I partiti europei che tutti cercano

partiti europei

Negli ultimi giorni si sono manifestate almeno due dinamiche a prima vista connesse al rinnovo della presidenza del Parlamento Europeo, ma che ci parlano di realtà politiche europee che si manifestano con logiche da veri e propri partiti europei con palesi ripercussioni sulla vita politica italiana.
partito popolare europeoLa prima dinamica è trapelata da qualche fonte d’informazione e non ha particolarmente colpito l’opinione pubblica: pare che influenti esponenti del Partito Popolare Europeo abbiano chiesto a Berlusconi di rompere l’alleanza con Salvini. La lega postbossiana è una formazione dell’estrema destra lepenista e se Berlusconi non rinuncerà all’alleanza con l’estrema destra in Italia la sua compagine politica sarà espulsa dai popolari a Bruxelles. Sembra inoltre che gli europarlamentari forzisti siano particolarmente interessati a scongiurare l’espulsione dal PPE e che la candidatura alla presidenza del Parlamento Europeo di Antonio Tajani sia funzionale a tenere Forza Italia nel campo dei popolari e lontana dalla Lega.
In sostanza sembra quasi che oggi Berlusconi, per tanti anni padrone incontrastato del centrodestra italiano, sia messo nelle condizioni di dover scegliere tra un’alleanza con la destra senza la quale è preclusa ogni possibile vittoria alle elezioni e l’adesione ai popolari europei. Sarà per questo che adesso spinge per una legge elettorale proporzionale?

Grillo Farage insiemeLa dinamica più plateale riguarda, però, la tentata adesione del Movimento 5 Stelle all’ALDE, il gruppo parlamentare dei liberali al Parlamento Europeo.  Voluta da Grillo e Casaleggio e negoziata con  Guy Verhofstadt, nonostante i liberali siano la forza più europeista del Parlamento Europeo ed i grillini per la prima metà di questa legislatura abbiano fatto parte dello stesso gruppo dell’UKIP di Nigel Farage che ha il fine  di distruggere l’UE. Per di più Guy Verhofstadt è un dichiarato federalista, cosa eccezionale nel panorama politico europeo dove chiunque ha un incarico politico si guarda bene dal pronunciare la parola federale mentre i 5stelle hanno dichiarato di voler tenere un referendum sull’euro.
Anche in questo caso c’entra la presidenza del Parlamento Europeo alla quale aspira anche Verhofstadt. Ora che l’accordo è naufragato per il rifiuto dei liberali si impone una riflessione che va al di là degli eventi contingenti. Si è detto che tutta la questione sta nei vantaggi che l’adesione a un gruppo parlamentare comporta. Sicuramente c’entra molto anche questo aspetto; tuttavia, i condizionamenti che comporta l’adesione ad uno schieramento politico europeo trovano la loro spiegazione in un altro senso.
Evidentemente se per rimanere dentro un partito europeo si smonta una coalizione nazionale (il caso di Berlusconi), si rischia di capovolgere la propria identità come voleva fare Grillo o si rischia di intaccare un consolidato profilo politico e un prestigio come ha fatto Verhofstadt una dimensione politica europea conta e nemmeno poco.

europaLa stranezza è che i partiti politici europei contano molto anche se somigliano più a confederazioni o alleanze di forze politiche nazionali. Comunque l’esistenza del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo suggerisce una linea di tendenza piuttosto chiara.

La novità è che oggi la necessità di una dimensione politica transnazionale è ammessa implicitamente dagli stessi grillini che si sono sempre presentati come un non partito e anche dai leader “sovranisti” come Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, mentre fanno zapping tra un ritorno sovranista alla nazione  e la richiesta di smantellare “questa Europa”, intensificano i contatti con i loro omologhi degli altri paesi europei. Insomma tutti sono a caccia di una forma di collegamento politico che vada oltre l’ambito nazionale.
Una spiegazione plausibile è che ormai vi è un’ampia consapevolezza che l’euro non può funzionare bene solo con un set di regole, ma necessita di un’unione più politica che qualcuno presenta esplicitamente come una federazione tra i paesi che condividono l’euro.

EurozonaOra è palese che, se domani i governi, o i popoli degli Stati europei decidessero di convergere verso una federazione i partiti europei sarebbero costretti ad una rapida maturazione. Non è però detto che non possa verificarsi il contrario, ovvero che sia proprio la spinta derivante dall’affermazione di partiti politici europei a portare verso un cambiamento dei trattati e un diverso assetto istituzionale dell’Unione Europea e dell’area euro. Anzi per l’area euro non serve un migliore assetto istituzionale, ma occorre crearlo da zero perché i paesi della moneta comune non hanno istituzioni politiche.

Infine anche volendo prescindere dall’Unione Europea le questioni a cui dare risposta (disuguaglianze, regole della competizione tra le diverse economie, tutela dell’ambiente, conflitti, migrazioni) non possono essere affrontate a livello nazionale. Da qui la ricerca da parte di tutti di alleanze sovranazionali di forze politiche che potrebbero anche diventare veri partiti

Salvatore Sinagra

Referendum costituzionale: perchè voto SI’

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I toni accesi intorno al referendum del 4 dicembre dovrebbero lasciare il posto a ragionamenti pacati. Chi negli ultimi vent’anni si è occupato di diritto e costituzione sa che i principali problemi che affliggono il nostro sistema  sono: 1) l’abuso di decreti legge, fiducie e leggi “mille proroghe” da parte del governo; 2) la disastrosa riforma dei poteri delle regioni del 2001 che ha comportato un’esplosione della spesa pubblica senza un miglioramento della qualità della vita per i cittadini e continui contenziosi tra lo Stato e le Regioni; 3) l’avvelenamento dei rapporti politici con la legge elettorale del 2005 (porcellum) fatta non solo a maggioranza e con l’uso della fiducia ma in frode alle opposizioni. Il nuovo testo della costituzione prova a dare una risposta a tutti questi problemi.

riforma-costituzionalePer quanto riguarda i rapporti tra Parlamento e governo e il procedimento legislativo la riforma si basa su tre punti:

  • solo la Camera voterebbe la fiducia al governo. Le leggi ordinarie verrebbero approvate dalla sola Camera, ma quelle relative alle regole del gioco, si pensi alle leggi elettorali, a quelle concernenti i rapporti tra lo Stato e le sue suddivisioni territoriali,  a quelle relative ai referendum ed alle forme di partecipazione popolare, alle riforme costituzionali ed alle ratifiche di trattati relativi all’Unione Europea verrebbero votate anche dal Senato nel quale il governo non potrebbe ricorrere alla fiducia. Quindi alleggerimento del procedimento legislativo, ma un limite ad eventuali forzature del governo sui provvedimenti esaminati anche dal Senato;
  • per limitare il ricorso ai decreti legge viene introdotta la possibilità per il governo di chiedere un voto a data certa (entro 70 giorni) per i disegni di legge che reputa essenziali per attuare il suo programma. Ciò produrrebbe due effetti positivi: il decreto legge sarebbe lasciato solo per i casi di reale necessità ed urgenza e il governo sottoporrebbe le sue priorità al giudizio della Camera che dovrebbe concedere il voto a data certa;
  • nel caso dei decreti legge in caso di rinvio alle camere da parte del Presidente della Repubblica i termini per la conversione verrebbero portati da 60 a 90 giorni. Sembra un dettaglio e, invece, supera un problema perché oggi il Presidente della Repubblica quando si trova tra le mani una legge di conversione di un decreto discutibile deve scegliere tra fare decadere il decreto legge con conseguenze spesso devastanti o accettare una legge di conversione controversa perché i termini sono troppo brevi.

deriva-autoritariaNon si può certo affermare che tale riforma ci porterebbe verso una deriva autoritaria perché molte leggi verrebbero approvate da una sola camera: l’iter monocamerale per le leggi ordinarie caratterizza quasi tutti i paesi europei. Né tanto meno è possibile affermare che una legge elettorale fortemente maggioritaria possa rendere un sistema monocamerale non democratico, in tal caso infatti l’assunto del nostro ragionamento sarebbe che tra gli altri grandi paesi europei, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, solo l’ultimo è una democrazia.

La riforma del titolo V più che azzerare i poteri delle Regioni, attribuirebbe allo Stato competenze che e’ assurdo siano regionali, come quelle sulle grandi reti dei trasporti e dell’energia, o che la storia ha dimostrato debbano essere esercitate a livello statale, come quelle afferenti agli istituti di credito locali.

L’abolizione delle competenze concorrenti non decreterebbe la fine delle controversie tra Stato e Regioni, ma di certo ridurrebbe gli spazi per il contenzioso. Molti contrasti tra Stato e Regioni si potrebbero risolvere in Senato e non con ricorsi alla Corte Costituzionale come avviene oggi.

legge-elettorale-italicumMaggiori garanzie anche per l’approvazione delle leggi elettorali. Con la riforma ogni nuova legge elettorale, per la Camera o per il Senato, dovrebbe essere approvata anche dal Senato in cui il governo potrebbe non avere la maggioranza e dove di sicuro non potrebbe usare la fiducia o la minaccia dello scioglimento anticipato. Se a ciò si somma il vaglio preventivo della Corte Costituzionale su richiesta di una minoranza al Senato o alla Camera con la nuova costituzione sarebbe impensabile l’approvazione di una legge elettorale che abbia la sola finalità di danneggiare le opposizioni.

Più garanzie per le minoranze anche nel caso dell’elezione del Presidente della Repubblica con l’innalzamento del quorum, che, dopo il sesto scrutinio, sarebbe di tre quinti contro l’attuale maggioranza assoluta. Con questa modifica qualsiasi maggioranza dovrebbe concertare con almeno una parte delle opposizioni l’elezione del Presidente della Repubblica.

valutazione politiche pubblicheInfine l’attribuzione al Senato del compito di valutazione delle politiche pubbliche dello Stato e dell’Unione Europea e dell’attività delle pubbliche amministrazioni potrebbe portare ad un più sano confronto tra i tecnici, le burocrazie ed i politici con vantaggi per un migliore sviluppo delle politiche in tutte le fasi di attuazione. Se poi consideriamo i nuovi istituti di partecipazione popolare come i referendum propositivi o di indirizzo o le consultazioni con i soggetti sociali abbiamo il quadro del tentativo di introdurre criteri nuovi per affrontare le scelte e valutarne l’efficacia.

In conclusione esistono molti motivi per sostenere una riforma e non esiste alcun rischio di derive autoritarie. Certo l’anomala composizione del Senato, con soli 100 membri quasi tutti con doppio incarico pone non poche incognite, ma è preferibile avere una sola camera legislativa ed una camera “di garanzia” che interviene solo sulle norme che determinano le regole del gioco e che e’ indipendente dal governo rispetto a due camere che svolgono le medesime funzioni.

In ogni caso affinché il nuovo bicameralismo abbia senso e’ necessario che gli stessi equilibri politici della Camera non siano riprodotti al Senato. L’elezione su base regionale ed il fatto che le scadenze in cui verranno rinnovati i senatori non coincidono con la legislatura della Camera garantisce che nelle due camere non ci  siano automaticamente gli stessi equilibri politici. E’ quindi il caso di votare questa riforma costituzionale.

Salvatore Sinagra

Elezioni Usa: bisogna sperare nella vittoria di Hillary

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Fino a qualche anno fa Donald Trump sarebbe stato bollato come un impresentabile nel paese, gli Stati Uniti, in cui la sera delle elezioni il candidato perdente è uso dire del vincitore “era il mio avversario ora è il mio presidente”. Oggi può diventare il 35° presidente.

