione e della natura del percettore

[17] AGENZIA DELLE ENTRATE, regime agevolato forfetario http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Schede/Agevolazioni/Regime+agevolato+forfettario/Reddito+e+tassazione+nuovo+regime+forfettario+agevolato/?page=schedeagevolazioni

L’idea sbagliata della flat tax (1)

Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale della capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e, dove esiste, l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota, oggi adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman[1]. In estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. I divulgatori della flat tax furono Alvin Rabushka e Robert Hall, autori nel 1985 del libro “La flat tax[2]. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica; e non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona.

Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei[3].Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia[4].

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, mentre era attorno al 2-3% con Carter. Fu Clinton a riportare il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali a più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati[5]. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale[6].

Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers (il fallimento negli Usa da cui partì la grande crisi del 2008) per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%[7].

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime; nel giro di pochi anni Lituania, Lettonia ed Estonia si sono infatti posizionate tra i paesi con i coefficienti di Gini più elevati in Europa[8]; la guerra civile in Ucraina è figlia di squilibri economici ed in molti paesi dell’Europa dell’est vi è un elevatissimo rischio politico.

Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente. La Cina, primo paese comparabile della Russia crescerà al 6%.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi.[9] Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.[10]

Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto[11]. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%[12]. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%[13]. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

Note

[1] M. Friedman (1912-2006) economista americano della scuola di Chicago. Insignito del nobel per l’economia per il principio monetarista (l’inflazione è un fenomeno che dipende dall’offerta di moneta e non è utile per ridurre la disoccupazione)

[2] R.E.HALL– A.RABUSHKA, The flat tax, Hoover Institution Press, 1985 e 2007. Robery Hall (1943) ed Alvin Rebushka (1940) sono due economisti americani del think tank Hoover Institution dell’università di Stanford.

[3] T. PIKETTY, Il capitale nel ventunesimo secolo, Edition du Seuil 2013 (francese), Bompiani 2014 Italiano

[4] Per un’analisi comparata, ma allo stesso tempo rapida dei sistemi fiscali dei diversi paesi europei e degli altri continenti si consiglia la consultazione del sito della società di revisione KPMG Per l’Italia Italy Income Tax KPMG, https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/italy-income-tax.html.

[5] International Monetary Fund, Trackling inequality, Fiscal monitor Ottobre 2017

[6] Nell’annual growth survey 2013 e 2014 la Commissione Europea afferma che gli Stati con elevata pressione fiscale devono tagliare le tasse ristrutturando la spesa ma non devono tagliare gli investimenti strategici ed in capitale umano. Ovviamente gli spazi sono particolarmente stretti per i paesi indebitati per cui è difficile pensare a significativi tagli delle tasse ed è necessario puntare sul “design” di strutture “growth-friendly” spostando i carichi d’imposta dove sono meno dannosi per l’economia. In particolare viene suggerito di ridurre le tasse sulle imprese e sui lavoratori, tagliando regimi agevolativi e tassando il patrimonio immobiliare e finanziario

[7] Cfr tabella allegata

[8] Indice introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini. Misura la concentrazione di un dato fattore in una popolazione. Varia tra 0 ed 1. Tale indicatore è spesso utilizzato per misurare le diseguaglianze di reddito (o di patrimonio); 0 vuol dire reddito (o patrimonio) suddiviso in parti assolutamente uguali tra tutti i membri della popolazione, 1 reddito (o patrimonio) integralmente attribuibile a un solo membro della popolazione.

Coefficenti di Gini Fonte Ocse https://data.oecd.org/inequality/income-inequality.htm

[9] Dati fonte Bloomberg. (CL1 COMB COMDTY). Il prezzo del petrolio è cresciuto da poco più di 20 dollari al barile dei primi anni 2000, raggiungendo il picco di 140 dollari nel 2008, dal 2011 al 2014 il prezzo del petrolio è stato costantemente superiore a 100 dollari, per poi ritornare a 20 dollari e risalire fino agli attuali (febbraio 2018) 60 dollari al barile

[10] Cottarelli: Flat tax? più entrate solo in Bulgaria, ItaliaOggi 27 gennaio 2018; Cottarelli flat tax non si autofinanzia, più entrate solo in Bulgaria, Ansa 28 gennaio 2018 http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/01/27/cottarelli20-punti-pil-per-stop-fornero_02416b2d-3fbf-4654-a4f9-6989cc21c2e5.html

[11] P.SZARVAS, Ricca Germania Poveri tedeschi, il lato oscuro del benessere, Università Bocconi Editore, 2014

[12] Germany Income Tax Rate – KPMG  https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/germany-income-tax.html

[13] UK Income Tax Rate – KPMG  https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/united-kingdom-income-tax.html

Perché la flat tax è sbagliata (2)