Ho la sensazione che in Italia analisti politici, economisti e operatori finanziari attendano con il fiato sospeso il nostro referendum e non si rendano conto dell’importanza delle elezioni americane. Forse tutti pensano che sia impossibile una presidenza Trump?

leader-e-follaMa veramente è possibile che negli Stati Uniti una candidata preparata come Hillary Clinton possa perdere con uno come Donald Trump? La risposta è Si. La crescita delle disuguaglianze  e le tensioni identitarie figlie della globalizzazione negli Stati Uniti hanno portato una buona fetta della popolazione, la classe media impoverita e la classe operaia a chiedere una forte discontinuità. L’errata lettura della crisi dei subprime, sia da parte delle élite che l’hanno causata, sia da parte della piazza ha generato una maionese impazzita in cui Donald Trump con il suo profumo di nuovo (ma promettendo tagli delle tasse ai ricchi non proprio un’idea nuova) potrebbe pescare tra gli scontenti della globalizzazione più di Hillary Clinton che annuncia investimenti, taglio dei debiti degli studenti universitari e congedi parentali. Proposte concrete, ma stile pacato che non soddisfa le folle.

Il mail-gate cioè la storia delle mail inviate quando Hillary era Segretario di Stato potrebbe metterla nei guai togliendole voti anche se non è neanche chiaro se riguardi fatti penalmente rilevanti. Al contrario le evasioni fiscali di Trump, queste sì rilevanti, potrebbero non penalizzarlo.

trump-populistaTrump dice spesso cose indecenti, imbarazzanti o per nulla credibili, ma pare che quelli che hanno in questi mesi frequentato i suoi comizi non stiano nemmeno a sentire cosa dice Trump ma vogliano solo vedere un uomo che grida su un palco che rivolterà il mondo come un calzino, senza, tra l’altro, spiegare come e senza la reputazione personale per farlo (è uno che si è sempre fatto gli affari suoi badando ai soldi).

Bisogna però guardare alle conseguenze di una vittoria di Trump. Molti sono convinti che in caso di elezione dovrà rinunciare alle sue promesse più radicali. Alcuni rievocano la presidenza Reagan come se la cosa potesse rassicurare. Io francamente sono terrorizzato da un nuovo Reagan, non solo per quello che farebbe all’interno degli Usa, ma soprattutto per le ricadute di una presidenza populista e ultraliberista sulla situazione mondiale. Vedo quattro problemi che si aprirebbero:

  1. povertaVerrebbero date risposte sbagliate alla questione delle disuguaglianze e della povertà. Lo slogan di Trump è Make America Great Again. Il  presupposto della sua candidatura è che negli ultimi decenni né i democratici né i repubblicani abbiano fatto gli interessi degli americani. Ciò ha comportato l’ascesa politica e produttiva dei paesi emergenti – Cina, Messico, Brasile – e il declino industriale americano. Trump ha affermato che la  Rust Belt, la “cintura della ruggine”, l’area deindustrializzata nel nord-est degli Stati Uniti, è stata inventata dai politici. Il miliardario propone tagli fiscali per rilanciare la produzione e protezionismo. Si tratta di una ricetta palesemente sbagliata in un contesto in cui le diseguaglianze convivono con la piena occupazione. I dazi ed i tagli fiscali non andrebbero a beneficio dei lavoratori poco qualificati che guadagnano sempre meno, delle madri single o dei giovani che hanno sulle spalle un significativo mutuo contratto per frequentare l’università. Una ricetta opposta a quella dell’amministrazione Obama che ha puntato su provvedimenti (dall’accesso alle cure alla qualità dell’alimentazione) a favore dei ceti medio bassi.
  2. accordo-ttipVi sarebbe un’ulteriore contrazione del commercio internazionale. Una confusa deglobalizzazione potrebbe danneggiare ulteriormente le vittime della globalizzazione.  L’instabilità come sta accadendo con la Brexit costringerebbe solo a nuove politiche monetarie espansive la cui efficacia sarebbe tutta da verificare e difficilmente darebbe benefici agli americani che lavorano.
  3. Le organizzazioni internazionali sarebbero ulteriormente paralizzate. Gli ultimi decenni ed in particolar modo gli ultimi anni sono stati caratterizzati dalla crisi delle organizzazioni internazionali. Obama da un lato con  TTIP e TPP e la Cina e gli emergenti dall’altro hanno tentato di rispondere alla crisi della globalizzazione con vaste alleanze fatte con iniziative commerciali ma sostenute da un disegno politico. Trump farebbe allontanare gli Usa da queste iniziative con la promessa di un ritorno al passato del Make America Great Again, nel quale la potenza Usa bastava per garantire l’ordine mondiale controllando un solo avversario. Oggi è evidente che nessun paese può garantire l’ordine mondiale da solo.
  4. cooperazione-internazionaleLa cooperazione internazionale subirebbe una battuta d’arresto. Uno dei dati tanto sbandierati dai liberisti è che la globalizzazione ha fatto diminuire il numero di persone che vivono sotto la povertà. In realtà nell’eterogeneità dei risultati ottenuti, per esempio in Africa sub sahariana, la situazione è peggiorata. La riduzione del numero di persone che vivono con un dollaro al giorno è l’unico traguardo parzialmente ottenuto tra gli “obiettivi del millennio” fissati dall’Onu durante la gestione Annan. Rimangono ancora lontani miglioramenti sulla mortalità infantile, sulla mortalità per parto, sull’accesso all’acqua e all’istruzione primaria soprattutto per le bambine. Serve quindi più cooperazione internazionale per rispondere alle sfide del millennio.

Quattro problemi che si aprirebbero che proiettano le conseguenze dell’elezione di Trump sulla situazione mondiale e quattro valide ragioni per non aprirli e sperare che vinca Hillary Clinton.

Salvatore Sinagra

Gli equivoci del fertility day

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Lo spot del fertility day del ministero della salute non è solo offensivo nei confronti delle donne che non possono o non vogliono avere figli, ma è anche il frutto di una gigantesca distorsione della realtà.