  • Flat tax ed evasione fiscale

Non vi è evidenza che un significativo taglio della pressione fiscale farebbe diminuire l’evasione.  I più considerati studiosi del sommerso affermano che l’evasione fiscale dipende in prima battuta dalla capacità amministrativa dello Stato e da come lo Stato é percepito dai cittadini. In seconda battuta impattano anche sull’evasione:

  • gli aumenti della pressione fiscale. Una crescita sensibile della pressione fiscale fa aumentare l’evasione perché gli operatori economici spiazzati ricorrono al sommerso. Tuttavia non ci sono particolari evidenze del fatto che abbassamenti della pressione fiscale producano una riduzione dell’evasione
  • fattori storici e sociali
  • struttura del mercato, ovvero dimensioni degli operatori economici e circolazione del contante

Attualmente l’economia sommersa di tutti i paesi che adottano la flat tax si stima abbia una dimensione superiore all’economia sommersa italiana. Il professor Schneider dell’università di Linz, uno dei massimi esperti di evasione fiscale, nel 2015 stimava un’evasione fiscale (shadow economy) per l’Italia di circa il 20%. Secondo Schneider il primo paese per evasione fiscale dell’UE era la Bulgaria con circa il 32% del PIL seguito dalla Romania con circa il 31%. Entrambi i paesi adottano ormai da diversi anni la flat tax.

Più in generale i paesi dell’Europa occidentale hanno una pressione fiscale nettamente più elevata ed un’evasione fiscale nettamente più bassa dei paesi dell’Europa orientale, i paesi che hanno le migliori performance in termini di lotta al sommerso sono la Francia e l’Austria che fanno rilevare dati sulla pressione fiscale tra i più elevati al mondo

Altra evidenza importante è il trend. Dagli anni ottanta in avanti, contro ogni previsione l’evasione fiscale crebbe ovunque, dal 2005 ad oggi si rileva invece una dinamica di riduzione del sommerso, nell’ordine del 3-4% in tutti i paesi OCSE, i cui principali driver appaiono la diffusione dei pagamenti elettronici e l’aumento dell’efficienza dell’amministrazione finanziarie

  • Flat tax, crescita e benessere

Non vi è alcuna evidenza che la flat tax, come ogni riduzione del carico fiscale per i più abbienti stimolerebbe la crescita; oggi il trickle down, ovvero la tesi che quello che va bene per i ricchi va bene per tutta la nazione è fortemente contestata. Riscuotono sempre più successo le idee di Piketty e Stiglitz secondo cui al contrario più tasse ai ricchi potrebbero significare maggiori investimenti pubblici che il privato non farebbe oppure tagli alle imposte sui redditi più bassi che si convertono in consumi. Oggi addirittura il Fondo Monetario Internazionale afferma che meno tasse ai ricchi non significa più crescita ma più disuguaglianze e che anzi in molti paesi occorrerebbe più progressività. Essenzialmente il mercato è fatto dalla domanda – il potere d’acquisto dei cittadini – e dall’offerta – la competitività delle imprese. La flat tax sarebbe l’ennesimo intervento volto a potenziare l’offerta, ma il risultato complessivo del taglio delle tasse ai ricchi potrebbe essere negativo perché i tagli alla spesa necessari per finanziare la flat tax potrebbero deprimere in misura significativa i consumi.

Qualora vi fosse spazio per una drastica riduzione della pressione fiscale sarebbe quindi opportuno partire dai redditi più bassi per stimolare i consumi, oppure tagliare l’aliquota sui redditi delle società perché le scelte di localizzazione delle imprese in un paese dipendono molto più dall’imposta sui redditi delle società che dalle aliquote sui redditi delle persone fisiche.

  • Flat tax in Italia

Salvini afferma che all’Italia serve una flat tax con aliquota del 15%, Berlusconi dice che si potrebbe iniziare con un’aliquota del 23% che si potrebbe ridurre se la crescita del PIL fosse sostenuta. Carlo Cottarelli ammonisce che il taglio delle imposte da solo produrrebbe un buco di circa 30 miliardi.

La flat tax non si finanzia da sola e la sua introduzione sarebbe per il nostro paese una scelta spericolata. Alcune evidenze depongono chiaramente in questo senso:

  • Nel 2005 il consulente economico della campagna elettorale di Angela Merkel, Paul Kirchoff, propose l’introduzione di una flat tax con aliquota del 25%, la proposta bocciata dai tedeschi fu ritenuta da più parti irrealizzabile anche in un paese ricco come la Germania.
  • Negli stessi anni, nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi ottenne dal parlamento una delega fiscale per introdurre un’imposta sui redditi con due sole aliquote, una del 23% ed una del 33%. La proposta fu accantonata perché considerata troppo onerosa per il bilancio dello Stato. L’Italia di allora aveva un rapporto debito/PIL che in pochi anni, grazie al lavoro fatto dai governi degli anni novanta, era fortemente calato e stava convergendo sul 100% del PIL; tale rapporto è oggi al 130%.
  • Negli ultimi quindici anni la progressività del sistema fiscale italiano è fortemente diminuita, prima con la riforma dei redditi d’impresa che ha abolito il credito d’imposta sui dividendi, poi dando la possibilità di optare per una flat tax sugli affitti. Tale ultimo intervento non ha prodotto i benefici sperati in termini di recupero di sommerso.