L’Italia è un paese vecchio, per fortuna è tra gli Stati al mondo con l’aspettativa di vita più elevata, purtroppo registra poche nascite e l’immigrazione non riesce ad equilibrare tale situazione anche per la fuga di molti giovani.

anzianiLa questione demografica per tantissimi anni nel nostro paese è stata trascurata dai politici, dall’opinione pubblica e dai media. Per esempio un paio di anni fa gli economisti e molti di coloro che hanno la passione della politica si sono divisi davanti alle proposte relative alle tasse del best seller di Thomas Piketty Il capitale nel XXI secolo, ma ben pochi hanno riflettuto su una verità che non dovrebbe dividere sottolineata nello stesso libro: la crescita del PIL dei paesi occidentali dalla rivoluzione industriale in avanti è stata in media l’1,6% l’anno, per metà è stata frutto di innovazione e per l’altra metà di crescita demografica. Solo un pazzo potrebbe affermare che la crescita demografica è economicamente neutra, perché il PIL a parità di altre condizioni con l’aumento della popolazione cresce in assoluto restando fermo in termini pro capite, ma di regola quando la popolazione non cresce invecchia e così diminuiscono le entrate fiscali e aumentano i bisogni di welfare a partire da pensioni e sanità.

L’Italia è una nazione vecchia come il Giappone, fa meglio di noi la Germania anche grazie al fatto che da molti anni accoglie e integra nel mercato del lavoro giovani immigrati europei ed extraeuropei. Due esempi assai positivi sono la Francia, paese con poca fiducia nel futuro ma che ha un welfare generoso che supporta le famiglie con figli e gli Stati Uniti, che almeno fino agli ultimi critici e controversi anni sono stati terra di poco welfare ma di tante opportunità. Altro dato interessante è che fino alla metà degli anni novanta il numero di figli per donna in età fertile era più elevato al sud che al nord e oggi avviene il contrario.

fare-figli-giovaniLo spot del ministero a mio parere parte dal presupposto errato che l’Italia è popolata da trentenni che rinviano scelte quali quelle di farsi una famiglia o far figli perché vogliono divertirsi o non vogliono responsabilità. Eppure se il declino del nostro paese dipendesse dall’abbandono dei “sani costumi di un tempo” dovremmo cercare una qualche differenza culturale che spieghi perché il sud “sta degenerando” molto più velocemente del nord.

I nostri esperti del ministero sanno che indagini statistiche dimostrano che le donne italiane in età fertile desiderano avere tra due e tre figli come quelle di paesi come la Francia e la Svezia ove si registra una più elevata natalità? Sanno per esempio che esistono zone del meridione con una disoccupazione giovanile ben superiore al 50%? Sanno che in una grande città quale Roma o Milano ci sono giovani che svolgono anche lavori qualificati e sono pagati poco più di mille euro al mese che non solo non possono ambire ad un mutuo ma hanno la necessità di una garanzia dei genitori per prendere un appartamento in affitto magari pure in condivisione con due amici? Sanno che per una coppia con due stipendi normali il nido pubblico è un miraggio e quello privato può costare ben più di 500 euro? Hanno idea di quanto costi ad una famiglia con due redditi normali, quindi abbastanza benestante rispetto ai tanti giovani che non trovano lavoro, avere un figlio in più e contemporaneamente chiedere un part time?

famigliaHa poco senso ricordare che nel dopoguerra gli italiani avevano meno beni di oggi ma facevano molti figli, rispetto al dopoguerra sono radicalmente cambiate le prospettive ed è cambiata la società.

Due trentenni americani fanno tre figli perché nonostante i problemi degli Stati Uniti hanno fiducia nelle opportunità del mercato, due trentenni francesi fanno tre figli nonostante i problemi della Francia perché hanno fiducia nel welfare state francese, due trentenni italiani sono assolutamente sfiduciati. Credo quindi che in molti, non solo nei palazzi dei ministeri, dovrebbero smetterla di pensare che si possano risolvere i problemi con cambiamenti culturali e non meglio definiti “ritorni ai valori di un tempo”. Il nostro paese può tornare a crescere, dal punto di vista demografico e non solo, facendo due cose: rimodulando il welfare sull’esempio di quello francese e dando ai giovani migliori opportunità sul mercato del lavoro. Anche quest’ultima strada necessita risorse, almeno quelle per le politiche attive del mercato del lavoro, ma può essere percorsa anche con interventi a costo zero (almeno per lo Stato) quali la lotta alla corruzione, alle clientele ed alle raccomandazioni.

Salvatore Sinagra

La riforma costituzionale in dieci punti

riforma costituzionale

In autunno gli elettori saranno chiamati ad esprimersi sulla riforma  costituzionale i cui punti salienti sono i seguenti:referendum costituzionale

  1. Nuovo Senato : Viene introdotta una sorta di Senato delle autonomie composto da 74 rappresentanti dei consigli regionali, 21 sindaci e 5 membri di nomina presidenziale con mandato di 7 anni
  2. Superamento del bicameralismo perfetto : Il governo riceve la fiducia solo dalla camera. Il sistema bicamerale viene limitato a provvedimenti che concernono i rapporti tra Stato ed autonomie locali (si pensi alle minoranze linguistiche ed alle linee guida che disciplinano il funzionamento delle suddivisioni territoriali dello Stato); la legislazione elettorale e sulle  forme di consultazione popolare come il referendum, la partecipazione dell’Italia all’Unione Europea e i relativi accordi
  3. Ruolo consultivo del Senato: tutti i disegni di legge approvati dalla Camera vengono trasmessi al Senato che può esprimere un parere, inoltre con determinate maggioranze il senato può chiedere alla Camera l’approvazione di un disegno di legge o di pronunciarsi su un testo di legge. Fatte salve le materie citate al punto precedente l’ultima parola spetta alla Camera
  4. Voto a data certa :  Il governo se ritiene un disegno di legge essenziale ai fini del suo programma, può chiedere che venga calendarizzato entro cinque giorni e che il parlamento si esprima entro settanta. Tale procedura non può essere utilizzata per disegni di legge in materia elettorale, di conversione di decreti, di ratifica di trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi
  5. Obbligo dei deputati e dei senatori di partecipare al lavoro dell’assemblea e delle commissioni
  6. Regioni ed enti locali : Abolite le province “ordinarie” le suddivisioni territoriali dello Stato ora sono le Regioni, le Province Autonome di Trento e Bolzano, le Città Metropolitane ed i Comuni. In Senato ogni regione non potrà essere rappresentata da meno di 2 e più di 5 membri. Le Province autonome di Trento e Bolzano avranno due rappresentanti ciascuna. Viene ridotto il novero delle competenze concorrenti dello Stato e delle Regioni a favore dello Stato, che avrà maggiori margini sulle politiche ambientali, sulla sfera dei rapporti internazionali, sulla regolamentazione delle banche anche se locali e sulle reti dell’energia e dei trasporti
  7. Surroga degli enti locali : viene stabilito che il governo può sostituirsi alle Regioni ed alle Province Autonome in caso di gravi violazioni di legge e per garantire standard minimi di servizi e coerenza economica e giuridica all’ordinamento
  8. Elezione del presidente della Repubblica : in seduta congiunta da Camera e Senato (e non più dai rappresentanti delle regioni). Dal settimo scrutinio per eleggere il presidente della repubblica serviranno i tre quinti dei presenti
  9. Possibilità di chiedere alla corte costituzionale un parere preventivo sulla legge elettorale. In caso di parere negativo non potrà essere emanata
  10. Partecipazione: vengono introdotti il referendum consultivo (su singoli provvedimenti) ed il referendum di indirizzo (su materia più ampia). Continueranno ad essere 500.000 le firme necessarie per svolgere un referendum abrogativo, se le firme raccolte saranno 800.000 il quorum non sarà parametrato al totale degli aventi diritto, ma al totale dei votanti alle ultime elezioni della camera. Il numero di firme necessarie per una legge di iniziativa popolare viene portato da 50.000 a 150.000 ma i regolamenti della camera dovranno indicare tempi precisi per l’esame della proposta