La flat tax ci porterebbe a dover scegliere tra una probabile crisi del debito pubblico e tagli della spesa che deprimerebbero la domanda. Per finanziare dal nulla la manovra come affermato dal leader leghista Matteo Salvini occorrerebbe una crescita del PIL del 4 o del 5% per molti anni, obiettivo irraggiungibile nel mondo post Lehman Brothers e ancor più irraggiungibile per un paese come l’Italia che arriva da un lungo declino della produttività del lavoro e con un’età media molto avanzata.

Probabilmente oggi una spending review seria che liberi 10 o 15 miliardi da investire in ricerca e sviluppo avrebbe più ricadute positive di quelle di un drastico taglio della pressione fiscale. E inoltre ad un paese che invecchia servono asili e non meno tasse sui redditi elevati. Infine una flat tax per tutti renderebbe meno efficaci gli sgravi fiscali per i neo imprenditori, che oggi beneficiano di un’aliquota del 5%; parafrasando Thomas Piketty: “non sempre meno tasse significa più libertà (d’impresa).”

Per tutte queste ragioni la flat tax è un’idea antistorica e dannosa. Non per questo però sono fuori luogo le posizioni di chi invoca una semplificazione del nostro sistema tributario. Per esempio si potrebbero abolire piccole imposte come il canone Rai, la concessione governativa sui contratti di telefonia, il bollo sul conto corrente o quello sull’automobile che sono in alcuni casi ormai superate e sganciate dalla capacità contributiva e sostituirle con un’unica imposta computata su una base imponibile che intercetti una reale capacità contributiva.

E` opportuno ricordare in conclusione che oggi non è più tempo di credere a chi ci promette la chimera di una rapida rivoluzione che cambierà la nostra vita, si tratti della flat tax, dell’abbandono della moneta unica o di poco credibili tagli agli sprechi di molte decine di miliardi in un anno e senza effetti indiretti. La vera rivoluzione è far capire che l’Italia è un paese che si cambia lavorando non con il martello ma con il cacciavite.

Salvatore Sinagra

Perché la flat tax è sbagliata (1)

  • Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale dalla capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e dove esiste l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota. Oggi tale imposta è adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman, in estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica. Non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona

  • Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei. Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia.

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, era attorno al 2-3% con Carter, Clinton riportò il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota marginale del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali per i più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale.

  • Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%.

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime. Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi. Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.

  • Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

(primo di due articoli)

I partiti europei che tutti cercano

Negli ultimi giorni si sono manifestate almeno due dinamiche a prima vista connesse al rinnovo della presidenza del Parlamento Europeo, ma che ci parlano di realtà politiche europee che si manifestano con logiche da veri e propri partiti europei con palesi ripercussioni sulla vita politica italiana.
partito popolare europeoLa prima dinamica è trapelata da qualche fonte d’informazione e non ha particolarmente colpito l’opinione pubblica: pare che influenti esponenti del Partito Popolare Europeo abbiano chiesto a Berlusconi di rompere l’alleanza con Salvini. La lega postbossiana è una formazione dell’estrema destra lepenista e se Berlusconi non rinuncerà all’alleanza con l’estrema destra in Italia la sua compagine politica sarà espulsa dai popolari a Bruxelles. Sembra inoltre che gli europarlamentari forzisti siano particolarmente interessati a scongiurare l’espulsione dal PPE e che la candidatura alla presidenza del Parlamento Europeo di Antonio Tajani sia funzionale a tenere Forza Italia nel campo dei popolari e lontana dalla Lega.
In sostanza sembra quasi che oggi Berlusconi, per tanti anni padrone incontrastato del centrodestra italiano, sia messo nelle condizioni di dover scegliere tra un’alleanza con la destra senza la quale è preclusa ogni possibile vittoria alle elezioni e l’adesione ai popolari europei. Sarà per questo che adesso spinge per una legge elettorale proporzionale?

Grillo Farage insiemeLa dinamica più plateale riguarda, però, la tentata adesione del Movimento 5 Stelle all’ALDE, il gruppo parlamentare dei liberali al Parlamento Europeo.  Voluta da Grillo e Casaleggio e negoziata con  Guy Verhofstadt, nonostante i liberali siano la forza più europeista del Parlamento Europeo ed i grillini per la prima metà di questa legislatura abbiano fatto parte dello stesso gruppo dell’UKIP di Nigel Farage che ha il fine  di distruggere l’UE. Per di più Guy Verhofstadt è un dichiarato federalista, cosa eccezionale nel panorama politico europeo dove chiunque ha un incarico politico si guarda bene dal pronunciare la parola federale mentre i 5stelle hanno dichiarato di voler tenere un referendum sull’euro.
Anche in questo caso c’entra la presidenza del Parlamento Europeo alla quale aspira anche Verhofstadt. Ora che l’accordo è naufragato per il rifiuto dei liberali si impone una riflessione che va al di là degli eventi contingenti. Si è detto che tutta la questione sta nei vantaggi che l’adesione a un gruppo parlamentare comporta. Sicuramente c’entra molto anche questo aspetto; tuttavia, i condizionamenti che comporta l’adesione ad uno schieramento politico europeo trovano la loro spiegazione in un altro senso.
Evidentemente se per rimanere dentro un partito europeo si smonta una coalizione nazionale (il caso di Berlusconi), si rischia di capovolgere la propria identità come voleva fare Grillo o si rischia di intaccare un consolidato profilo politico e un prestigio come ha fatto Verhofstadt una dimensione politica europea conta e nemmeno poco.

europaLa stranezza è che i partiti politici europei contano molto anche se somigliano più a confederazioni o alleanze di forze politiche nazionali. Comunque l’esistenza del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo suggerisce una linea di tendenza piuttosto chiara.

La novità è che oggi la necessità di una dimensione politica transnazionale è ammessa implicitamente dagli stessi grillini che si sono sempre presentati come un non partito e anche dai leader “sovranisti” come Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, mentre fanno zapping tra un ritorno sovranista alla nazione  e la richiesta di smantellare “questa Europa”, intensificano i contatti con i loro omologhi degli altri paesi europei. Insomma tutti sono a caccia di una forma di collegamento politico che vada oltre l’ambito nazionale.
Una spiegazione plausibile è che ormai vi è un’ampia consapevolezza che l’euro non può funzionare bene solo con un set di regole, ma necessita di un’unione più politica che qualcuno presenta esplicitamente come una federazione tra i paesi che condividono l’euro.

EurozonaOra è palese che, se domani i governi, o i popoli degli Stati europei decidessero di convergere verso una federazione i partiti europei sarebbero costretti ad una rapida maturazione. Non è però detto che non possa verificarsi il contrario, ovvero che sia proprio la spinta derivante dall’affermazione di partiti politici europei a portare verso un cambiamento dei trattati e un diverso assetto istituzionale dell’Unione Europea e dell’area euro. Anzi per l’area euro non serve un migliore assetto istituzionale, ma occorre crearlo da zero perché i paesi della moneta comune non hanno istituzioni politiche.

Infine anche volendo prescindere dall’Unione Europea le questioni a cui dare risposta (disuguaglianze, regole della competizione tra le diverse economie, tutela dell’ambiente, conflitti, migrazioni) non possono essere affrontate a livello nazionale. Da qui la ricerca da parte di tutti di alleanze sovranazionali di forze politiche che potrebbero anche diventare veri partiti

Salvatore Sinagra

Referendum costituzionale: perchè voto SI’

I toni accesi intorno al referendum del 4 dicembre dovrebbero lasciare il posto a ragionamenti pacati. Chi negli ultimi vent’anni si è occupato di diritto e costituzione sa che i principali problemi che affliggono il nostro sistema  sono: 1) l’abuso di decreti legge, fiducie e leggi “mille proroghe” da parte del governo; 2) la disastrosa riforma dei poteri delle regioni del 2001 che ha comportato un’esplosione della spesa pubblica senza un miglioramento della qualità della vita per i cittadini e continui contenziosi tra lo Stato e le Regioni; 3) l’avvelenamento dei rapporti politici con la legge elettorale del 2005 (porcellum) fatta non solo a maggioranza e con l’uso della fiducia ma in frode alle opposizioni. Il nuovo testo della costituzione prova a dare una risposta a tutti questi problemi.

riforma-costituzionalePer quanto riguarda i rapporti tra Parlamento e governo e il procedimento legislativo la riforma si basa su tre punti:

  • solo la Camera voterebbe la fiducia al governo. Le leggi ordinarie verrebbero approvate dalla sola Camera, ma quelle relative alle regole del gioco, si pensi alle leggi elettorali, a quelle concernenti i rapporti tra lo Stato e le sue suddivisioni territoriali,  a quelle relative ai referendum ed alle forme di partecipazione popolare, alle riforme costituzionali ed alle ratifiche di trattati relativi all’Unione Europea verrebbero votate anche dal Senato nel quale il governo non potrebbe ricorrere alla fiducia. Quindi alleggerimento del procedimento legislativo, ma un limite ad eventuali forzature del governo sui provvedimenti esaminati anche dal Senato;
  • per limitare il ricorso ai decreti legge viene introdotta la possibilità per il governo di chiedere un voto a data certa (entro 70 giorni) per i disegni di legge che reputa essenziali per attuare il suo programma. Ciò produrrebbe due effetti positivi: il decreto legge sarebbe lasciato solo per i casi di reale necessità ed urgenza e il governo sottoporrebbe le sue priorità al giudizio della Camera che dovrebbe concedere il voto a data certa;
  • nel caso dei decreti legge in caso di rinvio alle camere da parte del Presidente della Repubblica i termini per la conversione verrebbero portati da 60 a 90 giorni. Sembra un dettaglio e, invece, supera un problema perché oggi il Presidente della Repubblica quando si trova tra le mani una legge di conversione di un decreto discutibile deve scegliere tra fare decadere il decreto legge con conseguenze spesso devastanti o accettare una legge di conversione controversa perché i termini sono troppo brevi.

deriva-autoritariaNon si può certo affermare che tale riforma ci porterebbe verso una deriva autoritaria perché molte leggi verrebbero approvate da una sola camera: l’iter monocamerale per le leggi ordinarie caratterizza quasi tutti i paesi europei. Né tanto meno è possibile affermare che una legge elettorale fortemente maggioritaria possa rendere un sistema monocamerale non democratico, in tal caso infatti l’assunto del nostro ragionamento sarebbe che tra gli altri grandi paesi europei, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, solo l’ultimo è una democrazia.

La riforma del titolo V più che azzerare i poteri delle Regioni, attribuirebbe allo Stato competenze che e’ assurdo siano regionali, come quelle sulle grandi reti dei trasporti e dell’energia, o che la storia ha dimostrato debbano essere esercitate a livello statale, come quelle afferenti agli istituti di credito locali.

L’abolizione delle competenze concorrenti non decreterebbe la fine delle controversie tra Stato e Regioni, ma di certo ridurrebbe gli spazi per il contenzioso. Molti contrasti tra Stato e Regioni si potrebbero risolvere in Senato e non con ricorsi alla Corte Costituzionale come avviene oggi.

legge-elettorale-italicumMaggiori garanzie anche per l’approvazione delle leggi elettorali. Con la riforma ogni nuova legge elettorale, per la Camera o per il Senato, dovrebbe essere approvata anche dal Senato in cui il governo potrebbe non avere la maggioranza e dove di sicuro non potrebbe usare la fiducia o la minaccia dello scioglimento anticipato. Se a ciò si somma il vaglio preventivo della Corte Costituzionale su richiesta di una minoranza al Senato o alla Camera con la nuova costituzione sarebbe impensabile l’approvazione di una legge elettorale che abbia la sola finalità di danneggiare le opposizioni.

Più garanzie per le minoranze anche nel caso dell’elezione del Presidente della Repubblica con l’innalzamento del quorum, che, dopo il sesto scrutinio, sarebbe di tre quinti contro l’attuale maggioranza assoluta. Con questa modifica qualsiasi maggioranza dovrebbe concertare con almeno una parte delle opposizioni l’elezione del Presidente della Repubblica.

valutazione politiche pubblicheInfine l’attribuzione al Senato del compito di valutazione delle politiche pubbliche dello Stato e dell’Unione Europea e dell’attività delle pubbliche amministrazioni potrebbe portare ad un più sano confronto tra i tecnici, le burocrazie ed i politici con vantaggi per un migliore sviluppo delle politiche in tutte le fasi di attuazione. Se poi consideriamo i nuovi istituti di partecipazione popolare come i referendum propositivi o di indirizzo o le consultazioni con i soggetti sociali abbiamo il quadro del tentativo di introdurre criteri nuovi per affrontare le scelte e valutarne l’efficacia.

In conclusione esistono molti motivi per sostenere una riforma e non esiste alcun rischio di derive autoritarie. Certo l’anomala composizione del Senato, con soli 100 membri quasi tutti con doppio incarico pone non poche incognite, ma è preferibile avere una sola camera legislativa ed una camera “di garanzia” che interviene solo sulle norme che determinano le regole del gioco e che e’ indipendente dal governo rispetto a due camere che svolgono le medesime funzioni.

In ogni caso affinché il nuovo bicameralismo abbia senso e’ necessario che gli stessi equilibri politici della Camera non siano riprodotti al Senato. L’elezione su base regionale ed il fatto che le scadenze in cui verranno rinnovati i senatori non coincidono con la legislatura della Camera garantisce che nelle due camere non ci  siano automaticamente gli stessi equilibri politici. E’ quindi il caso di votare questa riforma costituzionale.