Salvatore Sinagra

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Europa a due velocità

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra

Il disorientamento del dopo Brexit

dopo Brexit

A qualche settimana dal referendum britannico che ha visto prevalere il leave l’incertezza regna sovrana.  Il dopo Brexit è contrassegnato dal disorientamento dei leader che danno l’impressione di non sapere bene che fare.
A Londra si registra un vero e proprio sconvolgimento politico: Il premier conservatore Cameron si è dimesso, il nazionalista Farage ha lasciato la guida del suo partito, il leader laburista Corbyn e’ stato sfiduciato dai suoi parlamentari e due big conservatori in prima linea per il leave, Gove e Johnson non correranno per prendere il posto di  Cameron.
referendum Regno UnitoIl referendum e’ stato utilizzato per fare una guerra di posizione nel partito conservatore, con Cameron che voleva dimostrare alla destra di essere il più forte e i politici dell’ala destra del partito che volevano dimostrare ai britannici di essere molto bravi a rubacchiare qualcosa a Bruxelles brandendo l’arma del referendum.
Oggi in prima linea per la successione a Cameron è rimasta solo Theresa May, donna allergica ad ogni trattato internazionale  soprattutto se relativo ai  diritti umani, ma che, pur tenendo un profilo basso, era dalla parte del remain.
Se, come ha fatto intendere Boris Johnson, l’obiettivo dei conservatori più estremisti e’ portare Londra fuori dall’UE, ma facendola rimanere attaccata al mercato unico la destra britannica sta facendo una guerra puramente simbolica e potenzialmente molto costosa. L’adesione allo spazio economico europeo in sostituzione di una membership dell’Ue con opt out su tutte le questioni politiche e’  un cambiamento poco rilevante sotto il profilo economico ottenuto però dopo un percorso tortuoso con impatti potenzialmente disastrosi e irreversibili su stabilità e crescita.
Dall’altra parte della Manica però non è che le cose siano molto più chiare. In sintesi si può dire che c’è una “Unione divisa” e non è certo una novità.  Come sempre c’è una Commissione Europea che (bene o male) vuol provare a sintetizzare un interesse comune e i governi nazionali che provano a difendere l’interesse nazionale o ancor peggio provano a cavalcare l’euroscetticismo per ottenere qualcosa in più.

Merkel HollandeIl “ventaglio” delle posizioni dei leader degli stati più importanti è significativo. La signora Merkel ha una posizione attendista: la Gran Bretagna è un partner commerciale importante per la Germania e la cancelliera vuol fare tutto il possibile per non pregiudicare l’accesso di Londra al mercato interno. Hollande ammonisce che senza la Gran Bretagna non si potrà mai parlare di esercito europeo. Evidentemente trascura il fatto che gli inglesi non vogliono che l’Europa divenga un superstato ed un esercito europeo sarebbe proprio una conferma della sua esistenza. Tanti altri premier europei sembrano come Merkel e Hollande più interessati a preservare rapporti politici e commerciali con Londra che a immaginare quei cambiamenti istituzionali e di politiche economiche che il voto del 23 giugno ci dice essere ormai improcrastinabili ma che in verità e’ evidente fossero auspicabili già dieci anni fa. Così il presidente della Commissione Juncker dice che Londra ha votato e che bisogna fare in fretta a definire la nuova situazione sulla base del principio “chi è dentro e’ dentro, chi è fuori e’ fuori”. Il presidente del Parlamento europeo, il tedesco Schulz con una riflessione sull’economia lapidaria e incontestabile si accoda a Juncker: l’instabilità fa male, quindi occorre chiudere subito il dossier Brexit.

crisi EuropaLa questione si complica ancora guardando ad est. Alcuni capi di governo di paesi accusati di opportunismo da Juncker perché interessati solo a rastrellare fondi comunitari, ma non a dare risposte comuni a questioni epocali come quella dei migranti, vogliono la testa del presidente della Commissione europea e cercano una sponda in Angela Merkel. Tra l’altro il presidente della Commissione in questo momento non può contare nemmeno sull’appoggio di tutti gli uomini delle istituzioni UE, con il presidente dell’eurogruppo l’olandese Dijsselbloem che non si e’ mai distinto per brillantezza ma adesso e’ completamente sparito ed il presidente del Consiglio Europeo, il polacco Tusk che dovrebbe facilitare la sintesi di posizioni tra i governi dell’Unione ma continua ad attaccare Merkel, Hollande e Juncker ed a stigmatizzare ogni proposta di riforma dell’Unione per cercare di guadagnare qualche consenso tra l’elettorato polacco che si e’  ormai affidato alla destra conservatrice ed euroscettica. Non abbiamo quindi un presidente dell’eurogruppo ma abbiamo trovato in Tusk il presidente de facto del no-eurogruppo che si candida a rappresentare  gli interessi dei paesi politicamente periferici. Il ruolo di Tusk era stato pensato per sbloccare le situazioni di stallo e oggi il polacco invita tutti a stare fermi sullo status quo.
Serve quindi una riforma profonda dell’Unione Europea che deve essere fatta con il coinvolgimento del popolo e non con un trattato di compromesso e poco comprensibile, tuttavia dobbiamo sapere che senza una classe dirigente degna di questo nome e con politici che usano le elezioni europee come sondaggi ed i referendum come terreno di battaglia interna al partito non c’è futuro per il vecchio continente.