Salvatore Sinagra

Elezioni Usa: bisogna sperare nella vittoria di Hillary

Fino a qualche anno fa Donald Trump sarebbe stato bollato come un impresentabile nel paese, gli Stati Uniti, in cui la sera delle elezioni il candidato perdente è uso dire del vincitore “era il mio avversario ora è il mio presidente”. Oggi può diventare il 35° presidente.

Ho la sensazione che in Italia analisti politici, economisti e operatori finanziari attendano con il fiato sospeso il nostro referendum e non si rendano conto dell’importanza delle elezioni americane. Forse tutti pensano che sia impossibile una presidenza Trump?

leader-e-follaMa veramente è possibile che negli Stati Uniti una candidata preparata come Hillary Clinton possa perdere con uno come Donald Trump? La risposta è Si. La crescita delle disuguaglianze  e le tensioni identitarie figlie della globalizzazione negli Stati Uniti hanno portato una buona fetta della popolazione, la classe media impoverita e la classe operaia a chiedere una forte discontinuità. L’errata lettura della crisi dei subprime, sia da parte delle élite che l’hanno causata, sia da parte della piazza ha generato una maionese impazzita in cui Donald Trump con il suo profumo di nuovo (ma promettendo tagli delle tasse ai ricchi non proprio un’idea nuova) potrebbe pescare tra gli scontenti della globalizzazione più di Hillary Clinton che annuncia investimenti, taglio dei debiti degli studenti universitari e congedi parentali. Proposte concrete, ma stile pacato che non soddisfa le folle.

Il mail-gate cioè la storia delle mail inviate quando Hillary era Segretario di Stato potrebbe metterla nei guai togliendole voti anche se non è neanche chiaro se riguardi fatti penalmente rilevanti. Al contrario le evasioni fiscali di Trump, queste sì rilevanti, potrebbero non penalizzarlo.

trump-populistaTrump dice spesso cose indecenti, imbarazzanti o per nulla credibili, ma pare che quelli che hanno in questi mesi frequentato i suoi comizi non stiano nemmeno a sentire cosa dice Trump ma vogliano solo vedere un uomo che grida su un palco che rivolterà il mondo come un calzino, senza, tra l’altro, spiegare come e senza la reputazione personale per farlo (è uno che si è sempre fatto gli affari suoi badando ai soldi).

Bisogna però guardare alle conseguenze di una vittoria di Trump. Molti sono convinti che in caso di elezione dovrà rinunciare alle sue promesse più radicali. Alcuni rievocano la presidenza Reagan come se la cosa potesse rassicurare. Io francamente sono terrorizzato da un nuovo Reagan, non solo per quello che farebbe all’interno degli Usa, ma soprattutto per le ricadute di una presidenza populista e ultraliberista sulla situazione mondiale. Vedo quattro problemi che si aprirebbero:

  1. povertaVerrebbero date risposte sbagliate alla questione delle disuguaglianze e della povertà. Lo slogan di Trump è Make America Great Again. Il  presupposto della sua candidatura è che negli ultimi decenni né i democratici né i repubblicani abbiano fatto gli interessi degli americani. Ciò ha comportato l’ascesa politica e produttiva dei paesi emergenti – Cina, Messico, Brasile – e il declino industriale americano. Trump ha affermato che la  Rust Belt, la “cintura della ruggine”, l’area deindustrializzata nel nord-est degli Stati Uniti, è stata inventata dai politici. Il miliardario propone tagli fiscali per rilanciare la produzione e protezionismo. Si tratta di una ricetta palesemente sbagliata in un contesto in cui le diseguaglianze convivono con la piena occupazione. I dazi ed i tagli fiscali non andrebbero a beneficio dei lavoratori poco qualificati che guadagnano sempre meno, delle madri single o dei giovani che hanno sulle spalle un significativo mutuo contratto per frequentare l’università. Una ricetta opposta a quella dell’amministrazione Obama che ha puntato su provvedimenti (dall’accesso alle cure alla qualità dell’alimentazione) a favore dei ceti medio bassi.
  2. accordo-ttipVi sarebbe un’ulteriore contrazione del commercio internazionale. Una confusa deglobalizzazione potrebbe danneggiare ulteriormente le vittime della globalizzazione.  L’instabilità come sta accadendo con la Brexit costringerebbe solo a nuove politiche monetarie espansive la cui efficacia sarebbe tutta da verificare e difficilmente darebbe benefici agli americani che lavorano.
  3. Le organizzazioni internazionali sarebbero ulteriormente paralizzate. Gli ultimi decenni ed in particolar modo gli ultimi anni sono stati caratterizzati dalla crisi delle organizzazioni internazionali. Obama da un lato con  TTIP e TPP e la Cina e gli emergenti dall’altro hanno tentato di rispondere alla crisi della globalizzazione con vaste alleanze fatte con iniziative commerciali ma sostenute da un disegno politico. Trump farebbe allontanare gli Usa da queste iniziative con la promessa di un ritorno al passato del Make America Great Again, nel quale la potenza Usa bastava per garantire l’ordine mondiale controllando un solo avversario. Oggi è evidente che nessun paese può garantire l’ordine mondiale da solo.
  4. cooperazione-internazionaleLa cooperazione internazionale subirebbe una battuta d’arresto. Uno dei dati tanto sbandierati dai liberisti è che la globalizzazione ha fatto diminuire il numero di persone che vivono sotto la povertà. In realtà nell’eterogeneità dei risultati ottenuti, per esempio in Africa sub sahariana, la situazione è peggiorata. La riduzione del numero di persone che vivono con un dollaro al giorno è l’unico traguardo parzialmente ottenuto tra gli “obiettivi del millennio” fissati dall’Onu durante la gestione Annan. Rimangono ancora lontani miglioramenti sulla mortalità infantile, sulla mortalità per parto, sull’accesso all’acqua e all’istruzione primaria soprattutto per le bambine. Serve quindi più cooperazione internazionale per rispondere alle sfide del millennio.