Salvatore Sinagra

Brexit. Ci vuole il federalismo europeo

federalismo eurozona

Il divorzio tra Londra e Bruxelles è per molti versi paradossale perché la UE a me, federalista convinto, è apparsa sempre fin troppo condizionata da una continua ricerca della mediazione con i governi inglesi fatta di veti posti e non respinti. L’ultimo episodio poche settimane fa quando Cameron ha raggiunto un accordo umiliante per l’Unione e per gli europei.

brexitIl problema di fondo è sempre quello già da tempo individuato: la UE nata a Maastricht nel 1992 da un compromesso a cui era chiaro dovesse seguire un progetto politico lì si è fermata e non è andata più avanti. Sì certo si è arrivati all’euro, ma il progetto politico che doveva accompagnarlo è stato bloccato. La bocciatura della costituzione europea con i referendum in Francia ed in Olanda fu un campanello d’allarme a cui si rispose in modo molto timido. Il colpo più forte è arrivato poi con lo Tsunami della crisi finanziaria mondiale. Allora i nostri politici ed i più importanti operatori economici usarono la retorica della crisi venuta da lontano. Non vollero riconoscere le fragilità della costruzione europea e dell’eurozona in particolare. Concentrati sui parametri di bilancio non si accorsero della mancanza degli strumenti necessari per  fare politiche anticicliche cioè per rilanciare l’economia con gli investimenti.

Oggi rischiamo di fare lo stesso errore con la Brexit. Il fatto che quasi tutti gli economisti affermino che la Gran Bretagna pagherà caro il divorzio da Bruxelles non significa che il Pil perso dai britannici sarà in buona parte intercettato dagli altri paesi dell’Unione. Nell’economia globalizzata è facile che prevalga l’effetto contagio, ovvero che la recessione della Gran Bretagna trascini nel baratro l’intera Europa. Senza tanti giri di parole basta vedere cosa è accaduto in questi giorni sui mercati finanziari.

crisi EuropaAltro paradosso. Molti di coloro che hanno votato leave volevano dare uno schiaffo al sistema, eppure quei colossi che in questi mesi perderanno tanto terreno in borsa probabilmente scaricheranno la crisi sui  più deboli. Possiamo star certi che i crolli di borsa di oggi sono i licenziamenti di domani. Ma cosa avranno da esultare i leghisti nostrani e i  nazionalisti nel vedere che ad una condizione di difficoltà che dura da anni si aggiunge adesso anche questa drammatica ulteriore crisi finanziaria portata dal voto inglese?

Scrive Raghuram Rajan, economista indiano-americano ed attuale governatore della banca centrale indiana che le sempre più ricorrenti crisi finanziarie producono riprese (del prodotto interno lordo) senza occupazione perchè il sistema mette tempi sempre più lunghi per ritornare ai livelli di disoccupazione pre crisi.

In Europa le cose vanno perfino peggio perché nei paesi mediterranei non si intravede neanche la possibilità di tornare ai livelli di occupazione del 2008. Oggi una recessione pare inevitabile da entrambe le parti della Manica e guardando al nostro orticello in Italia probabilmente dissiperà i limitati segnali di ripresa che abbiamo registrato negli ultimi mesi. Probabilmente fra tre o quattro anni i mercati avranno recuperato il terreno perduto e forse i grandi patrimoni saranno cresciuti come se la crisi non ci fosse mai stata, ma i giovani precari o i lavoratori anziani rimasti a casa non avranno modo alcun di recuperare il tempo perso, le loro vite saranno segnate dai drammatici anni del post Brexit. Il voto di protesta avrà avuto così il drammatico effetto di far crescere le disuguaglianze.

euro rotturaL’Euro è da lungo tempo usato come capro espiatorio delle incapacità dei politici europei, tuttavia è inevitabile ammettere che la moneta comune non ha retto l’urto delle ricorrenti crisi del suo tempo perché è stata tradita la promessa di stabilità fatta a Maastricht. Nel 1992 i principali fattori di instabilità erano l’inflazione ed il debito pubblico, oggi sono i terremoti finanziari, causa principale degli attuali livelli di povertà e disuguaglianza. Se l’area euro  non si doterà dei necessari strumenti di stabilizzazione economica, compresa una buona regolamentazione del settore finanziario, passeremo i nostri anni a saltare di crisi in crisi e di bolla in bolla.

Il divorzio tra Londra e Bruxelles avrà costi che oggi è difficile prevedere. Se Londra sta correndo un rischio senza precedenti perché potrebbe essere tagliata fuori da una globalizzazione in cui fino ad oggi ha avuto un ruolo da protagonista, la mancanza di istituzioni politiche dell’area euro potrebbe farci pagare i costi maggiori della crisi. L’area euro e l’Unione, e soprattutto le loro classi dirigenti, sono chiamate ad una prova senza appello, o si trasforma l’area euro in una federazione o si torna al 1914. Non si trascuri il fatto che l’euroscetticismo ha raggiunto livelli mai visti e l’abbandono di Londra renderà probabilmente ancora più ostile il clima per i federatori. Ha poco senso consolarsi pensando che sotto il profilo economico Londra avrà la peggio. Occorre un’azione forte prima che sia troppo tardi. Se non riusciamo a reagire nella maniera giusta ci rimetteremo tutti.