Quattro problemi che si aprirebbero che proiettano le conseguenze dell’elezione di Trump sulla situazione mondiale e quattro valide ragioni per non aprirli e sperare che vinca Hillary Clinton.

Salvatore Sinagra

Gli equivoci del fertility day

Lo spot del fertility day del ministero della salute non è solo offensivo nei confronti delle donne che non possono o non vogliono avere figli, ma è anche il frutto di una gigantesca distorsione della realtà.

L’Italia è un paese vecchio, per fortuna è tra gli Stati al mondo con l’aspettativa di vita più elevata, purtroppo registra poche nascite e l’immigrazione non riesce ad equilibrare tale situazione anche per la fuga di molti giovani.

anzianiLa questione demografica per tantissimi anni nel nostro paese è stata trascurata dai politici, dall’opinione pubblica e dai media. Per esempio un paio di anni fa gli economisti e molti di coloro che hanno la passione della politica si sono divisi davanti alle proposte relative alle tasse del best seller di Thomas Piketty Il capitale nel XXI secolo, ma ben pochi hanno riflettuto su una verità che non dovrebbe dividere sottolineata nello stesso libro: la crescita del PIL dei paesi occidentali dalla rivoluzione industriale in avanti è stata in media l’1,6% l’anno, per metà è stata frutto di innovazione e per l’altra metà di crescita demografica. Solo un pazzo potrebbe affermare che la crescita demografica è economicamente neutra, perché il PIL a parità di altre condizioni con l’aumento della popolazione cresce in assoluto restando fermo in termini pro capite, ma di regola quando la popolazione non cresce invecchia e così diminuiscono le entrate fiscali e aumentano i bisogni di welfare a partire da pensioni e sanità.

L’Italia è una nazione vecchia come il Giappone, fa meglio di noi la Germania anche grazie al fatto che da molti anni accoglie e integra nel mercato del lavoro giovani immigrati europei ed extraeuropei. Due esempi assai positivi sono la Francia, paese con poca fiducia nel futuro ma che ha un welfare generoso che supporta le famiglie con figli e gli Stati Uniti, che almeno fino agli ultimi critici e controversi anni sono stati terra di poco welfare ma di tante opportunità. Altro dato interessante è che fino alla metà degli anni novanta il numero di figli per donna in età fertile era più elevato al sud che al nord e oggi avviene il contrario.

fare-figli-giovaniLo spot del ministero a mio parere parte dal presupposto errato che l’Italia è popolata da trentenni che rinviano scelte quali quelle di farsi una famiglia o far figli perché vogliono divertirsi o non vogliono responsabilità. Eppure se il declino del nostro paese dipendesse dall’abbandono dei “sani costumi di un tempo” dovremmo cercare una qualche differenza culturale che spieghi perché il sud “sta degenerando” molto più velocemente del nord.

I nostri esperti del ministero sanno che indagini statistiche dimostrano che le donne italiane in età fertile desiderano avere tra due e tre figli come quelle di paesi come la Francia e la Svezia ove si registra una più elevata natalità? Sanno per esempio che esistono zone del meridione con una disoccupazione giovanile ben superiore al 50%? Sanno che in una grande città quale Roma o Milano ci sono giovani che svolgono anche lavori qualificati e sono pagati poco più di mille euro al mese che non solo non possono ambire ad un mutuo ma hanno la necessità di una garanzia dei genitori per prendere un appartamento in affitto magari pure in condivisione con due amici? Sanno che per una coppia con due stipendi normali il nido pubblico è un miraggio e quello privato può costare ben più di 500 euro? Hanno idea di quanto costi ad una famiglia con due redditi normali, quindi abbastanza benestante rispetto ai tanti giovani che non trovano lavoro, avere un figlio in più e contemporaneamente chiedere un part time?

famigliaHa poco senso ricordare che nel dopoguerra gli italiani avevano meno beni di oggi ma facevano molti figli, rispetto al dopoguerra sono radicalmente cambiate le prospettive ed è cambiata la società.

Due trentenni americani fanno tre figli perché nonostante i problemi degli Stati Uniti hanno fiducia nelle opportunità del mercato, due trentenni francesi fanno tre figli nonostante i problemi della Francia perché hanno fiducia nel welfare state francese, due trentenni italiani sono assolutamente sfiduciati. Credo quindi che in molti, non solo nei palazzi dei ministeri, dovrebbero smetterla di pensare che si possano risolvere i problemi con cambiamenti culturali e non meglio definiti “ritorni ai valori di un tempo”. Il nostro paese può tornare a crescere, dal punto di vista demografico e non solo, facendo due cose: rimodulando il welfare sull’esempio di quello francese e dando ai giovani migliori opportunità sul mercato del lavoro. Anche quest’ultima strada necessita risorse, almeno quelle per le politiche attive del mercato del lavoro, ma può essere percorsa anche con interventi a costo zero (almeno per lo Stato) quali la lotta alla corruzione, alle clientele ed alle raccomandazioni.

Salvatore Sinagra

La riforma costituzionale in dieci punti

In autunno gli elettori saranno chiamati ad esprimersi sulla riforma  costituzionale i cui punti salienti sono i seguenti:referendum costituzionale

  1. Nuovo Senato : Viene introdotta una sorta di Senato delle autonomie composto da 74 rappresentanti dei consigli regionali, 21 sindaci e 5 membri di nomina presidenziale con mandato di 7 anni
  2. Superamento del bicameralismo perfetto : Il governo riceve la fiducia solo dalla camera. Il sistema bicamerale viene limitato a provvedimenti che concernono i rapporti tra Stato ed autonomie locali (si pensi alle minoranze linguistiche ed alle linee guida che disciplinano il funzionamento delle suddivisioni territoriali dello Stato); la legislazione elettorale e sulle  forme di consultazione popolare come il referendum, la partecipazione dell’Italia all’Unione Europea e i relativi accordi
  3. Ruolo consultivo del Senato: tutti i disegni di legge approvati dalla Camera vengono trasmessi al Senato che può esprimere un parere, inoltre con determinate maggioranze il senato può chiedere alla Camera l’approvazione di un disegno di legge o di pronunciarsi su un testo di legge. Fatte salve le materie citate al punto precedente l’ultima parola spetta alla Camera
  4. Voto a data certa :  Il governo se ritiene un disegno di legge essenziale ai fini del suo programma, può chiedere che venga calendarizzato entro cinque giorni e che il parlamento si esprima entro settanta. Tale procedura non può essere utilizzata per disegni di legge in materia elettorale, di conversione di decreti, di ratifica di trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi
  5. Obbligo dei deputati e dei senatori di partecipare al lavoro dell’assemblea e delle commissioni
  6. Regioni ed enti locali : Abolite le province “ordinarie” le suddivisioni territoriali dello Stato ora sono le Regioni, le Province Autonome di Trento e Bolzano, le Città Metropolitane ed i Comuni. In Senato ogni regione non potrà essere rappresentata da meno di 2 e più di 5 membri. Le Province autonome di Trento e Bolzano avranno due rappresentanti ciascuna. Viene ridotto il novero delle competenze concorrenti dello Stato e delle Regioni a favore dello Stato, che avrà maggiori margini sulle politiche ambientali, sulla sfera dei rapporti internazionali, sulla regolamentazione delle banche anche se locali e sulle reti dell’energia e dei trasporti
  7. Surroga degli enti locali : viene stabilito che il governo può sostituirsi alle Regioni ed alle Province Autonome in caso di gravi violazioni di legge e per garantire standard minimi di servizi e coerenza economica e giuridica all’ordinamento
  8. Elezione del presidente della Repubblica : in seduta congiunta da Camera e Senato (e non più dai rappresentanti delle regioni). Dal settimo scrutinio per eleggere il presidente della repubblica serviranno i tre quinti dei presenti
  9. Possibilità di chiedere alla corte costituzionale un parere preventivo sulla legge elettorale. In caso di parere negativo non potrà essere emanata
  10. Partecipazione: vengono introdotti il referendum consultivo (su singoli provvedimenti) ed il referendum di indirizzo (su materia più ampia). Continueranno ad essere 500.000 le firme necessarie per svolgere un referendum abrogativo, se le firme raccolte saranno 800.000 il quorum non sarà parametrato al totale degli aventi diritto, ma al totale dei votanti alle ultime elezioni della camera. Il numero di firme necessarie per una legge di iniziativa popolare viene portato da 50.000 a 150.000 ma i regolamenti della camera dovranno indicare tempi precisi per l’esame della proposta

Salvatore Sinagra

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra

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