Salvatore Sinagra

Brexit: se Londra divorzia da Bruxelles

brexit

Il prossimo 23 giugno i cittadini britannici saranno chiamati a decidere circa la permanenza del loro paese nell’Unione Europea. È la realizzazione di un impegno assunto dal premier David Cameron durante la campagna elettorale per ottenere un secondo mandato per indire un referendum sull’Unione.

La paura della Brexit ha già prodotto alcuni risultati. Grazie ad una trattativa con la UE Cameron ha ottenuto la possibilità di limitare per un certo numero di anni l’accesso al welfare per i cittadini comunitari e l’esenzione per la Gran Bretagna da ogni obbligo di partecipare ad ulteriori step dell’integrazione europea.

referendum Regno UnitoRisultati che, ovviamente, sono stati subito portati nella campagna di Cameron per restare nell’Unione. Tuttavia il partito conservatore si è spaccato perché una parte (l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, il ministro della giustizia Michael Gove e molti parlamentari) stanno facendo campagna elettorale per la Brexit insieme ai populisti dell’United Kingdom Independence Party di Nigel Farage. Con qualche defezione, invece, sono per la permanenza nell’Unione i laburisti, i verdi ed i liberali. La Confindustria britannica e gran parte dei sindacati hanno chiesto ai loro iscritti di andare a votare per rimanere nell’Unione.

Il governo Cameron dopo aver concluso l’accordo con l’Ue ha diffuso uno studio che quantifica in circa 3.000 sterline l’anno a famiglia il costo dell’abbandono dell’UE; gli euroscettici hanno subito contestato le cifre, Johnson ha stimato in almeno 2 miliardi i costi della permanenza nell’Ue mentre Farage ha sottolineato che rimanendo legata a Bruxelles Londra dovrà accogliere diverse centinaia di migliaia di migranti l’anno per molti anni.

Tutti i principali analisti affermano che in caso di Brexit i cittadini britannici sconterebbero la gran parte dei costi, tuttavia e’ assai difficile fare stime precise e capire quali economie sarebbero maggiormente penalizzate da un evento con un grande potenziale destabilizzante. Di certo nel breve periodo sarebbe cruciale il ruolo della politica monetaria. Se da una parte il divorzio allenterebbe i legami tra Londra ed il mercato unico aprendo spazi per le principali piazze finanziarie UE, (Parigi, Francoforte e Milano in testa) dall’altra costituirebbe un ulteriore segnale di sfiducia per il progetto europeo appesantito dalla crisi economico-finanziaria e in difficoltà fin dalla bocciatura della costituzione europea.

unione europeaIn ogni caso non sarà possibile fare un quadro attendibile delle possibili conseguenze della Brexit se prima non sarà noto come verranno ricomposte le relazioni tra Londra e gli altri Stati UE. Per esempio sarebbe possibile far aderire la Gran Bretagna allo Spazio Economico Europeo. In questo modo il Regno Unito si troverebbe in una situazione analoga a quella di Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Tuttavia il presidente della Commissione Juncker e il ministro dell’economia tedesco Schauble hanno fatto intendere che non saranno concessi percorsi privilegiati a Londra. Inoltre la Gran Bretagna fuori dalla UE dovrebbe rinegoziare tutti gli accordi commerciali in un momento storico in cui l’opinione pubblica e i governi non sono molto favorevoli al libero scambio. Londra per esempio potrebbe trovarsi fuori, ammesso che venga concluso, dal TTIP, il più importante trattato commerciale della storia. Si tratterebbe di una conseguenza forse gradita ad una parte della sinistra britannica ma non certo ai thatcheriani del partito conservatore e dell’UKIP.

In molti, a partire dal governatore della Bank of England, hanno ammonito che la City fuori dall’UE potrebbe diventare più debole.  Vi sono diverse alternative: alcune grandi banche potrebbero portare il loro quartier generale in una grande piazza finanziaria UE; altre potrebbero portare in Europa continentale solo una parte dei loro uffici londinesi; in ogni caso  i grandi gruppi attenderebbero la definizione del nuovo ruolo di Londra in Europa quindi ragionevolmente servirebbero un paio d’anni per avere un’idea del futuro della City (e di Francoforte, Parigi e Milano che potrebbero ottenere qualche beneficio dal divorzio del secolo).
indipendenza ScoziaInfine se la Gran Bretagna dovesse abbandonare l’Unione gli scozzesi chiederebbero di ripetere il referendum sull’indipendenza, con Londra che potrebbe perdere un altro pezzo dell’impero e Glasgow in una situazione assai difficile: con un significativo deficit, priva dell’ombrello della City, senza la garanzia di poter usare la sterlina, lontana dall’euro e forse anche dalla UE.

Se è facile immaginare che in una UE senza Londra, Parigi e Berlino peserebbero di più è più difficile capire se con un’unione che si ferma alla Manica vi sarebbe meno attenzione alla concorrenza ed al libero scambio. E ancora più arduo è cercare di capire se, senza i liberisti Thatcheriani e senza gli anomali laburisti britannici l’Unione si sposterebbe a sinistra o se in un’Unione senza Londra sarebbe più facile fare le riforme necessarie per fare funzionare l’euro o per dirla con parole più appropriate rendere la zona euro un’area valutaria ottimale.

In conclusione l’analisi economica porta a ritenere che la Gran Bretagna sia il paese più esposto a rischi in caso di separazione; quella politica e della storia recente porta a pensare che la zona euro e soprattutto i suoi paesi più deboli siano i più esposti agli eventi destabilizzanti. Troppo spesso per esempio i paesi mediterranei negli ultimi anni hanno fatto moltissima fatica a gestire crisi realmente o apparentemente nate lontano da loro. Troppo spesso in questi anni la BCE è stato l’unico soggetto che ha sostenuto la crescita. A Londra come nelle altre capitali europee è l’ora della politica o la destabilizzazione prenderà il sopravvento

Salvatore Sinagra

Le elezioni in Austria parlano dell’Europa

crisi Europa

Le elezioni in Austria ci parlano di Europa e della sua crisi di identità. hanno molto da raccontarciIl candidato del Partito della Libertà (FPӦ), forza dell’estrema destra ha vinto il primo turno delle presidenziali austriache ed ha perso il secondo per una manciata di voti. Si tratta di un esito che ha sconvolto molti in Italia ma mi stupisco di chi ancora si stupisce: fin dagli anni novanta il partito guidato un tempo dal defunto Jӧrg Heider ottiene risultati notevoli entrando persino a far parte di un governo di coalizione.

estrema destra AustriaIl capogruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo Gianni Pittella ha dichiarato prima del ballottaggio che a prescindere dal risultato finale ormai la situazione è assai grave, perché l’estrema destra è stata definitivamente sdoganata. In verità in Austria il Partito della Libertà è ormai da lunghissimo tempo sdoganato: ha spesso conseguito risultati ben superiori al 10%, ha per un breve periodo fatto parte del governo nazionale e con Heider ha espresso per molti anni il governatore della Carinzia. E’ un partito di estrema destra diverso da quelli tradizionali: fino al 1993 faceva parte del campo liberale, non è una forza neofascista o post fascista come il Movimento Sociale Italiano o come diverse formazioni  dell’Europa orientale, non ha un passato revisionista che lo condanna ad una conventio ad excludendum come accade per il Front National in Francia, è difficilmente assimilabile ai partiti ultraconservatori che esprimono presidenza e governo in Polonia ed Ungheria. Solo sporadicamente qualche suo notabile ha espresso pareri in parte positivi sul nazismo per contestare le politiche sociali dei popolari e dei socialdemocratici.  Dai primi anni novanta il partito si definisce una forza  per gli austriaci e contro l’immigrazione.

impero austroungaricoC’è chi riconduce la crescita dell’estremismo di destra nella Mitteleuropa al passato austroungarico: gli austriaci come gli ungheresi non vogliono contaminarsi con gli altri europei perché temono di perdere la loro specificità, la loro efficienza, il loro benessere. Io sono sempre assai perplesso di fronte a interpretazioni storico culturali che legano fenomeni attuali a eventi di molti decenni fa eppure nella vecchia Europa Centrale il passato sembra non passare mai. Le principali comunità non sassofone in Austria sono rappresentate da alcuni gruppi slavi e da una minoranza musulmana in gran parte turcofona. Gli austriaci hanno un rapporto difficile con i turchi che risale addirittura all’assedio di Vienna del 1683 che segnò la fine dell’espansione ottomana e 150 anni di relazioni difficili tra Vienna ed il mondo musulmano. Tale precedente storico ha avuto un peso non trascurabile nel dibattito in Austria sull’adesione della Turchia all’UE. L’estrema destra austriaca ha approfittato dei negoziati con la Turchia per qualificare la sua islamofobia come un estremo tentativo di difendere l’identità austriaca ed Europea.

I nazionalisti austriaci ricordano  più che l’estrema destra tradizionale europea,  il liberalnazionalismo dell’olandese Pim Fortuyn e le posizioni ormai trasversali in Danimarca di chi ritiene che gli stili di vita degli immigrati, soprattutto se di origine musulmana, non siano compatibili con le libertà individuali europee e con la socialdemocrazia.

immigrazione 4I partiti tradizionali in Austria hanno inseguito l’estrema destra sull’immigrazione ed hanno raccolto risultati drammatici. Così mentre la coalizione popolare-socialdemocratica di Angela Merkel si è impegnata in una politica dell’immigrazione progressista, il governo di larghe intese austriaco, guidato tra l’altro dal socialdemocratico Faymann ha trovato convergenze sui migranti con l’estrema destra dell’Europa orientale.

Si è detto che al secondo turno delle presidenziali austriache la gran parte dei laureati ha scelto il candidato verde mentre la gran parte degli operai ha votato il candidato dell’estrema destra. In realtà la relazione tra tensioni sociali e successo dell’estrema destra è assai poco lineare in Europa. In Austria non si sono registrati significativi tagli al welfare, non è stata varata una versione austriaca delle norme sul lavoro introdotte da Gerhard Schrӧder in Germania, la spesa sociale  in Austria e alta ed è particolarmente alta quella dedicata alla politiche attive del mercato del lavoro e a partire dal 2009 mentre la povertà è aumentata non solo nei paesi in forte crisi, ma lievemente anche in paesi che sono cresciuti ininterrottamente come Gran Bretagna, Germania e Svezia in Austria è diminuita. Inoltre non è scontato che un operaio stia peggio di un giovane laureato. Più chiara è la distribuzione territoriale dei voti del secondo turno con i verdi che vincono a Vienna e l’estrema destra che prevale nel resto nel paese. In pratica i progressisti vincono solo in città. Sono significative le analogie tra l’Austria e la Gran Bretagna conservatrice di Cameron con la capitale governata da un progressista figli di immigrati.

frontiera austriacaL’Austria quindi appare preda di un conservatorismo identitario, simile in questo ad altri piccoli paese come la Svezia e la Danimarca. I recenti affanni dell’Unione Europea sono anche frutto degli ultimi allargamenti a cui hanno preso parte paesi come la Svezia, la Polonia, l’Austria e l’Ungheria che hanno sposato un progetto senza avere una visione dell’integrazione europea ed in alcuni casi senza una condivisione di valori. Sembra quasi che l’adesione alla UE abbia portato ad una crescita dell’euroscetticismo. Oggi più che mai i governi che vogliono portare avanti il progetto di Schuman, Monnet e Spinelli devono chiedere un chiarimento sul progetto europeo agli altri paesi ed agli altri governi. Meglio andare avanti perdendo qualche Stato membro che rinunciare a cambiare ciò che non funziona per l’ansia di tenere tutti dentro. Certo il divorzio con Vienna potrebbe essere doloroso, l’Austria è un piccolo paese euroscettico che però forse per i suoi rapporti con il vicino tedesco ha optato per la moneta unica, ma prima o poi alcuni popoli europei devono scegliere cosa fare nel ventunesimo secolo

Salvatore Sinagra

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